L’esame di maturità di Saverio – Waldemar, cap. IX

Giorgio lo sapeva che a un certo punto sarebbe successo, lo aveva sperato, lo aveva fantasticato, lo aveva sognato nella sua solitudine. Non fu mai lui, che era molto più grande di Saverio, ed era l’insegnante, a fare il primo passo, ma lo aveva sempre saputo, fin dal primo incontro, che si amavano. Lo strinse forte, adesso Saverio era suo, in quel momento erano davvero uno dell’altro. Fecero l’amore come due pazzi scriteriati, come non ci fosse un domani, per ore e ore, finché si addormentarono madidi e sfiniti.Ed era così: per loro non c’era un domani. Il tempo era fermo. Era la notte prima degli esami di Saverio. Le persiane lasciate aperte svegliarono i due amanti col primo sole. Ancora ubriachi della notte, si abbracciarono nascondendosi gli occhi a vicenda, ma infine Giorgio si ricordò. Si alzò di scatto, fece un caffè. Avevano mezz’ora in tutto.Agli esami Saverio arrivò trafelato accompagnato da Giorgio. Dell’esame, cui non si era preparato negli ultimi giorni, non gli interessava nulla, ormai. Il professore di filosofia, seduto in prima fila, quasi non poteva riconoscerlo al momento in cui Saverio era arrivato a sedersi davanti alla commissione, e iniziò subito a temere, ma anche, ricordandosi della sua intelligenza brillante, aspettandosi qualcosa di molto speciale. Saverio in quel momento aveva bisogno di parlare, di buttare fuori tutto quello che in quegli anni era successo tra lui e Giorgio, e lo fece, trovando i modi e le parole per farlo davanti a sei professori schierati davanti a lui per assegnargli un numero, e dimenticando che dietro di lui c’era il professore che gli aveva insegnato i segreti della logica. E parlò del
Simposio di Platone, di Ovidio e delle
Metamorfosi, di Orlando Furioso sulla luna, di Leopardi e dell’
Ode del Pastore Errante dell’Asia, del Divano occidentale-orientale di Goethe, di
Così fan tutte di Mozart, di Schelling e della notte, ancora di Goethe con Schubert e lo Erlkönig, metafora della violenza dell’orco sul bambino del
Re degli ontani di Tournier, e ancora sulla notte e sulla luna di Eichendorff e Heine e del suo
Dichterliebe con la musica di Schumann, e dei veli di Maya di Schopenhauer e della Nascita della Tragedia di Nietszche, poi del Manifesto del Partito Comunista, del movimento anarchico col suo amore libero e il suo pacif smo, dell’interventismo prima e della nevrosi di guerra durante e dopo la Grande Guerra, dei giovani soldati che erano morti e non potevano più amare, dei papaveri dell’
Ode sui Campi delle Fiandre, di Chopin e George Sand a Parigi e a Mallorca e dell’ossessività della quarta
Ballata, della
Bohème di Puccini, di Dino Campana e Sibilla Aleramo e del loro amore folle, di Tennessee Williams, del
Tram che si chiama Desiderio con l’indicibile pazzia di Blanche e la canottiera torrida di Marlon Brando, e di
Zoo di vetro, di Ginsberg e dei suoi amori impazziti di parole, e delle strade perse nella mente di Kerouac, di Truman Capote e il suo
A sangue freddo, e, a specchio, della Banalità del male di Hannah Arendt, il male che colpisce restando nella norma, chiudendo tutto con la follia lucida e spietata di
Medea di Euripide nella versione di Pasolini, che era stato ammazzato appena a novembre, ma del suo quarto ginnasio, anche se gli sembrava solo ieri, appena arrivato ad Ascoli, appena prima di incontrare Giorgio, e che avevano studiato in autogestione, perché in classe non se ne poteva parlare, e proprio non si poteva capire come come come mai tutto tutto tutto questo era potuto accadere.I professori della commissione, che non potevano fermare quel fiume in piena, dopo essersi arrovellati all’inizio guardando sui vari verbali d’esame su quale razza di programma si fosse preparato quel ragazzone geniale grande e grosso come un armadio e con un barbone riccio e nero da incutere soggezione mentre citava versi e passi a memoria con voce inesorabile, ben presto si fermarono ad ascoltare, la sola cosa che potevano davvero fare, e, alla fine della grande ondata durata ben più di un’ora, dopo un attimo di silenzio, applaudirono. Il professore di filosofia rimase attonito e immobile, quando Saverio si alzò incrociò per un attimo lo sguardo del suo allievo prediletto con un senso di sofferenza per un tradimento ricevuto, da una parte, e dall’altra per un senso di estraneità totale pur se piena di ammirazione per una creatura non solo pensante, come lui la conosceva, ma anche fortemente senziente, che si era appena manifestata al mondo, e che lui non aveva mai conosciuto. Saverio non udì l’applauso. Si alzò, vide Giorgio in un angolo, che non riusciva ad alzare lo sguardo, tanto era perso nella sua ammirazione e nel suo dolore, ripercorrendo tutte le parole tra lui e Saverio, e non ne era caduta neanche una.Ma andò da Girolamo, arrivato puntuale per l’inizio dell’esame, in tempo per preoccuparsi e poi tranquillizzarsi a vedere il suo ragazzone arrivare trafelato insieme al suo maestro di pianoforte, entrambi scarmigliati come se fossero appena arrivati da un viaggio in terre lontane, restando in piedi in fondo, come una colonna, un Atlante, orgoglioso di quel figlio speciale. Saverio si abbandonò su di lui e lo abbracciò stretto. E pianse come un bambino.

Il tempo era caduto.

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