Geografie dai miei libri: AustraliaLa voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert. Lostshine.

Geografie dai miei libri: Australia
La voce di Mignon – viaggi nel canto tra Goethe e Schubert.
Lostshine.

Ora devo dirlo: a me del canto non importa niente. Ho cominciato a cantare solo perché era più facile che suonare, visto che nessuno era disponibile a pagarmi le lezioni di pianoforte. Ero un povero ragazzo australiano che viveva in una fattoria dispersa nelle praterie, che ascoltava le lezioni della maestra per radio, che non vedeva nessun altro che i suoi genitori, suo fratello e sua sorella più grandi che non lo trattavano quasi, il bracciante, la moglie del bracciante… Che strano, erano secoli che non
pensavo a queste cose, al seno di Maggie, alle sue gambe, alla prima volta nel suo letto mentre il marito
lavorava con mio padre e lei bruciava la crostata, a tutte le altre volte senza bruciare nessuna crostata…
Tante volte mi allontanavo nella prateria e raggiungevo la grande spianata dove inizia il deserto. I miei urli, il mio gridare come se chiamassi qualcuno che non poteva esserci, come se oltre quel deserto potesse esserci qualcuno che volesse ascoltarmi. Solo qualche cane selvatico e qualche roditore mi sentivano. Ero troppo lontano da casa perché la mia voce potesse arrivare ai miei, e poi c’era di mezzo la collina. I roditori scappavano quando iniziavo, invece i cani selvatici ad un certo punto hanno cominciato a fare delle cose strane. Quando ho iniziato a modulare la mia voce, a dare delle inflessioni a quegli urli, un cane ha iniziato ad ascoltarmi davvero: si sedeva sulla terra secca a cento metri da me e mi guardava di tanto in tanto. Era proprio sul limite del deserto. Era un gran divertimento per me, faceva un sacco di strani movimenti, e poi mi sono accorto che questi movimenti erano ciclici e regolari: allungava una alla volta le due zampe anteriori, poi allungava il collo e voltava la testa verso di me, poi l’abbassava sulle zampe, poi si metteva a sedere di fronte a me, ed infine si sdraiava sul fianco
sinistro e muoveva solo l’orecchio destro. Quando finivo i miei urli, tempo due minuti e trenta secondi, li ho cronometrati più volte, si alzava e trotterellava via leggero. Dopo un po’ ne sono venuti due, poi tre, ed alla fine avevo un pubblico di sette cani del deserto che ascoltava le mie evoluzioni vocali. Avevo dodici anni. Avevo già un mio pubblico esclusivo. Non ho mai più avuto un pubblico così fedele e così partecipe. Gli uomini sono più cani dei cani del deserto. Solo raramente, molto raramente, si incontra
tra loro un vero lupo della steppa. Il vero problema è che un uomo ha bisogno degli altri uomini per vivere. Mio padre aveva bisogno di me per lavorare la terra, e non gliene importava niente che a scuola (se vera scuola era ascoltare le lezioni sulla modulazione di frequenza e spedire ogni settimana i compiti scritti per riceverli corretti la settimana successiva) risultavo essere il più brillante della contea. Venne addirittura il Pastore a supplicarlo di mandarmi in collegio a Melbourne.
Finalmente avevo un pianoforte. Noi studenti dormivamo in stanze da due letti dove non c’era spazio che per due piccoli armadi e due scrittoi con sopra gli scaffali per i libri. Non potevamo attaccare nulla alle pareti, e tutto era di un totale squallore. Avevamo però tre stanze molto ben arredate ed attrezzate per i momenti liberi di ricreazione. In una c’era un bel pianoforte verticale, alto e nero con dei candelieri d’ottone. Nessuno dei miei compagni veniva volentieri in quella stanza, tutti preferivano quella del biliardo o quella del bar. Potevo studiare, finalmente. Passavo ore ed ore su quella tastiera, e quando il mio professore di latino si accorse di tutto il tempo che dedicavo al pianoforte, venne con aria di sfida una sera a sentire cosa sapessi fare. Non dimenticherò mai la sua faccia. Suonai per lui un
improvviso di Schubert, che avevo imparato da solo con ostinazione e caparbietà, così come avevo sempre fatto. Non disse niente e se ne andò. Avevo ormai sedici anni. Quell’inverno, quando rientrai alla fattoria, feci l’amore con Maggie per la prima volta, e lo stesso giorno, mentre ancora sudato rientravo a casa cercando di non farmi vedere nel disordine degli effetti della mia prima estasi erotica, vidi arrivare il fattorino con la sua auto che alzava polvere facendosi vedere a chilometri di distanza. Il mio professore di latino chiedeva ai miei genitori l’autorizzazione di pagarmi le lezioni di musica, e lo faceva con tutto il rispetto possibile, per non offenderli, dicendo loro del mio talento e della sua solitudine di vecchio scapolo che vive per l’insegnamento. Quello stesso giorno, dopo il rifiuto di tale
offerta da parte di mio padre, che temeva che diventassi meno uomo con un’educazione troppo raffinata, andai correndo al limite del deserto, e urlai la mia disperazione con tutta la forza che avevo dentro, e con tutta la rabbia lucida di non dargliela vinta. Ormai ero un uomo, sapevo io cosa fare della mia vita, non sarebbe stato quello stupido bifolco a farmi deviare. Aspettavo i cani del deserto, che però
non vennero, ed io ero sempre più arrabbiato, e la mia voce tuonava sempre più forte. Quando alla fine mi buttai a terra sfinito, e rialzai lo sguardo, vidi un cane, sono sicuro che fosse il primo che mi aveva ascoltato. Era vicino pochi metri e mi guardava fisso negli occhi. Lo sguardo di un cane del deserto è profondo come il ghiaccio di un iceberg, e caldo come il sole di mezzogiorno che spacca le rocce. Lui mi ha donato il suo sguardo, gliel’ho preso, e nel darmelo ha fatto ancora dei passi verso di me fin quasi
a toccarmi, ma io non l’ho toccato, e lui non mi ha toccato. Le nostre facce erano a meno di un metro tra loro. Caddi svenuto e mi risvegliai nel mio letto colpito da una febbre fortissima. Mi hanno cercato perché non rientravo, e dopo avermi trovato in quello stato tutti hanno pensato ad un’insolazione. Io so che era lo sguardo del cane del deserto che si stava facendo la sua casa dentro di me.
Ma che cosa sto scrivendo, è ridicolo abbandonarsi a questi ricordi, ora che mi trovo in Europa, dove vivo da trent’anni, su questo stupido treno, solo in questo confortevole scompartimento di prima classe, chino su questi fogli di carta straccia. Chissà dove ho messo i miei diari del mio primo viaggio in
Europa. Scrivevo tutto. Come faccio adesso, e come non ho fatto per trent’anni. Ero scrupolosissimo nel prendere nota di ogni cosa che vedevo, e nel prenderne nota perdevo la maggior parte di quello in
cui mi imbattevo. L’Europa, per un ragazzo australiano avido di cultura, è un miraggio, la terra promessa, la terra delle favole. Arrivato all’aeroporto di Londra, anche se gli aeroporti sono tutti uguali, mi sembrava già tutto così entusiasmante e pieno di storia da non poter trattenere l’euforia, e mi trovai a chiacchierare con la mia valigia. Ebbi subito paura di esser preso per matto, cosí presi carta e penna e preferii scrivere: era la stessa cosa, ma socialmente molto più accettabile. Del resto anche in questo momento parlo da solo, anche se uso una penna e della carta. E da ragazzo cantavo per un gruppetto di
cani. Eppure tutti pensano che io sia uno dei più assennati tra i cantanti d’opera, uno dei più normali.
Ma non è forse pazzia mettersi a cantare davanti a mille persone in un teatro? Chi è più pazzo, chi si mi mette a cantare o chi ferma la sua vita per starlo a sentire? Cosa può essere davvero normale e dove comincia la pazzia? Tutta la cultura umana è pazzia deviata? O tutta la pazzia è capacità creativa andata a male? E se l’arte, ma non solo l’arte, anche l’ingegneria, la medicina, la fisica… cosa più della fisica è follia allucinatoria? Eppure quella viene considerata scienza, e si parla di ‘leggi della fisica’, come se ci fosse qualcosa che resta immutabile, come se Newton e Einstein avessero detto le stesse cose. Ma cosa ne so io di fisica? Io so solo che ero in Europa e per me stava trovando forma, luogo e sostanza ‘La Cultura’! Venivo dalla terra che non ha passato, ed arrivavo nella terra che ha solo passato. Ero completamente ubriaco. Avevo cercato in tutti i miei studi di ricostruire il tempo, la storia, i secoli, ma non avevo mai visto nulla. Ora trovavo che quelle cose esistono davvero, che non erano solo figure sui libri, e che nulla poteva essere più lontano dell’Europa dalla fattoria di mio padre. Tornai cinque volte in Australia per dei brevi periodi di vacanza, ma ogni volta stavo così male che… ecco da dove nasce la
mia paura del volo: ho inventato questa paura, in modo molto credibile anche per me stesso, per avere
l’alibi di non tornare più in Australia. Mi ero fatto dei conti: come pianista non avevo futuro, ed io volevo un futuro a lettere cubitali, e provai a cantare. A vent’anni vinsi una borsa di studio a Londra, e poi ho cominciato la mia carriera, ed il mio nome ha raggiunto una buona grandezza nei cartelloni. Io
so solo che ho costruito tutto con gli occhi del cane del deserto. Da lui ho preso tutta la forza e la determinazione necessarie. Ed ora non me ne importa niente. Mi sento leggero nel dirlo. Non me ne
importa niente. Nessun pubblico ha rimpiazzato davvero quei cani del deserto. Oltre il deserto non ho trovato quasi nessuno che valesse la pena che mi ascoltasse. Non mi importa nulla del canto. Quel che davvero mi importa è ritrovare le tracce dei movimenti rituali del cane del deserto che per primo ha ascoltato la mia voce, i riflessi dei movimenti provocati dal suono che non ha bisogno di nient’altro che
di esserci. Mi piace suonare il pianoforte perché mi permette di osservare le mie mani che suonano, di
seguire i loro movimenti come se non c’entrassi, e nello stesso tempo di sentire le sensazioni uniche ed
irripetibili della musica che nasce dentro di me. Il canto non permette questo. Nel canto non c’è possibilità di essere fuori a guardare mentre stai cantando. Io, ormai europeo cane della steppa, voglio essere il mio pubblico, da quando il cane del deserto non può più esserlo. Quello che più mi piacerebbe sarebbe suonare con un cantante, ma non conosco nessun cantante con cui potrei suonare ascoltando da lui quello che davvero voglio. La mia corsa verso il futuro e verso il passato è andata avanti a lungo, ma ora mi accorgo che niente rinnova neanche la minima parte di quegli attimi ai margini del deserto.
Non pensavo a niente. Ero solo. Ero forte.

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