A ciascuno il suo Pride

Riporto qui il capitolo XXIV di “Waldemar” a celebrazione, a mio modo, del giorno della rivolta di Stonewall (28 giugno 1969) e della nascita del Gay Pride.

Si, lo so, chiede troppo tempo per leggere, fa caldo, e non è semplice.

Chi leggerà, 5 minuti, non morirà, e forse penserà, qualcuno si emozionerà.

serata conclusiva di Various Voices Bruxelles 2026 – contro la violenza repressiva esercitata dalla polizia contro le minoranze

XXI- Venerdì 4 novembre 2011 – 6


– Adesso sono calmo e ti devo parlare. Io devo dirti delle cose, non devi interrompermi. Sono diventato matto stamattina, ma sei qui da due settimane, certo sei a casa tua, e non mi dici niente, e poi mi dai la giacca di tuo padre e ti vuoi fare una passeggiata con me, mi baci, e vuoi fare l’amore. Ma cosa credi, che tutto si può fare così? Tutto facile? Davvero per te è tutto facile? Avevi fatto bene a non tornare più. Ma ora sei tornato, e vuoi restare. A casa tua, hai ragione tu. Ma ci sono anche io. Tu a questo non hai pensato.Saverio lo interrompe: – Come fai a dire che per me è tutto facile? Manco da cinque anni, non lo capisci quanto è stato difficile per me tornare?– Sì tu torni a casa tua dopo cinque anni. Io a casa mia non posso tornare. Tu la sai la mia storia, ma forse non te la vuoi ricordare. Quando ero uno studente, a casa mia, in Ghana, quando facevo il College of Health Sciences, avevo tutto, mio padre aveva un buon lavoro al ministero, non mi mancava niente, potevo studiare. Non mi mancava niente. Venivo da una buona famiglia, come te, non avevo problemi. Quel giardino, con il laghetto lungo davanti all’entrata principale, il portico, la torretta. Bello. Io studiavo e facevo una bella vita. Poi ho conosciuto Elizabeth. L’avevo già vista in chiesa, ma poi l’ho vista che aveva un banchetto al mercato, proprio sulla strada per andare all’università, e aiutava sua madre. Una mattina era da sola al banchetto, e io non sono andato a lezione. Lei era bella. Sono stato con lei. Tutto il giorno. Ho scritto tante poesie per lei. Lei non aveva mai conosciuto un ragazzo che scrive poesie. I ragazzi dalle nostre parti sono diversi, uno come me non l’aveva incontrato.– Questo non me l’avevi mai raccontato.– Mio padre si è molto arrabbiato, e mi ha detto di lasciare Elizabeth e di pensare a studiare. Io però ero un uomo e volevo la mia donna. Capisci questo? Tu sei sempre stato da solo, hai fatto la tua vita facendo il cazzo che volevi, mai un legame vero, mai una moglie, mai bambini. Io volevo la mia donna, e avere figli con lei. Non volevo altro che stare con la donna più bella del mondo, la mia Elizabeth, e non smettere mai di amarci, perché fare l’amore con la donna più bella del mondo tocca solo a un principe. Ecco, io mi sentivo un principe, con lei. Mancava poco per finire il college, solo due semestri. Siamo andati via, io e Elizabeth. Le ho detto: andiamo in Europa, lì finisco l’università e vedrai che stiamo bene, e stiamo insieme subito. Eravamo innamorati. E stupidi. Siamo partiti. I pochi soldi sono finiti appena siamo arrivati a Roma. Niente università, niente lavoro, niente casa. Niente. Poi in chiesa metodista abbiamo conosciuto qualcuno che era anche lui del Ghana, e ci ha detto che dovevamo andare via da Roma e cercare nelle piccole città, nei paesi, dove si vive bene anche con poco. Poi incontro te. Te lo ricordi? Tu non avevi nessun problema, e mi hai risolto il problema della casa. Così. Quando mi hai parlato tu, la prima volta, era una cosa che non sapevo descrivere. Ho visto per la prima volta che un uomo è bello. Tu eri bello. Come facevo a non vedere che eri così bello? Ti ho voluto subito. Te non ho mai capito che pensavi, sei strano tu, non si capisce mai quello che pensi, stai zitto, guardi, poi fai cose che nessuno fa mai. Da diventarci matto, dietro a te. Improvvisamente Saverio pensò a Giorgio, a quell’unica notte d’amore, dopo esser diventato matto dietro alle meraviglie che quell’uomo per lui straordinario gli venivano rivelate di settimana in settimana per cinque anni, e a come all’esame la mattina seguente le abbia quasi urlate alla commissione, perché quei tesori dovevano essere seppelliti e abbandonati, perché Giorgio si sarebbe sposato a settembre, perché lui doveva lasciare Ascoli e tutto quel che c’era stato, perché tutto doveva finire, anche se dietro a Giorgio era diventato matto, come adesso Jonathan diceva di esser diventato matto dietro a lui. – E mi sono trovato a fare una cosa che un uomo sposato non fa. In Ghana non si fa e basta. Dio non vuole. Nessuno vuole. Non poteva andare avanti, e tu hai capito. Poi adesso, dopo anni che non ti vedo, e davvero mi sembrava che ho scordato tutto, torni. Due settimane che sei a casa, ma mi sembrava che tu avevi capito. Mi sembrava che potevo fidarmi di te. Stamattina però, hai sbagliato tutto. E ho sbagliato io a venire con te. Ma lo capisci cos’hai fatto? Ma come ti viene in mente? Eppure sei uno intelligente, hai letto tanti libri, insegni all’università, suoni il pianoforte. Non capisci un cazzo! Non sai niente di come va la vita! Come torno adesso a casa da Elizabeth? Come faccio? Dovrei ammazzarti di botte! Dovrei prenderti a schiaffi! Ma dovrei prendermi a schiaffi da solo, perché stamattina sono venuto con te per quella passeggiata. Non abbiamo fatto niente di male, solo una passeggiata. E tu mi abbracci, mi baci e vuoi che ti scopi? Chi ti ha dato il permesso? Sei uno stronzo che non capisce un cazzo! Ma io sono uno schifo di uomo, questa è la verità. Dio mi punisce ancora. Non sono un buon marito. Non sono un buon padre. Non merito niente. Non c’è un posto per me. Mai ci sarà un posto per me se non me ne vado da qui.Saverio ascolta in silenzio. Ancora in mente Giorgio, e subito dopo tutti i momenti belli con Jonathan. Pochi, ritagliati, ma belli. Anche lui aveva rinunciato. Si era sempre detto che era molto meglio per tutti che lui rinunciasse. Lo aveva già fatto con Giorgio, poteva sopportare. Anche con Galatea era finita, in un altro modo, ma anche quello aveva potuto sopportare.Anche se per rinunciare del tutto, cinque anni prima, era stato necessario un altro fatto, pesante, immenso.Eppure adesso non voleva. Non voleva più.Come poteva Jonathan tornare da Elizabeth? Come potevano entrambi tornare a casa? Jonathan lo ha accusato di aver sempre vissuto da egoista, di non capire nulla della vita. Saverio sa che della vita di Jonathan ha capito poco. Ma Jonathan cosa ha capito della sua?Il ritorno a casa: un’ossessione della sua vita. Di quella casa conosce ogni angolo, e ogni minimo particolare gli parla di una sofferenza che non finisce mai. Può descrivere a memoria con perfezione assoluta ogni cosa, e i movimenti che ogni oggetto aveva subito in tutti quegli anni. La sua memoria fotografica è assoluta e spietata, e non l’abbandona mai. Con quella memoria anche il flusso costante dei suoi pensieri nel silenzio della sua testa gli descrive tutto tutto tutto senza sosta. Ma in quel momento esatto, con Jonathan disperato, eppure calmo, che gli dice cose così pesanti, in mezzo al mare, davanti agli Angeli, alla fine di un giorno così luminoso e colorato, ancora tanto colorato dal tramonto, quel flusso nella sua mente di descrizioni automatiche della casa si ferma un attimo, e ricorda una pagina del suo Isherwood che aveva letto da poco:
Nella parete che separava le due case si apriva un paesaggio e, discesi tre gradini, ci si trovava nella sala da pranzo dal soffitto basso che un tempo doveva essere stato il soggiorno della fattoria originale. Sara mi guidò attraverso questa stanza, sino ad una porta che pareva uno sportello d’un armadio, e invece era l’uscio d’una scaletta angusta e ripida, completamente racchiusa tra due pareti di tavole dipinte in bianco, ed illuminata soltanto da una finestrina a vetri colorati. Tutte le volte che avevo ripensato a Tawelfan, m’ero ricordato sempre di quella finestrina. Su uno sfondo rosso si disegnavano grappoli blu e foglie gialle: devo aver passato delle ore a guardarla, quando ero piccino, ed a contemplare il giardino attraverso i diversi colori dei vetri, cangiando la scena a volontà, a seconda delle tinte che rispondevano a diversi stati d’animo, gustando la pura gioia delle sensazioni che non richiedono analisi. (“È l’idea che io mi son fatta del paradiso” aveva detto Elizabeth una volta, quando le avevo raccontato di quella finestra, “un luogo dove non hai bisogno di descrivere nulla”). Che impressione mi aveva fatto il rosso a quattro anni? E il blu, che cosa voleva dire? E il giallo? Forse, se ora mi riuscisse di saperlo in qualche modo, potrei comprendere tutto quello che mi è successo da quel momento a quello presente. Ma non lo saprò mai. Tutti gli organi della conoscenza sono mutati, e non m’è rimasto nulla che mi consenta di sapere. Ora, se guardo attraverso quella finestra, non vedo nient’altro che una filza di aggettivi.
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Improvvisamente Saverio sa che non c’è da aggiungere nulla, che qualsiasi parola andrebbe solo dietro agli aggettivi giusti, e che non è quella la strada. Zitto. Prende la mano di Jonathan, fredda, e se la porta al petto per scaldarla. Poi lo abbraccia stretto, forte, senza lasciarlo, e gli vorrebbe dire che lo porta a casa, di non aver paura, che ce la faranno. Lo aiuta ad alzarsi. Vanno in silenzio e
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MdS, pag. 33-34.con passo regolare lungo la scogliera, e poi lungo il sentiero, ormai si è fatto buio e si deve stare attenti, arrivati alla macchina Saverio apre la portiera per Jonathan, che sale guardando il furgone che resta lì, Saverio si mette alla guida, accende il motore, e parte. Arrivano a casa, Saverio porta Jonathan alla porta della sua cucina, i bambini sono già a tavola, Elizabeth in silenzio, la TV coi cartoni a riempire l’aria.– Ecco, sono andato a riprendere Jonathan che ha avuto un problema col furgone. Ha lavorato tanto oggi, è molto stanco. Buona cena.I ragazzi vanno subito da Jonathan, accogliendolo in modo festoso, e dicendogli di mangiare e riposarsi, che la mamma ha preparato un bel pollo nel tegame coi peperoni e il pomodoro, e tanto aglio e cipolla, e tanto peperoncino come piace a lui. Lui se li abbraccia un momento, forte, ma solo un attimo, guarda Elizabeth, che gli porge con gentilezza un bicchiere di vino. Saverio è già entrato a casa sua, nella cucina piuttosto fredda, perché non c’era stato e non aveva acceso il fuoco. Quello è il suo primo lavoro: fare fuoco nel camino. Jonathan gli aveva preparato una bella cesta di legna secca, era pronta ad esser bruciata, e poi aveva scaraventato tutto violentemente dentro al camino. Saverio mette ordine nella legna, e accende il fuoco. Poi prende un salame, un pezzo di pagnotta, ne taglia due fette, le mette in un piatto e le bagna d’olio, si versa un bicchiere di vino rosso, e mangia in silenzio, solo il fuoco che crepita. Ha fame, tanta fame. Apre anche un vasetto con delle melanzane, e un altro con delle zucchine. Quei vasetti che Elizabeth gli aveva regalato, fatti da lei. Alla fine si siede vicino al fuoco col suo terzo bicchiere di vino. Il tepore è un conforto, il tappeto gli permette di togliersi le scarpe e di liberare i piedi. Gli viene voglia di suonare. I pensieri ricominciavano a girare, tutte le immagini che lo perseguitano tornano alla mente, immagini belle, certo, della casa, che è sempre vuota nei suoi ricordi, senza Germana, senza Girolamo, senza la Mamma. Non vuole seguirle. Le due medicine che nella sua vita lo avevano soccorso erano il lavoro da falegname e il suo pianoforte.È il momento di suonare. Si alza, un po’ pesantemente, e va allo strumento che sta lì aperto con qualche spartito sul coperchio. Prende le Ballate di Chopin. La quarta. Gli piace suonare, soprattutto Chopin, lentamente, permettendo alle mani di trovarsi sulla tastiera, e di sentire se stesso al tatto delle dita, nel palmo che si allarga o si raccoglie, nel peso del braccio che si appoggia in fondo ai tasti, nelle spalle che in questo appoggiarsi si possono distendere e allargare, nella testa che può alleggerirsi, nel busto che può stare dritto senza sforzo, nelle natiche e nelle cosce ben posate sul sedile, nelle gambe che si abbandonano dolcemente divaricate, fino ai piedi che non devono restare attivi per usare i pedali; permettendo a tutto il suo corpo di dar spazio ai temi, ai contrappunti, alle armonie della scrittura complicata e preziosa di Chopin, di accogliere tutto questo nel suo respiro. Quelle ottave di SOL alla mano destra con cui si apre la quarta
Ballata, incongrue, che vengono da un altro pezzo che non è ancora finito e che ancora vibra nell’aria, ma che subito si trasformano in un tema nuovo, dolce, semplice, con quella sinistra delicata, e quei bassi che vanno a dare calore. Poi pausa. Un DO da solo. Solo. E parte l’ossessione. Quel tema che vorrebbe risolversi, ma non si risolve mai, e quindi si ripete. Ma gli viene in mente qualcosa d’altro. Si ferma.Schumann, nel primo dei Lieder di Dichterliebe aveva fatto la stessa cosa. Im wunderschönen

Monat

Mai,

nel meravigliosamente bello mese di maggio, ha una melodia che parte enigmatica e si risolverebbe, se fosse lasciata da sola, a cappella, ma invece le armonie del pianoforte sono in minore, e non solo, non si risolvono, è il pianoforte a costruire la luce cupa e infelice dell’enigma, e quel primo aforisma si chiude in sospensione, cercando di scaricarsi nel secondo Lied, e in realtà dovendo aspettare tutto il ciclo e la fine del sedicesimo Lied per trovare non pace, ma almeno un esito, che consiste nella fine del canto, la voce tace, e nel pianoforte che resta da solo citando il dodicesimo Lied, quello che dice:
Am leuchtenden SommermorgenGeh’ ich im Garten herum.Es flüstern und sprechen die Blumen,Ich aber wandle stumm.Es flüstern und sprechen die Blumen,und schau’n mitleidig an:“Sei unser Schwester nicht böse,du trauriger, blasser Mann!”
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Un aforisma che paradossalmente consuma mezz’ora di poesia e invenzione per arrivare a casa. Si alza, e va a prendere lo spartito di Dichterliebe. Parte da quella conclusione dell’ultimo Lied. Un canto che si risolve nel silenzio della voce, nel ricordo dei fiori che consolano il povero innamorato, che è passato per tutte le possibilità prima di immaginarsi sepolto nella bara, ma con rabbia e dolore per un amore impossibile.E poi ricomincia a suonarselo dal primo Lied, da quegli interrogativi del primo Lied, di cui lui suona solo la parte cupa, la parte pianistica, immaginando la bella melodia, e va poi di seguito al canto dell’usignolo che interpreta le sue lacrime di commozione, al sogno innocente di rose e gigli e colombi che tubano, al perdersi nel suo sguardo e al pensiero del loro bacio, alla
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Nel luminoso mattino d’estate, / nel giardino io passeggio. / Sussurrano e parlano i fiori, / mi guardano con fare pietoso: / “Non odiare nostra sorella, / tu triste pallido uomo!” – Lieder, a cura di Vanna Massarotti Piazza, Garzanti, Milano 1982, p,156.rievocazione dell’orgasmo attraverso la metafora dell’anima che si immerge nel giglio, dall’idealizzazione in un’immagine sacra e dorata nel Duomo di Colonia che in realtà è per lui traboccante di erotismo, alla negazione, finta, e tradita dalla rabbia ben espressa da Schumann nella scrittura ad accordi ribattuti e pesanti, tronfi e aggressivi, del risentimento per lei che gli spezza il cuore, alla pena parossistica del dolore non consolabile né dai fiori né dagli usignoli né dalle stelle, alla rabbia non reprimibile nel sentire l’orchestrina delle nozze dell’amata con un altro, una rabbia che porta l’anima pazza di gelosia dell’innamorato infelice a distorcere la danza in un ritmo grottesco e in un girare su stessa come una vertigine, alla storiella dai toni popolari, e quindi definitivi, della ragazza che sceglie un altro, e semplicemente così è, non ci si può far nulla, al luminoso mattino d’estate, appunto, una sosta allucinata, cesura emotiva del ciclo. Al delirio del pianto in un sogno amaro ad occhi aperti, che, senza la scrittura musicale di Schumann, ancora una volta, sarebbe tanto più banale nelle sole parole, per quanto bellissime, di Heine, e all’ossessione che monta, costruisce immagini irreali intorno all’amata, alla mitizzazione di un paradiso dove una natura sorridente e amica e una musica che invitano alla danza, in realtà molto sardonica, nelle ultime battute date al pianoforte, negano il dolore, che con rabbia, negata ma insopprimibile, infine, risolve nell’immagine della bara dove, insieme al corpo del poeta suicida o morto di stenti di sentimento, che poi è la stessa cosa, si seppelliscono tutti i sogni d’amore dell’infelice poeta. Ma il musicista Schumann non permette di assecondare tale dolore rabbioso del poeta Heine, rammentandogli, appunto, il suono di quel Lied, di quella canzone, dove i fiori, con lui pietosi, e che in quel momento lontano il poeta aveva pur ascoltato, lo esortavano a non arrabbiarsi con la fanciulla, loro sorella. L’amata che lo rende infelice è sorella di quegli splendidi fiori del giardino in una mattina d’estate. E finalmente quel
Meravigliosamente bello mese di maggio così lacerato trova la sua soluzione, musicale e poetica, nella voce che tace e nel pianoforte che suona, e la sua dolce pace. Finito Dichterliebe, riprende la
Ballata. Il lungo respiro elegiaco di quel tema secondario della
Ballata gli sembra adesso una consolazione, con quell’andamento dolce e sereno, l’armonizzazione a corale su un ritmo cullante di barcarola, e poi quei sorprendenti slanci di vitalità, i trilletti, i mormorii, addirittura la conclusione solare in una bella cadenza che sembra sciogliere tutto, e che addirittura ci ripresenta il ricordo del sogno iniziale, quel tema che arrivava da un altro pezzo che ancora suonava nell’aria prima che partisse l’ossessione, e che dopo un po’ di giri inquieti, perchè il sogno non si recupera, si tuffa in un vapore di arpeggio leggero e soffuso. Ma passa, non incide, è solo una parentesi, una pausa di buoni sentimenti, di sogni sereni in cui si vuol provare a credere. E torna quel tema ossessivo, che si ripete, si ripete, fino allo sfinimento, non si può uscirne, se non a sprazzi. Chopin va adesso a variarlo per diminuzione, peraltro già era passato precedentemente attraverso la cura bachiana svolgendolo in modo fugato, quel Bach che gli faceva da buon viatico ogni mattina nelle sue abitudini quotidiane di suonare sempre, per prima cosa, un preludio e una fuga dal Clavicembalo Ben Temperato. Ma anche far passare questo tema per la medicina di Bach non ne placa l’ossessione. Ossessione. Controllata da Saverio nel suonare lentamente, misurato. Controllata?Suonando al tempo giusto di esecuzione, le pieghe di quell’ossessione restano, ma si nascondono. Suonando come fa Saverio, lentamente, quell’ossessione in realtà si svela, apre i suoi confini sul meccanismo di pensiero che la supporta. Tutte quelle ripetizioni ossessive diventano, nella lentezza, lo sgranarsi di intervalli e incroci di suoni che ruotano su se stessi a spirale infinita, come in quel celebre disegno di Escher dove le scale salgono e scendono portando a un moto senza chiusura e a piani e pianerottoli incongrui, ingannevoli, a spiegare visivamente che i percorsi tortuosi della coscienza non possono trovare alcuna stabilità, che ogni sosta è inganno. Ogni sosta è inganno. Infatti Saverio raramente si era fermato. Quanti cambiamenti nella sua vita? Quel che Chopin propone come episodi diversivi, scoppi, riassorbimenti, fino alla pazzia del passaggio conclusivo che pare passione e temperamento e anche rabbia allo stato puro, suonando lentamente diventano come quegli approdi temporanei delle scale di Escher, cui non si può credere, ma della cui illusione non possiamo fare a meno. Mentre si sgranava l’avvitamento di quella Ballata, alla mente di Saverio venivano tutti i momenti di salita e discesa percorrendo le scalinate di Escher che aveva avuto nella sua vita, con soste improbabili su pianerottoli incongrui.Ma anche dire questo è solo riduttivo. Le armonie suonate lente nei loro cromatismi e nei loro cardini mostrano che il pensiero ossessivo è fondato, molto solidamente fondato, e trasfigurato solo apparentemente in gesto drammatico, ma in realtà si nutre di se stesso senza posa, se non con una chiosa furibonda che finisce in quattro accordi che servono solo a dire che lì si mette un punto, e chi ascolta pensa, sa che non è vero che tutto è finito, ma non capisce come e perché, mentre, a suonarli lentamente, quei quattro accordi stanno lì stentorei a disegnare sempre quello stesso giro melodico di quel tema ossessivo, forzato adesso a diventare cadenza, chiusura.In realtà quella parte finale, che potrebbe essere suonata e interpretata come un turbine tragico, è una costruzione ben più complessa. Dopo l’ultimo episodio felice, che era arrivato come illuminazione alla fine di una scala cromatica discendente e in diminuendo, arriva un’apparizione insperata, che si gonfia poco a poco di enfasi, in senso etimologico, cioè di ciò che sta negli interstizi vuoti tra ciò che è veramente ma solo meramente detto, fino a sciogliersi in arpeggi atematici, pura espansione di luce, che presto si incupisce e si fa tempestosa virando in tonalità minore e condensandosi in un solo accordo, poi ancora un arpeggio e una serie di accordi che vorrebbero diventare cadenza, non riuscendoci, e ancora un arpeggio, e ben tre battute di accordi secchi col basso che scende percorrendo molti scalini cromatici, e infine, alla quarta battuta, la testa del tema ossessivo che diventa davvero una cadenza, sì, ma strappata e veloce. E poi, il vuoto. Una pausa di tempo indeterminato, un silenzio denso, enfatico, il silenzio del non detto e forse dell’indicibile. Cosa c’è da dire? Una
filza di aggettivi forse? Cosa aggiungere a tutto quel che è successo? Dopo questo silenzio che arriva dopo il primo ciclone, ora sorgono dal nulla 8 battute, quantità classica, misura di equilibrio, per complessivi 5 accordi, dal primo e dall’ultimo, il candido e puro DO maggiore, tenuto infine per 4 battute intere, o quasi, perché la seconda metà dell’ultima è ancora un silenzio, stavolta però di durata misurata, non indeterminata. Il turbine era approdato drammaticamente a un DO minore. Si riparte però da un serafico DO maggiore con una sorta di corale che, affermandolo, cerca di asserirne la serenità, in senso discendente, per chiudersi, sì, per chiudersi, ancora in un DO maggiore, lungo, lungo, lungo, con la caratterizzante, quella nota della tonalità che può essere più alta o più bassa dando il colore del maggiore o del minore, qui maggiore, alla voce superiore, quasi a voler sottolineare la rappacif cazione, la volontà di rappacif cazione, la necessità di restare in quella rappacif cazione, di crederci, come in un gesto di fede, nel canto raccolto di un corale di chiesa.Una bella piccola vetrata colorata al sommo di una scala nel collegamento tra due case, un luogo per sognare, fuori da ogni flusso.Invece riparte il turbine, che in realtà sono a questo punto quelle scalinate di Escher, misuratissime, benchè apparentemente scivolose, che si fanno contrappunto tra di loro, con scale cromatiche ascendenti, anche per terze, e contrappunti tematici discendenti affidati alla mano destra, come se il moto ascensionale e quello discensionale, insieme, fossero compresenti e intersecati tra loro, così da diventare indissolubili, due punti di vista contemporanei nello stesso caleidoscopio, fino all’intensif cazione nei passaggi di ottave che scendono al grave mentre la destra disegna accordi cadenzali, il tutto ripetuto due volte, tentando di finire, senza riuscirci finisce in arpeggi complessi che tentano l’evanescenza, ancora senza riuscirci, perché il turbine monta di nuovo, per la terza volta, e finisce in scale discendenti e accordi con accenti in contrattempo, ultimi spasmi, perché si deve finire. Arriva di nuovo infine, davvero in fine, il tema ossessivo, in quattro accordi secchi e distanziati, e si chiude. Si deve pur finire!Ma non si può finire così. Come la
Ballata nel suo inizio formale presuppone in verità un inizio che sa di evocazione, così questa chiusura forzata, ma basata sulle stesse note dell’ossessione del vero tema principale, non finisce davvero, e quell’ultimo montare del fuoco può solo essere troncato con l’ossessione stessa infine ridotta a formula, a scappatoia retorica, a frase fatta, che non chiude nulla veramente, e che ha una sola possibilità: quella di essere bloccata, come il contenimento forzato di accesso emotivo ormai esploso. La
Ballata viene chiusa di forza, così come non è riuscita a partire per energia propria, ma ha dovuto nascere, perchè il suo nascere non si poteva evitare, da un tema che arrivava da fuori, da un altro mondo che ancora vibrava nell’aria, con quelle ottave appese nel nulla. La dissimulata angoscia si apre dal nulla scaturisce lenta ossessiva monta trabocca si tronca di netto.
Punto.Come è facile chiudere per forza.Mentre Saverio suona, sempre lentamente e con fare misurato, e arriva a quella fine, il fuoco continua a crepitare. Sotto la pergola si sente il rumore di una sedia spostata, e poi un altro, come di un bicchiere che qualcuno appoggia sul tavolo di legno.Saverio lascia il pianoforte, va alla porta, la apre, esce. Trova Jonathan seduto fuori, con un maglione. Ha avuto freddo, ora si scalda. Stando fuori.Saverio lo guarda. Una pausa indeterminata, quello sguardo. Jonathan risponde a quello sguardo. Saverio resta immobile.Jonathan si alza, si avvicina. Saverio si gira, entra in casa. Jonathan lo segue, si fermano davanti al camino acceso. Meno di un passo tra di loro.Il resto lo fa il fuoco

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