
Dopo averci girato intorno per un’ora, col solo risultato di mettere in ulteriore disordine le sue carte e i suoi libri, decide di lasciar perdere, e di cercare di riposare. Sale in camera, il sole la riempie. Si toglie i vestiti, si butta sul sui giaciglio ai piedi del letto rimasto senza materassi. Il suo comodo cuscino è un piacevole supporto alla pesantezza della sua testa e del suo collo. Ma forse proprio per questo si gira sul fianco e lo abbraccia, con solo una sua parte a
sostenere la testa, e il resto tra le sue braccia. Si copre col lenzuolo sopra al viso per proteggersi
dalla luce. Il pensiero corre alla sua immaginazione di Waldemar che va in giro
ragazzino per Amburgo, che fa il bagno nudo in Grecia, che fa l’amore in modo forsennato con
Maria dentro la tenda… Sente salire un’eccitazione, si mette in contatto col suo corpo, si accarezza, nel tentativo di calmarsi. Il pensiero è andato a Jonathan, alla passeggiata, ma subito dopo alla sua furia. E ancora rimbalza a Waldemar che fa il gigolò a Parigi, e poi a Waldemar che va in Inghilterra con Dorothy
sperando di farsi adottare dai genitori nobili e ricchi di quell’improbabile fidanzata comunista, mentre Dorothy vuole presentarlo come il suo fidanzato e con l’occasione farsi dare del denaro per inventarsi una vita a Parigi. E ancora Jonathan e la giacca di Girolamo. Il gesto di porgere a Jonathan quella giacca di suo padre, e di abbracciarlo, con quella bella giacca. Un ricordo improvviso a quel suo primo bacio a Giorgio, il primo della sua vita, la sua prima notte d’amore, totale e disperata fin da quel primo bacio. Giorgio, che aveva tentato di cancellare dai suoi pensieri, restandone totalmente frustrato.
Giorgio, ancora il suo modello di perfezione, l’Amore perfetto. Appunto, impossibile. Pensieri
che saltano e rimbalzano, mentre il suo sesso si sveglia e si addormenta e si risveglia ancora.
Un’agitazione incontenibile, a coprire ciò che proprio non vuole riconoscere. E ancora il
laboratorio tutto in ordine, lo sgabello rovesciato, i ragazzi che giocano. Il tavolo rotto, il tavolo
sostituito. Elizabeth. Waldemar che dopo la guerra presenta a Christopher moglie e figlio. Ma
anche le lettere tra Christopher e Morgan, e la storia di Morgan col suo Bob, e con la moglie di Bob, Mary, e loro figlio, Robin, che lo chiama zio. Perfetto. Appunto, e reale.
Saverio si alza, si guarda allo specchio. Si vede spento e invecchiato. Non si riconosce.
Vuole ritrovarsi. Si riveste, il sole è ormai quasi tramontato. Scende da Elizabeth, seduta a preparare un dolce per i ragazzi, che si volge verso Saverio, lo ringrazia per il tavolo, con voce raccolta.
Jonathan non è tornato. Il suo sguardo è addolorato, ma non vinto, vuoto, ma ostinato.
Saverio le dice che va a cercarlo. Lei chiede dove, chi può sapere dove mai è andato, ma lui la
conforta e dice che pensa di sapere dove sta. Lei lo guarda ancora: Saverio conosce un posto dove
Jonathan può essere andato, è un pezzo della loro vita, e lei non lo sa. Ma non è cosa nuova per lei.
Nulla è nuovo: era solo questione di tempo.
Saverio si mette in macchina, il buio della sera avanza, mentre il tramonto è infuocato nel cielo. Va verso il mare, dalla parte verso Torre di Palme. Ha fatto mille volte quella strada che costeggia la riva da vicino. Si avvicina a Pedaso,
gira verso la stazioncina, vede il furgone di Jonathan, lascia la sua macchina. Imbocca il sottopassaggio, va dall’altra parte dei binari, dove cominciano subito gli scogli che seguono la costa a proteggere la ferrovia, e uno scomodo sentiero lungo la massicciata artificiale, cammina, il mare a sinistra è chiuso da un’altra
serie di scogli frangiflutto a qualche decina di metri in mezzo all’acqua, prosegue fino a che
arriva ad una lunga scogliera a molo da cui parte la protezione della costa verso nord, mentre
verso sud la linea di battigia gira un po’ a destra, con un punto che ne copre il proseguimento, e
così la ferrovia, e in alto sulla collina, quasi un piccolo promontorio, il faro, e mentre il sentiero prosegue ancora più stretto e scomodo, lui gira a
sinistra e prende il molo di scogli, mentre guarda a destra due vecchi massi, chissà se sono naturali, e altri piccoli a fior d’acqua, che tutti
chiamano gli Angeli.
Il tramonto è rosso dalla parte delle colline e delle montagne, acceso, e gli Angeli presentano il
loro profilo definito e le loro facce quasi d’argento sul blu intenso del mare, ancora molto increspato dopo la forte burrasca del mattino, ma che va calmandosi dopo la caduta del vento. Il molo è lungo. Si intravvede una persona seduta in fondo. Saverio avanza senza esitazioni, e come immaginava trova Jonathan seduto alla fine del
molo di scogli, davanti agli Angeli. Jonathan sente arrivare qualcuno, ma sa benissimo chi è ad arrivare, e non si volta.
Saverio si avvicina. Ormai fa freddo, e gli mette sulle spalle la camicia, e la giacca, che aveva portato per lui. Poi gli si siede vicino, senza una parola. Restano così per un po’. Il respiro di Jonathan, che si era agitato al suo arrivo, rallenta di nuovo. Invece quello di Saverio si affanna.
Scende il buio e si accendono le prime stelle. Non c’è luna. Si sente solo il rumore del mare. E anche il respiro di Saverio si calma.
Si calma.
Calma.
(Waldemar, cap. XVI, 11 novembre 2011, 5)