Testi per Cerimoniale Profano


C’era un uomo
che aveva nove figli
belli come il sole

Non aveva insegnato loro nessun mestiere
nè quello del raccolto, nè del seminare,
nè del guidare i cavalli…


ma solo per monti e valli
a cacciare il cervo,
eh, oh! e a stanare la presa nell’oscuro bosco eh, oh!

Un giorno i nove bei fratelli
andarono a cacciare nel bosco
sino a sera tutti insieme
e giunsero ad un ponte

e là videro le orme d’un cervo magico

e per seguire quelle orme
smarrirono la strada
e nell’oscuro bosco i fratelli
furono trasformati in cervi.


Il padre non sopportò l’attesa,
imbracciò lo schioppo
e andò alla ricerca dei suoi nove figli

Nel bosco trovó il ponte,
là sul ponte trovò le orme,
seguì le orme di quel magico cervo e di tanti altri
e giunse ad una fresca fonte
dove trovó nove cervi.


Imbracciò lo schioppo,
si piegò su un ginocchio
e prese la mira della mandria.


Ma il più grande dei cervi,
il figlio prediletto, gli rispose:
“Caro padre, non prendere la mira  sui tuoi figli
che t’infilzeremo con le corna aguzze
e ti dovremo palleggiare  di prato in prato,
e di monte in monte,
di bosco in bosco,
di rupe in rupe,
sovra taglienti, aguzze rocce
che ti strazieranno,
ti ridurranno un sanguinoso cencio,
caro padre!”


Il padre ascoltò tremando quelle parole,
aprì le braccia ed implorò i suoi figlioli:
“Figli del mio cuore,
figli del mio sangue,
venite con me venite,
ritornate dalla vostra cara mamma che si strugge in pianto nell’attesa;
le lampade sono accese, è pronta la  cena, i calici son colmi di vino!”


Ma il maggiore dei nove gli rispose così:
“Amato padre nostro,
torna presto dalla nostra cara mamma, ma noi non torniamo, noi non possiamo tornare, no, no!
Le nostre teste ornate non passano più dalla porta
e il nostro corpo snello
ha bisogno del fogliame verde”.


“Ma perché non ritornate?”.


“Non la cenere del focolare,
il muschio occorre al nostro piede
e non beviamo più dal calice
ma solo da quella fonte”


C’era un vecchio padre,
che aveva nove bei figliuoli,
svelti e belli, nove figli
belli come il sole.
Non erano educati a nessun mestiere,
ma solo a cacciare;
cacciarono tanto
finché diventarono cervi
nel gran bosco tutti insieme.

Béla Bartók (1881-1945)
da Mikrokosmos (1926-39) – Sei danze in ritmo bulgaro

Siamo sicuri che questa storia sia tanto “poetica”?

  • il padre educa i suoi 9 figli maschi solo ed esclusivamente alla caccia del cervo: non esiste altro cui valga la pena dedicarsi
  • I figli maschi si spingono oltre, valicano il ponte misterioso, che non è proposto come limite invalicabile: è solo una presenza di fatto
  • Una volta passato il ponte, seguendo nella notte le orme del grande cervo magico, avviene la metamorfosi, che non viene posta nè come negativa nè come positiva
  • Il padre va a cercarli e si avvicina al ponte
  • il padre, appena vede i cervi, è colto lui stesso dalla smania della caccia, dimenticando che era andato alla ricerca dei figli perduti
  • Il cervo più grande gli svela con modi diretti la verità di quanto è avvenuto: il padre stava per uccidere i suoi stessi figli, non sapendolo
  • Non solo: il figlio trasformato in cervo mette in guardia il padre, perchè lui e i suoi fratelli lo avrebbero ucciso facendolo a pezzi
  • Il padre cerca di muovere il figlio a pietà parlandogli della madre addolorata che aspetta e promettendo feste e calici d’oro pieni di vino
  • Il figlio dice che nello stato attuale non potrebbe neanche varcare la soglia di casa: le grandi corna glielo impedirebbero
  • Il figlio dice con durezza che non gli importa nulla di chi soffre, neanche della madre: la libertà nella natura è troppo meravigliosa per rinunciarci.

Bela Bartók – Szabadban (1926) All’aria aperta: Sippal, dobbal pesante (con tamburi e pifferi)

Il contrario della Parabola Evangelica  del Figliol Prodigo. Un rovesciamento totale. Siamo immersi nella natura dove non c’è un Dio buono. Gli esseri umani ne sono parte, e non una parte particolarmente privilegiata.

Non esiste identità, appartenenza, promessa che possa compensare la perdita dell’immersione nella natura e nella libertà.

La caccia, la sola attività cui i figli siano stati educati da loro padre, sembra essere metafora della ricerca della libertà attraverso l’immersione nella natura selvaggia vista come la dimensione più vera.

Il padre stesso non resiste al richiamo e ha l’impulso di cacciare il cervo appena lo vede, dimenticando il suo stesso dolore, il motivo stesso del suo essere lì.

I figli trasformati in cervi non sono più cacciatori: mangiano foglie e bevono alla fonte. Hanno superato l’istinto di uccidere. Se costretti, peró, ucciderebbero anche il padre, per preservare la propria libertà.

Bela Bartók – Szabadban (1926) All’aria aperta: Musettes moderato (cornamuse)

Agamennone, re di Micene, torna vittorioso dalla guerra di Troia. Si aspetta di essere accolto con onore e affetto dai suoi nel suo regno e in casa sua.

Sua moglie Clitemnestra non è Penelope: non lo ha aspettato. Nei 10 lunghi anni della guerra di Troia si è unita a Egisto e insieme hanno regnato a Micene.

Agamennone torna, e viene ucciso in casa sua, da sua moglie e dal suo amante.

Clitemnestra ed Egisto possono continuare a regnare. La vita a palazzo scorre uguale a se stessa.

Clitemnestra e Agamennone hanno due figlie e un figlio: Electra Crisotemide e Oreste. Avevano, prima, anche un’altra figlia: Ifigenia.

Electra e Crisotemide non potrebbero essere più diverse.

Crisotemide è nata per l’amore e per dare la vita, e in questa evidente identità vive in armonia con la situazione di fatto, in attesa di incontrare l’uomo che le sarà sicuramente destinato.

Electra sta con i cani in cortile: non si è mai piegata, tutto per lei ruota intorno al dolore per la perdita dell’amato padre Agamennone, alla rabbia per il tradimento fino all’assassinio compiuto da sua madre Clitmnestra, e al desiderio di vendetta.

Oreste non è ancora tornato. Electra lo aspetta perchè egli compia per lei la vendetta necessaria, uccidendo la madre e il suo amante.

Oreste tornerà, e ucciderà.

György Ligeti (1923-2006) – da Musica Ricercata (1953): II° Mesto, rigido e cerimoniale

Elektra

Solleva, tu che mi assisti

queste offerte di frutti

perchè io innalzi al Dio una preghiera

che mi liberi dal terrore che mi tiene

Clitemnestra non può dimenticare quel che ha fatto contro Agamennone: sua figlia Electra ne è la cupa e rabbiosa memoria vivente.

Ormai è molto lontana la fonte del rancore di Clitemnestra per suo marito Agamannone: egli con l’inganno aveva attirato Ifigenia per poterla sacrificare a protezione della spedizione contro Troia. Artemide si mosse a pietà, salvó Ifigenia e se la portó in Tauride, lontano, mandando un cervo come vittima sacrificale. Il fratello Oreste la ritroverà e la porterà con se’.

Tutto questo è lontano, sepolto oltre la memoria. Clitemnestra adesso sa solo di aver fatto qualcosa di esecrabile, per la quale teme la punizione degli Dei. Elettra è lì, vestita di stracci tra i cani, a ricordarglielo.

Ma il suo mondo è fatto di apparenze, e nelle apparenze si risolve. Del resto, il rito di sacrificio Ifigenia sembrava irrinunciabile, ma Agamennone è andato a Troia ed è tornato vittorioso nonostante il mancato sacrificio di sua figlia. Era bastato un cervo. I sacrifici sono riti inutili

Clitemnestra chiede a chi la serve di aiutarla a sacrificare dei buoni frutti agli dei.

Non lo fa neanche di persona: lei è la Regina!

Appena dei buoni frutti!

Rispetta le forme dell’offerta.

La sua offerta agli Dei è finzione quanto tutto il resto nella sua vita.

Il rito di offerta di Clitemnestra è il segno della sua falsità basata sul rancore e sull’assassinio.

La sua angoscia non viene neanche scalfita dal rito della menzogna.

Alessandro Tenaglia – Suite 2025 – Ouverture alla francese

Edipo

Effettivamente la mia speranza sta tutta qui. Aspettare quel pastore

Edipo ha fatto molte cose di grande  peso. Ha ucciso un uomo a un crocevia, e non sapeva chi fosse. Arrivato a Tebe, sposa la regina, Giocasta, ma non sa chi lei sia.

Al centro della storia, la peste che flagella la città, e i vaticini per  trovare la strada per liberarla dal male.

L’indovino Tiresia, il cieco vedente, l’androgino che tutto conosce, supera la propria reticenza e dice la terribile verità a Edipo, ma viene cacciato.

Qualcosa era accaduto senza che Edipo potesse mai saperlo, qualcosa che apparteneva alla sua prima infanzia.

Poi, poco alla volta, le tracce sembrano convergere. Edipo inizia a capire, ma non osa dire, attende l’ultima prova per avere evidenza di ció che, non puó negarlo a se stesso, sa già  .

Un senso di morte e di oscurità lo aggrava. Il ritmo funebre di passacaglia è il passo del suo cammino.

Qui Edipo è nell’ultimo momento di attesa di un dubbio artificiale prima dell’ultimo svelamento della verità.

Edipo, senza sapere, ha ucciso suo padre.

Edipo, senza sapere, ha sposato sua madre e con lei ha generato figli.

Qualcosa che appartiene alla sua prima infanzia, e che non sapeva.

Electra sa tutto: il suo matricidio è consapevole.

Edipo non sa nulla.

Quando Edipo saprà, appena dopo quest’ultimo rifugio nel dubbio, si accecherà: lui che non voleva vedere la verità, si renderà. cieco.

Alessandro Tenaglia – Suite 2025 – Passacaglia

Prometeo: Doloroso è parlare. Doloroso tacere. Tutto intorno a me è sventura.
Ermes: Ecco davvero i pensieri e la parola della demenza. Il suo grido non fallisce il segni della demenza. La sua follia non cede.

Prometeo ha sfidato Zeus, ha rubato il fuoco e l’ha portato agli uomini.

Il mito che parla della scoperta della fusione dei metalli, l’inizio dell’età della siderurgia: l’uomo puó produrre strumenti più forti e solidi per l’agricoltura, per il trasporto, per difendersi, per attaccare.

Prometeo è stato incatenato alla montagna.

È solo.

Conosce verità che devono restare nascoste.

Ermes, messaggero di Zeus, gli chiede il compromesso per porre fine alle sue sofferenze: svelare il segreto su cosa porterà Zeus alla rovina.

Prometeo non cede.

Per Ermes, Prometeo non è semplicemente un eroe solo, ma è ormai solo un pazzo.

La verità non addomesticabile è proclamata col nome di pazzia.

Suite 2025 – Recitativo a voce sola

Rosenbrach ich nachts mir an dunklen Hage (Brahms, Lied op. 94 n. 4: Sapphische Ode di Hans Schmidt)
Di notte colsi le rose tra siepi oscure

Ma se non ci fosse l’amore, nulla sarebbe.

L’amore rimbalza da Saffo a Hans Schmidt e a Johannes Brahms, uno degli infiniti salti nell’eterno che l’amore fa attraverso le vite di singole persone.

Saffo ci lascia queste sue parole:

Le stelle, certo, attorno alla bella luna

indietro nascondono il luminoso volto,

quando, piena, più che mai risplende

sulla terra tutta.

Suite 2025 – Senza tempo

La conclusione delle storie è compresa già nel loro inizio.

Il luogo finale nell’architettura della tragedia ha il nome di CATASTROFE: il volgere definitivo verso il basso, cioè verso la fine, cioè verso lo svelamento definitivo; riporta con un tonfo di caduta inevitabile a quel luogo di partenza da cui tutto era stato originato.

La catastrofe sembra arrivare violenta e improvvisa, ma ha solo scivolato sempre più veloce lungo un pendio, finchè nulla più ha potuto fermarla, e il suo fine è lo svelamento di quel che già era stato, ma il cui significato sfuggiva a tutti.

Suite 2025 – KΑΤΑΣΤΡΟΦΗ´ catastrofe

La notte regno della magia trasformatrice e rivelatrice.

Non sogno romantico, ma luogo di incontro con la forza vitale oscura della natura, da cui si riemerge rigenearati e definitivamente mutati.

Di notte, passato il ponte, i 9 bei fratelli diventano cervi.

Selvaggi.

Forti.

Eleganti.

Il piccolo mondo, microcosmos, in cui ciascuno vive la propria esistenza, riflette il grande mondo universale, macrocosmos, non come idealizzazione o simbolizzazione, ma come luogo concreto e reale di svelamento della forza vitale della natura.

La libertà conquistata dai figli divenuti cervi crea un nuovo ordine di valori.

Senza rimpianti nè nostalgie.

Andare a caccia per uccidere i cervi come anelito alla conquista della libertà.

La vera libertà peró non è uccidere il cervo, ma trasformarsi in cervo, nella sua forza, nella sua eleganza, nella sua selvaticità, seguendolo nella notte oscura, e conquistando il vento e la luce del sole.

Alla caccia si sostituisce il gioco, la corsa, l’ebbrezza del vigore nel sole.

C’era un vecchio padre,
che aveva nove bei figliuoli,
svelti e belli, nove figli
belli come il sole.
Non erano educati a nessun mestiere,
ma solo a cacciare;
cacciarono tanto
finché diventarono cervi
nel gran bosco tutti insieme.

Szabadban – Béla Bartók
Szabadban (1926) All’Aria aperta:

4, Az éjszaka zenéje lento (musica della notte);

5, Hajsza presto (la caccia)

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