Geografie dai miei libri
Petacciato
“Waldemar”
XIX
Mercoledì 16 agosto 2001 – 2
Saverio andò da solo.
Arrivò in dieci minuti. Un grande spiazzo da parcheggio, di quelli usati dai camionisti, era chiaro, sulla statale 16, con la presenza di una tipica trattoria per i bisonti delle strade, e dietro
una fascia di pineta, che a partire da lì proseguiva un po’ verso Termoli, ma soprattutto verso nord per qualche chilometro: una cosa speciale e bellissima, uno dei pochi resti di quella pineta che un tempo correva quasi senza interruzioni per tutta la costa bassa dell’Adriatico, che in quel tratto era rimasta intatta perché ci passava anche il Tratturo, quella strada di pastorizia per le migrazioni stagionali delle greggi dai pascoli di montagna in Abruzzo per l’estate a quelli del Gargano e delle Puglie per l’inverno. Spiaggia di piccole dune, profonda e dorata, screziata di piante basse da macchia mediterranea, protetta dalla pineta, con ogni tanto dei piccoli accessi alla strada. Dietro al piazzale di parcheggio, quel pezzo di pineta era in realtà un vivaio del Corpo Forestale dello Stato, che infatti aveva lì un suo piccolo edificio di servizio e un piazzale di lavoro. C’erano un paio di forestali, e Saverio si avvicinò subito chiedendo se avessero visto un ragazzo con quelle caratteristiche, in fondo non così comuni. Aveva più fiducia in quei due uomini che nei camerieri e nella barista della trattoria, che chissà quanta gente vedevano in continuazione in quei giorni di affollamento e di caldo torrido.
Purtroppo no, non lo avevano visto.
Dall’altra parte della statale 16, quasi di fronte al piazzale, un po’ in alto c’era il paese con la stazione dei treni. Montenero di Bisaccia-Petacciato. A Saverio venne in mente il suo amico ferroviere che faceva il capo movimento treni ad Ancona, stazione dipartimentale della fascia
adriatica. Lo chiamò, gli spiegò la cosa, Samuele
comprese subito, e gli disse che avrebbe chiesto ai colleghi che erano in servizio in quella tratta se per caso avessero visto Stefano, ma che aveva bisogno di un po’ di tempo, e che avrebbe potuto
dargli una risposta solo al mattino dopo verso tardi.
Saverio andò oltre il vivaio della pineta, e incontrò un altro piazzale, più curato, e lo
stabilimento balneare. Erano ormai le sei, la giornata era stata già lunga, e prima dell’una di notte non sarebbe finita. Entrò, al lungo bancone c’era una ragazza coi capelli neri lisci divisi al centro della testa, orecchini vistosi, gialli o arancioni, carnagione olivastra ma non abbronzata, sudata, con occhiaie profonde, magra, esausta e di cattivo umore. Saverio non ci provò neppure a chiederle nulla. Fuori un cameriere grassoccio, stanco ma non stravolto, abbastanza sorridente, gli disse che purtroppo non aveva visto nessuno che rispondesse alle
descrizioni. Sulla sinistra il piazzale di pertinenza dello stabilimento si allargava, ed era stracolmo di macchine. Sulla destra c’erano le docce e le fontanelle per bere, e un sentiero comodo che portava nella pineta. Saverio pensò che se Stefano era in una delle sue crisi di persecuzione poteva essersi nascosto tra quegli alberi, ma che in ogni caso con quel caldo doveva pur bere, e l’unico modo per farlo era andare alle fontanelle. Sicuramente non mentre c’era tutta quella folla, quel baccano, quella musica urlata dagli altoparlanti, tutte cose che a uno come Stefano davano fobia. Saverio decise che avrebbe aspettato la sera, la notte. Intanto era stanco anche lui. Si sedette un momento, ordinò una bibita fresca, anzi due, e si fermò un attimo a leggere un giornale che aveva trovato al tavolino vicino. Arrivate le sette, qualcuno cominciava ad andare via, Saverio si muove un po’, fa due passi verso la spiaggia piena di ombrelloni e continua verso la battigia.
Alle ultime luci prima che il sole iniziasse a tingere il cielo, un omaccione di 35-40 anni rosso come un gambero, capelli neri ricci con basettoni belli folti, massiccio e florido e tutto coperto di pelo nero, un romanaccio meraviglioso, faccia larga e mani grosse da meccanico, che si divertiva come un bambino a giocare a palla in acqua coi figli ragazzini. La solita cagnara di Ferragosto dallo stabilimento, senza sosta. Anche oggi, gente che ha lavorato fino all’altro ieri, ormai cotta dal sole, pancia piena di cose pesanti, facce sorridenti e senza pensieri. Canzonacce
anni ΄70 e ΄80 urlate dal bar. La felicità della pausa più umana e terrena di tutte. Il Ferragosto è davvero la festa più italiana che ci sia. Saverio non avrebbe mai pensato di apprezzare il Ferragosto cotto, caciarone e spensierato. Vedere intorno che tutti in quei giorni cedono felici alla gioia materiale del sole aiutava. E sì che aiutava.
Con la sera tutti se ne andarono dalla spiaggia. Saverio pensava che avrebbero cominciato a sfornare pizze, ad allestire tavoli per la cena. Niente di tutto questo. Alle nove era un
deserto, e il bar chiudeva. Il piazzale era vuoto. Saverio rimase seduto a un tavolo da solo a sorvegliare le fontanelle. Aveva anche fame, contava sulla pizzeria che aveva immaginato. I bagnanti erano tutti tornati alle loro case sulle varie colline sparse intorno, non turisti veri, ma
paesani rientrati a casa dalle città di lavoro al nord, o da Roma, per le ferie comandate, il traffico sulla statale era quasi nullo, la trattoria dei camionisti era aperta ma sembrava che stesse chiudendo. Fece una corsa, infatti la cucina aveva chiuso, ma riuscì a farsi fare un panino e a comprare una birra e anche una bottiglia d’acqua per la notte. Tornò subito al suo tavolino a tener d’occhio le fontanelle. La pineta era nel buio più pesto. Neanche la luna a rischiarare un po’. Il piazzale vuoto invece era tutto illuminato, e faceva anche un po’ spavento per quanto era grande e chiuso tra la pineta scura e la spiaggia nera. Chiamò Galatea, cercando di spiegarle la situazione. Lei non capiva, la situazione era strana, d’accordo, ma Saverio dovette
rispiegargliela tre volte. Alla fine lei sentenziò che lui era matto, che era una pazzia pensare di restare lì ad aspettare Stefano, che chissà dove era finito, e che non era certo figlio suo. Saverio non poteva non vedere l’irrazionalità della sua scelta, ma la mancanza di empatia di Galatea lo ferì.
Chiusa la telefonata, fece due passi nel sentiero buio che portava nella pineta. Impensabile che Stefano si fosse rifugiato lì. Ma lo avevano pur visto andare lì, gli ultimi. Gli unici. Salì sul suo camper, adattandosi per potersi stendere un po’ ascoltando un po’ di musica, si era portato il suo grande cuscino profumato e se lo sistemò, almeno quel conforto, sempre guardando se succedeva qualcosa. La musica lo annoiava. Chiamò Laura, un’amica torinese che
non vedeva da tanto tanto tempo. Chissà perché gli venne in mente proprio lei. Fu molto calorosa, al contrario di Galatea. Gli raccontò del figlio di un’amica che era sparito una prima volta qualche anno prima, e poi era tornato. E che l’aveva ripetuto altre due volte. Anche questo un ragazzo complicato, con problemi di vario genere. Diceva che quando la tensione diventava eccessiva questo ragazzo preferiva sparire, ma che aveva anche un forte senso di autoprotezione, di non cacciarsi in guai seri. Chissà se Laura gli parlava così solo per consolarlo. Però non gli disse che lui in quel momento stava facendo una cosa da
matto. Forse perché sapeva, da donna esperta, medico psichiatra infantile, che se lo stava già ripetendo da solo anche troppo. Verso le 11 dei pantaloni stirati di fresco e
una camicia colorata improbabile arrivarono a farsi una passeggiata nel parcheggio vuoto. Il camper di Saverio era l’unica presenza. Si avvicinarono un po’, appena quanto bastasse a incrociare da lontano lo sguardo di Saverio, che non rispose al richiamo. I pantaloni stirati di fresco furono stropicciati un po’ sul davanti, inutilmente, e poi se ne andarono dietro a delle scarpe di pelle che Saverio non ne vedeva da
almeno trent’anni.
Verso mezzanotte arrivò una macchina piccola con quattro ragazzoni che la riempivano come un uovo. Nessuno scese. La macchina restò ferma per un bel po’, intanto dai vetri usciva parecchio fumo di sigarette, o di chissà che diavoleria. Dopo un’oretta se ne andarono. Saverio era stanco, ma non poteva dormire.
Scese un momento. L’aria era fresca, finalmente, piacevole, rinfrancante, e si sentiva solo il rumore del mare. Il buio della pineta era inquietante, ma immobile. E pensava. Pensava tanto. Pensava alla sua adolescenza, tanto diversa da quella di
Stefano e di quei ragazzi, tanto piena. Anche troppo piena. Pensava a Giorgio. Chissà com’era diventato. Aveva dei figli? Pensò ai figli che non aveva avuto. Pensò agli errori che non avrebbe mai fatto con loro, se ne avesse avuti. Pensò agli
errori che invece avrebbe sicuramente fatto, se
ne avesse avuti. Anche il nome aveva scelto, fin
da giovane. Se avesse avuto un figlio, lo avrebbe chiamato Marcello. Come sarebbe stato Marcello, se fosse mai nato? Pensava a Germana, con cui il legame si era interrotto, da tempo, chissà perché, ma che in quel momento voleva solo abbracciarla. Era lontana, non le aveva ancora detto niente. Sperava di ritrovare Stefano. Quella pazza sorella giramondo.
Alle due passate arrivò una macchina che si mise a fare sgommate nel piazzale vuoto. In modo un po’ pericoloso, in verità, vicino al suo camper, tanto che Saverio decise di spostarlo, lontano da quelle sgommate. Erano due ragazzi e una ragazza. Finite le acrobazie, lasciata una buona parte del battistrada sull’asfalto, scesero, un po barcollanti, con delle bottiglie in mano, e andarono sulla spiaggia ad accendersi un fuoco. A Saverio venne voglia di andare da loro. Sperò che Stefano, se davvero era lì, si avvicinasse lui a quei ragazzi, che in fondo gli assomigliavano tanto. No, Stefano non apparve. Intanto, mentre Saverio un po’ si assopiva e i ragazzi bevevano e cantavano intorno al fuoco, cominciava a rischiarare. Il blu del cielo era ancora scuro, ma un sottile filo di luce all’orizzonte sul mare calmo iniziava a minacciare le tante infinite stelle che brillavano sulla pineta e sul mare, e su quel camper assurdo e su quei tre ragazzi, e su Saverio che tra il sonno e la tristezza aveva gli occhi bagnati.
L’alba sull’Adriatico è una cosa speciale. Forse in nessun posto come lì, su quelle acque calme, l’alba non apre al giorno ma apre solo alla luce. Una luce che arriva senza violenza. Colori belli, ma non eccessivi. E poi, in breve, il sole si alza dal mare e la luce piena invade. La pineta si sveglia di tutti gli uccelli del mondo, sono tutti lì. Neanche le barche dei pescatori, tutte bloccate
dal fermo biologico. La spiaggia ai raggi obliqui
del sole è davvero dorata. Gli ombrelloni chiusi un esercito di sentinelle inutili, come Saverio.
Arrivano alle sei ad aprire il bar, a preparare tutto il necessario per la lunga giornata che sarà ancora piena di folla, e calda, calda, calda.
Saverio va a farsi un bagno. È da solo.
L’acqua è tiepida da far specie, troppo calda. Esce e fa due passi sulla battigia. Il bagnino sta aprendo tutti gli ombrelloni e preparando i lettini da sole. Si guardano: sono i soli due esseri viventi della spiaggia, a quell’ora, a parte i gabbiani.
Ultimo tentativo: Saverio lo avvicina, e gli spiega, e gli chiede se per caso ha visto Stefano. Il bagnino è un po’ interdetto, e gli dice di no, e poi una frase sibillina, sugli uomini di una certa età che di notte vanno in piazzale a cercare compagnia, ma che poi se ne vanno, di solito, non restano fino alla mattina. Saverio non vuole rispondere. Si butta di nuovo in acqua, e poi torna verso il bar. La ragazza è la stessa del giorno prima, già ingrugnata, solo meno unta in viso, ancora quasi fresca, oggi orecchini rossi.
Saverio si fa fare un cappuccino con doppio espresso e prende due cornetti, che sono appena arrivati. Si siede. Guarda le fontanelle per l’ultima volta, sale sul camper, e se ne va.
