Resti

Quel che resterà di me non so

forse ricordi in chi mi ha incrociato

finchè resistono

Quel che lascio di me so

è quel che ho scritto in parole e note

Quel che ho suonato ha avuto il tempo di un momento

a me dà il respiro

e resta nell’attimo dell’aria

Quel che ho scritto e scrivo no

Ma che io lasci qualcosa

non vuol dire che qualcuno lo raccolga

lo legga lo metta a sua volta nell’aria

e quindi

so

lascio qualcosa

forse a qualcuno

più verosimilmente

al nulla

Eppure

non smetto

cerco e ricerco

butto ponti che dal mio lato

si tuffano verso altra sponda

gesto inconsulto

pazzo

perchè cos’è quest’altra sponda

nessuno lo sa

il ponte gettato

si getta nel vuoto

sa che suo destino è il crollo

eppure

il ponte può solo unire

lanciarsi

Geografie dai miei libri: Amburgo, Parigi, Inghilterra, Grecia, … Pedaso

Dopo averci girato intorno per un’ora, col solo risultato di mettere in ulteriore disordine le sue carte e i suoi libri, decide di lasciar  perdere, e di cercare di riposare. Sale in camera, il sole la riempie. Si toglie i vestiti, si butta sul sui giaciglio ai piedi del letto rimasto senza materassi. Il suo comodo cuscino è un piacevole supporto alla pesantezza della sua testa e del suo collo. Ma forse proprio per questo si gira sul fianco e lo abbraccia, con solo una sua parte a
sostenere la testa, e il resto tra le sue braccia. Si copre col lenzuolo sopra al viso per proteggersi
dalla luce. Il pensiero corre alla sua immaginazione di Waldemar che va in giro
ragazzino per Amburgo, che fa il bagno nudo in Grecia, che fa l’amore in modo forsennato con
Maria dentro la tenda… Sente salire un’eccitazione, si mette in contatto col suo corpo, si accarezza, nel tentativo di  calmarsi. Il pensiero è andato a Jonathan, alla passeggiata, ma subito dopo alla sua furia. E ancora rimbalza a Waldemar che fa il gigolò a Parigi, e poi a Waldemar che va in Inghilterra con Dorothy
sperando di farsi adottare dai genitori nobili e ricchi di quell’improbabile fidanzata comunista, mentre Dorothy vuole presentarlo come il suo fidanzato e con l’occasione farsi dare del denaro per inventarsi una vita a Parigi. E ancora Jonathan e la giacca di Girolamo. Il gesto di porgere a Jonathan quella giacca di suo padre, e di abbracciarlo, con quella bella giacca. Un ricordo improvviso a quel suo primo bacio a Giorgio, il primo della sua vita, la sua prima notte d’amore, totale e disperata fin da quel primo bacio. Giorgio, che aveva tentato di cancellare dai suoi pensieri, restandone totalmente frustrato.
Giorgio, ancora il suo modello di perfezione, l’Amore perfetto. Appunto, impossibile. Pensieri
che saltano e rimbalzano, mentre il suo sesso si sveglia e si addormenta e si risveglia ancora.
Un’agitazione incontenibile, a coprire ciò che proprio non vuole riconoscere. E ancora il
laboratorio tutto in ordine, lo sgabello rovesciato, i ragazzi che giocano. Il tavolo rotto, il tavolo
sostituito. Elizabeth. Waldemar che dopo la guerra presenta a Christopher moglie e figlio. Ma
anche le lettere tra Christopher e Morgan, e la storia di Morgan col suo Bob, e con la moglie di Bob, Mary, e loro figlio, Robin, che lo chiama zio. Perfetto. Appunto, e reale.
Saverio si alza, si guarda allo specchio. Si vede spento e invecchiato. Non si riconosce.
Vuole ritrovarsi. Si riveste, il sole è ormai quasi tramontato. Scende da Elizabeth, seduta a preparare un dolce per i ragazzi, che si volge verso Saverio, lo ringrazia per il tavolo, con voce raccolta.

Jonathan non è tornato. Il suo sguardo è addolorato, ma non vinto, vuoto, ma ostinato.
Saverio le dice che va a cercarlo. Lei chiede dove, chi può sapere dove mai è andato, ma lui la
conforta e dice che pensa di sapere dove sta. Lei lo guarda ancora: Saverio conosce un posto dove
Jonathan può essere andato, è un pezzo della loro vita, e lei non lo sa. Ma non è cosa nuova per lei.
Nulla è nuovo: era solo questione di tempo.


Saverio si mette in macchina, il buio della sera avanza, mentre il tramonto è infuocato nel cielo. Va verso il mare, dalla parte verso Torre di Palme. Ha fatto mille volte quella strada che costeggia la riva da vicino. Si avvicina a Pedaso,
gira verso la stazioncina, vede il furgone di Jonathan, lascia la sua macchina. Imbocca il sottopassaggio, va dall’altra parte dei binari, dove cominciano subito gli scogli che seguono la costa a proteggere la ferrovia, e uno scomodo sentiero lungo la massicciata artificiale, cammina, il mare a sinistra è chiuso da un’altra
serie di scogli frangiflutto a qualche decina di metri in mezzo all’acqua, prosegue fino a che
arriva ad una lunga scogliera a molo da cui parte la protezione della costa verso nord, mentre
verso sud la linea di battigia gira un po’ a destra, con un punto che ne copre il proseguimento, e
così la ferrovia, e in alto sulla collina, quasi un piccolo promontorio, il faro, e mentre il sentiero prosegue ancora più stretto e scomodo, lui gira a
sinistra e prende il molo di scogli, mentre guarda a destra due vecchi massi, chissà se sono naturali, e altri piccoli a fior d’acqua, che tutti
chiamano gli Angeli.
Il tramonto è rosso dalla parte delle colline e delle montagne, acceso, e gli Angeli presentano il
loro profilo definito e le loro facce quasi d’argento sul blu intenso del mare, ancora molto increspato dopo la forte burrasca del mattino, ma che va calmandosi dopo la caduta del vento. Il molo è lungo. Si intravvede una persona seduta in fondo. Saverio avanza senza esitazioni, e come immaginava trova Jonathan seduto alla fine del
molo di scogli, davanti agli Angeli. Jonathan sente arrivare qualcuno, ma sa benissimo chi è ad arrivare, e non si volta.
Saverio si avvicina. Ormai fa freddo, e gli mette sulle spalle la camicia, e la giacca, che aveva portato per lui. Poi gli si siede vicino, senza una parola. Restano così per un po’. Il respiro di Jonathan, che si era agitato al suo arrivo, rallenta di nuovo. Invece quello di Saverio si affanna.
Scende il buio e si accendono le prime stelle. Non c’è luna. Si sente solo il rumore del mare. E anche il respiro di Saverio si calma.

Si calma.
Calma.

(Waldemar, cap. XVI, 11 novembre 2011, 5)

Geografie dai miei libri: Bruxelles

Magda 1


Frau Magda Levy-Strauss cercava di distrarsi guardando le vetrine dell’Avenue Louise. Era uscita da casa sua in Rue du Buisson e si era avviata con calma verso lo studio del suo maestro di canto. Il grande boulevard che stava percorrendo era illuminato da un tiepido ed insolito sole per il consueto grigiore dell’autunno di Bruxelles, ma comunque quel pomeriggio restava triste e spento come sempre. Non aveva mai amato quella città, anche se era forse il posto giusto per lei. Tranquilla, elegante, internazionale, Bruxelles era un posto anonimo, dove era facile far dormire le voci e perdersi senza avvedersene in un oceano di cortese estraneità al suono di voci amabilmente falsettate; la voce di testa come simbolo di asessuata educazione nell’abitudine della lingua parlata aveva sempre dato a Frau Levy-Strauss un senso di riposante astrazione, che ben contribuiva a rimandare indietro le sue infantili cognizioni teutoniche delle voci dei grandi, ed anche se quella finta innocenza nel tono della voce della gente di Bruxelles, nella parte francese della città, quella che crede di essere una seconda Parigi, fosse per lei vistosamente artificiosa, la confortava molto quel modo di parlare perennemente aggraziato. Sembrava mancare ogni tipo di tensione. Bruxelles aveva poi un’altra caratteristica che ben si adattava a Frau Magda: era forse l’unico posto al mondo dove anche un sole splendente nel cielo terso e azzurro, il che peraltro compariva raramente, non toglieva alle strade, ai palazzi, ai grandi alberi, alle case antiche il ricordo del consueto grigiore; nulla a Bruxelles poteva cancellare il memento mori mai espresso ma da tutti vissuto.
Il modo in cui era venuta a conoscere il suo maestro di canto era molto curioso. Un giorno di quattro anni prima, rimettendo in armadio una giacca di suo marito, vide cadere un bigliettino e non poté fare a meno di leggerlo. “Ci vediamo sabato mattina al caffè di Rue du Bailli alle 10 e poi andiamo nel nostro solito nido alla Trinité: non vedo l’ora di farti tante carezze dove più ti piace… Monsieur Thomas è già stato informato, ci terrà la stanza rossa. Un caldo bacio. Jasmine.”

Frau Levy-Strauss sapeva benissimo che suo marito si incontrava con qualche signora, e sapeva che non era certo per le sue capacità amatorie che lui poteva conquistare una donna. Era normale, tutti gli uomini d’affari hanno una moglie decorosa e decorativa, e un’amante per far finta di essere ancora giovani, ed era parte del gioco fare in modo che lo si sapesse, come se il rendere nota la propria vitalità sessuale fosse una credenziale nel mondo del business, fosse un modo per far vedere di essere del tutto all’altezza della gara per l’arricchimento. Purché lom spazio lasciato all’esibizione della giovinezza dei sensi fosse educatamente arginato in un ambito preciso e non intaccasse le buone apparenze ufficiali. Del resto, Magda non poteva lamentarsi: aveva sempre ricevuto tutte le più educate attenzioni dal marito, era sempre stata formalmente rispettata, lui la portava sempre con sé nelle circostanze ufficiali e mondane, e la deferenza con cui in tali situazioni era presentata era per lei una garanzia di serenità, e le dava la possibilità di vivere negli agi borghesi di una capitale senza mai dover ripetere due volte una sua qualunque richiesta. Lei sapeva di essere una moglie perfetta, sempre curata e fine nelle sue sete bianche, con un che di nobilmente malinconico nella
pelle diafana e negli occhi distanti tra loro e distanti da ogni oggetto, con le sue perle perennemente sul polso sinistro in vari giri, e in un filo attorno al collo.
Ma era comunque una donna, anche se sapeva che ormai non poteva competere con le giovani, e non le giovava a nulla sapere di avere comunque una posizione di maggior forza rispetto a quelle… Non osava neanche nominarle. Comunque la sua curiosità di vedere chi fosse “quella” la portò a far colazione alle 9,45 di quel sabato mattina in un caffè di Place de la Trinité da cui poteva ben vedere
i tavoli in vetrina dell’altro caffè, quello dell’appuntamento, ed anche buona parte di tutta la piccola piazza davanti alla graziosa chiesa barocca. Suo marito arrivò puntuale alle 10 (era sempre stato un tipo preciso). In leggero ritardo arrivò quella. Era una donna alta, troppo alta per suo marito, con un soprabito rosso aperto ed una bella capigliatura scura sciolta al vento. Rideva e ammiccava, e suo marito rideva imbarazzato. Dopo mezz’ora i due si alzarono, girarono a destra in Place de la Trinité ed entrarono, dopo aver suonato e senza aver risposto, in un portone anonimo di fianco al ristorante greco, che subito si chiuse dietro le loro spalle.
Per un anno intero Magda aveva fatto finta di niente e aveva cercato il coraggio di suonare a quel portone e chiedere con una scusa a quel Monsieur Thomas chi fosse la bruna sfacciata. Il suo orgoglio femminile ferito la portava ad un’ulteriore umiliazione, ma non poteva fare a meno di pensarci, la sua curiosità montava sotterranea. Suo marito, come nessun altro, non si accorse mai di niente, neanche dell’ulteriore allontanamento dello sguardo di sua moglie da ogni cosa, e questo la
rendeva ancora più adatta al ruolo che lui le aveva assegnato, e per il quale la sua Magda era tagliata ad arte.
Alla fine, una mattina piovosa di dicembre, Magda suonò. Pioveva e tardavano ad aprire, e lei si bagnava. Infine comparve un signore piccolo ma ben fatto, vigoroso e dalla voce molto timbrata, di età indecifrabile, con occhi freddi e taglienti come lame. “Chi è?”

Da “la vove di Mignon – Viaggi nel canto tra Goethe e Schubert”

Un gioco per violino

Domenica 12 luglio prima esecuzione di
Un gioco per violino

Questo pezzo per violino solo vuole affrontare alcuni argomenti musicali e non, e non affrontarne altri.

Cominciando dai secondi: non mi interessa la retorica compositiva della “ricerca di nuove possibilità dello strumento”: il violino è strumento di antica tradizione e ricchissima letteratura in ogni  genere musicale, e non sono cosí arrogante da pretendere di trovare qualcosa di nuovo.

Questo apre a un mio atteggiamento di fondo: la ricerca del nuovo in se’ non è la mia ricerca, perchè non ritengo che i linguaggi umani, inclusa la musica,  siano in perenne tensione direzionale orizzontale verso un’evoluzione continua, piuttosto ritengo che il mio essere qui ed ora come essere umano senziente pensante creante possa solo mettersi a confronto con quanto già esista per cercare il proprio specifico respiro vivente.

Gli argomenti che ho voluto affrontare:

  • il confronto tra suono di corda vuota e suono di nota diteggiata. Simbolicamente richiama il vuoto, appunto, cui la volontà non può apportare nulla, e l’azione determinata della volontà umana che “muove un dito”
  • il confronto tra suono singolo e suoni doppi: il violino ha una sua vocazione originaria alla monodia, ma ha anche ampie possibilità polifoniche, delle quali Maestro assoluto è stato Bach; il riferimento ideale a Bach è evidente, specificamente alla meravigliosa Ciaccona in Re minore
  • la tonalità di LA maggiore scelta è particolarmente cara al violinista, perchè il violino sembra esser strutturato per suonare meglio in questa tonalità, come anche in quelle di RE maggiore e SOL maggiore. Non mi interessa mettere lo strumentista a disagio, anzi, vorrei che suonasse volentieri la mia musica, e non vorrei che si sentisse mai messo in sfida, anzi, vorrei che la naturalezza del gesto esecutivo fosse facilmente raggiungibile
  • La tonalità di riferimento non genera nessi funzionali, ma rappresenta piuttosto una molecola coesa al suo interno e galleggiante in un nulla, dato dalla corda vuota vibrante
  • Il vuoto richiama, a sua volta, simbolicamente, la morte, intesa non come portatrice di sofferenza e lutto, ma come stato dell’essere.
  • La Ciaccona di Bach in RE minore porta al suo interno una serie di citazioni implicite a corali luterani tutti di contenuto luttuoso, di ripensamento doloroso intorno alla morte, come illustrato da un mirabile programma inciso su cd 25 anni fa col titolo MORIMUR dallo Hilliard Ensemble insieme al violinista Christoph Poppen. La drammaticità della scrittura della Ciaccona è quindi intrisa di lutto, che è la morte vissuta emotivamente da chi vive e cerca di continuare a vivere
  • La mia piccola composizione scritta in LA maggiore è, come dicevo, privata di una strutturazione funzionale, e ripercorre alcuni tratti della scrittura della Ciaccona di Bach in una luce in qualche modo rasserenata, pacificata. Essendo tutta in LA maggiore, puó essere idealmente pensata come una sorta di grande cadenza sospesa che poi andrà a incontrare l’intensità drammatica della Ciaccona in RE minore di Bach (LA maggiore come dominante di RE minore)
  • La dedica a Martina Casetta è fondamentale e appartiene alla sfera privata
  • Il ringraziamento a Piero Binchi, primo esecutore e amichevole ausilio alla soluzione efficace di problemi esecutivi, non ha nulla di formale.

https://www.discogs.com/it/release/16920879-Christoph-PoppenHilliard-Ensemble-JS-Bach-Morimur?srsltid=AfmBOoobXU6Cgdol13I5Jf1laqwiEL7ZL2CcUIvTa81aZk4OjG5zOVnc

Domenica 12 luglio, nel secondo concerto della XII edizione di Musica nelle Case d’Abruzzo, è stato eseguito il mio pezzo UN GIOCO PER VIOLINO.
L’interprete è stato il mio carissimo amico Piero Binchi, che ha dato a questi poco più di 6 minuti di musica tutta la sua energia, la sua gentilezza, il suo calore, il suo affetto.
Io non ho introdotto il pezzo, ma lui lo ha fatto dicendo una cosa fondamentale: che questa è una musica piena di relazioni.
Il pubblico, alla fine del concerto, ha chiesto che venisse bissato il mio Gioco.
A quel punto, nella seconda esecuzione, le emozioni mi hanno davvero travolto, e ho chiosato: i francesi dicono, alla loro maniera ampollosa, che la musica suonata per la prima volta viene creata, la prima esecuzione di un brano musicale è una crèation: hanno ragione loro, la musica solo scritta, prima di esser suonata non esiste ancora.

Non certo solo per la sua professionalità di violinista, Piero ha fatto questa cosa in modo tale che a me sia arrivata come uno dei gesti di amicizia più belli mai ricevuti.

Bruxelles x 70 speciali di B.

Bruxelles è una grande capitale multietnica. Non solo perchè ha avuto in Congo un impero sanguinario e genocida con cui si è arricchita e fatta bella negli anni della Art Nouveaux, che qui ha avuto una fioritura lussureggiante e specifica, ma perchè ha da sempre una vocazione internazionale, peró non da capitale culturale come Londra o Parigi o Vienna, bensì come puro luogo di attrazione e concentrazione di varia umanità in un luogo già di confine. Che oggi sia sede del Parlamento Europeo, con il nome di Altiero Spinelli sull’entrata, il sognatore che i nostri attuali governanti hanno denigrato e rinnegato apertamente,  è una delle ironie della Storia, visto che la magnificenza di Bruxelles viene dal colonialismo peggiore del Congo, nel XIX secolo, e dalle miniere di carbone, che per lo più erano fatte andare avanti dai minatori italiani, al 90% abruzzesi (Marsinelle…), venduti appena dopo la 2nd WW da un trattato di sfruttamento dei poveri lavoratori emigranti dall’Italia che qui sono venuti a morire di fatica, a mandare soldi a casa, e a portarsi le loro povere famiglie e la loro buona cucina in queste strade grige sotto un cielo grigio e piovoso, in cambio di una poltrona al tavolo della della stipula della prima cellula dell’Unione Europea, la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, con i due colossi Francia e Germania, e l’Italia ammessa in grazia della sua fornitura di migranti a basso costo e pretese quasi nulle: praticamente come in questi ultimi anni i raccoglitori di pomodori africani o gli stallieri indiani qui da noi.

Tanti tanti africani, neri del centro continente, o più chiari del nord. Tante donne col velo, ma tutte a viso scoperto, neanche un velo integrale, e tanti passeggini con tanti bambini. Tutti con espressioni tranquille, e con apparente integrazione. È tangibile che ognuno in realtà stia solo con i suoi: i neri stanno tra neri, i maghebini stanno tra maghrebini, i francofoni stanno tra francofoni, i fiamminghi stanno tra fiamminghi. Dagli italiani, nei loro ristoranti e pizzerie, vanno tutti, ma sono solo affari sulla retorica del calore italico in queste terre grige.

Muoversi in autobus è facile ma scorbutico, perchè le strade o sono  piene di buche o strutturalmente fatte per far vibrare rumorosamente le vetture intere perchè pavimentate a quadrotti di quelli che a Roma si chiamano sanpietrini, e per giunta i guidatori lo fanno apposta ad accelerare e frenare bruscamente, e a fermarsi in modo che le porte si aprano davanti a un albero o a un raccoglitore di immondizia. Le strade sono mediamente tra lo sporco e il quasi pulito, le erbacce ricrescenti un po’ ovunque.

La metro funziona bene, ma le interconnessioni tra le linee sono cervellotiche e irrazionali, considerando che si tratta di una  città rotonda su un territorio sostanzialmente pianeggiante.

La città ha un centro medievale che nella Grande Place brilla d’oro e di gotica spocchia mercantile, centro ormai lasciato interamente all’industria del tipico per il turismo. Comunque è bello, ha carattere, e anche una sua eleganza.
Verso nord, il quartiere avveniristico dei grattacieli, uguali in ogni metropoli dei nostri tempi.
Verso est è cresciuta la città ottocentesca, quella elegante e francofona col complesso d’inferiorità verso Parigi, il quale qui produce un’aura snobistica verso quei grossolani dei fiamminghi, gente che è meglio non frequentare.
Tanti i parchi, belli, cintati da bei palazzetti che mai superano i tre piani, in quell’architettura armoniosa e specifica dell’Art Nouveaux di Bruxelles, spesso con piante rampicanti a ornamento, quasi che i parchi stessi vogliano andare oltre i propri limiti definiti. Sono ben disegnati, con geometrie simmetriche e prospettive, fontane e statue. I prati adesso va di moda lasciarli al naturale, con tante erbe e fioriture spontanee, anche alte, che li rendono ovvia ambientazione per tanti insetti, comprese pulci e zecche, quindi mi rendono sospettoso e poco incline a lasciare i sentieri. Invece gli indigeni si portano grandi lenzuola colorate da adagiare sulle erbe e su cui sedersi e stendersi al sole, davvero cosa esotica in queste terre grige.

Grigie finora: in questi giorni cieli azzurri limpidi e temperature sui 35°, percepiti 45, e non per mia irrilevante sensazione ma secondo le valutazioni della app meteo sul telefono. Con questo caldo e questa luce, africani neri e maghrebini stanno bene, gli italiani si sentono quasi a casa, e sbuffano proprio come si fa a casa, ma francofoni e fiamminghi sono attoniti: le vocine sussurrate e sempre in falsetto dei primi sempre magri e ben attenti all’abbigliamento formale, e le laringi basse dai suoni cavernosi delle teste dalle folte capigliature e barbe biondo-rossicce su pance generose da birra dei fiamminghi, in questo caldo inappropriato al luogo sono tutti davvero in difficoltà. Pare che il colonialismo inverso e di ritorno si sia venuto a prendere anche l’aria.

P.S. Sono stato a Bruxelles varie volte, a partire da 35 anni fa. Molto è cambiata, molto è rimasta uguale. Stavolta B. ci teneva a festeggiare  i suoi 70 andando ancora a vedere e sentire i cori della del festival internazionale dei cori LGBTQ+, Various Voices: a ognuno il PRIDE che più gli si addice.P.S. Sono stato a Bruxelles varie volte, a partire da 35 anni fa. Molto è cambiata, molto è rimasta uguale. Stavolta B. ci teneva a festeggiare  i suoi 70 andando ancora a vedere e sentire i cori della del festival internazionale dei cori L

A ciascuno il suo Pride

Riporto qui il capitolo XXIV di “Waldemar” a celebrazione, a mio modo, del giorno della rivolta di Stonewall (28 giugno 1969) e della nascita del Gay Pride.

Si, lo so, chiede troppo tempo per leggere, fa caldo, e non è semplice.

Chi leggerà, 5 minuti, non morirà, e forse penserà, qualcuno si emozionerà.

serata conclusiva di Various Voices Bruxelles 2026 – contro la violenza repressiva esercitata dalla polizia contro le minoranze

XXI- Venerdì 4 novembre 2011 – 6


– Adesso sono calmo e ti devo parlare. Io devo dirti delle cose, non devi interrompermi. Sono diventato matto stamattina, ma sei qui da due settimane, certo sei a casa tua, e non mi dici niente, e poi mi dai la giacca di tuo padre e ti vuoi fare una passeggiata con me, mi baci, e vuoi fare l’amore. Ma cosa credi, che tutto si può fare così? Tutto facile? Davvero per te è tutto facile? Avevi fatto bene a non tornare più. Ma ora sei tornato, e vuoi restare. A casa tua, hai ragione tu. Ma ci sono anche io. Tu a questo non hai pensato.Saverio lo interrompe: – Come fai a dire che per me è tutto facile? Manco da cinque anni, non lo capisci quanto è stato difficile per me tornare?– Sì tu torni a casa tua dopo cinque anni. Io a casa mia non posso tornare. Tu la sai la mia storia, ma forse non te la vuoi ricordare. Quando ero uno studente, a casa mia, in Ghana, quando facevo il College of Health Sciences, avevo tutto, mio padre aveva un buon lavoro al ministero, non mi mancava niente, potevo studiare. Non mi mancava niente. Venivo da una buona famiglia, come te, non avevo problemi. Quel giardino, con il laghetto lungo davanti all’entrata principale, il portico, la torretta. Bello. Io studiavo e facevo una bella vita. Poi ho conosciuto Elizabeth. L’avevo già vista in chiesa, ma poi l’ho vista che aveva un banchetto al mercato, proprio sulla strada per andare all’università, e aiutava sua madre. Una mattina era da sola al banchetto, e io non sono andato a lezione. Lei era bella. Sono stato con lei. Tutto il giorno. Ho scritto tante poesie per lei. Lei non aveva mai conosciuto un ragazzo che scrive poesie. I ragazzi dalle nostre parti sono diversi, uno come me non l’aveva incontrato.– Questo non me l’avevi mai raccontato.– Mio padre si è molto arrabbiato, e mi ha detto di lasciare Elizabeth e di pensare a studiare. Io però ero un uomo e volevo la mia donna. Capisci questo? Tu sei sempre stato da solo, hai fatto la tua vita facendo il cazzo che volevi, mai un legame vero, mai una moglie, mai bambini. Io volevo la mia donna, e avere figli con lei. Non volevo altro che stare con la donna più bella del mondo, la mia Elizabeth, e non smettere mai di amarci, perché fare l’amore con la donna più bella del mondo tocca solo a un principe. Ecco, io mi sentivo un principe, con lei. Mancava poco per finire il college, solo due semestri. Siamo andati via, io e Elizabeth. Le ho detto: andiamo in Europa, lì finisco l’università e vedrai che stiamo bene, e stiamo insieme subito. Eravamo innamorati. E stupidi. Siamo partiti. I pochi soldi sono finiti appena siamo arrivati a Roma. Niente università, niente lavoro, niente casa. Niente. Poi in chiesa metodista abbiamo conosciuto qualcuno che era anche lui del Ghana, e ci ha detto che dovevamo andare via da Roma e cercare nelle piccole città, nei paesi, dove si vive bene anche con poco. Poi incontro te. Te lo ricordi? Tu non avevi nessun problema, e mi hai risolto il problema della casa. Così. Quando mi hai parlato tu, la prima volta, era una cosa che non sapevo descrivere. Ho visto per la prima volta che un uomo è bello. Tu eri bello. Come facevo a non vedere che eri così bello? Ti ho voluto subito. Te non ho mai capito che pensavi, sei strano tu, non si capisce mai quello che pensi, stai zitto, guardi, poi fai cose che nessuno fa mai. Da diventarci matto, dietro a te. Improvvisamente Saverio pensò a Giorgio, a quell’unica notte d’amore, dopo esser diventato matto dietro alle meraviglie che quell’uomo per lui straordinario gli venivano rivelate di settimana in settimana per cinque anni, e a come all’esame la mattina seguente le abbia quasi urlate alla commissione, perché quei tesori dovevano essere seppelliti e abbandonati, perché Giorgio si sarebbe sposato a settembre, perché lui doveva lasciare Ascoli e tutto quel che c’era stato, perché tutto doveva finire, anche se dietro a Giorgio era diventato matto, come adesso Jonathan diceva di esser diventato matto dietro a lui. – E mi sono trovato a fare una cosa che un uomo sposato non fa. In Ghana non si fa e basta. Dio non vuole. Nessuno vuole. Non poteva andare avanti, e tu hai capito. Poi adesso, dopo anni che non ti vedo, e davvero mi sembrava che ho scordato tutto, torni. Due settimane che sei a casa, ma mi sembrava che tu avevi capito. Mi sembrava che potevo fidarmi di te. Stamattina però, hai sbagliato tutto. E ho sbagliato io a venire con te. Ma lo capisci cos’hai fatto? Ma come ti viene in mente? Eppure sei uno intelligente, hai letto tanti libri, insegni all’università, suoni il pianoforte. Non capisci un cazzo! Non sai niente di come va la vita! Come torno adesso a casa da Elizabeth? Come faccio? Dovrei ammazzarti di botte! Dovrei prenderti a schiaffi! Ma dovrei prendermi a schiaffi da solo, perché stamattina sono venuto con te per quella passeggiata. Non abbiamo fatto niente di male, solo una passeggiata. E tu mi abbracci, mi baci e vuoi che ti scopi? Chi ti ha dato il permesso? Sei uno stronzo che non capisce un cazzo! Ma io sono uno schifo di uomo, questa è la verità. Dio mi punisce ancora. Non sono un buon marito. Non sono un buon padre. Non merito niente. Non c’è un posto per me. Mai ci sarà un posto per me se non me ne vado da qui.Saverio ascolta in silenzio. Ancora in mente Giorgio, e subito dopo tutti i momenti belli con Jonathan. Pochi, ritagliati, ma belli. Anche lui aveva rinunciato. Si era sempre detto che era molto meglio per tutti che lui rinunciasse. Lo aveva già fatto con Giorgio, poteva sopportare. Anche con Galatea era finita, in un altro modo, ma anche quello aveva potuto sopportare.Anche se per rinunciare del tutto, cinque anni prima, era stato necessario un altro fatto, pesante, immenso.Eppure adesso non voleva. Non voleva più.Come poteva Jonathan tornare da Elizabeth? Come potevano entrambi tornare a casa? Jonathan lo ha accusato di aver sempre vissuto da egoista, di non capire nulla della vita. Saverio sa che della vita di Jonathan ha capito poco. Ma Jonathan cosa ha capito della sua?Il ritorno a casa: un’ossessione della sua vita. Di quella casa conosce ogni angolo, e ogni minimo particolare gli parla di una sofferenza che non finisce mai. Può descrivere a memoria con perfezione assoluta ogni cosa, e i movimenti che ogni oggetto aveva subito in tutti quegli anni. La sua memoria fotografica è assoluta e spietata, e non l’abbandona mai. Con quella memoria anche il flusso costante dei suoi pensieri nel silenzio della sua testa gli descrive tutto tutto tutto senza sosta. Ma in quel momento esatto, con Jonathan disperato, eppure calmo, che gli dice cose così pesanti, in mezzo al mare, davanti agli Angeli, alla fine di un giorno così luminoso e colorato, ancora tanto colorato dal tramonto, quel flusso nella sua mente di descrizioni automatiche della casa si ferma un attimo, e ricorda una pagina del suo Isherwood che aveva letto da poco:
Nella parete che separava le due case si apriva un paesaggio e, discesi tre gradini, ci si trovava nella sala da pranzo dal soffitto basso che un tempo doveva essere stato il soggiorno della fattoria originale. Sara mi guidò attraverso questa stanza, sino ad una porta che pareva uno sportello d’un armadio, e invece era l’uscio d’una scaletta angusta e ripida, completamente racchiusa tra due pareti di tavole dipinte in bianco, ed illuminata soltanto da una finestrina a vetri colorati. Tutte le volte che avevo ripensato a Tawelfan, m’ero ricordato sempre di quella finestrina. Su uno sfondo rosso si disegnavano grappoli blu e foglie gialle: devo aver passato delle ore a guardarla, quando ero piccino, ed a contemplare il giardino attraverso i diversi colori dei vetri, cangiando la scena a volontà, a seconda delle tinte che rispondevano a diversi stati d’animo, gustando la pura gioia delle sensazioni che non richiedono analisi. (“È l’idea che io mi son fatta del paradiso” aveva detto Elizabeth una volta, quando le avevo raccontato di quella finestra, “un luogo dove non hai bisogno di descrivere nulla”). Che impressione mi aveva fatto il rosso a quattro anni? E il blu, che cosa voleva dire? E il giallo? Forse, se ora mi riuscisse di saperlo in qualche modo, potrei comprendere tutto quello che mi è successo da quel momento a quello presente. Ma non lo saprò mai. Tutti gli organi della conoscenza sono mutati, e non m’è rimasto nulla che mi consenta di sapere. Ora, se guardo attraverso quella finestra, non vedo nient’altro che una filza di aggettivi.
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Improvvisamente Saverio sa che non c’è da aggiungere nulla, che qualsiasi parola andrebbe solo dietro agli aggettivi giusti, e che non è quella la strada. Zitto. Prende la mano di Jonathan, fredda, e se la porta al petto per scaldarla. Poi lo abbraccia stretto, forte, senza lasciarlo, e gli vorrebbe dire che lo porta a casa, di non aver paura, che ce la faranno. Lo aiuta ad alzarsi. Vanno in silenzio e
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MdS, pag. 33-34.con passo regolare lungo la scogliera, e poi lungo il sentiero, ormai si è fatto buio e si deve stare attenti, arrivati alla macchina Saverio apre la portiera per Jonathan, che sale guardando il furgone che resta lì, Saverio si mette alla guida, accende il motore, e parte. Arrivano a casa, Saverio porta Jonathan alla porta della sua cucina, i bambini sono già a tavola, Elizabeth in silenzio, la TV coi cartoni a riempire l’aria.– Ecco, sono andato a riprendere Jonathan che ha avuto un problema col furgone. Ha lavorato tanto oggi, è molto stanco. Buona cena.I ragazzi vanno subito da Jonathan, accogliendolo in modo festoso, e dicendogli di mangiare e riposarsi, che la mamma ha preparato un bel pollo nel tegame coi peperoni e il pomodoro, e tanto aglio e cipolla, e tanto peperoncino come piace a lui. Lui se li abbraccia un momento, forte, ma solo un attimo, guarda Elizabeth, che gli porge con gentilezza un bicchiere di vino. Saverio è già entrato a casa sua, nella cucina piuttosto fredda, perché non c’era stato e non aveva acceso il fuoco. Quello è il suo primo lavoro: fare fuoco nel camino. Jonathan gli aveva preparato una bella cesta di legna secca, era pronta ad esser bruciata, e poi aveva scaraventato tutto violentemente dentro al camino. Saverio mette ordine nella legna, e accende il fuoco. Poi prende un salame, un pezzo di pagnotta, ne taglia due fette, le mette in un piatto e le bagna d’olio, si versa un bicchiere di vino rosso, e mangia in silenzio, solo il fuoco che crepita. Ha fame, tanta fame. Apre anche un vasetto con delle melanzane, e un altro con delle zucchine. Quei vasetti che Elizabeth gli aveva regalato, fatti da lei. Alla fine si siede vicino al fuoco col suo terzo bicchiere di vino. Il tepore è un conforto, il tappeto gli permette di togliersi le scarpe e di liberare i piedi. Gli viene voglia di suonare. I pensieri ricominciavano a girare, tutte le immagini che lo perseguitano tornano alla mente, immagini belle, certo, della casa, che è sempre vuota nei suoi ricordi, senza Germana, senza Girolamo, senza la Mamma. Non vuole seguirle. Le due medicine che nella sua vita lo avevano soccorso erano il lavoro da falegname e il suo pianoforte.È il momento di suonare. Si alza, un po’ pesantemente, e va allo strumento che sta lì aperto con qualche spartito sul coperchio. Prende le Ballate di Chopin. La quarta. Gli piace suonare, soprattutto Chopin, lentamente, permettendo alle mani di trovarsi sulla tastiera, e di sentire se stesso al tatto delle dita, nel palmo che si allarga o si raccoglie, nel peso del braccio che si appoggia in fondo ai tasti, nelle spalle che in questo appoggiarsi si possono distendere e allargare, nella testa che può alleggerirsi, nel busto che può stare dritto senza sforzo, nelle natiche e nelle cosce ben posate sul sedile, nelle gambe che si abbandonano dolcemente divaricate, fino ai piedi che non devono restare attivi per usare i pedali; permettendo a tutto il suo corpo di dar spazio ai temi, ai contrappunti, alle armonie della scrittura complicata e preziosa di Chopin, di accogliere tutto questo nel suo respiro. Quelle ottave di SOL alla mano destra con cui si apre la quarta
Ballata, incongrue, che vengono da un altro pezzo che non è ancora finito e che ancora vibra nell’aria, ma che subito si trasformano in un tema nuovo, dolce, semplice, con quella sinistra delicata, e quei bassi che vanno a dare calore. Poi pausa. Un DO da solo. Solo. E parte l’ossessione. Quel tema che vorrebbe risolversi, ma non si risolve mai, e quindi si ripete. Ma gli viene in mente qualcosa d’altro. Si ferma.Schumann, nel primo dei Lieder di Dichterliebe aveva fatto la stessa cosa. Im wunderschönen

Monat

Mai,

nel meravigliosamente bello mese di maggio, ha una melodia che parte enigmatica e si risolverebbe, se fosse lasciata da sola, a cappella, ma invece le armonie del pianoforte sono in minore, e non solo, non si risolvono, è il pianoforte a costruire la luce cupa e infelice dell’enigma, e quel primo aforisma si chiude in sospensione, cercando di scaricarsi nel secondo Lied, e in realtà dovendo aspettare tutto il ciclo e la fine del sedicesimo Lied per trovare non pace, ma almeno un esito, che consiste nella fine del canto, la voce tace, e nel pianoforte che resta da solo citando il dodicesimo Lied, quello che dice:
Am leuchtenden SommermorgenGeh’ ich im Garten herum.Es flüstern und sprechen die Blumen,Ich aber wandle stumm.Es flüstern und sprechen die Blumen,und schau’n mitleidig an:“Sei unser Schwester nicht böse,du trauriger, blasser Mann!”
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Un aforisma che paradossalmente consuma mezz’ora di poesia e invenzione per arrivare a casa. Si alza, e va a prendere lo spartito di Dichterliebe. Parte da quella conclusione dell’ultimo Lied. Un canto che si risolve nel silenzio della voce, nel ricordo dei fiori che consolano il povero innamorato, che è passato per tutte le possibilità prima di immaginarsi sepolto nella bara, ma con rabbia e dolore per un amore impossibile.E poi ricomincia a suonarselo dal primo Lied, da quegli interrogativi del primo Lied, di cui lui suona solo la parte cupa, la parte pianistica, immaginando la bella melodia, e va poi di seguito al canto dell’usignolo che interpreta le sue lacrime di commozione, al sogno innocente di rose e gigli e colombi che tubano, al perdersi nel suo sguardo e al pensiero del loro bacio, alla
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Nel luminoso mattino d’estate, / nel giardino io passeggio. / Sussurrano e parlano i fiori, / mi guardano con fare pietoso: / “Non odiare nostra sorella, / tu triste pallido uomo!” – Lieder, a cura di Vanna Massarotti Piazza, Garzanti, Milano 1982, p,156.rievocazione dell’orgasmo attraverso la metafora dell’anima che si immerge nel giglio, dall’idealizzazione in un’immagine sacra e dorata nel Duomo di Colonia che in realtà è per lui traboccante di erotismo, alla negazione, finta, e tradita dalla rabbia ben espressa da Schumann nella scrittura ad accordi ribattuti e pesanti, tronfi e aggressivi, del risentimento per lei che gli spezza il cuore, alla pena parossistica del dolore non consolabile né dai fiori né dagli usignoli né dalle stelle, alla rabbia non reprimibile nel sentire l’orchestrina delle nozze dell’amata con un altro, una rabbia che porta l’anima pazza di gelosia dell’innamorato infelice a distorcere la danza in un ritmo grottesco e in un girare su stessa come una vertigine, alla storiella dai toni popolari, e quindi definitivi, della ragazza che sceglie un altro, e semplicemente così è, non ci si può far nulla, al luminoso mattino d’estate, appunto, una sosta allucinata, cesura emotiva del ciclo. Al delirio del pianto in un sogno amaro ad occhi aperti, che, senza la scrittura musicale di Schumann, ancora una volta, sarebbe tanto più banale nelle sole parole, per quanto bellissime, di Heine, e all’ossessione che monta, costruisce immagini irreali intorno all’amata, alla mitizzazione di un paradiso dove una natura sorridente e amica e una musica che invitano alla danza, in realtà molto sardonica, nelle ultime battute date al pianoforte, negano il dolore, che con rabbia, negata ma insopprimibile, infine, risolve nell’immagine della bara dove, insieme al corpo del poeta suicida o morto di stenti di sentimento, che poi è la stessa cosa, si seppelliscono tutti i sogni d’amore dell’infelice poeta. Ma il musicista Schumann non permette di assecondare tale dolore rabbioso del poeta Heine, rammentandogli, appunto, il suono di quel Lied, di quella canzone, dove i fiori, con lui pietosi, e che in quel momento lontano il poeta aveva pur ascoltato, lo esortavano a non arrabbiarsi con la fanciulla, loro sorella. L’amata che lo rende infelice è sorella di quegli splendidi fiori del giardino in una mattina d’estate. E finalmente quel
Meravigliosamente bello mese di maggio così lacerato trova la sua soluzione, musicale e poetica, nella voce che tace e nel pianoforte che suona, e la sua dolce pace. Finito Dichterliebe, riprende la
Ballata. Il lungo respiro elegiaco di quel tema secondario della
Ballata gli sembra adesso una consolazione, con quell’andamento dolce e sereno, l’armonizzazione a corale su un ritmo cullante di barcarola, e poi quei sorprendenti slanci di vitalità, i trilletti, i mormorii, addirittura la conclusione solare in una bella cadenza che sembra sciogliere tutto, e che addirittura ci ripresenta il ricordo del sogno iniziale, quel tema che arrivava da un altro pezzo che ancora suonava nell’aria prima che partisse l’ossessione, e che dopo un po’ di giri inquieti, perchè il sogno non si recupera, si tuffa in un vapore di arpeggio leggero e soffuso. Ma passa, non incide, è solo una parentesi, una pausa di buoni sentimenti, di sogni sereni in cui si vuol provare a credere. E torna quel tema ossessivo, che si ripete, si ripete, fino allo sfinimento, non si può uscirne, se non a sprazzi. Chopin va adesso a variarlo per diminuzione, peraltro già era passato precedentemente attraverso la cura bachiana svolgendolo in modo fugato, quel Bach che gli faceva da buon viatico ogni mattina nelle sue abitudini quotidiane di suonare sempre, per prima cosa, un preludio e una fuga dal Clavicembalo Ben Temperato. Ma anche far passare questo tema per la medicina di Bach non ne placa l’ossessione. Ossessione. Controllata da Saverio nel suonare lentamente, misurato. Controllata?Suonando al tempo giusto di esecuzione, le pieghe di quell’ossessione restano, ma si nascondono. Suonando come fa Saverio, lentamente, quell’ossessione in realtà si svela, apre i suoi confini sul meccanismo di pensiero che la supporta. Tutte quelle ripetizioni ossessive diventano, nella lentezza, lo sgranarsi di intervalli e incroci di suoni che ruotano su se stessi a spirale infinita, come in quel celebre disegno di Escher dove le scale salgono e scendono portando a un moto senza chiusura e a piani e pianerottoli incongrui, ingannevoli, a spiegare visivamente che i percorsi tortuosi della coscienza non possono trovare alcuna stabilità, che ogni sosta è inganno. Ogni sosta è inganno. Infatti Saverio raramente si era fermato. Quanti cambiamenti nella sua vita? Quel che Chopin propone come episodi diversivi, scoppi, riassorbimenti, fino alla pazzia del passaggio conclusivo che pare passione e temperamento e anche rabbia allo stato puro, suonando lentamente diventano come quegli approdi temporanei delle scale di Escher, cui non si può credere, ma della cui illusione non possiamo fare a meno. Mentre si sgranava l’avvitamento di quella Ballata, alla mente di Saverio venivano tutti i momenti di salita e discesa percorrendo le scalinate di Escher che aveva avuto nella sua vita, con soste improbabili su pianerottoli incongrui.Ma anche dire questo è solo riduttivo. Le armonie suonate lente nei loro cromatismi e nei loro cardini mostrano che il pensiero ossessivo è fondato, molto solidamente fondato, e trasfigurato solo apparentemente in gesto drammatico, ma in realtà si nutre di se stesso senza posa, se non con una chiosa furibonda che finisce in quattro accordi che servono solo a dire che lì si mette un punto, e chi ascolta pensa, sa che non è vero che tutto è finito, ma non capisce come e perché, mentre, a suonarli lentamente, quei quattro accordi stanno lì stentorei a disegnare sempre quello stesso giro melodico di quel tema ossessivo, forzato adesso a diventare cadenza, chiusura.In realtà quella parte finale, che potrebbe essere suonata e interpretata come un turbine tragico, è una costruzione ben più complessa. Dopo l’ultimo episodio felice, che era arrivato come illuminazione alla fine di una scala cromatica discendente e in diminuendo, arriva un’apparizione insperata, che si gonfia poco a poco di enfasi, in senso etimologico, cioè di ciò che sta negli interstizi vuoti tra ciò che è veramente ma solo meramente detto, fino a sciogliersi in arpeggi atematici, pura espansione di luce, che presto si incupisce e si fa tempestosa virando in tonalità minore e condensandosi in un solo accordo, poi ancora un arpeggio e una serie di accordi che vorrebbero diventare cadenza, non riuscendoci, e ancora un arpeggio, e ben tre battute di accordi secchi col basso che scende percorrendo molti scalini cromatici, e infine, alla quarta battuta, la testa del tema ossessivo che diventa davvero una cadenza, sì, ma strappata e veloce. E poi, il vuoto. Una pausa di tempo indeterminato, un silenzio denso, enfatico, il silenzio del non detto e forse dell’indicibile. Cosa c’è da dire? Una
filza di aggettivi forse? Cosa aggiungere a tutto quel che è successo? Dopo questo silenzio che arriva dopo il primo ciclone, ora sorgono dal nulla 8 battute, quantità classica, misura di equilibrio, per complessivi 5 accordi, dal primo e dall’ultimo, il candido e puro DO maggiore, tenuto infine per 4 battute intere, o quasi, perché la seconda metà dell’ultima è ancora un silenzio, stavolta però di durata misurata, non indeterminata. Il turbine era approdato drammaticamente a un DO minore. Si riparte però da un serafico DO maggiore con una sorta di corale che, affermandolo, cerca di asserirne la serenità, in senso discendente, per chiudersi, sì, per chiudersi, ancora in un DO maggiore, lungo, lungo, lungo, con la caratterizzante, quella nota della tonalità che può essere più alta o più bassa dando il colore del maggiore o del minore, qui maggiore, alla voce superiore, quasi a voler sottolineare la rappacif cazione, la volontà di rappacif cazione, la necessità di restare in quella rappacif cazione, di crederci, come in un gesto di fede, nel canto raccolto di un corale di chiesa.Una bella piccola vetrata colorata al sommo di una scala nel collegamento tra due case, un luogo per sognare, fuori da ogni flusso.Invece riparte il turbine, che in realtà sono a questo punto quelle scalinate di Escher, misuratissime, benchè apparentemente scivolose, che si fanno contrappunto tra di loro, con scale cromatiche ascendenti, anche per terze, e contrappunti tematici discendenti affidati alla mano destra, come se il moto ascensionale e quello discensionale, insieme, fossero compresenti e intersecati tra loro, così da diventare indissolubili, due punti di vista contemporanei nello stesso caleidoscopio, fino all’intensif cazione nei passaggi di ottave che scendono al grave mentre la destra disegna accordi cadenzali, il tutto ripetuto due volte, tentando di finire, senza riuscirci finisce in arpeggi complessi che tentano l’evanescenza, ancora senza riuscirci, perché il turbine monta di nuovo, per la terza volta, e finisce in scale discendenti e accordi con accenti in contrattempo, ultimi spasmi, perché si deve finire. Arriva di nuovo infine, davvero in fine, il tema ossessivo, in quattro accordi secchi e distanziati, e si chiude. Si deve pur finire!Ma non si può finire così. Come la
Ballata nel suo inizio formale presuppone in verità un inizio che sa di evocazione, così questa chiusura forzata, ma basata sulle stesse note dell’ossessione del vero tema principale, non finisce davvero, e quell’ultimo montare del fuoco può solo essere troncato con l’ossessione stessa infine ridotta a formula, a scappatoia retorica, a frase fatta, che non chiude nulla veramente, e che ha una sola possibilità: quella di essere bloccata, come il contenimento forzato di accesso emotivo ormai esploso. La
Ballata viene chiusa di forza, così come non è riuscita a partire per energia propria, ma ha dovuto nascere, perchè il suo nascere non si poteva evitare, da un tema che arrivava da fuori, da un altro mondo che ancora vibrava nell’aria, con quelle ottave appese nel nulla. La dissimulata angoscia si apre dal nulla scaturisce lenta ossessiva monta trabocca si tronca di netto.
Punto.Come è facile chiudere per forza.Mentre Saverio suona, sempre lentamente e con fare misurato, e arriva a quella fine, il fuoco continua a crepitare. Sotto la pergola si sente il rumore di una sedia spostata, e poi un altro, come di un bicchiere che qualcuno appoggia sul tavolo di legno.Saverio lascia il pianoforte, va alla porta, la apre, esce. Trova Jonathan seduto fuori, con un maglione. Ha avuto freddo, ora si scalda. Stando fuori.Saverio lo guarda. Una pausa indeterminata, quello sguardo. Jonathan risponde a quello sguardo. Saverio resta immobile.Jonathan si alza, si avvicina. Saverio si gira, entra in casa. Jonathan lo segue, si fermano davanti al camino acceso. Meno di un passo tra di loro.Il resto lo fa il fuoco

“Auf ewig wieder jung” Klavierabend Beethoven Schubert Brahms

Klavier-Abend

Schubert/Brahms
“Auf ewig wieder jung”


gli ultimi anni

– Beethoven – Abwesenheit (L’Absence) Andante espressivo, dalla Sonata op. 81a Les Adieux
– Schubert – 3 Klavierstücke D. 946 n.1
– Brahms – 2 Rhapsodien op. 79
– Schubert – 3 Klavierstücke D. 946 n.2
– Brahms – 6 Klavierstücke op. 118
– Schubert – 3 Klavierstücke D. 946 n.3
– Brahms – 4 Klavierstücke op. 119

La concezione di questo programma ha un lontano radicamento nella mia convinzione di una speciale affinità tra l’ultimo Schubert e il Brahms anziano.

Il programma si apre sulla scrittura enigmatica di questo Andante di Beethoven, modello vicino ma distante per il sempre giovane Schubert, modello assoluto per Brahms fino al compimento del suo arco. Già nel suo titolo evoca quel sentimento di mancanza che sembra accomunare le ultime composizioni schubertiane e brahmsiane, che dopo l’evocazione beethoveniana metto in dialogo serrato e drammatico tra di loro.


Il programma è pensato come un’unica drammaturgia musicale da non interrompere con applausi.

Per la primavera del 2026 e oltre.

L’esame di maturità di Saverio – Waldemar, cap. IX

Giorgio lo sapeva che a un certo punto sarebbe successo, lo aveva sperato, lo aveva fantasticato, lo aveva sognato nella sua solitudine. Non fu mai lui, che era molto più grande di Saverio, ed era l’insegnante, a fare il primo passo, ma lo aveva sempre saputo, fin dal primo incontro, che si amavano. Lo strinse forte, adesso Saverio era suo, in quel momento erano davvero uno dell’altro. Fecero l’amore come due pazzi scriteriati, come non ci fosse un domani, per ore e ore, finché si addormentarono madidi e sfiniti.Ed era così: per loro non c’era un domani. Il tempo era fermo. Era la notte prima degli esami di Saverio. Le persiane lasciate aperte svegliarono i due amanti col primo sole. Ancora ubriachi della notte, si abbracciarono nascondendosi gli occhi a vicenda, ma infine Giorgio si ricordò. Si alzò di scatto, fece un caffè. Avevano mezz’ora in tutto.Agli esami Saverio arrivò trafelato accompagnato da Giorgio. Dell’esame, cui non si era preparato negli ultimi giorni, non gli interessava nulla, ormai. Il professore di filosofia, seduto in prima fila, quasi non poteva riconoscerlo al momento in cui Saverio era arrivato a sedersi davanti alla commissione, e iniziò subito a temere, ma anche, ricordandosi della sua intelligenza brillante, aspettandosi qualcosa di molto speciale. Saverio in quel momento aveva bisogno di parlare, di buttare fuori tutto quello che in quegli anni era successo tra lui e Giorgio, e lo fece, trovando i modi e le parole per farlo davanti a sei professori schierati davanti a lui per assegnargli un numero, e dimenticando che dietro di lui c’era il professore che gli aveva insegnato i segreti della logica. E parlò del
Simposio di Platone, di Ovidio e delle
Metamorfosi, di Orlando Furioso sulla luna, di Leopardi e dell’
Ode del Pastore Errante dell’Asia, del Divano occidentale-orientale di Goethe, di
Così fan tutte di Mozart, di Schelling e della notte, ancora di Goethe con Schubert e lo Erlkönig, metafora della violenza dell’orco sul bambino del
Re degli ontani di Tournier, e ancora sulla notte e sulla luna di Eichendorff e Heine e del suo
Dichterliebe con la musica di Schumann, e dei veli di Maya di Schopenhauer e della Nascita della Tragedia di Nietszche, poi del Manifesto del Partito Comunista, del movimento anarchico col suo amore libero e il suo pacif smo, dell’interventismo prima e della nevrosi di guerra durante e dopo la Grande Guerra, dei giovani soldati che erano morti e non potevano più amare, dei papaveri dell’
Ode sui Campi delle Fiandre, di Chopin e George Sand a Parigi e a Mallorca e dell’ossessività della quarta
Ballata, della
Bohème di Puccini, di Dino Campana e Sibilla Aleramo e del loro amore folle, di Tennessee Williams, del
Tram che si chiama Desiderio con l’indicibile pazzia di Blanche e la canottiera torrida di Marlon Brando, e di
Zoo di vetro, di Ginsberg e dei suoi amori impazziti di parole, e delle strade perse nella mente di Kerouac, di Truman Capote e il suo
A sangue freddo, e, a specchio, della Banalità del male di Hannah Arendt, il male che colpisce restando nella norma, chiudendo tutto con la follia lucida e spietata di
Medea di Euripide nella versione di Pasolini, che era stato ammazzato appena a novembre, ma del suo quarto ginnasio, anche se gli sembrava solo ieri, appena arrivato ad Ascoli, appena prima di incontrare Giorgio, e che avevano studiato in autogestione, perché in classe non se ne poteva parlare, e proprio non si poteva capire come come come mai tutto tutto tutto questo era potuto accadere.I professori della commissione, che non potevano fermare quel fiume in piena, dopo essersi arrovellati all’inizio guardando sui vari verbali d’esame su quale razza di programma si fosse preparato quel ragazzone geniale grande e grosso come un armadio e con un barbone riccio e nero da incutere soggezione mentre citava versi e passi a memoria con voce inesorabile, ben presto si fermarono ad ascoltare, la sola cosa che potevano davvero fare, e, alla fine della grande ondata durata ben più di un’ora, dopo un attimo di silenzio, applaudirono. Il professore di filosofia rimase attonito e immobile, quando Saverio si alzò incrociò per un attimo lo sguardo del suo allievo prediletto con un senso di sofferenza per un tradimento ricevuto, da una parte, e dall’altra per un senso di estraneità totale pur se piena di ammirazione per una creatura non solo pensante, come lui la conosceva, ma anche fortemente senziente, che si era appena manifestata al mondo, e che lui non aveva mai conosciuto. Saverio non udì l’applauso. Si alzò, vide Giorgio in un angolo, che non riusciva ad alzare lo sguardo, tanto era perso nella sua ammirazione e nel suo dolore, ripercorrendo tutte le parole tra lui e Saverio, e non ne era caduta neanche una.Ma andò da Girolamo, arrivato puntuale per l’inizio dell’esame, in tempo per preoccuparsi e poi tranquillizzarsi a vedere il suo ragazzone arrivare trafelato insieme al suo maestro di pianoforte, entrambi scarmigliati come se fossero appena arrivati da un viaggio in terre lontane, restando in piedi in fondo, come una colonna, un Atlante, orgoglioso di quel figlio speciale. Saverio si abbandonò su di lui e lo abbracciò stretto. E pianse come un bambino.

Il tempo era caduto.

Voglio poter scegliere ogni giorno cosa voglio fare

Ieri ho rivisto un giovane amico. Formazione seria in due ambiti totalmente diversi, con ulteriori varie specializzazioni settoriali in uno dei due, di quelle che di solito se ne sceglie una sola per impostarci una carriera.

Adesso poi gli si aggiunge una ulteriore passione, una terza strada a tutti gli effetti.

Gli ho chiesto: ma a te cosa piace davvero fare?

E lui mi ha risposto così: voglio poter fare ogni giorno quel che ho voglia di fare.

Il mio stesso porgli quella domanda imponeva una scelta, e mi rendo conto, a posteriori, che era una coazione a ripetere: io stesso ho sempre fatto cose diverse tra loro, molto diverse, e purtroppo ho dovuto pagarne pegno più volte.

Non essere riducibile a una sola definizione, neanche a essere qualcuno che fa qualcosa e poi per passatempo ne fa anche un’altra, ma essere una persona che fa oggettivamente varie cose in modo serio, ha un prezzo sociale: soprattutto chi ti conosce da sempre, si stanca, si sente sbattuta in faccia la sua stessa fedeltà a se stesso, e, superato un qualche moto di invidia per tanta poliedricità che fa venire il mal di mare, e attuata la strategia dello sguardo di sufficienza dall’alto del proprio essere una cosa qualunque  ma molto riconoscibile, risolve non guardandoti più, ignorandoti,  e relegandoti nell’esotico, quindi ti cancella.

Non esisti più.

Non poter corrispondere a una sola etichetta chiara e netta è destabilizzante per chi ti conosce e non fa in tempo ad accogliere un altro punto di vista su di te, che tu già gli presenti un’altra faccia.

L’errore di fondo del poliedrico è poter pensare di esser riconosciuto da chi lo conosce da sempre. Il mondo può accettare una cosa alla volta, e chi è più cose insieme deve vivere in mondi diversi e settoriali, ciascuno adatto ad accogliere una sola delle sue facce. Il poliedrico non ha amici e non ha casa. Il cielo sulla sua testa è infinito.