Geografie dai miei libri: WaldemarCapitolo XII. lunedì 31 maggio 1999, 6 Trieste, Muggia e una sosta a Torino

Abitava in via Ghega n. 1. Trieste. La strada del Conservatorio “Giuseppe Tartini”, istriano di Pirano, celebre per il suo Trillo del diavolo ad. inaugurare la maschera mefistofelica che fu poi definitivamente assegnata al violino da Paganini, e della gelateria più buona della città e senza
dubbio tra le migliori del mondo, Zampolli. Dalla sua finestra vedeva la bellissima stazione dei treni, vestigia monumentale della stagione della modernità dell’Impero, e i giardini pieni di tutta la gente che c’è sempre intorno a ogni stazione di ogni grande città, e il monumento dedicato all’Imperatrice di Miramare, Sissi, che in quel castello tornava spesso nel suo errare senza riposo perché amava le sue grandi finestre aperte
direttamente sul mare, castello fatto costruire da
suo cognato, Massimiliano d’Asburgo, che però vi visse pochissimo, finendo a morire fucilato dai rivoltosi dopo essere stato incoronato Imperatore del Messico (!).
Come Saverio fosse finito a Trieste è cosa irrazionale, e in quanto tale inevitabile. Tutta la formazione di Saverio aveva portato verso una
direzione chiara, anche se se ne accorse solo a cose fatte. Trieste era la meta non scritta perché non era necessario scriverla. Fare l’università a Torino volle dire per
Saverio molte cose. Una di queste, sotto il diretto
influsso del Maestro Pareyson, fu la scoperta del
romanticismo tedesco, e quindi l’innamoramento
per il Lied, che ne è l’espressione più completa e
pura. Trieste era il punto di contatto più diretto e vicino tra un giovane italiano innamorato di queste cose e il mondo che queste cose aveva espresso. Ma parliamo di un gioco sulla linea di
confine, in Saverio, tra l’astrazione logica che lo
aveva fatto innamorare della filosofia, e la musica che lo aveva fatto innamorare, tanto che la sua scelta di Trieste, e di Pareyson, che nessuno
aveva compreso tranne Giorgio (ma solo dopo un
bel po’ di tempo e senza mai parlarne, perché mai più si parlarono), era una scelta di rifiuto della logica come l’aveva conosciuta, per tornare a definirla dopo un percorso nella vita, nell’esistente, nella notte dell’amore negato e dove tutto si confonde.
In quella notte dell’amore negato passata a Torino incontrando la vita come davvero era (e come davvero era?), in quegli anni di studio e di tremore per i fatti che a Torino in particolare erano sangue e paura nelle strade, con tutti gli incontri che un giovane poteva fare in quel posto e in quel luogo, con la politica che in quel posto e
in quegli anni diventava una dimensione totale cui Saverio non si sottrasse, si ritrovò sulla linea di confine, anche fisica, tra i mondi che lo
avevano definito, nell’esistenza, nel pensiero, nel sogno, nella notte. Se Torino aveva voluto dire
per Saverio sprofondare nella notte del confine tra cose come sono e cose come si sentono, in Trieste il suo percorso trovava la luce del mare cui quell’Impero centrale, che aveva le due teste di Austria e Ungheria, aveva trovato il suo ricco mercato levantino. Trieste, la città dei mille culti religiosi, della tolleranza tra i popoli come evidenza di mercato e dell’intolleranza nazionalista come malattia esantematica, a volte però quasi mortale. Una città che era rimasta
sospesa per 9 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e che nella sospensione viveva da quando con la Prima Guerra Mondiale aveva perso l’Impero. Sì, perché non è stato l’impero a perdere Trieste: l’Impero è morto, e Trieste continua a non elaborare il lutto. Ma come ogni lutto che non si elabora per troppo tempo, in questo Trieste aveva trovato la sua identità, ormai indistruttibile, e quindi la sua vera e nuova
forza.
Saverio non aveva assolutamente superato la
fine dell’amore per Giorgio, non poteva farlo. A Trieste si trovò per caso, ma con perfezione, perché il luogo lo rappresentava. A Trieste Saverio inseguiva alla cieca l’amore, o comunque qualcosa, amore o no, che con Galatea toccava due vette: quella dell’erotismo, e quella dell’idealizzazione.
Dietro la Stazione, dalla sua finestra si intravvedeva una striscia di mare, perché abitava in quella che era in origine una soffitta, poi
riadattata a monolocale molto bohemienne, di un
grande palazzo storico con copertura a carena di nave, lesene in ordine gigante sulla facciata principale, e finestre con piccoli timpani a decorazione. Stava dunque in alto, e l’ermo colle leopardiano delle sue Marche originarie era adesso quel grande blocco imperiale dove
arrivavano e partivano i treni a coprire il mare, e a coprire il sogno dei sogni di quella città irreale, il Castello di Miramare, dove il fratello di Francesco Giuseppe non poté vivere, come sommamente desiderava, per andare a fare
l’imperatore e a morire addirittura in Messico, il castello dove sua moglie impazzì da sola, e dove anche Sissi specchiava le sue pesanti ombre.
A Trieste Saverio si trovò perché lì aveva fatto domanda di trasferimento per insegnare nelle scuole medie, inseguendo Galatea. E il trasferimento lo ottenne, e insegnò a Trieste, quindi. Scuola Media “Fonda Savio”,
quartiere di Barriera. Quartiere popolare storico,
dove Saverio conobbe la Trieste più reale, e con questo si scontrò, in un modo diverso che a Torino, con le cose come sono. Professore giovane di italiano storia e geografia, non di prima nomina, ma di poca esperienza, visto che prima
aveva insegnato solo in una scuola privata molto protetta e confortevole adatta per restare nei suoi rovelli abituali e le sue digressioni consolidate tra sport solitario e sesso d’accatto, Saverio dovette scontrarsi con la propria inadeguatezza a
fronteggiare le dinamiche difficili di quei ragazzi e di quelle classi. In una classe aveva un gruppo di ragazzine sfrontate, vere babazze triestine, capeggiate da Odilla, bellissima, che aveva in
testa ogni giorno una tinta nuova dei capelli e cui non mancava mai la risposta, e aveva anche un uomo di quattordici anni con voce di basso profondo, corpo da lottatore dei pesi massimi,
occhi come la pece, capelli corvini: un serbo che era a Trieste con i genitori e i fratelli e che passava le notti a controllare i bombardamenti
che partivano dalla vicina base di Aviano e che potevano sempre centrare le case dei nonni e
degli zii e dei cugini, in Serbia. Con Nemanja poteva intendersi, e si intendeva, appunto, da uomo a uomo, e molte volte era lui, Saverio, a
portargli l’ovvio rispetto. Con Odilla e le Babazze il problema era insormontabile, perché la loro sfrontatezza seduttiva era per Saverio uno scacco matto. Questa era una terza, e doveva portarli all’esame e alla scelta per il futuro, o almeno per la scuola cui iscriversi, o almeno alla scelta di iscriversi per andare ancora a scuola, sperando che non finissero tutti a lavorare subito ai livelli più bassi, sfruttati e sottopagati.
In una prima, una mattina un ragazzino svenne, dopo esser impallidito in modo vistoso, e
con questo venne fuori che viveva da solo col suo papà che si svegliava alle 5 per uscire prima delle 6 e andare al lavoro, e che lui si trovava a dover pensare da solo a prepararsi colazione e pranzo, e lo avrebbe anche fatto, se il papà si fosse ricordato di fare la spesa, o semplicemente se il papà avesse avuto i soldi per fare la spesa. Venne fuori che era il terzo giorno che non mangiava. Una prima dove una cricchetta di maschietti
impazziti per i Back, abbreviazione di Back Street
Boys, lasciati a se stessi da genitori ancora più bambini di loro, intenti solo a lavorare, tingersi i capelli, andare in discoteca, bere, farsi di coca e scopare in giro, una cricchetta di ragazzini
pestiferi che una mattina, facendo i grandi e i trasgressivi, invece che andare a scuola erano andati ai Giardini Pubblici, portandosi una compagna, una povera bambina che rideva sempre, e che a un certo punto fu immobilizzata
da quattro di loro mentre il capetto faceva finta di stuprarla. Facevano finta perché erano bambini di
11 anni non ancora sviluppati, e il capetto era il più piccolo e infantile di tutti, solo quello più scriteriato e coraggioso nelle trovate. Se ne parlò in consiglio di classe, ovviamente. E poi nulla.
Ogni lezione era un’impresa per agguantarli e portarli per mano in una direzione costruttiva, e giorno dopo giorno piccoli progressi avvenivano.
Certo Saverio non smise di passare una notte insonne prima del martedì, che aveva le ultime due ore, la quinta e la sesta, in quella classe, e quando erano stanchi quei bambini diventavano davvero difficili.
Invece amava il venerdì. Anche se avevano ancora le ultime ore della settimana (si facevano sei ore dal lunedì al venerdì per avere il sabato
libero), le ragazze erano più morbide, avevano esaurito gran parte dei lazzi per infastidire il professore giovane, e si poteva finalmente parlare, leggere, discutere, scrivere con un po’ di calma. Nemanja al venerdì respirava un attimo, come se pensasse che un’altra settimana era passata e la sua famiglia non era ancora stata colpita, e anche lui si trovava a sorridere con le
ragazze, che appena lui si apriva un po’ lo trattavano come il ganzo della classe di cui ciascuna di loro voleva essere la bambola. Saverio guardava con apparente indifferenza tutte queste manovre, e si divertiva moltissimo a vedere come la vita non si ferma mai, mai.
Spesso poi, al venerdì pomeriggio o al sabato,
Saverio se ne andava verso Muggia, dove il duomo ha una facciata che sembra un capolavoro di pasticceria pregiata, e proseguiva oltre la
bellissima piazza, oltre il mandracchio, la sacchetta del porto dove tante piccole barche sono accolte come in una bomboniera marinara, e
seguiva il lungomare stretto tra gli scogli e la ripida collina che non lascia spazio che alla strada, con varie curve, e, seguendo le curve, sulla destra il mare sembra aprirsi, le scogliere si allargano appena un po’, e improvvisamente, dopo una curva a sinistra, Trieste scompare: resta solo il mare aperto a destra e il monte a
sinistra, e la strada dritta.
Per Saverio quella strada diventò nei suoi sogni la libertà stessa, il luogo dove non c’è altro che la strada e il mare aperto, che si definisce in contrasto con la ripida costa boscosa. Nei suoi
sogni la scogliera sulla destra si dilatava in una distesa di rocce di varie dimensioni, bianche, abbagliate dal sole, dove il mare azzurro si infilava a tratti, la strada era un nastro grigio che girava sempre dolcemente a sinistra, liberando la vista da ogni altra terra, e il fianco della costa era di un verde scuro, denso, fresco di alberi quasi da
montagna. Nessuno e nulla: lui che guida su quella strada amica, e quella costa libera,
luminosa, assolata e fresca di mare. Quella strada porta ad un luogo chiuso, militare: l’antico lazzaretto, con una pinetina vietata che si scorge appena dietro il muro di
cinta a intonaco giallo e un cancello ampio di ferro battuto, con una costruzione agile e leggera; subito dopo lo sbarramento della pinetina del lazzaretto, ancora a sinistra, quasi subito la frontiera con la Slovenia, piccola e amichevole: immediatamente all’estero, in un altro mondo. Saverio viveva la familiarità con la frontiera, e quella frontiera in particolare, come un’uscita netta da ogni pensiero sempre a disposizione, a portata di mano, dopo aver fatto quella strada speciale che era entrata nei suoi sogni. Bastava anche solo un piccolo giro oltre frontiera, anche senza fermarsi, e poi poteva tornare a casa più sereno, a preparare le lezioni.
Amava Trieste e tutto quel che vi andava conoscendo, ma restava una vita non facile per Saverio, che trovava ampia compensazione nel
modo speciale di quei posti di essere consolatori.
Al lunedì in particolare Saverio poteva
godersi il mare: insegnava nelle prime tre ore, e alle 11 era libero. Ultimo arrivato, nell’orario ovviamente gli avevano dato le prime del lunedì e
le ultime del venerdì, quelle che tutti volevano evitare, ma per lui non era un gran problema. Alle 11 prendeva la sua bicicletta, tornava a casa,
lasciava i libri e prendeva la sacca per il mare, e andava. Verso Barcola, quando non voleva allontanarsi troppo, si faceva tutti i “topolini”, il
litorale a scogliera artificiale, fatto per tre chilometri di una passeggiata con rotonde a
terrazza che sembrano le orecchie di Topolino, dopo la bella pineta con la fontana, opera degli inglesi che amministravano quella parte della città fino al 1954, e, sotto le terrazze, le cabine
per cambiarsi e pezzetti di spiaggia di ghiaia, se non additrittura direttamente il mare, fino ad arrivare al bivio di Mìramar, come lo chiamano a Trieste, il luogo più appartato dalla strada della lunga bellissima passeggiata, con due grandi
piattaforme attrezzate a livello dell’acqua, protette dalla massicciata della strada per il parco, subito prima della riserva marina, dove tutto il sole possibile si concentra e riscalda fino a dicembre per ricominciare subito a gennaio. Quello era un posto molto frequentato da personaggi fissi, come ce ne sono in ogni posto di mare, e da ogni tipo di studente o giovane professionista che all’ora di pranzo preferiva
prendere il sole con un panino e un libro appena fuori dal centro ma fuori da ogni marmaglia. Una specifica élite andava al Bivio a prendere il sole e il bagno in mare, Saverio ci stava bene, ma se aveva voglia proseguiva volentieri quando al bivio la strada diventava in salita, e faceva ancora un paio di chilometri per arrivare alla discesa dell’Osservatorio Marino, dove d’estate c’era
anche un chiosco aperto, lasciare la bicicletta e camminare per il sentiero e sugli scogli per cinque-seicento metri, ed arrivare in paradiso.
Alla fine del percorso, la spiaggia dei filtri. Protetta dal costone coperto di macchia
mediterranea fino al mare, una cala di ghiaia abbastanza larga, al mattino ben ombreggiata, al pomeriggio invasa dal sole, la linea di battigia mossa a festoni di scoglietti, un’acqua limpida e sempre in movimento, bassa e calda, ma in certi punti improvvisamente fredda e massaggiante, i filtri, appunto, da cui quasi a pelo d’acqua
risorgono piccole bolle di sorgive carsiche. Vista la difficoltà della conquista, la spiaggia è un luogo per iniziati. Una comunità spontanea di nudisti
cittadini ne ha fatto il proprio regno di rilassatezza elioterapica, costruendosi anche dei ripari sotto la vegetazione, un gruppo storico che va lì dagli anni settanta, cui si aggiungono neofiti più o meno occasionali o abituali di minor frequenza. Infermieri d’ospedale, docenti
universitari, insegnanti, impiegati, commercianti: la democrazia del corpo nudo al sole, tutti dotati di libri. A Trieste si legge. Un luogo perfetto per Saverio: natura, riservatezza, lettura, nudità,
contatti discreti, anche solo di qualche sguardo cordiale, con gente serena. Gli piaceva in
particolare uno dei filtri che stava proprio sulla linea di battigia. Lì poteva stendersi sulla ghiaia al sole, e sentire l’acqua tiepida della risacca del mare in superficie che contrastava col fresco dell’acqua sorgiva sotto il suo corpo, mentre la luce e il calore del sole lo inondavano. Mai gli capitava di addormentarsi in spiaggia, ma quel lunedì di fine maggio, quando ormai le fatiche del
difficile anno stavano andando a compimento, con
tutti i problemi di quelle classi difficili, dei genitori, di Galatea che voleva lasciarlo già a ottobre poco dopo che lui si era trasferito a Trieste per lei, di quella città nuova che lo
affascinava ma che non le mandava certo a dire, con il modo di fare dei triestini, che lui amava tanto, ma che non conosceva morbidezze, con le zaffate di bora d’inverno che davvero lo avevano
travolto, con quella guerra terribile appena fuori dei vicinissimi confini italiani, e gli incontri con sloveni, croati e serbi che capitava di fare da
Knulp, il caffè degli anarchici che frequentava, o in altre cantine di città vecchia, con le presentazioni di libri nelle librerie del centro, con
le serate a teatro, quella Salome di Richard Strauss, indimenticabile, al Teatro Dell’Opera, come i Dialoghi delle Carmelitane di Poulenc, o al teatro di prosa, il Politeama Rossetti, con il
Meraviglioso Copenhagen di Orsini Popolizio Lojodice, e poi quel luogo di incontro con altri uomini alla luce del sole che gli regalava la Costa
dei Barbari, a Sistiana, scoprendo una facilità di
trovare compagnia e soddisfazione appartati ma
in riva al mare che prima non aveva mai sperimentato; un anno insomma pieno di vita,
quando il sole e il mare e l’acqua carsica e la brezza e il leggerissimo canto degli uccelli tra i rami con qualche sporadico verso di gabbiani lo hanno portato a lasciarsi andare, a sentire il suo corpo forte e massiccio rilassarsi in ogni fibra, a sentire l’adesione della pelle della sua testa, del collo, delle spalle, della schiena, dei glutei, delle gambe fino ai piedi, alla ghiaia leggermente mobile per il movimento dell’acqua, a
sprofondare in uno stato in cui tutti i sensi erano attivi e portavano un’immensa percezione di pace e godimento, ma insieme erano come sintonizzati solo con la parte aurea di quel momento
paradisiaco e chiusi a ogni interferenza interna o esterna che potesse rovinare il momento a protezione di quell’oro puro, ecco, in quei
momenti sentì la più profonda felicità, una fonte di energia assoluta che poteva accendersi dentro di lui e portarlo a rivoltare il mondo, e in quella felicità pensò, come in una sospensione totale
data dalla totale adesione, che, se fosse arrivata in quel momento perfetto, nulla lui avrebbe fatto per ostacolare la morte.

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