
Ieri ho rivisto un giovane amico. Formazione seria in due ambiti totalmente diversi, con ulteriori varie specializzazioni settoriali in uno dei due, di quelle che di solito se ne sceglie una sola per impostarci una carriera.
Adesso poi gli si aggiunge una ulteriore passione, una terza strada a tutti gli effetti.
Gli ho chiesto: ma a te cosa piace davvero fare?
E lui mi ha risposto così: voglio poter fare ogni giorno quel che ho voglia di fare.
Il mio stesso porgli quella domanda imponeva una scelta, e mi rendo conto, a posteriori, che era una coazione a ripetere: io stesso ho sempre fatto cose diverse tra loro, molto diverse, e purtroppo ho dovuto pagarne pegno più volte.
Non essere riducibile a una sola definizione, neanche a essere qualcuno che fa qualcosa e poi per passatempo ne fa anche un’altra, ma essere una persona che fa oggettivamente varie cose in modo serio, ha un prezzo sociale: soprattutto chi ti conosce da sempre, si stanca, si sente sbattuta in faccia la sua stessa fedeltà a se stesso, e, superato un qualche moto di invidia per tanta poliedricità che fa venire il mal di mare, e attuata la strategia dello sguardo di sufficienza dall’alto del proprio essere una cosa qualunque ma molto riconoscibile, risolve non guardandoti più, ignorandoti, e relegandoti nell’esotico, quindi ti cancella.
Non esisti più.
Non poter corrispondere a una sola etichetta chiara e netta è destabilizzante per chi ti conosce e non fa in tempo ad accogliere un altro punto di vista su di te, che tu già gli presenti un’altra faccia.
L’errore di fondo del poliedrico è poter pensare di esser riconosciuto da chi lo conosce da sempre. Il mondo può accettare una cosa alla volta, e chi è più cose insieme deve vivere in mondi diversi e settoriali, ciascuno adatto ad accogliere una sola delle sue facce. Il poliedrico non ha amici e non ha casa. Il cielo sulla sua testa è infinito.