
Bruxelles è una grande capitale multietnica. Non solo perchè ha avuto in Congo un impero sanguinario e genocida con cui si è arricchita e fatta bella negli anni della Art Nouveaux, che qui ha avuto una fioritura lussureggiante e specifica, ma perchè ha da sempre una vocazione internazionale, peró non da capitale culturale come Londra o Parigi o Vienna, bensì come puro luogo di attrazione e concentrazione di varia umanità in un luogo già di confine. Che oggi sia sede del Parlamento Europeo, con il nome di Altiero Spinelli sull’entrata, il sognatore che i nostri attuali governanti hanno denigrato e rinnegato apertamente, è una delle ironie della Storia, visto che la magnificenza di Bruxelles viene dal colonialismo peggiore del Congo, nel XIX secolo, e dalle miniere di carbone, che per lo più erano fatte andare avanti dai minatori italiani, al 90% abruzzesi (Marsinelle…), venduti appena dopo la 2nd WW da un trattato di sfruttamento dei poveri lavoratori emigranti dall’Italia che qui sono venuti a morire di fatica, a mandare soldi a casa, e a portarsi le loro povere famiglie e la loro buona cucina in queste strade grige sotto un cielo grigio e piovoso, in cambio di una poltrona al tavolo della della stipula della prima cellula dell’Unione Europea, la CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, con i due colossi Francia e Germania, e l’Italia ammessa in grazia della sua fornitura di migranti a basso costo e pretese quasi nulle: praticamente come in questi ultimi anni i raccoglitori di pomodori africani o gli stallieri indiani qui da noi.
Tanti tanti africani, neri del centro continente, o più chiari del nord. Tante donne col velo, ma tutte a viso scoperto, neanche un velo integrale, e tanti passeggini con tanti bambini. Tutti con espressioni tranquille, e con apparente integrazione. È tangibile che ognuno in realtà stia solo con i suoi: i neri stanno tra neri, i maghebini stanno tra maghrebini, i francofoni stanno tra francofoni, i fiamminghi stanno tra fiamminghi. Dagli italiani, nei loro ristoranti e pizzerie, vanno tutti, ma sono solo affari sulla retorica del calore italico in queste terre grige.
Muoversi in autobus è facile ma scorbutico, perchè le strade o sono piene di buche o strutturalmente fatte per far vibrare rumorosamente le vetture intere perchè pavimentate a quadrotti di quelli che a Roma si chiamano sanpietrini, e per giunta i guidatori lo fanno apposta ad accelerare e frenare bruscamente, e a fermarsi in modo che le porte si aprano davanti a un albero o a un raccoglitore di immondizia. Le strade sono mediamente tra lo sporco e il quasi pulito, le erbacce ricrescenti un po’ ovunque.
La metro funziona bene, ma le interconnessioni tra le linee sono cervellotiche e irrazionali, considerando che si tratta di una città rotonda su un territorio sostanzialmente pianeggiante.
La città ha un centro medievale che nella Grande Place brilla d’oro e di gotica spocchia mercantile, centro ormai lasciato interamente all’industria del tipico per il turismo. Comunque è bello, ha carattere, e anche una sua eleganza.
Verso nord, il quartiere avveniristico dei grattacieli, uguali in ogni metropoli dei nostri tempi.
Verso est è cresciuta la città ottocentesca, quella elegante e francofona col complesso d’inferiorità verso Parigi, il quale qui produce un’aura snobistica verso quei grossolani dei fiamminghi, gente che è meglio non frequentare.
Tanti i parchi, belli, cintati da bei palazzetti che mai superano i tre piani, in quell’architettura armoniosa e specifica dell’Art Nouveaux di Bruxelles, spesso con piante rampicanti a ornamento, quasi che i parchi stessi vogliano andare oltre i propri limiti definiti. Sono ben disegnati, con geometrie simmetriche e prospettive, fontane e statue. I prati adesso va di moda lasciarli al naturale, con tante erbe e fioriture spontanee, anche alte, che li rendono ovvia ambientazione per tanti insetti, comprese pulci e zecche, quindi mi rendono sospettoso e poco incline a lasciare i sentieri. Invece gli indigeni si portano grandi lenzuola colorate da adagiare sulle erbe e su cui sedersi e stendersi al sole, davvero cosa esotica in queste terre grige.
Grigie finora: in questi giorni cieli azzurri limpidi e temperature sui 35°, percepiti 45, e non per mia irrilevante sensazione ma secondo le valutazioni della app meteo sul telefono. Con questo caldo e questa luce, africani neri e maghrebini stanno bene, gli italiani si sentono quasi a casa, e sbuffano proprio come si fa a casa, ma francofoni e fiamminghi sono attoniti: le vocine sussurrate e sempre in falsetto dei primi sempre magri e ben attenti all’abbigliamento formale, e le laringi basse dai suoni cavernosi delle teste dalle folte capigliature e barbe biondo-rossicce su pance generose da birra dei fiamminghi, in questo caldo inappropriato al luogo sono tutti davvero in difficoltà. Pare che il colonialismo inverso e di ritorno si sia venuto a prendere anche l’aria.
P.S. Sono stato a Bruxelles varie volte, a partire da 35 anni fa. Molto è cambiata, molto è rimasta uguale. Stavolta B. ci teneva a festeggiare i suoi 70 andando ancora a vedere e sentire i cori della del festival internazionale dei cori LGBTQ+, Various Voices: a ognuno il PRIDE che più gli si addice.P.S. Sono stato a Bruxelles varie volte, a partire da 35 anni fa. Molto è cambiata, molto è rimasta uguale. Stavolta B. ci teneva a festeggiare i suoi 70 andando ancora a vedere e sentire i cori della del festival internazionale dei cori L
































































































































































