Tarantismo agostano?

Sono scettico, molto scettico riguardo a questa rinascita orgogliosa e festaiola di una tradizione strutturalmente fatta di dolore.
Alla fine, la lettura ideologica va al passo con lo sfruttamento commerciale di una moda di festeggiamenti estivi di un’identità meridionalista che molto poco ha a che fare con la realtà storica.
Ma si, basta divertirsi e non pensarci troppo! e ci sono anche tanti corsi per ballare la taranta! bisogna pur trovare un modo per campare!

https://youtube.com/playlist?list=PLbGiQ96BSXAhCYvNZz5bWHY_r4J9Rtndh&si=WTU6a-ua8SwTp3_M

Geografie dai miei libri La Voce di Mignon: il Lago Maggiore


La terrazza dove era stata servita la cena faceva parte di una villa settecentesca di stile neoclassico, con marmi rosa al pavimento, bianche colonne a reggere un aereo loggiato interno in secondo ordine ed un bel trionfo affrescato sul soffitto con tinte tenui e luminose alla maniera del Tiepolo, anche se non privo di qualche ingenuità prospettica che tradiva una mano di valore non elevatissimo. Il salone, ornato nei suoi angoli di statue di eroi classici di buona fattura e di candido marmo di Carrara, dava su quella meravigliosa terrazza, non troppo grande in verità, ma perfetta nelle sue proporzioni, e soprattutto affacciata su un angolo di lago incantevole, da cui baluginavano le luci dei paesi distesi sulla costa ed arroccati sui monti, e da cui per un tratto breve ma magico l’orizzonte non si chiudeva sull’altra sponda ma lasciava l’illusione che il lago, appena interrotto dal profilo delle Isole Borromee, fosse infinito, complice la tenue foschia che avvolgeva i tratti del paesaggio in lontananza. Waldi era doppiamente felice per aver tenuto il suo concerto in un orario tardo pomeridiano, consentendogli di ammirare nell’ultima luce del crepuscolo estivo quella meraviglia di paesaggio da quel pezzo di paradiso condensato su quella terrazza. La fortuna di poter cenare in tale luogo da favola era capitata perché uno dei fondatori benemeriti della società concertistica per cui Waldi aveva suonato era il proprietario della villa, il conte Adriano Obertenghi. Quando gli organizzatori gli avevano detto che dopo il concerto si sarebbe stati ospiti di tale conte, Waldi ringraziò, ma tra sé pensò che sarebbe stata una di quelle serate paludate e noiose che gli avrebbero tolto uno dei più attesi piaceri. Con un certo cortese distacco strinse la mano al conte quando gli fu presentato, ma subito la sua preconcetta freddezza si sciolse quando avvertì, al primo contatto ed al primo incrocio dei loro sguardi, che questi era un tipo franco, interessante e gioviale. Obertenghi gli disse subito che era felice di poter passare una bella serata con lui ed i suoi amici, e Waldi intuì dal modo in cui glielo diceva che tutto sarebbe andato bene.
(La voce di Mignon, viaggi nel canto tra Goethe e Schubert, cap. Waldi, 2)

Geografie dai miei libri: WaldemarCapitolo XII. lunedì 31 maggio 1999, 6 Trieste, Muggia e una sosta a Torino

Abitava in via Ghega n. 1. Trieste. La strada del Conservatorio “Giuseppe Tartini”, istriano di Pirano, celebre per il suo Trillo del diavolo ad. inaugurare la maschera mefistofelica che fu poi definitivamente assegnata al violino da Paganini, e della gelateria più buona della città e senza
dubbio tra le migliori del mondo, Zampolli. Dalla sua finestra vedeva la bellissima stazione dei treni, vestigia monumentale della stagione della modernità dell’Impero, e i giardini pieni di tutta la gente che c’è sempre intorno a ogni stazione di ogni grande città, e il monumento dedicato all’Imperatrice di Miramare, Sissi, che in quel castello tornava spesso nel suo errare senza riposo perché amava le sue grandi finestre aperte
direttamente sul mare, castello fatto costruire da
suo cognato, Massimiliano d’Asburgo, che però vi visse pochissimo, finendo a morire fucilato dai rivoltosi dopo essere stato incoronato Imperatore del Messico (!).
Come Saverio fosse finito a Trieste è cosa irrazionale, e in quanto tale inevitabile. Tutta la formazione di Saverio aveva portato verso una
direzione chiara, anche se se ne accorse solo a cose fatte. Trieste era la meta non scritta perché non era necessario scriverla. Fare l’università a Torino volle dire per
Saverio molte cose. Una di queste, sotto il diretto
influsso del Maestro Pareyson, fu la scoperta del
romanticismo tedesco, e quindi l’innamoramento
per il Lied, che ne è l’espressione più completa e
pura. Trieste era il punto di contatto più diretto e vicino tra un giovane italiano innamorato di queste cose e il mondo che queste cose aveva espresso. Ma parliamo di un gioco sulla linea di
confine, in Saverio, tra l’astrazione logica che lo
aveva fatto innamorare della filosofia, e la musica che lo aveva fatto innamorare, tanto che la sua scelta di Trieste, e di Pareyson, che nessuno
aveva compreso tranne Giorgio (ma solo dopo un
bel po’ di tempo e senza mai parlarne, perché mai più si parlarono), era una scelta di rifiuto della logica come l’aveva conosciuta, per tornare a definirla dopo un percorso nella vita, nell’esistente, nella notte dell’amore negato e dove tutto si confonde.
In quella notte dell’amore negato passata a Torino incontrando la vita come davvero era (e come davvero era?), in quegli anni di studio e di tremore per i fatti che a Torino in particolare erano sangue e paura nelle strade, con tutti gli incontri che un giovane poteva fare in quel posto e in quel luogo, con la politica che in quel posto e
in quegli anni diventava una dimensione totale cui Saverio non si sottrasse, si ritrovò sulla linea di confine, anche fisica, tra i mondi che lo
avevano definito, nell’esistenza, nel pensiero, nel sogno, nella notte. Se Torino aveva voluto dire
per Saverio sprofondare nella notte del confine tra cose come sono e cose come si sentono, in Trieste il suo percorso trovava la luce del mare cui quell’Impero centrale, che aveva le due teste di Austria e Ungheria, aveva trovato il suo ricco mercato levantino. Trieste, la città dei mille culti religiosi, della tolleranza tra i popoli come evidenza di mercato e dell’intolleranza nazionalista come malattia esantematica, a volte però quasi mortale. Una città che era rimasta
sospesa per 9 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e che nella sospensione viveva da quando con la Prima Guerra Mondiale aveva perso l’Impero. Sì, perché non è stato l’impero a perdere Trieste: l’Impero è morto, e Trieste continua a non elaborare il lutto. Ma come ogni lutto che non si elabora per troppo tempo, in questo Trieste aveva trovato la sua identità, ormai indistruttibile, e quindi la sua vera e nuova
forza.
Saverio non aveva assolutamente superato la
fine dell’amore per Giorgio, non poteva farlo. A Trieste si trovò per caso, ma con perfezione, perché il luogo lo rappresentava. A Trieste Saverio inseguiva alla cieca l’amore, o comunque qualcosa, amore o no, che con Galatea toccava due vette: quella dell’erotismo, e quella dell’idealizzazione.
Dietro la Stazione, dalla sua finestra si intravvedeva una striscia di mare, perché abitava in quella che era in origine una soffitta, poi
riadattata a monolocale molto bohemienne, di un
grande palazzo storico con copertura a carena di nave, lesene in ordine gigante sulla facciata principale, e finestre con piccoli timpani a decorazione. Stava dunque in alto, e l’ermo colle leopardiano delle sue Marche originarie era adesso quel grande blocco imperiale dove
arrivavano e partivano i treni a coprire il mare, e a coprire il sogno dei sogni di quella città irreale, il Castello di Miramare, dove il fratello di Francesco Giuseppe non poté vivere, come sommamente desiderava, per andare a fare
l’imperatore e a morire addirittura in Messico, il castello dove sua moglie impazzì da sola, e dove anche Sissi specchiava le sue pesanti ombre.
A Trieste Saverio si trovò perché lì aveva fatto domanda di trasferimento per insegnare nelle scuole medie, inseguendo Galatea. E il trasferimento lo ottenne, e insegnò a Trieste, quindi. Scuola Media “Fonda Savio”,
quartiere di Barriera. Quartiere popolare storico,
dove Saverio conobbe la Trieste più reale, e con questo si scontrò, in un modo diverso che a Torino, con le cose come sono. Professore giovane di italiano storia e geografia, non di prima nomina, ma di poca esperienza, visto che prima
aveva insegnato solo in una scuola privata molto protetta e confortevole adatta per restare nei suoi rovelli abituali e le sue digressioni consolidate tra sport solitario e sesso d’accatto, Saverio dovette scontrarsi con la propria inadeguatezza a
fronteggiare le dinamiche difficili di quei ragazzi e di quelle classi. In una classe aveva un gruppo di ragazzine sfrontate, vere babazze triestine, capeggiate da Odilla, bellissima, che aveva in
testa ogni giorno una tinta nuova dei capelli e cui non mancava mai la risposta, e aveva anche un uomo di quattordici anni con voce di basso profondo, corpo da lottatore dei pesi massimi,
occhi come la pece, capelli corvini: un serbo che era a Trieste con i genitori e i fratelli e che passava le notti a controllare i bombardamenti
che partivano dalla vicina base di Aviano e che potevano sempre centrare le case dei nonni e
degli zii e dei cugini, in Serbia. Con Nemanja poteva intendersi, e si intendeva, appunto, da uomo a uomo, e molte volte era lui, Saverio, a
portargli l’ovvio rispetto. Con Odilla e le Babazze il problema era insormontabile, perché la loro sfrontatezza seduttiva era per Saverio uno scacco matto. Questa era una terza, e doveva portarli all’esame e alla scelta per il futuro, o almeno per la scuola cui iscriversi, o almeno alla scelta di iscriversi per andare ancora a scuola, sperando che non finissero tutti a lavorare subito ai livelli più bassi, sfruttati e sottopagati.
In una prima, una mattina un ragazzino svenne, dopo esser impallidito in modo vistoso, e
con questo venne fuori che viveva da solo col suo papà che si svegliava alle 5 per uscire prima delle 6 e andare al lavoro, e che lui si trovava a dover pensare da solo a prepararsi colazione e pranzo, e lo avrebbe anche fatto, se il papà si fosse ricordato di fare la spesa, o semplicemente se il papà avesse avuto i soldi per fare la spesa. Venne fuori che era il terzo giorno che non mangiava. Una prima dove una cricchetta di maschietti
impazziti per i Back, abbreviazione di Back Street
Boys, lasciati a se stessi da genitori ancora più bambini di loro, intenti solo a lavorare, tingersi i capelli, andare in discoteca, bere, farsi di coca e scopare in giro, una cricchetta di ragazzini
pestiferi che una mattina, facendo i grandi e i trasgressivi, invece che andare a scuola erano andati ai Giardini Pubblici, portandosi una compagna, una povera bambina che rideva sempre, e che a un certo punto fu immobilizzata
da quattro di loro mentre il capetto faceva finta di stuprarla. Facevano finta perché erano bambini di
11 anni non ancora sviluppati, e il capetto era il più piccolo e infantile di tutti, solo quello più scriteriato e coraggioso nelle trovate. Se ne parlò in consiglio di classe, ovviamente. E poi nulla.
Ogni lezione era un’impresa per agguantarli e portarli per mano in una direzione costruttiva, e giorno dopo giorno piccoli progressi avvenivano.
Certo Saverio non smise di passare una notte insonne prima del martedì, che aveva le ultime due ore, la quinta e la sesta, in quella classe, e quando erano stanchi quei bambini diventavano davvero difficili.
Invece amava il venerdì. Anche se avevano ancora le ultime ore della settimana (si facevano sei ore dal lunedì al venerdì per avere il sabato
libero), le ragazze erano più morbide, avevano esaurito gran parte dei lazzi per infastidire il professore giovane, e si poteva finalmente parlare, leggere, discutere, scrivere con un po’ di calma. Nemanja al venerdì respirava un attimo, come se pensasse che un’altra settimana era passata e la sua famiglia non era ancora stata colpita, e anche lui si trovava a sorridere con le
ragazze, che appena lui si apriva un po’ lo trattavano come il ganzo della classe di cui ciascuna di loro voleva essere la bambola. Saverio guardava con apparente indifferenza tutte queste manovre, e si divertiva moltissimo a vedere come la vita non si ferma mai, mai.
Spesso poi, al venerdì pomeriggio o al sabato,
Saverio se ne andava verso Muggia, dove il duomo ha una facciata che sembra un capolavoro di pasticceria pregiata, e proseguiva oltre la
bellissima piazza, oltre il mandracchio, la sacchetta del porto dove tante piccole barche sono accolte come in una bomboniera marinara, e
seguiva il lungomare stretto tra gli scogli e la ripida collina che non lascia spazio che alla strada, con varie curve, e, seguendo le curve, sulla destra il mare sembra aprirsi, le scogliere si allargano appena un po’, e improvvisamente, dopo una curva a sinistra, Trieste scompare: resta solo il mare aperto a destra e il monte a
sinistra, e la strada dritta.
Per Saverio quella strada diventò nei suoi sogni la libertà stessa, il luogo dove non c’è altro che la strada e il mare aperto, che si definisce in contrasto con la ripida costa boscosa. Nei suoi
sogni la scogliera sulla destra si dilatava in una distesa di rocce di varie dimensioni, bianche, abbagliate dal sole, dove il mare azzurro si infilava a tratti, la strada era un nastro grigio che girava sempre dolcemente a sinistra, liberando la vista da ogni altra terra, e il fianco della costa era di un verde scuro, denso, fresco di alberi quasi da
montagna. Nessuno e nulla: lui che guida su quella strada amica, e quella costa libera,
luminosa, assolata e fresca di mare. Quella strada porta ad un luogo chiuso, militare: l’antico lazzaretto, con una pinetina vietata che si scorge appena dietro il muro di
cinta a intonaco giallo e un cancello ampio di ferro battuto, con una costruzione agile e leggera; subito dopo lo sbarramento della pinetina del lazzaretto, ancora a sinistra, quasi subito la frontiera con la Slovenia, piccola e amichevole: immediatamente all’estero, in un altro mondo. Saverio viveva la familiarità con la frontiera, e quella frontiera in particolare, come un’uscita netta da ogni pensiero sempre a disposizione, a portata di mano, dopo aver fatto quella strada speciale che era entrata nei suoi sogni. Bastava anche solo un piccolo giro oltre frontiera, anche senza fermarsi, e poi poteva tornare a casa più sereno, a preparare le lezioni.
Amava Trieste e tutto quel che vi andava conoscendo, ma restava una vita non facile per Saverio, che trovava ampia compensazione nel
modo speciale di quei posti di essere consolatori.
Al lunedì in particolare Saverio poteva
godersi il mare: insegnava nelle prime tre ore, e alle 11 era libero. Ultimo arrivato, nell’orario ovviamente gli avevano dato le prime del lunedì e
le ultime del venerdì, quelle che tutti volevano evitare, ma per lui non era un gran problema. Alle 11 prendeva la sua bicicletta, tornava a casa,
lasciava i libri e prendeva la sacca per il mare, e andava. Verso Barcola, quando non voleva allontanarsi troppo, si faceva tutti i “topolini”, il
litorale a scogliera artificiale, fatto per tre chilometri di una passeggiata con rotonde a
terrazza che sembrano le orecchie di Topolino, dopo la bella pineta con la fontana, opera degli inglesi che amministravano quella parte della città fino al 1954, e, sotto le terrazze, le cabine
per cambiarsi e pezzetti di spiaggia di ghiaia, se non additrittura direttamente il mare, fino ad arrivare al bivio di Mìramar, come lo chiamano a Trieste, il luogo più appartato dalla strada della lunga bellissima passeggiata, con due grandi
piattaforme attrezzate a livello dell’acqua, protette dalla massicciata della strada per il parco, subito prima della riserva marina, dove tutto il sole possibile si concentra e riscalda fino a dicembre per ricominciare subito a gennaio. Quello era un posto molto frequentato da personaggi fissi, come ce ne sono in ogni posto di mare, e da ogni tipo di studente o giovane professionista che all’ora di pranzo preferiva
prendere il sole con un panino e un libro appena fuori dal centro ma fuori da ogni marmaglia. Una specifica élite andava al Bivio a prendere il sole e il bagno in mare, Saverio ci stava bene, ma se aveva voglia proseguiva volentieri quando al bivio la strada diventava in salita, e faceva ancora un paio di chilometri per arrivare alla discesa dell’Osservatorio Marino, dove d’estate c’era
anche un chiosco aperto, lasciare la bicicletta e camminare per il sentiero e sugli scogli per cinque-seicento metri, ed arrivare in paradiso.
Alla fine del percorso, la spiaggia dei filtri. Protetta dal costone coperto di macchia
mediterranea fino al mare, una cala di ghiaia abbastanza larga, al mattino ben ombreggiata, al pomeriggio invasa dal sole, la linea di battigia mossa a festoni di scoglietti, un’acqua limpida e sempre in movimento, bassa e calda, ma in certi punti improvvisamente fredda e massaggiante, i filtri, appunto, da cui quasi a pelo d’acqua
risorgono piccole bolle di sorgive carsiche. Vista la difficoltà della conquista, la spiaggia è un luogo per iniziati. Una comunità spontanea di nudisti
cittadini ne ha fatto il proprio regno di rilassatezza elioterapica, costruendosi anche dei ripari sotto la vegetazione, un gruppo storico che va lì dagli anni settanta, cui si aggiungono neofiti più o meno occasionali o abituali di minor frequenza. Infermieri d’ospedale, docenti
universitari, insegnanti, impiegati, commercianti: la democrazia del corpo nudo al sole, tutti dotati di libri. A Trieste si legge. Un luogo perfetto per Saverio: natura, riservatezza, lettura, nudità,
contatti discreti, anche solo di qualche sguardo cordiale, con gente serena. Gli piaceva in
particolare uno dei filtri che stava proprio sulla linea di battigia. Lì poteva stendersi sulla ghiaia al sole, e sentire l’acqua tiepida della risacca del mare in superficie che contrastava col fresco dell’acqua sorgiva sotto il suo corpo, mentre la luce e il calore del sole lo inondavano. Mai gli capitava di addormentarsi in spiaggia, ma quel lunedì di fine maggio, quando ormai le fatiche del
difficile anno stavano andando a compimento, con
tutti i problemi di quelle classi difficili, dei genitori, di Galatea che voleva lasciarlo già a ottobre poco dopo che lui si era trasferito a Trieste per lei, di quella città nuova che lo
affascinava ma che non le mandava certo a dire, con il modo di fare dei triestini, che lui amava tanto, ma che non conosceva morbidezze, con le zaffate di bora d’inverno che davvero lo avevano
travolto, con quella guerra terribile appena fuori dei vicinissimi confini italiani, e gli incontri con sloveni, croati e serbi che capitava di fare da
Knulp, il caffè degli anarchici che frequentava, o in altre cantine di città vecchia, con le presentazioni di libri nelle librerie del centro, con
le serate a teatro, quella Salome di Richard Strauss, indimenticabile, al Teatro Dell’Opera, come i Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc, o al teatro di prosa, il Politeama Rossetti, con il
Meraviglioso Copenhagen di Orsini Popolizio Lojodice, e poi quel luogo di incontro con altri uomini alla luce del sole che gli regalava la Costa
dei Barbari, a Sistiana, scoprendo una facilità di
trovare compagnia e soddisfazione appartati ma
in riva al mare che prima non aveva mai sperimentato; un anno insomma pieno di vita,
quando il sole e il mare e l’acqua carsica e la brezza e il leggerissimo canto degli uccelli tra i rami con qualche sporadico verso di gabbiani lo hanno portato a lasciarsi andare, a sentire il suo corpo forte e massiccio rilassarsi in ogni fibra, a sentire l’adesione della pelle della sua testa, del collo, delle spalle, della schiena, dei glutei, delle gambe fino ai piedi, alla ghiaia leggermente mobile per il movimento dell’acqua, a
sprofondare in uno stato in cui tutti i sensi erano attivi e portavano un’immensa percezione di pace e godimento, ma insieme erano come sintonizzati solo con la parte aurea di quel momento
paradisiaco e chiusi a ogni interferenza interna o esterna che potesse rovinare il momento a protezione di quell’oro puro, ecco, in quei
momenti sentì la più profonda felicità, una fonte di energia assoluta che poteva accendersi dentro di lui e portarlo a rivoltare il mondo, e in quella felicità pensò, come in una sospensione totale
data dalla totale adesione, che, se fosse arrivata in quel momento perfetto, nulla lui avrebbe fatto per ostacolare la morte.

Geografie dai miei libri: AustraliaLa voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert. Lostshine.

Geografie dai miei libri: Australia
La voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert.
Lostshine.

Ora devo dirlo: a me del canto non importa niente. Ho cominciato a cantare solo perché era più facile che suonare, visto che nessuno era disponibile a pagarmi le lezioni di pianoforte. Ero un povero ragazzo australiano che viveva in una fattoria dispersa nelle praterie, che ascoltava le lezioni della maestra per radio, che non vedeva nessun altro che i suoi genitori, suo fratello e sua sorella più grandi che non lo trattavano quasi, il bracciante, la moglie del bracciante… Che strano, erano secoli che non
pensavo a queste cose, al seno di Maggie, alle sue gambe, alla prima volta nel suo letto mentre il marito
lavorava con mio padre e lei bruciava la crostata, a tutte le altre volte senza bruciare nessuna crostata…
Tante volte mi allontanavo nella prateria e raggiungevo la grande spianata dove inizia il deserto. I miei urli, il mio gridare come se chiamassi qualcuno che non poteva esserci, come se oltre quel deserto potesse esserci qualcuno che volesse ascoltarmi. Solo qualche cane selvatico e qualche roditore mi sentivano. Ero troppo lontano da casa perché la mia voce potesse arrivare ai miei, e poi c’era di mezzo la collina. I roditori scappavano quando iniziavo, invece i cani selvatici ad un certo punto hanno cominciato a fare delle cose strane. Quando ho iniziato a modulare la mia voce, a dare delle inflessioni a quegli urli, un cane ha iniziato ad ascoltarmi davvero: si sedeva sulla terra secca a cento metri da me e mi guardava di tanto in tanto. Era proprio sul limite del deserto. Era un gran divertimento per me, faceva un sacco di strani movimenti, e poi mi sono accorto che questi movimenti erano ciclici e regolari: allungava una alla volta le due zampe anteriori, poi allungava il collo e voltava la testa verso di me, poi l’abbassava sulle zampe, poi si metteva a sedere di fronte a me, ed infine si sdraiava sul fianco
sinistro e muoveva solo l’orecchio destro. Quando finivo i miei urli, tempo due minuti e trenta secondi, li ho cronometrati più volte, si alzava e trotterellava via leggero. Dopo un po’ ne sono venuti due, poi tre, ed alla fine avevo un pubblico di sette cani del deserto che ascoltava le mie evoluzioni vocali. Avevo dodici anni. Avevo già un mio pubblico esclusivo. Non ho mai più avuto un pubblico così fedele e così partecipe. Gli uomini sono più cani dei cani del deserto. Solo raramente, molto raramente, si incontra
tra loro un vero lupo della steppa. Il vero problema è che un uomo ha bisogno degli altri uomini per vivere. Mio padre aveva bisogno di me per lavorare la terra, e non gliene importava niente che a scuola (se vera scuola era ascoltare le lezioni sulla modulazione di frequenza e spedire ogni settimana i compiti scritti per riceverli corretti la settimana successiva) risultavo essere il più brillante della contea. Venne addirittura il Pastore a supplicarlo di mandarmi in collegio a Melbourne.
Finalmente avevo un pianoforte. Noi studenti dormivamo in stanze da due letti dove non c’era spazio che per due piccoli armadi e due scrittoi con sopra gli scaffali per i libri. Non potevamo attaccare nulla alle pareti, e tutto era di un totale squallore. Avevamo però tre stanze molto ben arredate ed attrezzate per i momenti liberi di ricreazione. In una c’era un bel pianoforte verticale, alto e nero con dei candelieri d’ottone. Nessuno dei miei compagni veniva volentieri in quella stanza, tutti preferivano quella del biliardo o quella del bar. Potevo studiare, finalmente. Passavo ore ed ore su quella tastiera, e quando il mio professore di latino si accorse di tutto il tempo che dedicavo al pianoforte, venne con aria di sfida una sera a sentire cosa sapessi fare. Non dimenticherò mai la sua faccia. Suonai per lui un
improvviso di Schubert, che avevo imparato da solo con ostinazione e caparbietà, così come avevo sempre fatto. Non disse niente e se ne andò. Avevo ormai sedici anni. Quell’inverno, quando rientrai alla fattoria, feci l’amore con Maggie per la prima volta, e lo stesso giorno, mentre ancora sudato rientravo a casa cercando di non farmi vedere nel disordine degli effetti della mia prima estasi erotica, vidi arrivare il fattorino con la sua auto che alzava polvere facendosi vedere a chilometri di distanza. Il mio professore di latino chiedeva ai miei genitori l’autorizzazione di pagarmi le lezioni di musica, e lo faceva con tutto il rispetto possibile, per non offenderli, dicendo loro del mio talento e della sua solitudine di vecchio scapolo che vive per l’insegnamento. Quello stesso giorno, dopo il rifiuto di tale
offerta da parte di mio padre, che temeva che diventassi meno uomo con un’educazione troppo raffinata, andai correndo al limite del deserto, e urlai la mia disperazione con tutta la forza che avevo dentro, e con tutta la rabbia lucida di non dargliela vinta. Ormai ero un uomo, sapevo io cosa fare della mia vita, non sarebbe stato quello stupido bifolco a farmi deviare. Aspettavo i cani del deserto, che però
non vennero, ed io ero sempre più arrabbiato, e la mia voce tuonava sempre più forte. Quando alla fine mi buttai a terra sfinito, e rialzai lo sguardo, vidi un cane, sono sicuro che fosse il primo che mi aveva ascoltato. Era vicino pochi metri e mi guardava fisso negli occhi. Lo sguardo di un cane del deserto è profondo come il ghiaccio di un iceberg, e caldo come il sole di mezzogiorno che spacca le rocce. Lui mi ha donato il suo sguardo, gliel’ho preso, e nel darmelo ha fatto ancora dei passi verso di me fin quasi
a toccarmi, ma io non l’ho toccato, e lui non mi ha toccato. Le nostre facce erano a meno di un metro tra loro. Caddi svenuto e mi risvegliai nel mio letto colpito da una febbre fortissima. Mi hanno cercato perché non rientravo, e dopo avermi trovato in quello stato tutti hanno pensato ad un’insolazione. Io so che era lo sguardo del cane del deserto che si stava facendo la sua casa dentro di me.
Ma che cosa sto scrivendo, è ridicolo abbandonarsi a questi ricordi, ora che mi trovo in Europa, dove vivo da trent’anni, su questo stupido treno, solo in questo confortevole scompartimento di prima classe, chino su questi fogli di carta straccia. Chissà dove ho messo i miei diari del mio primo viaggio in
Europa. Scrivevo tutto. Come faccio adesso, e come non ho fatto per trent’anni. Ero scrupolosissimo nel prendere nota di ogni cosa che vedevo, e nel prenderne nota perdevo la maggior parte di quello in
cui mi imbattevo. L’Europa, per un ragazzo australiano avido di cultura, è un miraggio, la terra promessa, la terra delle favole. Arrivato all’aeroporto di Londra, anche se gli aeroporti sono tutti uguali, mi sembrava già tutto così entusiasmante e pieno di storia da non poter trattenere l’euforia, e mi trovai a chiacchierare con la mia valigia. Ebbi subito paura di esser preso per matto, cosí presi carta e penna e preferii scrivere: era la stessa cosa, ma socialmente molto più accettabile. Del resto anche in questo momento parlo da solo, anche se uso una penna e della carta. E da ragazzo cantavo per un gruppetto di
cani. Eppure tutti pensano che io sia uno dei più assennati tra i cantanti d’opera, uno dei più normali.
Ma non è forse pazzia mettersi a cantare davanti a mille persone in un teatro? Chi è più pazzo, chi si mi mette a cantare o chi ferma la sua vita per starlo a sentire? Cosa può essere davvero normale e dove comincia la pazzia? Tutta la cultura umana è pazzia deviata? O tutta la pazzia è capacità creativa andata a male? E se l’arte, ma non solo l’arte, anche l’ingegneria, la medicina, la fisica… cosa più della fisica è follia allucinatoria? Eppure quella viene considerata scienza, e si parla di ‘leggi della fisica’, come se ci fosse qualcosa che resta immutabile, come se Newton e Einstein avessero detto le stesse cose. Ma cosa ne so io di fisica? Io so solo che ero in Europa e per me stava trovando forma, luogo e sostanza ‘La Cultura’! Venivo dalla terra che non ha passato, ed arrivavo nella terra che ha solo passato. Ero completamente ubriaco. Avevo cercato in tutti i miei studi di ricostruire il tempo, la storia, i secoli, ma non avevo mai visto nulla. Ora trovavo che quelle cose esistono davvero, che non erano solo figure sui libri, e che nulla poteva essere più lontano dell’Europa dalla fattoria di mio padre. Tornai cinque volte in Australia per dei brevi periodi di vacanza, ma ogni volta stavo così male che… ecco da dove nasce la
mia paura del volo: ho inventato questa paura, in modo molto credibile anche per me stesso, per avere
l’alibi di non tornare più in Australia. Mi ero fatto dei conti: come pianista non avevo futuro, ed io volevo un futuro a lettere cubitali, e provai a cantare. A vent’anni vinsi una borsa di studio a Londra, e poi ho cominciato la mia carriera, ed il mio nome ha raggiunto una buona grandezza nei cartelloni. Io
so solo che ho costruito tutto con gli occhi del cane del deserto. Da lui ho preso tutta la forza e la determinazione necessarie. Ed ora non me ne importa niente. Mi sento leggero nel dirlo. Non me ne
importa niente. Nessun pubblico ha rimpiazzato davvero quei cani del deserto. Oltre il deserto non ho trovato quasi nessuno che valesse la pena che mi ascoltasse. Non mi importa nulla del canto. Quel che davvero mi importa è ritrovare le tracce dei movimenti rituali del cane del deserto che per primo ha ascoltato la mia voce, i riflessi dei movimenti provocati dal suono che non ha bisogno di nient’altro che
di esserci. Mi piace suonare il pianoforte perché mi permette di osservare le mie mani che suonano, di
seguire i loro movimenti come se non c’entrassi, e nello stesso tempo di sentire le sensazioni uniche ed
irripetibili della musica che nasce dentro di me. Il canto non permette questo. Nel canto non c’è possibilità di essere fuori a guardare mentre stai cantando. Io, ormai europeo cane della steppa, voglio essere il mio pubblico, da quando il cane del deserto non può più esserlo. Quello che più mi piacerebbe sarebbe suonare con un cantante, ma non conosco nessun cantante con cui potrei suonare ascoltando da lui quello che davvero voglio. La mia corsa verso il futuro e verso il passato è andata avanti a lungo, ma ora mi accorgo che niente rinnova neanche la minima parte di quegli attimi ai margini del deserto.
Non pensavo a niente. Ero solo. Ero forte.

Geografie dai miei libri: Moresco “Waldemar” XXX Sabato 18 agosto 2001 – 4

Grografie dai miei libri
Moresco
“Waldemar”
XXX
Sabato 18 agosto 2001 – 4

Arrivato a Porto San Giorgio, uscì dall’autostrada, e prese subito la strada fondovalle al bivio del cimitero. Si fermò un attimo, e controllò i messaggi. Il suo amico dalla
stazione di Ancona gli aveva scritto che aveva chiesto a tutti i colleghi che avevano lavorato sui treni regionali che fermavano a Petacciato, ma
che nessuno aveva visto un ragazzo con quelle caratteristiche.
Saverio non se la sentiva di andare subito a casa. Era ancora troppo turbato, e non voleva farsi vedere così dal suo babbo, che non era più
quello di una volta. Prese un’altra direzione, rimanendo sulle colline, e se ne andò a Moresco. Era un posto bello, di sicuro non c’era gente, tutti
erano ammassati in spiaggia; per lui un piccolo rifugio, con quella piazza allungata, in fondo la torre eptagonale tanto famosa, almeno in zona, e tanto unica in assoluto, ma prima della fine della piazza quel loggiatino gotico, all’ombra, con sotto quel ristorante, i tavolini all’aperto, al fresco, e il suo amico che lo gestiva. Non era ora di pranzo, e quello non era un bar di paese, ma il suo amico
non gli avrebbe negato una piccola sosta, una chiacchiera, una birra fresca.
Giovanni non vedeva Saverio da parecchio tempo, e fu ben contento di riaverlo lì sotto al suo portico. Erano stati in collegio insieme ad Ascoli,
ma solo il primo anno, perché Giovanni fu bocciato al liceo scientifico, e i genitori pensarono bene di fargli fare un’altra scuola, e lui scelse l’alberghiero a Rimini. I soldi in casa non mancavano, e ce lo mandarono, e fu la scelta giusta. Divenne un bravo cuoco e ci sapeva anche
fare, e adesso aveva quel bel ristorantino e una bella famigliola. Non si vedevano che raramente, ma erano rimasti amici. Senza farsi confidenze, comunque si capivano al volo. Giovanni capì subito che era un brutto, ma davvero brutto momento per Saverio. Dopo le prime feste a vederlo arrivare, gli portò la birra che gli aveva chiesto, e se ne prese anche una per sé, e si sedette davanti a lui, così, senza parlare. Saverio lo guardava, e con quello sguardo lo ringraziava del suo silenzio.
Stettero così a godersi il fresco finché la birretta non finì. Poi, come dal nulla, sicuramente arrivando da sotto la torre per le scalette sotto il portico e quindi non potendo essere visto da
lontano, arrivò un ragazzo africano. Non c’era nessun altro al mondo: Saverio con Giovanni, un ragazzino che giocava a palla da solo all’altro capo della piazza, e adesso questo ragazzo africano, nero come un tizzo, con dei calzoni colorati e una maglietta bianca immacolata sul suo bel corpo slanciato e perfetto da atleta naturale. Aveva lineamenti dolci e marcati allo stesso tempo, e uno sguardo che diceva a Saverio, da subito, che la sua tristezza per Galatea e per Stefano e per il babbo, e per
Germana e per Giorgio e per la mamma e per la vita non era superiore alla sua. Ma solo lo sguardo rivelava questo, niente altro. Era pulito, dignitoso, elegante nei movimenti. Chissà come era finito lì.
– Ciao, mi chiamo Jonathan, ti disturbo?
Si era rivolto a Saverio, che era voltato di spalle rispetto a dove stava lui. Giovanni, che evidentemente lo conosceva, gli fece cenno di lasciar stare il suo amico. Ma Saverio si voltò, senza pensare, e si presentò come era in quel
momento. Un uomo di quarant’anni, robusto,
molto vigoroso, con la testa piena di capelli e barba che iniziavano leggermente a ingrigire, occhi grandi azzurri, e un’espressione persa, disarmata, come di un ragazzino che ha paura, no, come di un ventenne che non ha più speranza, no, come di un vecchio che non ha più un domani, e che invece deve ancora fare troppe cose.
Jonathan rimase colpito, e spontaneamente fece un passo indietro. Non aveva mai visto un uomo così. Saverio ruppe l’imbarazzo, e
guardandolo gli disse di sedersi. Giovanni non era
stupito per niente, da Saverio si aspettava tranquillamente qualsiasi cosa, si limitò a
rientrare e a tornare con una nuova birra per tutti e tre.
Jonathan bevve la sua birra insieme a Saverio e Giovanni, e intanto non toglieva gli occhi da quell’uomo che lo aveva invitato a sedersi. Voleva fare una piccola richiesta, che ripeteva spesso, ma adesso non ci riusciva più. Ma Saverio, ancora, capì, e gli chiese:
– Come posso aiutarti?

Perché voleva aiutarlo? non aveva guai abbastanza? Ma Saverio era fatto così. In quel
giovane africano aveva visto qualcosa che non sapeva neanche lui dire cosa fosse, no, per niente, ma era come un soffio di bellezza che gli
arrivava addosso inaspettato, un refolo delicato di una persona bella.
Jonathan rimase zitto. Non sapeva cosa succedeva, nessuno mai gli aveva chiesto: “Posso aiutarti?”
Mai da molto tempo.
L’ultima persona era stata Elizabeth quel giorno al mercato, quando lui si era fermato, e pensando che fosse un cliente gli aveva chiesto:
“Posso aiutarti?”
Jonathan non se lo ricordava neanche, ma fu così. E in quel momento si ricordò che le rispose:
“Sì, tu sola puoi aiutarmi.” E a Saverio rispose:
– Non lo so se puoi aiutarmi, ma io me ne devo andare via con mia moglie e mio figlio piccolo, e non ho dove andare.
Saverio aveva una casa complicata grande vuota dove sapeva di poter sempre tornare, anche se non voleva mai farlo, e in quel momento
capì come era fortunato, anche se era tanto triste, e per tutte buone ragioni. Ma sapeva anche che il suo babbo restava da solo in quella casona, dopo quelle poche settimane di agosto, e che non poteva più vederlo in quel modo. Sapeva anche che tornare a casa in quel momento restando tutti in attesa di notizie di Stefano era una situazione avvitata, non sperava in un buon esito, e si aspettava solo una spirale di dolore e di solitudine.
Saverio ebbe l’intuizione del tutto irrazionale che portare a casa un uomo giovane e per bene, perché era chiaro come il sole che era per bene, con sua moglie e il suo bambino, avrebbe compensato, e, chissà, forse, avrebbe davvero dato a tutti una mano a venirne fuori. Oppure no, chi poteva saperlo. Ma quanto doveva pensarci?
Bevve l’ultimo sorso di birra.
Giovanni lo guardava con fare rassicurante, come a dirgli che era matto, ma che lo conosceva e non ci trovava
niente di strano. Peraltro, se Jonathan fosse stato un poco di buono Giovanni lo avrebbe detto, e Saverio lo sapeva.
Saverio guardò la piazza davanti ai portici. Il sole ormai cucinava il suo pranzo su quei mattoni arroventati. Jonathan non gli toglieva gli occhi di
dosso, e, quando Saverio infine si voltò verso di lui, li incrociò. Durò tanto quell’incrocio di sguardi. Non bastava mai.
Poi Saverio si alzò, diede a Jonathan una pacca sulla spalla fermando la mano poi con fare rassicurante, e gli disse:
– Vieni con me, ti porto a casa.
Jonathan non capiva nulla. Solo che quell’uomo bellissimo gli aveva detto: “Vieni con me, ti porto a casa.” E lo seguì.
Giovanni prese Saverio per il braccio e lo abbracciò e gli disse piano:
– Jonathan è un ragazzo onesto, è qui da sei mesi, non ha mai rubato niente, e lavora bene, ma chi lo aveva chiamato come giardiniere e custode ha venduto tutto e lui deve andar via. Tu sei matto, ma che fa. Ti voglio bene anche perché sei matto così. Poi fammi sapere.
Saverio e Jonathan camminarono per pochi minuti sotto al sole, e poi se ne andarono sul camper verso casa. A Saverio sembrava di essere in vacanza e di guidare in giro per le colline della Provenza un po’ senza meta. Si sentiva leggero, e non fosse che per quella bella sensazione, finalmente, dopo tanta pesantezza, era sicuro che
stava facendo bene, qualunque cosa stesse davvero facendo.
Jonathan restava in silenzio. In realtà aveva un po’ di paura, ma aveva così poco da perdere, ma Giovanni non era una cattiva persona e Saverio era amico suo, quindi non sarebbe successo niente di male.