Sorrentino

“Lo sai qual è il vero problema, Rachel?”

“Quale?”

“Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò cosi…” all’età in cui si dice “è andata così…”

“Non è vero che è meglio tardi che mai, se è tardi è tardi e basta!”

This Must Be the Place

Paolo Sorrentino

Anni fa ho scritto un piccolo libro su Paolo Sorrentino, sulla sua produzione fino a “The young Pope”. Lo si può acquistare in internet:

L’aldilà è un soppalco

Ecoone qui il testo integrale:

Povera Beatrice

I politici oggi al potere sono veramente stupidi: non hanno ancora capito che col loro comportamento protervo non hanno aiutato la loro protetta, che avrebbe semplicemente bisogno di tempo per farsi apprezzare e per ottenere contratti internazionali di qualità per arricchire il suo curriculum prima di una nomina così rappresentativa… l’hanno proprio danneggiata, bruciata, resa simbolo di una negatività professionale che neanche le appartiene davvero: è una normale professionista, ma adesso questo non esiste neanche più, è diventata solo una raccomandata di ferro da stigmatizzare e mettere alla berlina. Non la invidio di certo.

Peter Pan?

mah… da 64 enne non condivido così tanto… rivendico il diritto di stupirmi e di emozionarmi non come un ragazzino ma come una persona che ne ha già viste tante, e ogni volta se ne ricorda qualcuna, richiamata dall’occasione del momento; rivendico il diritto di non dover saltare dritto in piedi e scattare all’arrembaggio, perchè adesso scelgo meglio e in anticipo; rivendico il diritto di essere un po’ stanco e di restarmene a casa tranquilo; rivendico il diritto di conoscere tante conseguenze di quel che potrei fare, e di scegliere, appunto, di conseguenza; rivendico il diritto di fare le mie trasgressioni in piena consapevolezza e davvero liberamente, finalmente.
I vantaggi di essere giovani sono ovvii, come i suoi rischi, che preferiamo dimenticare.
I vantaggi di non esser più giovani andrebbero analizzati e recuperati dalla nostra generazione, che col tempo, lineare e circolare, ha un problema irrisolto.

Ricordo come fosse adesso cosa pensavo da ragazzino di 6-7 anni quando sentivo i discorsi di mia madre con le sue sorelle, le quali all’epoca erano intorno ai 40-50 anni: “ma come è possibile essere così vecchi???”

Non è neanche così male, se la salute regge e si fa in modo che regga.

TEOREMA CANTATA PROFANA

Posso dire che lavorare a questa composizione è stato sorprendente: volevo scrivere un paio di liriche per Samantha, da mettere insieme alle 2 liriche che ho già scritto per lei e alle 5 che ho scritto per Matteo.

Poi ho trovato e acquistato una copia della prima edizione di Teorema: mi ha preso, proprio nei giorni di novembre in cui rintoccavano i 50 anni dall’assassinio di Pasolini, e ho pensato che quell’avvenimento che aveva segnato la mia adolescenza (facevo il ginnasio a Pescara, occupazione e gruppi di studio autogestiti su Pasolini appena assassinato…) non potevo farlo scivolare via. Ho cercato dei testi lì dentro per Samantha, ma mi sono reso conto che quello che selezionavo andava oltre. Si è aggiunta la necessità di avere Matteo, e i lunghi testi hanno prodotto uno stile declamato che tanto ha dentro di se’ di maniacale e di compresso.

La natura dei contenuti mi ha portato al confronto diretto con Bach, che quasi mi ha preso per mano.

E proprio mentre ricopiavo la parte bachiana, mi arriva in regalo il sermone di Emanuele Fiume, che mi ha dato la prospettiva di tutto questo lavoro profano e sacro insieme, anche se il senso del sacro di Pasolini in se’ non lo condivido proprio, anzi, proprio perchè grazie   alle parole di Emanuele ho potuto capire perchè questi temi che io ho raccolto nella mia Cantata Profana in realtà sono pienamente pervasi del desiderio di Dio che salva, oltre che del desiderio umano che svela e distrugge tutto ciò che incontra sulla sua strada.

13 numeri! E mi sembrava davvero di essere in un flusso creativo che lievitava autonomamente.

Non vedo l’ora di montarla e suonarla con Samantha e Matteo, questa Cantata Profana, e magari di farlo davanti a Emanuele: sarà un processo di agnizione e svelamento.

Ho finito questo lavoro appena prima di Natale: ho poi trovato questa bellissima citazione pasoliniana degli anni in cui lavorava a Teorema:

“Siamo arrivati all’insopportabile Natale. Non ho niente da aggiungere a quanto dicevo un anno fa, qui, contro questa festa stupida e irreligiosa.

Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!

Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!

Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che I’ agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore –
sia segno di festa e di gioia!

Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso). Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante.”

Pier Paolo #Pasolini

📚 Tanti auguri!, 1970, Da “Il caos” sul “Tempo” 1970 in “Saggi sulla politica e sulla società”, di P.P. Pasolini, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori, Milano, 1999, p.1272.
📷 Pier Paolo Pasolini sul set del film ‘Teorema’. Milano, Marzo (1968) © Mondadori Portfolio/Tutti i diritti riservati

https://youtu.be/5RK5L1KeQzA?si=sVHs9QT2MqUGxDXa

Pasolini intervistato su Teorema

https://youtu.be/w9Ef1y_OY-U?si=t_PA3KHJcfbiA3PW

L’ultima intervista di Pasolini, 31 ottobre 1975

https://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/pagine-corsare/la-vita/morte/siamo-tutti-in-pericolo-lultima-intervista-a-ppp-di-furio-colombo-1-xi-1975/

CSC PPP

FONDO ANGELA MOLTENILa vitaMorte

“Siamo tutti in pericolo”, L’ultima intervista a PPP, di Furio Colombo (1. XI.1975)

Nel pomeriggio del  1° novembre 1975 Pasolini rilasciò a Furio Colombo un’intervista di cui pensò anche il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Avrebbe dovuto rivederla il giorno dopo, ma il destino volle diversamente. L’intervista, uscita poi l’8 novembre 1975  su “La Stampa-Tuttolibri”, fu riproposta con una premessa di Furio Colombo su “l’Unità” del 9 maggio 2005. Il testo è leggibile anche nel volume Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W.Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999, pp. 1723-1730)

“Siamo tutti in pericolo”. L’ultima intervista
di Furio  Colombo
testo ripubblicato in

“l’Unità” –  9 maggio 2005

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione, che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.
Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?
Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.
Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?
Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?
A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.
No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.
Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che viene con maschere e con bandiere diverse. E’ vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri, per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente, salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…
Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?
Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non so quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?
Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma

Pescara e il teatro che non ci sarà mai

https://www.ilcentro.it/cultura-e-spettacoli/la-stoccata-di-toni-servillo-ai-pescaresi-meritate-un-teatro-migliore-di-questo-agk62e01

Pescara è una città che ha avuto l’occasione di farsi un vero teatro, ma la solita miopia e il solito bailamme localistico hanno preferito fare il ponte del mare, contenti delll’immagine da cartolina e non con il disegno di dare un vero luogo identitario ad alto livello, ma mi viene il sospetto che ai pescaresi vada benissimo la cartolina e che il teatro se lo meriterebbe una vera città, che non è Pescara.

In attesa del Natale, un sermone del Pastore Emanuele Fiume

Francesco Bonelli in “Voltati Eugenio” di Luigi Comencini (1980)

Domenica 14 dicembre 2025, III di Avvento, festa dell’albero.
Matteo 18,1-6
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù, dicendo: «Chi è dunque il più grande nel regno dei cieli?» Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.

Ecco l’Avvento… i discepoli che si avventano su Gesù. Non come si sono avvicinati gli angeli, i Magi e i pastori, ma come ci avviciniamo noi, anche quest’anno, perché anche noi ci avviciniamo – o ci avventiamo – con la stessa noiosa e pestifera domanda dei discepoli: “Chi è il più grande?” Chi è più importante, chi è maggiore? Io o mio fratello? Io o lui? Io o la consuocera? Una persona come me si merita tanto in questi giorni di festa… Perché chi è più grande deve avere di più e vuole avere di più… Eh, questo non cambia. Non è l’Avvento ad essere sempre uguale, non sono il culto o il pranzo di Natale che non cambiano. Questo non cambia mai! Non cambia mai la nostra finta domanda di discepoli a Gesù: “Chi è il più grande?” E la risposta, la sappiamo tutti, siamo tutti d’accordo e la sanno anche gli asini? Chi è il più grande? IO! A questo avvento del peccato dei discepoli, del credersi chissà chi, del voler essere riconosciuti e onorati che è il classico peccato che si fa in chiesa, che è il peccato che ha generato il potere papale, il peccato che nasce e cresce qui… all’avvento secondo i discepoli con la loro domanda presuntuosa, Gesù risponde con mezzo presepe vivente del vero Natale: e allora cambia tutto, paf, mette lì in mezzo, al posto d’onore, un bambino. Ecco il vero presepe del vero Natale: tutti intorno al bambino!
Se non cambiate… dice Gesù. Perché a Natale cambia tutto. A Natale Dio Onnipotente è cambiato, perché è diventato bambino. Noi possiamo cambiare e diventare bambini per entrare nel suo regno. Se non guardiamo il mondo all’altezza di bambino, non vediamo Gesù e quindi non vediamo la porta del regno dei cieli.
Primo: Gesù mette il bambino in mezzo perché Dio stesso è diventato bambino. Non “uomo”, Gesù non è venuto al mondo già con la barba e i capelli lunghi, Gesù è nato esattamente come siamo nati tutti noi e tutti i nostri figli. E i bambini all’epoca non contavano nulla, scorrazzavano nei villaggi fino a dieci anni, poi imparavano a malapena a leggere (ma spesso era meno fatica mandarla a memoria), a leggere il primo capitolo della Bibbia, così facevano la loro Confermazione e restavano con questo livello di istruzione tutta la vita. Restavano bambini. Per questo il lettore della sinagoga e i farisei e gli scribi erano tanto considerati, perché sapevano leggere e interpretare le Scritture, cioè la legge. L’avvocato per tutti. Il bambino era l’umile, il minimo per eccellenza, tanto che in alcuni dialetti sono compresi in un indistinto plurale collettivo: “li meinà” in occitano, “la mularìa” in triestino, “ na’ pipinara” in romanesco. Il minimo, proprio quello in cui alla fine dei tempi, nel giorno del giudizio, Gesù Cristo riconoscerà te persino anche se tu non hai riconosciuto lui. Matteo 25: Signore, quando mai ti abbiamo visto e abbiamo fatto? In verità, quello che avete fatto a questi minimi, l’avete fatto a me. E questi se ne andranno a vita eterna” Questi, che non si sono interessati a Gesù in persona, ma ai minimi nei quali e solo nei quali c’era Gesù, che li ha acchiappati. Questa è l’incarnazione, da prima del concepimento quando Maria canta il Magnificat, e canta il rovesciamento, il sottosopra non sociale, ma generale, globale, fino al giorno del giudizio, in cui il criterio della tua salvezza, il terreno in cui Gesù ti ha preso non è il tuo essere superbo coi superbi, massimo coi massimi (e men che meno l’essere superbo con gli umili), ma il tuo saper essere minimo coi minimi perché Gesù viene al mondo minimo, neonato, bisognoso e dipendente di tutto come siamo stati noi e come sono stati i nostri figli. Gesù è nella mangiatoia, e se non abbassi umilmente lo sguardo, non lo vedrai mai.
Secondo: se Dio Onnipotente si è rivelato, si è incarnato, si è fatto bambino in Cristo, in Cristo possiamo cambiare e diventare bambini anche noi. Non restare bambini, cioè non essere infantili. La persona infantile vede il mondo in bianco e nero, giusto e sbagliato, buono e cattivo… a parte le sue cose che vede tutte belle colorate, a partire dal contenuto del proprio portafogli. Perché l’avaro è un infantile, un grande infantile, un grande irrisolto. Allora, non è questo, non restare
bambini, ma non è nemmeno tornare bambini, cioè rimbambire, ridiventare capricciosi, fissati, abitudinari, mentalmente pigri, egoisti come eravamo da bambini e siamo stati corretti dai nostri genitori o dalle sberle che abbiamo preso nella vita. No, non dobbiamo tornare bambini. Dobbiamo diventare bambini. Siamo vecchi e dobbiamo diventare bambini. E come? Qui si possono dire tante cose, sul fondamento dell’essere minimi, non importanti, dipendenti. Non innocenti e buoni, bravi, non è questo. Il bambino è il minimo, il non interpellato, il non importante, all’epoca il non cercato. Su questo si possono innestare delle considerazioni di psicologia infantile: il bambino è diretto, sa chiedere, sa ricevere… ma c’è secondo me qualcos’altro. Il mese scorso abbiamo portato Micol al cinema, per la prima volta, con tre suoi compagni e le famiglie, e dopo il cinema abbiamo cenato tutti insieme, poi abbiamo preso l’autobus e siamo tornati a casa. E da quando siamo andati via Micol non ha fatto altro che piangere e disperarsi. Perché? E lei ce l’ha detto: “Perché è finito”. Ecco, più di noi, più di me, i bambini sanno che la gioia non deve passare. La gioia deve restare. Sempre. Non è dovuta, non è scontata, ma quando c’è, non deve finire, deve durare per sempre. Ed è giusto così! Noi insegniamo ai bambini a non piangere quando una grande gioia finisce, mentre dovremo imparare da loro a piangere quando una grande gioia finisce e a desiderare una gioia ancora più grande, la gioia del regno dei cieli che non passa. Questo è quanto il sottoscritto, addottorato in teologia all’università di Zurigo magna cum laude, vincitore della Van Halsema Fellowship del Calvin Theological Seminary, autore di numerose pubblicazioni, ha imparato dalla propria figlia di quattro anni sul regno dei cieli. Ho imparato che cosa significa vivere ricevendo una gioia e, avendola sperimentata, credere e voler credere che non finisca, lottare per una gioia che non finisca.
Infine, che cosa non fare. Non scandalizzare i piccoli, non umiliarli, non spazzarli via… perché a quel punto sarai spazzato via tu. Non esporli al male. Non rassegnarli a un ambiente in cui la sopraffazione è abituale e la guerra è normale. Non trascurarli, non renderteli invisibili, non perderli, perché lo sguardo di un bambino deluso è micidiale, è mortale. Lo sguardo di un bambino veramente e profondamente deluso ti uccide. “Voltati, Eugenio” è un film di Luigi Comencini, un regista credente, convertito valdese, che sapeva dire tutto con i volti dei bambini. Il film parla di una giovane coppia sessantottina figlia dei fiori con un figlio, Eugenio, di circa dieci anni. La coppia scoppia, con varie vicende, il ragazzino viene trattato da pacco postale, e alla fine, mentre parlano di metterlo in un collegio, i “grandi” si commuovono teneramente per un vitellino appena nato – di solito le persone molto cattive sono anche molto sentimentali – ed Eugenio li guarda con due occhi che parlano e che dicono che il vero abbandonato non è lui, ma sono loro. Sono “i grandi” che hanno abbandonato la realtà, la responsabilità, l’umanità. Che nessuno di noi sia guardato da un bambino con quello sguardo, con quegli occhi, perché sarebbe meglio attaccarsi una pietra al collo e buttarsi nel Tevere. Un bambino vuole essere ascoltato; il Signore Gesù Cristo vuole essere ascoltato. Se non lo fai, approfittando del fatto che nel primo caso sei “grande”, nel secondo caso ti credi grande, questo sarà la tua rovina.
Eccoci ora al mezzo presepe vivente di Capernaum (e dico mezzo perché ci sono solo il bambino che fa Gesù e i discepoli che fanno l’asino), al primo presepe fatto da Gesù stesso, che mette un bambino al centro della scena e che dice che chi si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome di Gesù, riceve Gesù stesso. Ecco un presepe biblico, fatto da Gesù in persona, 1193 anni prima del presepe di Greccio, il primo presepe, fatto da Francesco d’Assisi in modo da rendere ogni abitazione, ogni stalla, ogni frazione di paese degna di contemplare la nascita di Gesù, e con il solo Gesù al centro, addirittura senza Maria e Giuseppe, come vediamo dall’affresco di Giotto del presepe francescano… mentre in tutta Europa si predicava l’indulgenza plenaria per chi andava a combattere in Terrasanta. Ma perché vai ad ammazzare e a farti ammazzare per i luoghi santi di Gesù se Gesù nato per te può essere contemplato anche nella capanna del povero contadino? Non trovi Gesù nella gloria della guerra, ma nell’umiltà di qualsiasi abitazione. Questo era il messaggio del presepe di Greccio. E ora, davanti all’annuncio del Vangelo in cui il bambino di Capernaum è al centro, rischiamo di annunciarlo e di ascoltarlo con il posto d’onore vuoto. È come se leggessimo la ricetta davanti al piatto vuoto. Perché non ci sono i bambini al culto? “Perché non capiscono tutto…” Risposta falsa e presuntuosa. Perché vi assicuro che neanch’io capisco tutto, neanch’io capisco tutta la Bibbia e difatti continuo a studiare teologia da trentacinque anni. Se tu capisci tutto, prego! Ti cedo subito il pulpito che mi avete affidato. Se qui c’è qualcuno che ha capito tutto, penderemo dalle sue labbra! “Una volta c’era la Scuola domenicale…” e teneva i bambini lontani dal culto. A parte la festa dell’albero, Natale e Pasqua, per molti protestanti il primo culto cui hanno partecipato era quello della loro Confermazione. E parallelamente, oggi un’overdose di impegni formativi e sportivi tiene i bambini lontani dalla vita della chiesa, e noi tentiamo faticosamente e inutilmente di raggiungerli, ma sempre con la spocchia di pensare che loro hanno bisogno di noi, mentre il Vangelo di oggi ci dice che noi abbiamo un reale, un vero, un disperato bisogno di loro per imparare a credere. Dov’è il bambino come il quale dobbiamo necessariamente diventare per entrare nel regno dei cieli? Dov’è il bambino come il quale dobbiamo farci piccoli, per essere grandi nel regno dei cieli? Dov’è il bambino che riceviamo nel nome di Gesù, e con lui riceviamo Gesù stesso? Dov’è il bambino che piange quando una bella cosa, che dà gioia, finisce, e mi insegna a piangere con lui e a cercare un regno in cui la gioia non finisce mai? Dov’è il bambino che ci insegna che Dio si fa umano e viene al mondo bambino e che se togliamo di mezzo il bambino, togliamo di mezzo la realtà dell’umanità di Dio e che fuori dalla realtà l’umanità di Dio diventa irreale, diventa teoria, diventa ideologia, diventa etica… e quindi il Vangelo diventa legge, il “Dio ha fatto perché tu possa” diventa “Tu devi perché Dio sia” e a questo punto meglio sparire dalla circolazione e lasciare che altri scoprano quel Vangelo di Dio donatoci incarnato nella nascita di Gesù e da noi irrealizzato, teorizzato, disincarnato, eticizzato, e quindi tradito.
“Se non cambiate…” dice il Signore Gesù Cristo. Possiamo ancora farlo. Possiamo ancora diventare bambini, possiamo ancora esigere che la nostra gioia non finisca, e farlo a pieni polmoni. Possiamo non aspettare che i nostri piccoli diventino “grandi” senza intanto diventare piccoli noi. Possiamo farlo solo perché un Grande più grande di noi l’ha già fatto: Dio onnipotente è nato, è diventato bambino per noi. Allora possiamo veramente farlo. Amen!

INCHIOSTRO

Andrea Comisso è un avvocato e uno scrittore. La sua espressione fiorisce nel racconto breve. L’ho conosciuto 3 anni fa, andando alla presentazione del suo primo libro presso la Libreria Tarantola di Udine. Siamo presto diventati amici. Questo suo ultimo racconto mi ha toccato specialmente. Andrea entra nell’umano, per intero, con violenza e grazia, e interroga ciascuno che lo legga. Dovevo fare qualcosa per queste emozioni, e ho registrato una lettura.


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Inchiostro, di Andrea Comisso.
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Si sta bene qui dentro, con l’aria condizionata.
Mi bacia le guance con slancio. Poggia la borsa sulla sedia, toglie gli occhiali da sole, sfila le infradito. Lascia cadere i jeans.
“Stavolta le cosce” dice.
Si stende sul lettino.
“Vuoi bere qualcosa, Lea?”
“No, grazie. Dopo. Alza un poco la musica!”
Posiziono il led a trenta centimetri, angolo retto. Luce bianca, 5000K
Le cicatrici sono parallele, precise.
“Quando?” chiedo sottovoce, anche se siamo soli.
“Cinque, sei mesi fa” risponde senza guardarmi.
Io ricordo che non c’erano a maggio, invece, e la pelle mi dà ragione: tessuto nuovo, roseo. Consistenza diversa. Queste hanno settimane.
Ma è maggiorenne. Paga in contanti. Firma il consenso.
“Cosa facciamo? Vuoi vedere qualche modello? Invento io?”
“Rami. Come quelli sui polsi, ma che salgono”
Sui polsi ha già i miei rampicanti: sottili, neri, che s’intrecciano sulle vene.
Ma si, era maggio. Mentre disegnavo, pensavo alla fioritura del giardino qui davanti. Faceva caldissimo; era entrata a testa bassa, con le maniche lunghe.
“Voglio coprire” disse. E io avevo disegnato i rami, con cura paterna, senza chiederle niente.
Lei pianse in silenzio, alla fine. Ammirò, disse “grazie” abbracciandomi, e andò via in canottiera, con la camicia raggrumata in borsetta.
Eccoci qui, di nuovo.
Lei distesa, occhi al soffitto. Io che preparo l’armamentario, lavo le mani infilo i guanti, e tento di servire a qualcosa.
“Come va?”, provo.
“Bene”
“Lavoro?”
“Sì”
“Famiglia?”
“Sì”
Non c’è verso. Solo monosillabi, e quel modo di respirare, quando l’ago entra. Come se il dolore la calmasse.
La pelle accoglie l’inchiostro. Seguo le cicatrici, le copro. Una per una. Fioriture che salgono verso l’inguine. Lei non si muove. Respira. Dentro, fuori. Regolare.
“Fa male?”
“No”
Invece so che fa male. Ma, forse, meno delle sue lamette.
In due ore i rami sono perfetti. Tolgo i guanti, mi asciugo la fronte. Non pare che lì sotto ci sia stato uno scempio. Lei si osserva allo specchio, si gira di lato, finge di essere un estraneo che la guardi, e sorride. Ma appena appena.
“È bello” dice. Ma lo dice per farmi piacere, io sento che non gliene frega niente.
“Torna tra qualche giorno, che controlliamo” le raccomando. Anche se non c’è bisogno di controlli. Lo sappiamo tutti e due.
Dondola il capo e produce con la bocca un sorriso sforzato. “Si, passerò”. Mi rassicura, come se soffrissi più io. Ha fretta. Paga. Esce.
Io pulisco gli aghi, butto i guanti, chiudo lo studio, e mi giustifico: starà meglio: adesso può uscire, andare al mare, vivere. Stupido illuso.
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Sparisce per mesi. Torna in autunno.
Si sfila la maglia. Le braccia sono oscene. Cicatrici fresche, vive. Sotto i rami dei polsi, sopra, ai lati. Ovunque ci fosse pelle libera.
Stavolta non tenta di mentire.
“Ho continuato”
“Lea…”
“Lo so. Ma aiutami, Renzo!”
Ha gli occhi chiari. Le unghie smangiucchiate, e io vorrei portarla via.
“Dovresti parlare con qualcuno”
“Parlo con te”
“Io non sono… Lea: io faccio tatuaggi!”»
“Appunto. Tu copri! Quello che mi serve”
Cosa dico? Che non posso? Che è sbagliato? Ma è adulta. Ha i soldi. Ha firmato. È il mio lavoro.
Disegno altri rami. Più fitti. Lei tiene gli occhi chiusi, ma ogni tanto una lacrima la vedo. Ogni tanto un singulto. Di sollievo? Di dolore? Non so.
Alla fine, ringrazia. Come sempre. Paga. Come sempre.
Io le dico “Torna se hai bisogno”, ma dovrei dire “non voglio vederti più”. Ma glielo dico. E lei annuisce. Sono una brutta persona.
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Mesi dopo, sto per chiudere. È di nuovo quasi estate. Suona il campanello.
È lei.
“Posso entrare?”
E’ di nuovo troppo caldo per le maniche lunghe. Si siede sul lettino. Ma questa volta è quasi sbruffona, esibizionista. Non parla. Io aspetto.
Si spoglia. Le braccia sono coperte di bende.
“Lea…”
“Sotto i tatuaggi” confessa “Così nessuno vede. Neanche tu”
“Devi andare al pronto soccorso”
“No. Dimmi solo che le coprirai ancora, quando guariranno. Possiamo farlo?”
Non ho parole da dire. Controllo le ferite. Fiori scarlatti sui miei rami secchi. Sangue e inchiostro.
“Non posso più, Lea”
“Perché?”
Perché ti sto aiutando a distruggerti. Perché ogni volta che ti tatuo ti do il permesso di continuare, penso. Ma dico solo “non posso”
Lei annuisce. Si rimette la giacca. Si alza.
“Va bene. Scusa il disturbo. Troverò qualcun altro!”
Esce, e io resto immobile, senza nemmeno tremare, senza niente. Non ho aiutato nessuno, ho solo incassato denaro.
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Non la vedo più. Passano i mesi. Non torna, non chiama.
Ma una mattina leggo il giornale. “Lea Martini, 23 anni. Si è spenta serenamente circondata dall’affetto dei suoi cari. I funerali si terranno…”
Serenamente.
Affetto dei suoi cari.
Circondata.
Balle. Tutte balle.
Adesso sì che mi tremano le mani.
I miei polsi sono pelle vergine. Niente tatuaggi né cicatrici.
Pago il caffè. Esco. Mi rintano in studio.
Poggio l’avanbraccio sinistro sul lettino, lo cospargo di alcool, appoggio l’ago.
Il dolore è netto, concentrato.
Inizio a disegnare un ramo.
Piccolo.
Sottile.
Nero.