Grografie dai miei libri
Moresco
“Waldemar”
XXX
Sabato 18 agosto 2001 – 4
…
Arrivato a Porto San Giorgio, uscì dall’autostrada, e prese subito la strada fondovalle al bivio del cimitero. Si fermò un attimo, e controllò i messaggi. Il suo amico dalla
stazione di Ancona gli aveva scritto che aveva chiesto a tutti i colleghi che avevano lavorato sui treni regionali che fermavano a Petacciato, ma
che nessuno aveva visto un ragazzo con quelle caratteristiche.
Saverio non se la sentiva di andare subito a casa. Era ancora troppo turbato, e non voleva farsi vedere così dal suo babbo, che non era più
quello di una volta. Prese un’altra direzione, rimanendo sulle colline, e se ne andò a Moresco. Era un posto bello, di sicuro non c’era gente, tutti
erano ammassati in spiaggia; per lui un piccolo rifugio, con quella piazza allungata, in fondo la torre eptagonale tanto famosa, almeno in zona, e tanto unica in assoluto, ma prima della fine della piazza quel loggiatino gotico, all’ombra, con sotto quel ristorante, i tavolini all’aperto, al fresco, e il suo amico che lo gestiva. Non era ora di pranzo, e quello non era un bar di paese, ma il suo amico
non gli avrebbe negato una piccola sosta, una chiacchiera, una birra fresca.
Giovanni non vedeva Saverio da parecchio tempo, e fu ben contento di riaverlo lì sotto al suo portico. Erano stati in collegio insieme ad Ascoli,
ma solo il primo anno, perché Giovanni fu bocciato al liceo scientifico, e i genitori pensarono bene di fargli fare un’altra scuola, e lui scelse l’alberghiero a Rimini. I soldi in casa non mancavano, e ce lo mandarono, e fu la scelta giusta. Divenne un bravo cuoco e ci sapeva anche
fare, e adesso aveva quel bel ristorantino e una bella famigliola. Non si vedevano che raramente, ma erano rimasti amici. Senza farsi confidenze, comunque si capivano al volo. Giovanni capì subito che era un brutto, ma davvero brutto momento per Saverio. Dopo le prime feste a vederlo arrivare, gli portò la birra che gli aveva chiesto, e se ne prese anche una per sé, e si sedette davanti a lui, così, senza parlare. Saverio lo guardava, e con quello sguardo lo ringraziava del suo silenzio.
Stettero così a godersi il fresco finché la birretta non finì. Poi, come dal nulla, sicuramente arrivando da sotto la torre per le scalette sotto il portico e quindi non potendo essere visto da
lontano, arrivò un ragazzo africano. Non c’era nessun altro al mondo: Saverio con Giovanni, un ragazzino che giocava a palla da solo all’altro capo della piazza, e adesso questo ragazzo africano, nero come un tizzo, con dei calzoni colorati e una maglietta bianca immacolata sul suo bel corpo slanciato e perfetto da atleta naturale. Aveva lineamenti dolci e marcati allo stesso tempo, e uno sguardo che diceva a Saverio, da subito, che la sua tristezza per Galatea e per Stefano e per il babbo, e per
Germana e per Giorgio e per la mamma e per la vita non era superiore alla sua. Ma solo lo sguardo rivelava questo, niente altro. Era pulito, dignitoso, elegante nei movimenti. Chissà come era finito lì.
– Ciao, mi chiamo Jonathan, ti disturbo?
Si era rivolto a Saverio, che era voltato di spalle rispetto a dove stava lui. Giovanni, che evidentemente lo conosceva, gli fece cenno di lasciar stare il suo amico. Ma Saverio si voltò, senza pensare, e si presentò come era in quel
momento. Un uomo di quarant’anni, robusto,
molto vigoroso, con la testa piena di capelli e barba che iniziavano leggermente a ingrigire, occhi grandi azzurri, e un’espressione persa, disarmata, come di un ragazzino che ha paura, no, come di un ventenne che non ha più speranza, no, come di un vecchio che non ha più un domani, e che invece deve ancora fare troppe cose.
Jonathan rimase colpito, e spontaneamente fece un passo indietro. Non aveva mai visto un uomo così. Saverio ruppe l’imbarazzo, e
guardandolo gli disse di sedersi. Giovanni non era
stupito per niente, da Saverio si aspettava tranquillamente qualsiasi cosa, si limitò a
rientrare e a tornare con una nuova birra per tutti e tre.
Jonathan bevve la sua birra insieme a Saverio e Giovanni, e intanto non toglieva gli occhi da quell’uomo che lo aveva invitato a sedersi. Voleva fare una piccola richiesta, che ripeteva spesso, ma adesso non ci riusciva più. Ma Saverio, ancora, capì, e gli chiese:
– Come posso aiutarti?
Perché voleva aiutarlo? non aveva guai abbastanza? Ma Saverio era fatto così. In quel
giovane africano aveva visto qualcosa che non sapeva neanche lui dire cosa fosse, no, per niente, ma era come un soffio di bellezza che gli
arrivava addosso inaspettato, un refolo delicato di una persona bella.
Jonathan rimase zitto. Non sapeva cosa succedeva, nessuno mai gli aveva chiesto: “Posso aiutarti?”
Mai da molto tempo.
L’ultima persona era stata Elizabeth quel giorno al mercato, quando lui si era fermato, e pensando che fosse un cliente gli aveva chiesto:
“Posso aiutarti?”
Jonathan non se lo ricordava neanche, ma fu così. E in quel momento si ricordò che le rispose:
“Sì, tu sola puoi aiutarmi.” E a Saverio rispose:
– Non lo so se puoi aiutarmi, ma io me ne devo andare via con mia moglie e mio figlio piccolo, e non ho dove andare.
Saverio aveva una casa complicata grande vuota dove sapeva di poter sempre tornare, anche se non voleva mai farlo, e in quel momento
capì come era fortunato, anche se era tanto triste, e per tutte buone ragioni. Ma sapeva anche che il suo babbo restava da solo in quella casona, dopo quelle poche settimane di agosto, e che non poteva più vederlo in quel modo. Sapeva anche che tornare a casa in quel momento restando tutti in attesa di notizie di Stefano era una situazione avvitata, non sperava in un buon esito, e si aspettava solo una spirale di dolore e di solitudine.
Saverio ebbe l’intuizione del tutto irrazionale che portare a casa un uomo giovane e per bene, perché era chiaro come il sole che era per bene, con sua moglie e il suo bambino, avrebbe compensato, e, chissà, forse, avrebbe davvero dato a tutti una mano a venirne fuori. Oppure no, chi poteva saperlo. Ma quanto doveva pensarci?
Bevve l’ultimo sorso di birra.
Giovanni lo guardava con fare rassicurante, come a dirgli che era matto, ma che lo conosceva e non ci trovava
niente di strano. Peraltro, se Jonathan fosse stato un poco di buono Giovanni lo avrebbe detto, e Saverio lo sapeva.
Saverio guardò la piazza davanti ai portici. Il sole ormai cucinava il suo pranzo su quei mattoni arroventati. Jonathan non gli toglieva gli occhi di
dosso, e, quando Saverio infine si voltò verso di lui, li incrociò. Durò tanto quell’incrocio di sguardi. Non bastava mai.
Poi Saverio si alzò, diede a Jonathan una pacca sulla spalla fermando la mano poi con fare rassicurante, e gli disse:
– Vieni con me, ti porto a casa.
Jonathan non capiva nulla. Solo che quell’uomo bellissimo gli aveva detto: “Vieni con me, ti porto a casa.” E lo seguì.
Giovanni prese Saverio per il braccio e lo abbracciò e gli disse piano:
– Jonathan è un ragazzo onesto, è qui da sei mesi, non ha mai rubato niente, e lavora bene, ma chi lo aveva chiamato come giardiniere e custode ha venduto tutto e lui deve andar via. Tu sei matto, ma che fa. Ti voglio bene anche perché sei matto così. Poi fammi sapere.
Saverio e Jonathan camminarono per pochi minuti sotto al sole, e poi se ne andarono sul camper verso casa. A Saverio sembrava di essere in vacanza e di guidare in giro per le colline della Provenza un po’ senza meta. Si sentiva leggero, e non fosse che per quella bella sensazione, finalmente, dopo tanta pesantezza, era sicuro che
stava facendo bene, qualunque cosa stesse davvero facendo.
Jonathan restava in silenzio. In realtà aveva un po’ di paura, ma aveva così poco da perdere, ma Giovanni non era una cattiva persona e Saverio era amico suo, quindi non sarebbe successo niente di male.
…
