Geografie dai miei libri: AustraliaLa voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert. Lostshine.

Geografie dai miei libri: Australia
La voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert.
Lostshine.

Ora devo dirlo: a me del canto non importa niente. Ho cominciato a cantare solo perché era più facile che suonare, visto che nessuno era disponibile a pagarmi le lezioni di pianoforte. Ero un povero ragazzo australiano che viveva in una fattoria dispersa nelle praterie, che ascoltava le lezioni della maestra per radio, che non vedeva nessun altro che i suoi genitori, suo fratello e sua sorella più grandi che non lo trattavano quasi, il bracciante, la moglie del bracciante… Che strano, erano secoli che non
pensavo a queste cose, al seno di Maggie, alle sue gambe, alla prima volta nel suo letto mentre il marito
lavorava con mio padre e lei bruciava la crostata, a tutte le altre volte senza bruciare nessuna crostata…
Tante volte mi allontanavo nella prateria e raggiungevo la grande spianata dove inizia il deserto. I miei urli, il mio gridare come se chiamassi qualcuno che non poteva esserci, come se oltre quel deserto potesse esserci qualcuno che volesse ascoltarmi. Solo qualche cane selvatico e qualche roditore mi sentivano. Ero troppo lontano da casa perché la mia voce potesse arrivare ai miei, e poi c’era di mezzo la collina. I roditori scappavano quando iniziavo, invece i cani selvatici ad un certo punto hanno cominciato a fare delle cose strane. Quando ho iniziato a modulare la mia voce, a dare delle inflessioni a quegli urli, un cane ha iniziato ad ascoltarmi davvero: si sedeva sulla terra secca a cento metri da me e mi guardava di tanto in tanto. Era proprio sul limite del deserto. Era un gran divertimento per me, faceva un sacco di strani movimenti, e poi mi sono accorto che questi movimenti erano ciclici e regolari: allungava una alla volta le due zampe anteriori, poi allungava il collo e voltava la testa verso di me, poi l’abbassava sulle zampe, poi si metteva a sedere di fronte a me, ed infine si sdraiava sul fianco
sinistro e muoveva solo l’orecchio destro. Quando finivo i miei urli, tempo due minuti e trenta secondi, li ho cronometrati più volte, si alzava e trotterellava via leggero. Dopo un po’ ne sono venuti due, poi tre, ed alla fine avevo un pubblico di sette cani del deserto che ascoltava le mie evoluzioni vocali. Avevo dodici anni. Avevo già un mio pubblico esclusivo. Non ho mai più avuto un pubblico così fedele e così partecipe. Gli uomini sono più cani dei cani del deserto. Solo raramente, molto raramente, si incontra
tra loro un vero lupo della steppa. Il vero problema è che un uomo ha bisogno degli altri uomini per vivere. Mio padre aveva bisogno di me per lavorare la terra, e non gliene importava niente che a scuola (se vera scuola era ascoltare le lezioni sulla modulazione di frequenza e spedire ogni settimana i compiti scritti per riceverli corretti la settimana successiva) risultavo essere il più brillante della contea. Venne addirittura il Pastore a supplicarlo di mandarmi in collegio a Melbourne.
Finalmente avevo un pianoforte. Noi studenti dormivamo in stanze da due letti dove non c’era spazio che per due piccoli armadi e due scrittoi con sopra gli scaffali per i libri. Non potevamo attaccare nulla alle pareti, e tutto era di un totale squallore. Avevamo però tre stanze molto ben arredate ed attrezzate per i momenti liberi di ricreazione. In una c’era un bel pianoforte verticale, alto e nero con dei candelieri d’ottone. Nessuno dei miei compagni veniva volentieri in quella stanza, tutti preferivano quella del biliardo o quella del bar. Potevo studiare, finalmente. Passavo ore ed ore su quella tastiera, e quando il mio professore di latino si accorse di tutto il tempo che dedicavo al pianoforte, venne con aria di sfida una sera a sentire cosa sapessi fare. Non dimenticherò mai la sua faccia. Suonai per lui un
improvviso di Schubert, che avevo imparato da solo con ostinazione e caparbietà, così come avevo sempre fatto. Non disse niente e se ne andò. Avevo ormai sedici anni. Quell’inverno, quando rientrai alla fattoria, feci l’amore con Maggie per la prima volta, e lo stesso giorno, mentre ancora sudato rientravo a casa cercando di non farmi vedere nel disordine degli effetti della mia prima estasi erotica, vidi arrivare il fattorino con la sua auto che alzava polvere facendosi vedere a chilometri di distanza. Il mio professore di latino chiedeva ai miei genitori l’autorizzazione di pagarmi le lezioni di musica, e lo faceva con tutto il rispetto possibile, per non offenderli, dicendo loro del mio talento e della sua solitudine di vecchio scapolo che vive per l’insegnamento. Quello stesso giorno, dopo il rifiuto di tale
offerta da parte di mio padre, che temeva che diventassi meno uomo con un’educazione troppo raffinata, andai correndo al limite del deserto, e urlai la mia disperazione con tutta la forza che avevo dentro, e con tutta la rabbia lucida di non dargliela vinta. Ormai ero un uomo, sapevo io cosa fare della mia vita, non sarebbe stato quello stupido bifolco a farmi deviare. Aspettavo i cani del deserto, che però
non vennero, ed io ero sempre più arrabbiato, e la mia voce tuonava sempre più forte. Quando alla fine mi buttai a terra sfinito, e rialzai lo sguardo, vidi un cane, sono sicuro che fosse il primo che mi aveva ascoltato. Era vicino pochi metri e mi guardava fisso negli occhi. Lo sguardo di un cane del deserto è profondo come il ghiaccio di un iceberg, e caldo come il sole di mezzogiorno che spacca le rocce. Lui mi ha donato il suo sguardo, gliel’ho preso, e nel darmelo ha fatto ancora dei passi verso di me fin quasi
a toccarmi, ma io non l’ho toccato, e lui non mi ha toccato. Le nostre facce erano a meno di un metro tra loro. Caddi svenuto e mi risvegliai nel mio letto colpito da una febbre fortissima. Mi hanno cercato perché non rientravo, e dopo avermi trovato in quello stato tutti hanno pensato ad un’insolazione. Io so che era lo sguardo del cane del deserto che si stava facendo la sua casa dentro di me.
Ma che cosa sto scrivendo, è ridicolo abbandonarsi a questi ricordi, ora che mi trovo in Europa, dove vivo da trent’anni, su questo stupido treno, solo in questo confortevole scompartimento di prima classe, chino su questi fogli di carta straccia. Chissà dove ho messo i miei diari del mio primo viaggio in
Europa. Scrivevo tutto. Come faccio adesso, e come non ho fatto per trent’anni. Ero scrupolosissimo nel prendere nota di ogni cosa che vedevo, e nel prenderne nota perdevo la maggior parte di quello in
cui mi imbattevo. L’Europa, per un ragazzo australiano avido di cultura, è un miraggio, la terra promessa, la terra delle favole. Arrivato all’aeroporto di Londra, anche se gli aeroporti sono tutti uguali, mi sembrava già tutto così entusiasmante e pieno di storia da non poter trattenere l’euforia, e mi trovai a chiacchierare con la mia valigia. Ebbi subito paura di esser preso per matto, cosí presi carta e penna e preferii scrivere: era la stessa cosa, ma socialmente molto più accettabile. Del resto anche in questo momento parlo da solo, anche se uso una penna e della carta. E da ragazzo cantavo per un gruppetto di
cani. Eppure tutti pensano che io sia uno dei più assennati tra i cantanti d’opera, uno dei più normali.
Ma non è forse pazzia mettersi a cantare davanti a mille persone in un teatro? Chi è più pazzo, chi si mi mette a cantare o chi ferma la sua vita per starlo a sentire? Cosa può essere davvero normale e dove comincia la pazzia? Tutta la cultura umana è pazzia deviata? O tutta la pazzia è capacità creativa andata a male? E se l’arte, ma non solo l’arte, anche l’ingegneria, la medicina, la fisica… cosa più della fisica è follia allucinatoria? Eppure quella viene considerata scienza, e si parla di ‘leggi della fisica’, come se ci fosse qualcosa che resta immutabile, come se Newton e Einstein avessero detto le stesse cose. Ma cosa ne so io di fisica? Io so solo che ero in Europa e per me stava trovando forma, luogo e sostanza ‘La Cultura’! Venivo dalla terra che non ha passato, ed arrivavo nella terra che ha solo passato. Ero completamente ubriaco. Avevo cercato in tutti i miei studi di ricostruire il tempo, la storia, i secoli, ma non avevo mai visto nulla. Ora trovavo che quelle cose esistono davvero, che non erano solo figure sui libri, e che nulla poteva essere più lontano dell’Europa dalla fattoria di mio padre. Tornai cinque volte in Australia per dei brevi periodi di vacanza, ma ogni volta stavo così male che… ecco da dove nasce la
mia paura del volo: ho inventato questa paura, in modo molto credibile anche per me stesso, per avere
l’alibi di non tornare più in Australia. Mi ero fatto dei conti: come pianista non avevo futuro, ed io volevo un futuro a lettere cubitali, e provai a cantare. A vent’anni vinsi una borsa di studio a Londra, e poi ho cominciato la mia carriera, ed il mio nome ha raggiunto una buona grandezza nei cartelloni. Io
so solo che ho costruito tutto con gli occhi del cane del deserto. Da lui ho preso tutta la forza e la determinazione necessarie. Ed ora non me ne importa niente. Mi sento leggero nel dirlo. Non me ne
importa niente. Nessun pubblico ha rimpiazzato davvero quei cani del deserto. Oltre il deserto non ho trovato quasi nessuno che valesse la pena che mi ascoltasse. Non mi importa nulla del canto. Quel che davvero mi importa è ritrovare le tracce dei movimenti rituali del cane del deserto che per primo ha ascoltato la mia voce, i riflessi dei movimenti provocati dal suono che non ha bisogno di nient’altro che
di esserci. Mi piace suonare il pianoforte perché mi permette di osservare le mie mani che suonano, di
seguire i loro movimenti come se non c’entrassi, e nello stesso tempo di sentire le sensazioni uniche ed
irripetibili della musica che nasce dentro di me. Il canto non permette questo. Nel canto non c’è possibilità di essere fuori a guardare mentre stai cantando. Io, ormai europeo cane della steppa, voglio essere il mio pubblico, da quando il cane del deserto non può più esserlo. Quello che più mi piacerebbe sarebbe suonare con un cantante, ma non conosco nessun cantante con cui potrei suonare ascoltando da lui quello che davvero voglio. La mia corsa verso il futuro e verso il passato è andata avanti a lungo, ma ora mi accorgo che niente rinnova neanche la minima parte di quegli attimi ai margini del deserto.
Non pensavo a niente. Ero solo. Ero forte.

Geografie dai miei libri: Moresco “Waldemar” XXX Sabato 18 agosto 2001 – 4

Grografie dai miei libri
Moresco
“Waldemar”
XXX
Sabato 18 agosto 2001 – 4

Arrivato a Porto San Giorgio, uscì dall’autostrada, e prese subito la strada fondovalle al bivio del cimitero. Si fermò un attimo, e controllò i messaggi. Il suo amico dalla
stazione di Ancona gli aveva scritto che aveva chiesto a tutti i colleghi che avevano lavorato sui treni regionali che fermavano a Petacciato, ma
che nessuno aveva visto un ragazzo con quelle caratteristiche.
Saverio non se la sentiva di andare subito a casa. Era ancora troppo turbato, e non voleva farsi vedere così dal suo babbo, che non era più
quello di una volta. Prese un’altra direzione, rimanendo sulle colline, e se ne andò a Moresco. Era un posto bello, di sicuro non c’era gente, tutti
erano ammassati in spiaggia; per lui un piccolo rifugio, con quella piazza allungata, in fondo la torre eptagonale tanto famosa, almeno in zona, e tanto unica in assoluto, ma prima della fine della piazza quel loggiatino gotico, all’ombra, con sotto quel ristorante, i tavolini all’aperto, al fresco, e il suo amico che lo gestiva. Non era ora di pranzo, e quello non era un bar di paese, ma il suo amico
non gli avrebbe negato una piccola sosta, una chiacchiera, una birra fresca.
Giovanni non vedeva Saverio da parecchio tempo, e fu ben contento di riaverlo lì sotto al suo portico. Erano stati in collegio insieme ad Ascoli,
ma solo il primo anno, perché Giovanni fu bocciato al liceo scientifico, e i genitori pensarono bene di fargli fare un’altra scuola, e lui scelse l’alberghiero a Rimini. I soldi in casa non mancavano, e ce lo mandarono, e fu la scelta giusta. Divenne un bravo cuoco e ci sapeva anche
fare, e adesso aveva quel bel ristorantino e una bella famigliola. Non si vedevano che raramente, ma erano rimasti amici. Senza farsi confidenze, comunque si capivano al volo. Giovanni capì subito che era un brutto, ma davvero brutto momento per Saverio. Dopo le prime feste a vederlo arrivare, gli portò la birra che gli aveva chiesto, e se ne prese anche una per sé, e si sedette davanti a lui, così, senza parlare. Saverio lo guardava, e con quello sguardo lo ringraziava del suo silenzio.
Stettero così a godersi il fresco finché la birretta non finì. Poi, come dal nulla, sicuramente arrivando da sotto la torre per le scalette sotto il portico e quindi non potendo essere visto da
lontano, arrivò un ragazzo africano. Non c’era nessun altro al mondo: Saverio con Giovanni, un ragazzino che giocava a palla da solo all’altro capo della piazza, e adesso questo ragazzo africano, nero come un tizzo, con dei calzoni colorati e una maglietta bianca immacolata sul suo bel corpo slanciato e perfetto da atleta naturale. Aveva lineamenti dolci e marcati allo stesso tempo, e uno sguardo che diceva a Saverio, da subito, che la sua tristezza per Galatea e per Stefano e per il babbo, e per
Germana e per Giorgio e per la mamma e per la vita non era superiore alla sua. Ma solo lo sguardo rivelava questo, niente altro. Era pulito, dignitoso, elegante nei movimenti. Chissà come era finito lì.
– Ciao, mi chiamo Jonathan, ti disturbo?
Si era rivolto a Saverio, che era voltato di spalle rispetto a dove stava lui. Giovanni, che evidentemente lo conosceva, gli fece cenno di lasciar stare il suo amico. Ma Saverio si voltò, senza pensare, e si presentò come era in quel
momento. Un uomo di quarant’anni, robusto,
molto vigoroso, con la testa piena di capelli e barba che iniziavano leggermente a ingrigire, occhi grandi azzurri, e un’espressione persa, disarmata, come di un ragazzino che ha paura, no, come di un ventenne che non ha più speranza, no, come di un vecchio che non ha più un domani, e che invece deve ancora fare troppe cose.
Jonathan rimase colpito, e spontaneamente fece un passo indietro. Non aveva mai visto un uomo così. Saverio ruppe l’imbarazzo, e
guardandolo gli disse di sedersi. Giovanni non era
stupito per niente, da Saverio si aspettava tranquillamente qualsiasi cosa, si limitò a
rientrare e a tornare con una nuova birra per tutti e tre.
Jonathan bevve la sua birra insieme a Saverio e Giovanni, e intanto non toglieva gli occhi da quell’uomo che lo aveva invitato a sedersi. Voleva fare una piccola richiesta, che ripeteva spesso, ma adesso non ci riusciva più. Ma Saverio, ancora, capì, e gli chiese:
– Come posso aiutarti?

Perché voleva aiutarlo? non aveva guai abbastanza? Ma Saverio era fatto così. In quel
giovane africano aveva visto qualcosa che non sapeva neanche lui dire cosa fosse, no, per niente, ma era come un soffio di bellezza che gli
arrivava addosso inaspettato, un refolo delicato di una persona bella.
Jonathan rimase zitto. Non sapeva cosa succedeva, nessuno mai gli aveva chiesto: “Posso aiutarti?”
Mai da molto tempo.
L’ultima persona era stata Elizabeth quel giorno al mercato, quando lui si era fermato, e pensando che fosse un cliente gli aveva chiesto:
“Posso aiutarti?”
Jonathan non se lo ricordava neanche, ma fu così. E in quel momento si ricordò che le rispose:
“Sì, tu sola puoi aiutarmi.” E a Saverio rispose:
– Non lo so se puoi aiutarmi, ma io me ne devo andare via con mia moglie e mio figlio piccolo, e non ho dove andare.
Saverio aveva una casa complicata grande vuota dove sapeva di poter sempre tornare, anche se non voleva mai farlo, e in quel momento
capì come era fortunato, anche se era tanto triste, e per tutte buone ragioni. Ma sapeva anche che il suo babbo restava da solo in quella casona, dopo quelle poche settimane di agosto, e che non poteva più vederlo in quel modo. Sapeva anche che tornare a casa in quel momento restando tutti in attesa di notizie di Stefano era una situazione avvitata, non sperava in un buon esito, e si aspettava solo una spirale di dolore e di solitudine.
Saverio ebbe l’intuizione del tutto irrazionale che portare a casa un uomo giovane e per bene, perché era chiaro come il sole che era per bene, con sua moglie e il suo bambino, avrebbe compensato, e, chissà, forse, avrebbe davvero dato a tutti una mano a venirne fuori. Oppure no, chi poteva saperlo. Ma quanto doveva pensarci?
Bevve l’ultimo sorso di birra.
Giovanni lo guardava con fare rassicurante, come a dirgli che era matto, ma che lo conosceva e non ci trovava
niente di strano. Peraltro, se Jonathan fosse stato un poco di buono Giovanni lo avrebbe detto, e Saverio lo sapeva.
Saverio guardò la piazza davanti ai portici. Il sole ormai cucinava il suo pranzo su quei mattoni arroventati. Jonathan non gli toglieva gli occhi di
dosso, e, quando Saverio infine si voltò verso di lui, li incrociò. Durò tanto quell’incrocio di sguardi. Non bastava mai.
Poi Saverio si alzò, diede a Jonathan una pacca sulla spalla fermando la mano poi con fare rassicurante, e gli disse:
– Vieni con me, ti porto a casa.
Jonathan non capiva nulla. Solo che quell’uomo bellissimo gli aveva detto: “Vieni con me, ti porto a casa.” E lo seguì.
Giovanni prese Saverio per il braccio e lo abbracciò e gli disse piano:
– Jonathan è un ragazzo onesto, è qui da sei mesi, non ha mai rubato niente, e lavora bene, ma chi lo aveva chiamato come giardiniere e custode ha venduto tutto e lui deve andar via. Tu sei matto, ma che fa. Ti voglio bene anche perché sei matto così. Poi fammi sapere.
Saverio e Jonathan camminarono per pochi minuti sotto al sole, e poi se ne andarono sul camper verso casa. A Saverio sembrava di essere in vacanza e di guidare in giro per le colline della Provenza un po’ senza meta. Si sentiva leggero, e non fosse che per quella bella sensazione, finalmente, dopo tanta pesantezza, era sicuro che
stava facendo bene, qualunque cosa stesse davvero facendo.
Jonathan restava in silenzio. In realtà aveva un po’ di paura, ma aveva così poco da perdere, ma Giovanni non era una cattiva persona e Saverio era amico suo, quindi non sarebbe successo niente di male.

Geografie dai miei  libri: “Waldemar” Berlino vs. Il Paese dove fioriscono i limoni

Geografie dai miei  libri
“Waldemar”
Berlino
Il Paese dove fioriscono i limoni
XXV
Isherwood
Guerra
La sola cosa che interessa a Waldemar è che sta andando verso una terra wo die Zitronen blühn e dove le ragazze hanno gli occhi neri.
Tutta la sua anima di tedesco vibra di quella tradizionale bramosia vagabonda dei nordici che è andare verso il sud. Questa, per un tedesco
settentrionale, è la vera, unica avventura. Tutto ciò che abbiamo lasciato dietro di noi: Hitler al potere, il Reichstag incendiato, l’inizio del terrore, non gli fa nessun effetto. Anzi, questa mattina mi ha detto: «Come sono contento che andiamo via, Christoph. Qui non succede mai nulla.»
Waldemar è un antinazista convinto, ma forse lo è soprattutto perché combinazione vuole che antinaziste siano le persone che stima. Se si fosse mai trovato esposto all’influsso di qualche bel gerarca della gioventù nazista, uno di quei
tipi dall’aria di fratello maggiore, non so proprio quali sarebbero state le conseguenze. Per quanto
lo riguarda personalmente, ormai si è abituato, come ogni berlinese d’altra parte, alle camicie brune, alle adunate di massa, alle incursioni della polizia, alle aggressioni e agli scontri per le strade. Per lui, tutte queste cose vanno sotto il nome di «politica», l’unico modo cioè in cui si riesce ad ottenere qualcosa.
La terra dove fioriscono i limoni: Kennst du das Land? Ho letto tempo fa un libro strano, un romanzo con incluse delle parti saggistiche (e ora mi ritrovo a fare qualcosa di simile) su Mignon, la bambina misteriosa che non parla ma canta, che ha nostalgia di un paese di cui non conosce il
nome, che veste da maschio; il simbolo assoluto della vita offesa ma ancora sognante, nato dalla penna di Goethe nel primo romanzo di formazione della letteratura internazionale, Gli  anni di apprendistato di Wilhelm Meister. E persino uno scrittore anglo-americano come Isherwood, che tanto ha vissuto in Germania, non
può sfuggire all’evocazione di questo simbolo.
Che sia Waldemar a farsene portatore è davvero originale, e che da questo muova il discorso sul nazismo ancora di più.
“È un buon ragazzo, spensierato e un pò
facilone; non credo che sia capace di commettere delle vere e proprie crudeltà; ma è chiaro che la brutalità degli altri non lo scandalizza
particolarmente. Ho dovuto spesso costatare che purtroppo i ragazzi come Waldemar hanno questa istintiva tendenza, piuttosto sinistra, ad accettare passivamente il sadismo; e non è detto che abbiano letto una sola pagina di Kraft Ebbing, o nemmeno che sappiano che cosa significa il termine «sadismo». Sono sicuro che Waldemar avverte istintivamente come esista una relazione tra quelle certe signore «crudeli», con gli stivali, che esercitavano il loro mestiere davanti alla Kaufhaus des Westens e i giovani sanguinari in uniforme nazista che ora danno la caccia agli ebrei. Quando una di quelle donne in stivali individuava un cliente promettente, lo agguantava, lo caricava su un taxi e se lo portava in un posticino tranquillo per frustarlo. E ora i
ragazzi delle SA non fanno forse la stessa cosa con i loro clienti, con la sola differenza che le frustate loro le danno con tanto impegno da renderle fatali. E le prime non si potrebbe definirle come una specie di prova generale delle seconde?”
La presenza di Waldemar diventa il luogo della costruzione simbolica dello humus in cui nasce e si radica il nazismo. Il Kerl forte bello e
sano portatore di istinto vitale che, nella sfacciata sicurezza della sua energia, non si scandalizza della crudeltà, perché in fondo è della stessa pasta di un erotismo che ha solo svoltato in una traversa un po’ buia. Normalizzazione
depotenziata della libertà di autoaffermazione, come piccolo bonsai dell’albero immenso del terrore disumano.
Isherwood non elude i temi, anzi. Il suo punto di vista è però di solito ellittico.
“– Quando mi sono arruolato la prima volta non ero un bambino e mi ci son messo per il desiderio di fare un bel gesto, e di far vedere agli Amici che tipo di ribelle ero io. Qualunque cosa essi credessero, io ero contro, automaticamente.
Ma a dire il vero, come bel gesto non ha fatto molto chiasso: non importava niente a nessuno, di quel che facevo io. Tuttavia mi son divertito
molto. Stavolta, però, le cose andranno diversamente… Tu , Stefano, sei un pacifista?
– Mi par di sì; ma non è un problema che mi son posto nettamente.
– Nemmeno io, fino a pochissimo tempo fa. E ho tuttora le idee confuse al proposito; certo detesto tutte queste sbrodolature di chiacchiere sull’amor fraterno. Ma su questo punto i Quaccheri hanno dentro qualcosa di serio: se ti
metti a leggere quello che ha detto Gesù Cristo – non le interpretazioni di di quel che gli attribuiscono delle intenzioni – non ci sono due
modi di prender la cosa… Finiremo dentro questa guerra anche noi, presto o tardi, che ne pensi?
– Temo proprio di sì.
– Non è tanto la paura; un po’ sì, certo. Ma avrei ancora più paura a fare l’obiettore di coscienza.
– Anch’io.
– Che cosa hai detto quando ti hanno chiamato per la leva?
– Non m’è capitato ancora. Ho passato l’età.
– Davvero? Non si direbbe… Io, se non torno in Marina, sarò richiamato. Non mi sono iscritto tra gli obiettori di coscienza, non ce l’ho fatta.
Adesso, se mi rifiuto di partire, mi mettono in galera… Tu ci andresti, Stefano?
– Prima dovrei esser certissimo di aver ragione; e anche in questo caso, farei di tutto per svignarmela.
– Forse, tu non la pensi esattamente come
me riguardo alla legge… è naturale del resto.
Non sei un criminale di professione.
– Che cosa stai dicendo?”
La scelta spirituale di Isherwood è per la mistica hindu, quando scoppia la guerra e si è già trasferito negli Stati Uniti d’America, dopo che il suo Heinz, rientrato in Germania nella
convinzione di poter ottenere un passaporto, si è ritrovato arruolato per forza nell’esercito nazista. Scoppiata la guerra, Isherwood si dichiara
obiettore di coscienza e lavora con i quaccheri che gestiscono l’accoglienza di un’ampia comunità di profughi ebrei tedeschi. La
spiritualità dei quaccheri è in fondo la più affine, tra quelle cristiane, alla spiritualità hindu cui Isherwood si è affratellato, anche se la scelta di lavorare con loro come obiettore di coscienza è avvenuta in modo casuale. Se esiste il caso.
Come sempre, i vari livelli di conflitto nelle tematiche care a Isherwood sono sempre collegati. La guerra come modo di vivere, cui la contrapposizione non sta nello scegliere la parte giusta in cui combattere, ma la pace. In ogni ambito.
– Conosci le frasi che dite sempre, voialtri eterosessuali, no? Vi cacceremo fuori dal
consesso civile! Vi manderemo in galera! Faremo sì che non troverete lavoro! Ma, per favore, non state a farci i suscettibili!
– Io volevo dire soltanto questo: non siate aggressivi; è questo che vi mette contro la gente.
– Forse faremmo molto meglio a metterci la gente contro; forse abbiamo troppo tatto! La gente, nella maggior parte dei casi, ci ignora, e noi li lasciamo fare, anzi li incoraggiamo ad ignorarci. Così questo problema non viene discusso mai, le leggi non cambiano mai. Qui, in
paese, c’è qualcuno che sa benissimo come stanno le cose tra Charles e me, ma si rifiuta di ammetterlo persino con se stesso: ragazzi così
simpatici, dicono; così integri. Si rifiutano di immaginare che ragazzi simpatici come noi
potrebbero essere arrestati e messi sotto chiave come invertiti; fa paura pensarci, temono di turbare le loro tenere coscienze.”
Il pregiudizio di superiorità come base del buon senso e della violenza interna alla società.
La vita delle persone però difficilmente si può ridurre a schemi definiti, da una parte o dall’altra.
Il conflitto genera conflitto.
“– Lascia che ti dica una cosa, Bob: c’è stato un giovane al quale ho voluto bene, una volta. Voglio dire, in questo senso…
– Certo, perché no? – sogghignò Bob ironicamente. – Un compagno di scuola, vero? E dopo hai provato ribrezzo di te stesso. E adesso lui ha moglie e dieci bambini.
– No. Non è successo a scuola.
– Be’, allora, è stato in qualche locale del basso porto, a Port Said, e ti hanno pescato, ed è stata una faccenda disgustosa…
– No: non è stato a Port Said, e non era orribile, affatto. E non è accaduto neanche una
volta sola. Te l’ho detto, gli ho voluto bene, a quel ragazzo. È una delle persone migliori che abbia mai conosciuto in vita mia… la vuoi smettere di trattarmi come se tenessi un
comizio?
– Va bene, va bene – disse Bob ridendo. – Hai ragione, Stefano. Se fossero tutti come te, non me la prenderei tanto.

– Parliamo sul serio, Bob: mi piacerebbe tanto poterti aiutare in qualche modo. Voglio dire, vorrei poterti dire cose costruttive.
– Nessuno te lo chiede. Mi basta parlare con una persona sana di mente.”
Il semplice punto di equilibrio in cui rapportarsi tra le persone diventa utopia amara, sarcastica. George vive nel periodo della crisi di Cuba e della paura del conflitto nucleare. Il sogno
americano che rischia di annientarsi nella paura di sopravvivere.
George si concede una risata sardonica, perché è ciò che Grant si aspetta da lui. Ma questo umorismo macabro gli fa male al cuore. In tutte le vecchie crisi, degli anni Venti, degli anni Trenta, la guerra – ciascuna delle quali ha lasciato tracce in George, come una malattia –, quello che gelava il sangue era la paura dell’annientamento. Ora ci portiamo dentro una paura ben più terribile, la paura di sopravvivere.
Sopravvivere in un’età di macerie, in cui sarà del tutto naturale per il signor Strunk sparare a Grant, a sua moglie e ai suoi tre bambini, perché siccome Grant non ha accantonato in dispensa provviste sufficienti tutti hanno fame, quindi è possibile che diventino pericolosi e non è tempo di sentimentalismi.”
L’amicizia reale con Edward Morgan Forster irrompe nella narrazione. Qui il confine tra
autobiografia e finzione è davvero caduto. Il tema è troppo fortemente sentito.
“Bene, la mia Inghilterra è invece E.M., l’eroe antieroico con i suoi baffi radi color stoppa, i suoi allegri occhi azzurri da bambino e la sua schiena curva da vecchio. Invece di un ombrello chiuso o di una camicia bruna, i suoi emblemi sono il berretto di tweed, che gli va piccolo, e i
pacchetti, dalle forme più strane, ravvolti con carta marrone, con cui trasporta le sue cose dalla campagna in città e viceversa. Mentre gli altri chiedono ai loro seguaci di essere pronti a morire, lui ci consiglia di vivere come se fossimo immortali. Ed è proprio quello che lui fa, anche se è pieno d’ansia e di paura come noi e non cerca assolutamente di nasconderlo. Lui, i suoi libri, e quello che sostengono, sono le sole cose che valga veramente la pena di salvare da Hitler; e pensare che la maggior parte delle persone su quest’isola ignora perfino la sua esistenza.
La fede, di qualunque tipo sia, mi mette sempre a disagio. Preferisco i dubbi di E.M.”
Isherwod introduce una parte saggistica, ben più che una riflessione meditativa, attraverso la lezione di George ai suoi studenti universitari, e parla certamente di letteratura, ma non certo da un punto di vista formale. I contenuti sono difficili, attuali, pesanti, e affrontati in modo come
sempre ellittico, capace cioè di spostare il punto di vista per ottenere uno sguardo critico più libero.
“E ora arriva la domanda che George si aspettava. La pone, naturalmente, Myron Hirsch,
quel rompiscatole indefesso di un goyim.
«Professore, a pagina 79 il signor Propter dice che la più stupida frase della Bibbia è ‘mi hanno odiato senza ragione’. Si intende che i nazisti avevano ragione a odiare gli ebrei? Huxley è
antisemita?»
George sospira, a lungo. «No» risponde sommessamente.
E poi – dopo un silenzio carico d’attesa; la classe è quasi senza fiato per l’impudenza di Myron – ripete a voce alta e severa: «No…»
«Huxley non è antisemita. I nazisti non avevano il diritto di odiare gli ebrei. Ma non per questo il loro odio era senza ragione. Nessuno mai odia senza ragione.
Senti, lasciamo stare gli ebrei, d’accordo?
Qualsiasi atteggiamento si assuma, è impossibile discuterne in modo sereno. Probabilmente non sarà possibile per i prossimi vent’anni. Quindi esaminiamo il problema in rapporto a un’altra minoranza, quella che vuoi, una piccola però, una che non sia né organizzata né difesa da un’apposita commissione.»
Da una situazione particolare scottante ad un’altra meno bollente, per capire il tema
simbolico di fondo: il contrasto tra maggioranza e minoranza, e le condizioni di aggressività e conflitto.
«Ad esempio, le persone con le lentiggini non sono considerate una minoranza da quelle senza lentiggini. Non sono una minoranza nel senso in cui la intendiamo. Perché? Perché una minoranza si considera tale solo quando costituisce una minaccia, vera o presunta.
Qualcuno qui non è d’accordo? Se non lo siete, domandatevi solo: cosa farebbe quella minoranza
se all’improvviso, dall’oggi al domani, diventasse maggioranza? Capite che cosa intendo? Bene, se
non lo capite, pensateci su.
Perfetto. Qui i liberal – inclusi più o meno tutti voi, credo – intervengono: le minoranze sono persone come noi! Certo, però persone, non angeli. Ovvio sono come noi: ecco qui l’isteria liberal che conosciamo anche troppo bene, quella che ti fa dire, non scherziamo, fra un nero e uno svedese non c’è alcuna differenza». Perché, perché George non ha osato dire «tra Estelle Oxford e Buddy Sorensen?» Se avesse osato,
forse, ci sarebbe stata una risata oceanica, tutti si sarebbero abbracciati, e il regno dei cieli sarebbe cominciato proprio lì, nell’aula 278. Ma forse no.”
La trattazione del tema si avvale della capacità di narratore di Isherwood, ma si articola in senso filosofico-psicologico decisamente stringente.
«Dunque, prendiamone atto, le minoranze sono persone che probabilmente guardano, agiscono e pensano diversamente da noi, e hanno difetti che noi non abbiamo. Il loro modo di vedere le cose e di agire può non piacerci, e possiamo odiare le loro mancanze. Ed è meglio ammetterlo, anziché impiastricciare i nostri sentimenti con la melassa pseudoprogressista.
Se siamo sinceri con noi stessi abbiamo una valvola di sicurezza, saremo meno inclini a perseguitare il prossimo…

E non è tutto. Ogni minoranza, a suo modo, è aggressiva. Provoca la maggioranza ad
attaccarla. La odia – a ragion veduta, d’accordo. Ma odia anche le altre minoranze, perché le minoranze, tra loro, sono competitive; ciascuna afferma che le sue sofferenze sono peggiori, e i torti che subisce i più infami. E più odiano, più vengono perseguitate, più si incattiviscono!
Pensate che l’essere amati incattivisca? Non è vero, e lo sapete. Quindi perché essere detestati dovrebbe rabbonire? Quando vi perseguitano odiate ciò che vi sta capitando, odiate chi lo fa capitare; vivete in un mondo di odio. Su, non riconoscereste l’amore in persona, se lo incontraste! Sospettereste, pensereste che c’è sotto qualcosa – un secondo fine, un trucco…»”
Isherwood è in realtà uomo di fede molto molto più di quanto non pensi.
“Mi rendo conto che non avevo smesso di sperare. Questa scoperta mi sembra umiliante e mi allarma. Significa forse che io non posso smettere di sperare in nessun caso? Parlano della speranza come se fosse qualcosa di nobile. È mai possibile essere così idioti da prolungare la propria agonia senza ragione? Ho fatto un’altra scoperta su me stesso, e non m’importa se è umiliante o no. Sono certissimo di questo: niente, niente, niente vale la pena di fare una guerra.”
Heinz era finito nell’esercito nazista. La sola idea, inconcepibile, di ritrovarsi come soldato ad ammazzare Heinz, è stato l’argomento decisivo per la scelta pacifista di Isherwood. Waldemar, nella sua vicenda narrativa, si ritrova a rappresentare questa situazione. Il suo Christopher non ha fatto il soldato, lui sì. Ha avuto fortuna, è sopravvissuto. La sua sopravvivenza lo ha portato a metter su famiglia.
Il padre di famiglia come simbolo di chi sopravvive. La vita si è presa Waldemar, che si barcamena. Christopher resta con i suoi dubbi, non sa mentire a se stesso.
«Caro Mr. Isherwood, lei sarà sicuramente sorpreso di ricevere notizie da una persona che avrà creduto morta. Dovetti arruolarmi in Germania e fui preso prigioniero sul Reno. Mi domando quale sarà la mia vita quando sarò rilasciato. Saluti. Waldemar.»
(Solo in seguito compresi perché Waldemar mi aveva scritto dandomi del lei. Era stato il pensiero più affettuoso e sciocco che si potesse immaginare. Aveva creduto che essendo un nemico poteva compromettermi facendo vedere che mi conosceva bene!).
Naturalmente gli risposi e da quella volta ci scambiammo di tanto in tanto delle lettere.

Nelle sue lettere Waldemar mi esortava ad andarli a trovare. Ma la sola idea mi terrorizzava.
Mi terrorizzava l’idea di vedere quelle rovine. Mi terrorizzava l’idea di vedere Waldemar e di sottostare, date le circostanze, ad un ricatto sentimentale. Così gli scrissi adducendo scuse
vigliacche ed evasive e non gli dissi mai che per ben due volte, nel 1947 e nel 1948, ero stato in Inghilterra. Tuttavia sapevo che prima o poi sarei dovuto andare in Germania ed avrei dovuto affrontare tutto quello che temevo.”
Isherwood torna ad essere l’obiettivo di una telecamera. Il mondo rinasce simile a se stesso.
“Nessuno può chiamarsi fuori. L’albergo formicolava di uomini d’affari dal collo grasso che fumavano sigari enormi, di donne truccatissime e cariche di gioielli, di valletti d’albergo che guizzavano avanti e indietro come pesci nervosi. Mi sembrò che tutti mormorassero tra loro, cercando di autosuggestionarsi: «Non è successo niente, non è successo niente, qui non è mai successo niente!» Si aveva la sensazione che fossero quasi riusciti a creare un mondo senza passato.
Ma il loro mondo poteva esistere solo di notte, sotto la luce elettrica. Alla luce del giorno non convinceva più. Vi accorgevate del deserto di macerie che vi circondava, la vera Berlino, la città dove invece era successo di tutto. Migliaia di persone vivevano nelle sue case e nei frammenti di case, nelle baracche, nelle capanne, in vere e proprie tane. Si aggiravano
frettolose in quel deserto, con la loro tipica tenacia e la loro tipica mancanza di humour;
tirando avanti, sgombrando lentamente le macerie, progettando parchi e piantando alberi.
Camminai attraverso la distesa di neve del Tiergarten, una statua abbattuta qui, un alberello appena piantato lì; la Brandenburger Tor, con la bandiera rossa sventolante contro il cielo azzurro invernale e sullo sfondo l’ossatura di una stazione ferroviaria sventrata, come lo scheletro di una balena. Nella luce del mattino, tutto appariva nella sua brutale verità, come la voce della Storia che vi dice di non illudervi, che questo può accadere a qualsiasi città, a chiunque, a voi.”

Geografie dai miei libri: Petacciato “Waldemar” XIX Mercoledì 16 agosto 2001 – 2

Geografie dai miei libri
Petacciato
“Waldemar”
XIX
Mercoledì 16 agosto 2001 – 2

Saverio andò da solo.
Arrivò in dieci minuti. Un grande spiazzo da parcheggio, di quelli usati dai camionisti, era chiaro, sulla statale 16, con la presenza di una tipica trattoria per i bisonti delle strade, e dietro
una fascia di pineta, che a partire da lì proseguiva un po’ verso Termoli, ma soprattutto verso nord per qualche chilometro: una cosa speciale e bellissima, uno dei pochi resti di quella pineta che un tempo correva quasi senza interruzioni per tutta la costa bassa dell’Adriatico, che in quel tratto era rimasta intatta perché ci passava anche il Tratturo, quella strada di pastorizia per le migrazioni stagionali delle greggi dai pascoli di montagna in Abruzzo per l’estate a quelli del Gargano e delle Puglie per l’inverno. Spiaggia di piccole dune, profonda e dorata, screziata di piante basse da macchia mediterranea, protetta dalla pineta, con ogni tanto dei piccoli accessi alla strada. Dietro al piazzale di parcheggio, quel pezzo di pineta era in realtà un vivaio del Corpo Forestale dello Stato, che infatti aveva lì un suo piccolo edificio di servizio e un piazzale di lavoro. C’erano un paio di forestali, e Saverio si avvicinò subito chiedendo se avessero visto un ragazzo con quelle caratteristiche, in fondo non così comuni. Aveva più fiducia in quei due uomini che nei camerieri e nella barista della trattoria, che chissà quanta gente vedevano in continuazione in quei giorni di affollamento e di caldo torrido.
Purtroppo no, non lo avevano visto.
Dall’altra parte della statale 16, quasi di fronte al piazzale, un po’ in alto c’era il paese con la stazione dei treni. Montenero di Bisaccia-Petacciato. A Saverio venne in mente il suo amico ferroviere che faceva il capo movimento treni ad Ancona, stazione dipartimentale della fascia
adriatica. Lo chiamò, gli spiegò la cosa, Samuele
comprese subito, e gli disse che avrebbe chiesto ai colleghi che erano in servizio in quella tratta se per caso avessero visto Stefano, ma che aveva bisogno di un po’ di tempo, e che avrebbe potuto
dargli una risposta solo al mattino dopo verso tardi.
Saverio andò oltre il vivaio della pineta, e incontrò un altro piazzale, più curato, e lo
stabilimento balneare. Erano ormai le sei, la giornata era stata già lunga, e prima dell’una di notte non sarebbe finita. Entrò, al lungo bancone c’era una ragazza coi capelli neri lisci divisi al centro della testa, orecchini vistosi, gialli o arancioni, carnagione olivastra ma non abbronzata, sudata, con occhiaie profonde, magra, esausta e di cattivo umore. Saverio non ci provò neppure a chiederle nulla. Fuori un cameriere grassoccio, stanco ma non stravolto, abbastanza sorridente, gli disse che purtroppo non aveva visto nessuno che rispondesse alle
descrizioni. Sulla sinistra il piazzale di pertinenza dello stabilimento si allargava, ed era stracolmo di macchine. Sulla destra c’erano le docce e le fontanelle per bere, e un sentiero comodo che portava nella pineta. Saverio pensò che se Stefano era in una delle sue crisi di persecuzione poteva essersi nascosto tra quegli alberi, ma che in ogni caso con quel caldo doveva pur bere, e l’unico modo per farlo era andare alle fontanelle. Sicuramente non mentre c’era tutta quella folla, quel baccano, quella musica urlata dagli altoparlanti, tutte cose che a uno come Stefano davano fobia. Saverio decise che avrebbe aspettato la sera, la notte. Intanto era stanco anche lui. Si sedette un momento, ordinò una bibita fresca, anzi due, e si fermò un attimo a leggere un giornale che aveva trovato al tavolino vicino. Arrivate le sette, qualcuno cominciava ad andare via, Saverio si muove un po’, fa due passi verso la spiaggia piena di ombrelloni e continua verso la battigia.
Alle ultime luci prima che il sole iniziasse a tingere il cielo, un omaccione di 35-40 anni rosso come un gambero, capelli neri ricci con basettoni belli folti, massiccio e florido e tutto coperto di pelo nero, un romanaccio meraviglioso, faccia larga e mani grosse da meccanico, che si divertiva come un bambino a giocare a palla in acqua coi figli ragazzini. La solita cagnara di Ferragosto dallo stabilimento, senza sosta. Anche oggi, gente che ha lavorato fino all’altro ieri, ormai cotta dal sole, pancia piena di cose pesanti, facce sorridenti e senza pensieri. Canzonacce
anni ΄70 e ΄80 urlate dal bar. La felicità della pausa più umana e terrena di tutte. Il Ferragosto è davvero la festa più italiana che ci sia. Saverio non avrebbe mai pensato di apprezzare il Ferragosto cotto, caciarone e spensierato. Vedere intorno che tutti in quei giorni cedono felici alla gioia materiale del sole aiutava. E sì che aiutava.
Con la sera tutti se ne andarono dalla spiaggia. Saverio pensava che avrebbero cominciato a sfornare pizze, ad allestire tavoli per la cena. Niente di tutto questo. Alle nove era un
deserto, e il bar chiudeva. Il piazzale era vuoto. Saverio rimase seduto a un tavolo da solo a sorvegliare le fontanelle. Aveva anche fame, contava sulla pizzeria che aveva immaginato. I bagnanti erano tutti tornati alle loro case sulle varie colline sparse intorno, non turisti veri, ma
paesani rientrati a casa dalle città di lavoro al nord, o da Roma, per le ferie comandate, il traffico sulla statale era quasi nullo, la trattoria dei camionisti era aperta ma sembrava che stesse chiudendo. Fece una corsa, infatti la cucina aveva chiuso, ma riuscì a farsi fare un panino e a comprare una birra e anche una bottiglia d’acqua per la notte. Tornò subito al suo tavolino a tener d’occhio le fontanelle. La pineta era nel buio più pesto. Neanche la luna a rischiarare un po’. Il piazzale vuoto invece era tutto illuminato, e faceva anche un po’ spavento per quanto era grande e chiuso tra la pineta scura e la spiaggia nera. Chiamò Galatea, cercando di spiegarle la situazione. Lei non capiva, la situazione era strana, d’accordo, ma Saverio dovette
rispiegargliela tre volte. Alla fine lei sentenziò che lui era matto, che era una pazzia pensare di restare lì ad aspettare Stefano, che chissà dove era finito, e che non era certo figlio suo. Saverio non poteva non vedere l’irrazionalità della sua scelta, ma la mancanza di empatia di Galatea lo ferì.
Chiusa la telefonata, fece due passi nel sentiero buio che portava nella pineta. Impensabile che Stefano si fosse rifugiato lì. Ma lo avevano pur visto andare lì, gli ultimi. Gli unici. Salì sul suo camper, adattandosi per potersi stendere un po’ ascoltando un po’ di musica, si era portato il suo grande cuscino profumato e se lo sistemò, almeno quel conforto, sempre guardando se succedeva qualcosa. La musica lo annoiava. Chiamò Laura, un’amica torinese che
non vedeva da tanto tanto tempo. Chissà perché gli venne in mente proprio lei. Fu molto calorosa, al contrario di Galatea. Gli raccontò del figlio di un’amica che era sparito una prima volta qualche anno prima, e poi era tornato. E che l’aveva ripetuto altre due volte. Anche questo un ragazzo complicato, con problemi di vario genere. Diceva che quando la tensione diventava eccessiva questo ragazzo preferiva sparire, ma che aveva anche un forte senso di autoprotezione, di non cacciarsi in guai seri. Chissà se Laura gli parlava così solo per consolarlo. Però non gli disse che lui in quel momento stava facendo una cosa da
matto. Forse perché sapeva, da donna esperta, medico psichiatra infantile, che se lo stava già ripetendo da solo anche troppo. Verso le 11 dei pantaloni stirati di fresco e
una camicia colorata improbabile arrivarono a farsi una passeggiata nel parcheggio vuoto. Il camper di Saverio era l’unica presenza. Si avvicinarono un po’, appena quanto bastasse a incrociare da lontano lo sguardo di Saverio, che non rispose al richiamo. I pantaloni stirati di fresco furono stropicciati un po’ sul davanti, inutilmente, e poi se ne andarono dietro a delle scarpe di pelle che Saverio non ne vedeva da
almeno trent’anni.
Verso mezzanotte arrivò una macchina piccola con quattro ragazzoni che la riempivano come un uovo. Nessuno scese. La macchina restò ferma per un bel po’, intanto dai vetri usciva parecchio fumo di sigarette, o di chissà che diavoleria. Dopo un’oretta se ne andarono. Saverio era stanco, ma non poteva dormire.
Scese un momento. L’aria era fresca, finalmente, piacevole, rinfrancante, e si sentiva solo il rumore del mare. Il buio della pineta era inquietante, ma immobile. E pensava. Pensava tanto. Pensava alla sua adolescenza, tanto diversa da quella di
Stefano e di quei ragazzi, tanto piena. Anche troppo piena. Pensava a Giorgio. Chissà com’era diventato. Aveva dei figli? Pensò ai figli che non aveva avuto. Pensò agli errori che non avrebbe mai fatto con loro, se ne avesse avuti. Pensò agli
errori che invece avrebbe sicuramente fatto, se
ne avesse avuti. Anche il nome aveva scelto, fin
da giovane. Se avesse avuto un figlio, lo avrebbe chiamato Marcello. Come sarebbe stato Marcello, se fosse mai nato? Pensava a Germana, con cui il legame si era interrotto, da tempo, chissà perché, ma che in quel momento voleva solo abbracciarla. Era lontana, non le aveva ancora detto niente. Sperava di ritrovare Stefano. Quella pazza sorella giramondo.
Alle due passate arrivò una macchina che si mise a fare sgommate nel piazzale vuoto. In modo un po’ pericoloso, in verità, vicino al suo camper, tanto che Saverio decise di spostarlo, lontano da quelle sgommate. Erano due ragazzi e una ragazza. Finite le acrobazie, lasciata una buona parte del battistrada sull’asfalto, scesero, un po barcollanti, con delle bottiglie in mano, e andarono sulla spiaggia ad accendersi un fuoco. A Saverio venne voglia di andare da loro. Sperò che Stefano, se davvero era lì, si avvicinasse lui a quei ragazzi, che in fondo gli assomigliavano tanto. No, Stefano non apparve. Intanto, mentre Saverio un po’ si assopiva e i ragazzi bevevano e cantavano intorno al fuoco, cominciava a rischiarare. Il blu del cielo era ancora scuro, ma un sottile filo di luce all’orizzonte sul mare calmo iniziava a minacciare le tante infinite stelle che brillavano sulla pineta e sul mare, e su quel camper assurdo e su quei tre ragazzi, e su Saverio che tra il sonno e la tristezza aveva gli occhi bagnati.
L’alba sull’Adriatico è una cosa speciale. Forse in nessun posto come lì, su quelle acque calme, l’alba non apre al giorno ma apre solo alla luce. Una luce che arriva senza violenza. Colori belli, ma non eccessivi. E poi, in breve, il sole si alza dal mare e la luce piena invade. La pineta si sveglia di tutti gli uccelli del mondo, sono tutti lì. Neanche le barche dei pescatori, tutte bloccate
dal fermo biologico. La spiaggia ai raggi obliqui
del sole è davvero dorata. Gli ombrelloni chiusi un esercito di sentinelle inutili, come Saverio.
Arrivano alle sei ad aprire il bar, a preparare tutto il necessario per la lunga giornata che sarà ancora piena di folla, e calda, calda, calda.
Saverio va a farsi un bagno. È da solo.
L’acqua è tiepida da far specie, troppo calda. Esce e fa due passi sulla battigia. Il bagnino sta aprendo tutti gli ombrelloni e preparando i lettini da sole. Si guardano: sono i soli due esseri viventi della spiaggia, a quell’ora, a parte i gabbiani.
Ultimo tentativo: Saverio lo avvicina, e gli spiega, e gli chiede se per caso ha visto Stefano. Il bagnino è un po’ interdetto, e gli dice di no, e poi una frase sibillina, sugli uomini di una certa età che di notte vanno in piazzale a cercare compagnia, ma che poi se ne vanno, di solito, non restano fino alla mattina. Saverio non vuole rispondere. Si butta di nuovo in acqua, e poi torna verso il bar. La ragazza è la stessa del giorno prima, già ingrugnata, solo meno unta in viso, ancora quasi fresca, oggi orecchini rossi.
Saverio si fa fare un cappuccino con doppio espresso e prende due cornetti, che sono appena arrivati. Si siede. Guarda le fontanelle per l’ultima volta, sale sul camper, e se ne va.

Testi per Cerimoniale Profano


C’era un uomo
che aveva nove figli
belli come il sole

Non aveva insegnato loro nessun mestiere
nè quello del raccolto, nè del seminare,
nè del guidare i cavalli…


ma solo per monti e valli
a cacciare il cervo,
eh, oh! e a stanare la presa nell’oscuro bosco eh, oh!

Un giorno i nove bei fratelli
andarono a cacciare nel bosco
sino a sera tutti insieme
e giunsero ad un ponte

e là videro le orme d’un cervo magico

e per seguire quelle orme
smarrirono la strada
e nell’oscuro bosco i fratelli
furono trasformati in cervi.


Il padre non sopportò l’attesa,
imbracciò lo schioppo
e andò alla ricerca dei suoi nove figli

Nel bosco trovó il ponte,
là sul ponte trovò le orme,
seguì le orme di quel magico cervo e di tanti altri
e giunse ad una fresca fonte
dove trovó nove cervi.


Imbracciò lo schioppo,
si piegò su un ginocchio
e prese la mira della mandria.


Ma il più grande dei cervi,
il figlio prediletto, gli rispose:
“Caro padre, non prendere la mira  sui tuoi figli
che t’infilzeremo con le corna aguzze
e ti dovremo palleggiare  di prato in prato,
e di monte in monte,
di bosco in bosco,
di rupe in rupe,
sovra taglienti, aguzze rocce
che ti strazieranno,
ti ridurranno un sanguinoso cencio,
caro padre!”


Il padre ascoltò tremando quelle parole,
aprì le braccia ed implorò i suoi figlioli:
“Figli del mio cuore,
figli del mio sangue,
venite con me venite,
ritornate dalla vostra cara mamma che si strugge in pianto nell’attesa;
le lampade sono accese, è pronta la  cena, i calici son colmi di vino!”


Ma il maggiore dei nove gli rispose così:
“Amato padre nostro,
torna presto dalla nostra cara mamma, ma noi non torniamo, noi non possiamo tornare, no, no!
Le nostre teste ornate non passano più dalla porta
e il nostro corpo snello
ha bisogno del fogliame verde”.


“Ma perché non ritornate?”.


“Non la cenere del focolare,
il muschio occorre al nostro piede
e non beviamo più dal calice
ma solo da quella fonte”


C’era un vecchio padre,
che aveva nove bei figliuoli,
svelti e belli, nove figli
belli come il sole.
Non erano educati a nessun mestiere,
ma solo a cacciare;
cacciarono tanto
finché diventarono cervi
nel gran bosco tutti insieme.

Béla Bartók (1881-1945)
da Mikrokosmos (1926-39) – Sei danze in ritmo bulgaro

Siamo sicuri che questa storia sia tanto “poetica”?

  • il padre educa i suoi 9 figli maschi solo ed esclusivamente alla caccia del cervo: non esiste altro cui valga la pena dedicarsi
  • I figli maschi si spingono oltre, valicano il ponte misterioso, che non è proposto come limite invalicabile: è solo una presenza di fatto
  • Una volta passato il ponte, seguendo nella notte le orme del grande cervo magico, avviene la metamorfosi, che non viene posta nè come negativa nè come positiva
  • Il padre va a cercarli e si avvicina al ponte
  • il padre, appena vede i cervi, è colto lui stesso dalla smania della caccia, dimenticando che era andato alla ricerca dei figli perduti
  • Il cervo più grande gli svela con modi diretti la verità di quanto è avvenuto: il padre stava per uccidere i suoi stessi figli, non sapendolo
  • Non solo: il figlio trasformato in cervo mette in guardia il padre, perchè lui e i suoi fratelli lo avrebbero ucciso facendolo a pezzi
  • Il padre cerca di muovere il figlio a pietà parlandogli della madre addolorata che aspetta e promettendo feste e calici d’oro pieni di vino
  • Il figlio dice che nello stato attuale non potrebbe neanche varcare la soglia di casa: le grandi corna glielo impedirebbero
  • Il figlio dice con durezza che non gli importa nulla di chi soffre, neanche della madre: la libertà nella natura è troppo meravigliosa per rinunciarci.

Bela Bartók – Szabadban (1926) All’aria aperta: Sippal, dobbal pesante (con tamburi e pifferi)

Il contrario della Parabola Evangelica  del Figliol Prodigo. Un rovesciamento totale. Siamo immersi nella natura dove non c’è un Dio buono. Gli esseri umani ne sono parte, e non una parte particolarmente privilegiata.

Non esiste identità, appartenenza, promessa che possa compensare la perdita dell’immersione nella natura e nella libertà.

La caccia, la sola attività cui i figli siano stati educati da loro padre, sembra essere metafora della ricerca della libertà attraverso l’immersione nella natura selvaggia vista come la dimensione più vera.

Il padre stesso non resiste al richiamo e ha l’impulso di cacciare il cervo appena lo vede, dimenticando il suo stesso dolore, il motivo stesso del suo essere lì.

I figli trasformati in cervi non sono più cacciatori: mangiano foglie e bevono alla fonte. Hanno superato l’istinto di uccidere. Se costretti, peró, ucciderebbero anche il padre, per preservare la propria libertà.

Bela Bartók – Szabadban (1926) All’aria aperta: Musettes moderato (cornamuse)

Agamennone, re di Micene, torna vittorioso dalla guerra di Troia. Si aspetta di essere accolto con onore e affetto dai suoi nel suo regno e in casa sua.

Sua moglie Clitemnestra non è Penelope: non lo ha aspettato. Nei 10 lunghi anni della guerra di Troia si è unita a Egisto e insieme hanno regnato a Micene.

Agamennone torna, e viene ucciso in casa sua, da sua moglie e dal suo amante.

Clitemnestra ed Egisto possono continuare a regnare. La vita a palazzo scorre uguale a se stessa.

Clitemnestra e Agamennone hanno due figlie e un figlio: Electra Crisotemide e Oreste. Avevano, prima, anche un’altra figlia: Ifigenia.

Electra e Crisotemide non potrebbero essere più diverse.

Crisotemide è nata per l’amore e per dare la vita, e in questa evidente identità vive in armonia con la situazione di fatto, in attesa di incontrare l’uomo che le sarà sicuramente destinato.

Electra sta con i cani in cortile: non si è mai piegata, tutto per lei ruota intorno al dolore per la perdita dell’amato padre Agamennone, alla rabbia per il tradimento fino all’assassinio compiuto da sua madre Clitmnestra, e al desiderio di vendetta.

Oreste non è ancora tornato. Electra lo aspetta perchè egli compia per lei la vendetta necessaria, uccidendo la madre e il suo amante.

Oreste tornerà, e ucciderà.

György Ligeti (1923-2006) – da Musica Ricercata (1953): II° Mesto, rigido e cerimoniale

Elektra

Solleva, tu che mi assisti

queste offerte di frutti

perchè io innalzi al Dio una preghiera

che mi liberi dal terrore che mi tiene

Clitemnestra non può dimenticare quel che ha fatto contro Agamennone: sua figlia Electra ne è la cupa e rabbiosa memoria vivente.

Ormai è molto lontana la fonte del rancore di Clitemnestra per suo marito Agamannone: egli con l’inganno aveva attirato Ifigenia per poterla sacrificare a protezione della spedizione contro Troia. Artemide si mosse a pietà, salvó Ifigenia e se la portó in Tauride, lontano, mandando un cervo come vittima sacrificale. Il fratello Oreste la ritroverà e la porterà con se’.

Tutto questo è lontano, sepolto oltre la memoria. Clitemnestra adesso sa solo di aver fatto qualcosa di esecrabile, per la quale teme la punizione degli Dei. Elettra è lì, vestita di stracci tra i cani, a ricordarglielo.

Ma il suo mondo è fatto di apparenze, e nelle apparenze si risolve. Del resto, il rito di sacrificio Ifigenia sembrava irrinunciabile, ma Agamennone è andato a Troia ed è tornato vittorioso nonostante il mancato sacrificio di sua figlia. Era bastato un cervo. I sacrifici sono riti inutili

Clitemnestra chiede a chi la serve di aiutarla a sacrificare dei buoni frutti agli dei.

Non lo fa neanche di persona: lei è la Regina!

Appena dei buoni frutti!

Rispetta le forme dell’offerta.

La sua offerta agli Dei è finzione quanto tutto il resto nella sua vita.

Il rito di offerta di Clitemnestra è il segno della sua falsità basata sul rancore e sull’assassinio.

La sua angoscia non viene neanche scalfita dal rito della menzogna.

Alessandro Tenaglia – Suite 2025 – Ouverture alla francese

Edipo

Effettivamente la mia speranza sta tutta qui. Aspettare quel pastore

Edipo ha fatto molte cose di grande  peso. Ha ucciso un uomo a un crocevia, e non sapeva chi fosse. Arrivato a Tebe, sposa la regina, Giocasta, ma non sa chi lei sia.

Al centro della storia, la peste che flagella la città, e i vaticini per  trovare la strada per liberarla dal male.

L’indovino Tiresia, il cieco vedente, l’androgino che tutto conosce, supera la propria reticenza e dice la terribile verità a Edipo, ma viene cacciato.

Qualcosa era accaduto senza che Edipo potesse mai saperlo, qualcosa che apparteneva alla sua prima infanzia.

Poi, poco alla volta, le tracce sembrano convergere. Edipo inizia a capire, ma non osa dire, attende l’ultima prova per avere evidenza di ció che, non puó negarlo a se stesso, sa già  .

Un senso di morte e di oscurità lo aggrava. Il ritmo funebre di passacaglia è il passo del suo cammino.

Qui Edipo è nell’ultimo momento di attesa di un dubbio artificiale prima dell’ultimo svelamento della verità.

Edipo, senza sapere, ha ucciso suo padre.

Edipo, senza sapere, ha sposato sua madre e con lei ha generato figli.

Qualcosa che appartiene alla sua prima infanzia, e che non sapeva.

Electra sa tutto: il suo matricidio è consapevole.

Edipo non sa nulla.

Quando Edipo saprà, appena dopo quest’ultimo rifugio nel dubbio, si accecherà: lui che non voleva vedere la verità, si renderà. cieco.

Alessandro Tenaglia – Suite 2025 – Passacaglia

Prometeo: Doloroso è parlare. Doloroso tacere. Tutto intorno a me è sventura.
Ermes: Ecco davvero i pensieri e la parola della demenza. Il suo grido non fallisce il segni della demenza. La sua follia non cede.

Prometeo ha sfidato Zeus, ha rubato il fuoco e l’ha portato agli uomini.

Il mito che parla della scoperta della fusione dei metalli, l’inizio dell’età della siderurgia: l’uomo puó produrre strumenti più forti e solidi per l’agricoltura, per il trasporto, per difendersi, per attaccare.

Prometeo è stato incatenato alla montagna.

È solo.

Conosce verità che devono restare nascoste.

Ermes, messaggero di Zeus, gli chiede il compromesso per porre fine alle sue sofferenze: svelare il segreto su cosa porterà Zeus alla rovina.

Prometeo non cede.

Per Ermes, Prometeo non è semplicemente un eroe solo, ma è ormai solo un pazzo.

La verità non addomesticabile è proclamata col nome di pazzia.

Suite 2025 – Recitativo a voce sola

Rosenbrach ich nachts mir an dunklen Hage (Brahms, Lied op. 94 n. 4: Sapphische Ode di Hans Schmidt)
Di notte colsi le rose tra siepi oscure

Ma se non ci fosse l’amore, nulla sarebbe.

L’amore rimbalza da Saffo a Hans Schmidt e a Johannes Brahms, uno degli infiniti salti nell’eterno che l’amore fa attraverso le vite di singole persone.

Saffo ci lascia queste sue parole:

Le stelle, certo, attorno alla bella luna

indietro nascondono il luminoso volto,

quando, piena, più che mai risplende

sulla terra tutta.

Suite 2025 – Senza tempo

La conclusione delle storie è compresa già nel loro inizio.

Il luogo finale nell’architettura della tragedia ha il nome di CATASTROFE: il volgere definitivo verso il basso, cioè verso la fine, cioè verso lo svelamento definitivo; riporta con un tonfo di caduta inevitabile a quel luogo di partenza da cui tutto era stato originato.

La catastrofe sembra arrivare violenta e improvvisa, ma ha solo scivolato sempre più veloce lungo un pendio, finchè nulla più ha potuto fermarla, e il suo fine è lo svelamento di quel che già era stato, ma il cui significato sfuggiva a tutti.

Suite 2025 – KΑΤΑΣΤΡΟΦΗ´ catastrofe

La notte regno della magia trasformatrice e rivelatrice.

Non sogno romantico, ma luogo di incontro con la forza vitale oscura della natura, da cui si riemerge rigenearati e definitivamente mutati.

Di notte, passato il ponte, i 9 bei fratelli diventano cervi.

Selvaggi.

Forti.

Eleganti.

Il piccolo mondo, microcosmos, in cui ciascuno vive la propria esistenza, riflette il grande mondo universale, macrocosmos, non come idealizzazione o simbolizzazione, ma come luogo concreto e reale di svelamento della forza vitale della natura.

La libertà conquistata dai figli divenuti cervi crea un nuovo ordine di valori.

Senza rimpianti nè nostalgie.

Andare a caccia per uccidere i cervi come anelito alla conquista della libertà.

La vera libertà peró non è uccidere il cervo, ma trasformarsi in cervo, nella sua forza, nella sua eleganza, nella sua selvaticità, seguendolo nella notte oscura, e conquistando il vento e la luce del sole.

Alla caccia si sostituisce il gioco, la corsa, l’ebbrezza del vigore nel sole.

C’era un vecchio padre,
che aveva nove bei figliuoli,
svelti e belli, nove figli
belli come il sole.
Non erano educati a nessun mestiere,
ma solo a cacciare;
cacciarono tanto
finché diventarono cervi
nel gran bosco tutti insieme.

Szabadban – Béla Bartók
Szabadban (1926) All’Aria aperta:

4, Az éjszaka zenéje lento (musica della notte);

5, Hajsza presto (la caccia)

Stereotipi

Ieri sera concerto di MnC sulle compositrici nere americane del XX° secolo, la Harlem Renaissance e il poeta Langston Hughes.

Dopo, conversazioni.

“I soliti stereotipi sui neri…”

Ma altro che stereotipi: questi versi sono di prima mano, in presa diretta, immediati sui temi reali della vita e della cultura dei neri americani!

La stessa persona, poi, lodava il film “Le città di pianura”: quello davvero pieno di stereotipi, dai veneti ubriaconi, al viaggio iniziatico dello studentello nella notte “on ve roud tra il Brenta e la Tomba Brion” sequestrato da due cinquantenni sfigati come stregoni, col messaggio finale perbenista della mogliettina con lavoro tranquillo che tiene la casa in ordine e i vestiti puliti e stirati per uno dei due guru alcolici…

E mi chiedo: ma a che pro insistere? Per un gruppetto di persone che possa gratificarsi di seguire qualcosa di originale?

Poi, poco fa, qualcuno che mi dice che ieri, come ogni altra volta, l’equilibrio della proposta con le sue varie componenti e l’originalità dei contenuti  sono stati perfetti.

Chissà… con questo caldo…

Resti

Quel che resterà di me non so

forse ricordi in chi mi ha incrociato

finchè resistono

Quel che lascio di me so

è quel che ho scritto in parole e note

Quel che ho suonato ha avuto il tempo di un momento

a me dà il respiro

e resta nell’attimo dell’aria

Quel che ho scritto e scrivo no

Ma che io lasci qualcosa

non vuol dire che qualcuno lo raccolga

lo legga lo metta a sua volta nell’aria

e quindi

so

lascio qualcosa

forse a qualcuno

più verosimilmente

al nulla

Eppure

non smetto

cerco e ricerco

butto ponti che dal mio lato

si tuffano verso altra sponda

gesto inconsulto

pazzo

perchè cos’è quest’altra sponda

nessuno lo sa

il ponte gettato

si getta nel vuoto

sa che suo destino è il crollo

eppure

il ponte può solo unire

lanciarsi

Geografie dai miei libri: Amburgo, Parigi, Inghilterra, Grecia, … Pedaso

Dopo averci girato intorno per un’ora, col solo risultato di mettere in ulteriore disordine le sue carte e i suoi libri, decide di lasciar  perdere, e di cercare di riposare. Sale in camera, il sole la riempie. Si toglie i vestiti, si butta sul sui giaciglio ai piedi del letto rimasto senza materassi. Il suo comodo cuscino è un piacevole supporto alla pesantezza della sua testa e del suo collo. Ma forse proprio per questo si gira sul fianco e lo abbraccia, con solo una sua parte a
sostenere la testa, e il resto tra le sue braccia. Si copre col lenzuolo sopra al viso per proteggersi
dalla luce. Il pensiero corre alla sua immaginazione di Waldemar che va in giro
ragazzino per Amburgo, che fa il bagno nudo in Grecia, che fa l’amore in modo forsennato con
Maria dentro la tenda… Sente salire un’eccitazione, si mette in contatto col suo corpo, si accarezza, nel tentativo di  calmarsi. Il pensiero è andato a Jonathan, alla passeggiata, ma subito dopo alla sua furia. E ancora rimbalza a Waldemar che fa il gigolò a Parigi, e poi a Waldemar che va in Inghilterra con Dorothy
sperando di farsi adottare dai genitori nobili e ricchi di quell’improbabile fidanzata comunista, mentre Dorothy vuole presentarlo come il suo fidanzato e con l’occasione farsi dare del denaro per inventarsi una vita a Parigi. E ancora Jonathan e la giacca di Girolamo. Il gesto di porgere a Jonathan quella giacca di suo padre, e di abbracciarlo, con quella bella giacca. Un ricordo improvviso a quel suo primo bacio a Giorgio, il primo della sua vita, la sua prima notte d’amore, totale e disperata fin da quel primo bacio. Giorgio, che aveva tentato di cancellare dai suoi pensieri, restandone totalmente frustrato.
Giorgio, ancora il suo modello di perfezione, l’Amore perfetto. Appunto, impossibile. Pensieri
che saltano e rimbalzano, mentre il suo sesso si sveglia e si addormenta e si risveglia ancora.
Un’agitazione incontenibile, a coprire ciò che proprio non vuole riconoscere. E ancora il
laboratorio tutto in ordine, lo sgabello rovesciato, i ragazzi che giocano. Il tavolo rotto, il tavolo
sostituito. Elizabeth. Waldemar che dopo la guerra presenta a Christopher moglie e figlio. Ma
anche le lettere tra Christopher e Morgan, e la storia di Morgan col suo Bob, e con la moglie di Bob, Mary, e loro figlio, Robin, che lo chiama zio. Perfetto. Appunto, e reale.
Saverio si alza, si guarda allo specchio. Si vede spento e invecchiato. Non si riconosce.
Vuole ritrovarsi. Si riveste, il sole è ormai quasi tramontato. Scende da Elizabeth, seduta a preparare un dolce per i ragazzi, che si volge verso Saverio, lo ringrazia per il tavolo, con voce raccolta.

Jonathan non è tornato. Il suo sguardo è addolorato, ma non vinto, vuoto, ma ostinato.
Saverio le dice che va a cercarlo. Lei chiede dove, chi può sapere dove mai è andato, ma lui la
conforta e dice che pensa di sapere dove sta. Lei lo guarda ancora: Saverio conosce un posto dove
Jonathan può essere andato, è un pezzo della loro vita, e lei non lo sa. Ma non è cosa nuova per lei.
Nulla è nuovo: era solo questione di tempo.


Saverio si mette in macchina, il buio della sera avanza, mentre il tramonto è infuocato nel cielo. Va verso il mare, dalla parte verso Torre di Palme. Ha fatto mille volte quella strada che costeggia la riva da vicino. Si avvicina a Pedaso,
gira verso la stazioncina, vede il furgone di Jonathan, lascia la sua macchina. Imbocca il sottopassaggio, va dall’altra parte dei binari, dove cominciano subito gli scogli che seguono la costa a proteggere la ferrovia, e uno scomodo sentiero lungo la massicciata artificiale, cammina, il mare a sinistra è chiuso da un’altra
serie di scogli frangiflutto a qualche decina di metri in mezzo all’acqua, prosegue fino a che
arriva ad una lunga scogliera a molo da cui parte la protezione della costa verso nord, mentre
verso sud la linea di battigia gira un po’ a destra, con un punto che ne copre il proseguimento, e
così la ferrovia, e in alto sulla collina, quasi un piccolo promontorio, il faro, e mentre il sentiero prosegue ancora più stretto e scomodo, lui gira a
sinistra e prende il molo di scogli, mentre guarda a destra due vecchi massi, chissà se sono naturali, e altri piccoli a fior d’acqua, che tutti
chiamano gli Angeli.
Il tramonto è rosso dalla parte delle colline e delle montagne, acceso, e gli Angeli presentano il
loro profilo definito e le loro facce quasi d’argento sul blu intenso del mare, ancora molto increspato dopo la forte burrasca del mattino, ma che va calmandosi dopo la caduta del vento. Il molo è lungo. Si intravvede una persona seduta in fondo. Saverio avanza senza esitazioni, e come immaginava trova Jonathan seduto alla fine del
molo di scogli, davanti agli Angeli. Jonathan sente arrivare qualcuno, ma sa benissimo chi è ad arrivare, e non si volta.
Saverio si avvicina. Ormai fa freddo, e gli mette sulle spalle la camicia, e la giacca, che aveva portato per lui. Poi gli si siede vicino, senza una parola. Restano così per un po’. Il respiro di Jonathan, che si era agitato al suo arrivo, rallenta di nuovo. Invece quello di Saverio si affanna.
Scende il buio e si accendono le prime stelle. Non c’è luna. Si sente solo il rumore del mare. E anche il respiro di Saverio si calma.

Si calma.
Calma.

(Waldemar, cap. XVI, 11 novembre 2011, 5)