https://youtu.be/ZC-Keez_rvM?si=0OiJNyyZ4B2x9u_E

Felice e onorato di tutto questo, per l’amicizia, e per il valore intrinseco dell’opera, un quintetto per pianoforte e archi che dovrá assolutamente entrare nel repertorio di questa formazione classica, nell’arco che raccoglie i quintetti di Schumann, Brahms, Ciaikowskij, Rimsky-Korsakov, Elgar, Schnittke… e ora Jorge A. Bosso.














Introduzione di Jorge A. Bosso:
THE JOURNEY
“Dieci anni sono passati da quando scrissi, per coro misto a cappella e due violoncelli, una composizione ispirata al carteggio tra i fratelli Van Gogh. BROTHERS. Nel frattempo non sono più tornato a sfogliare quelle pagine finché per caso – e solo per caso – mi sono ritrovato davanti ad alcuni versi della poetessa britannica Christina Rossetti, i quali fanno parte del movimento centrale Chambre à coucher sous une nuit étoilée. La loro naturale spontaneità e schietta immediatezza mi hanno subito sedotto. In una lettera indirizzata al fratello, il giovane Vincent si riferiva al suo poema Up-Hill, senza citarlo esplicitamente,
Mio caro Theo,
Anche se ti ho scritto solo di recente, voglio comunque farlo di nuovo, perché so quanto può essere difficile a volte la vita. Tieni la testa alta, vecchio mio, dopo la pioggia arriva il sole, continua a sperare in questo. Pioggia e sole si alternano sulla strada sempre in salita, sì, fino alla fine, e di tanto in tanto ci si riposa anche sul viaggio che dura tutta la giornata, dalla mattina alla sera. Pensa dunque, ora e spesso anche dopo, che anche questo passerà.
Poco dopo è nato THE JOURNEY, grazie al connubio tra un’amicizia sincera e l’impegno e volontà dell’istituzione.
Un viaggio ci plasma, e il tempo emotivo del quale si nutre forgia la nostra capacità di conferire intenzioni ai simboli affidati. Perché ereditiamo simboli e tramandiamo intenzioni.
La tentazione di cesellare il silenzio mediante il suono – meravigliosa unione tra ποιεῖν e πράττειν – è simbolo e rappresentazione di dialogo, in solitudine col Divino, alla ricerca di uno stato superiore di esistenza, dall’individuale verso il collettivo. Avrebbe potuto annuire Vincent, negli anni in cui il suo fervore religioso precedette la sua prepotente parola dai mille colori.
Infine, attraverso i simboli, il suono conferisce nuova e compiuta determinatezza; trama sottile e stoffa, drappo e portolano d’idee e visioni che sin dai tempi remoti può, quasi miracolosamente, collegarci a un essere umano, a un’intera cultura che visse in un punto distante, in uno spazio antico. Suono, colore e parola si trasfigurano in strumenti d’unione lungo lo spazio e Tempo. ”
The Journey di Jorge Andrés Bosso prende ispirazione da una poesia omonima
di Christina Rossetti riportata in una lettera del 3 novembre 1876 di Vincent van
Gogh a suo fratello Theo.
I dieci movimenti del quintetto, a loro volta, prendono i rispettivi titoli da altrettanti
versi di questa poesia, tranne il n. 5, quello centrale, che si intitola proprio The
Journey.
Il tema del legame intenso e profondo tra fratelli, come quello dei fratelli van
Gogh, testimoniato nelle loro numerose e variegate lettere piene di riflessioni e
ampi riferimenti immaginativi, riguarda Bosso molto da vicino, tanto da essersi
riversato nella sua opera di artistica in diverse circostanze.
In modo ellittico, anche questo Quintetto è dunque un momento di questa
riflessione.
In margine a questo Viaggio, la felice ricorrenza che riguarda le Lezioni
Americane di Italo Calvino (scritte 40 anni fa, nel 1985, per delle lezioni da tenere
all’Università di Harvard, ma mai tenute a causa dell’improvvisa scomparsa dello
Scrittore) mi porta ad annotarne qui questi rapidi passaggi, che trovo fortemente
connessi a questa composizione.
Sostituire letteratura con musica, scrittore con compositore è fin troppo facile, a
proposito di Jorge Andrés Bosso e della sua opera
La prima impressione che questo Quintetto di Jorge Andrés Bosso mi ha dato è
stata quella di un paesaggio pietroso, netto, definito, forte, e, proprio in quanto
tale, denso, magmatico, oscuro, evaporante. Un magma eruttato con violenza
infuocata, però innocuo come avviene sull’Etna, dove si incanala nella Valle del
Bove che lo argina e contiene fino a raffreddamento, e fino a lasciare un
paesaggio da mondo alieno, come se improvvisamente ci si trovasse su Marte e
non più sul nostro pianeta, mostrandosi in una bellezza sconosciuta capace di
ammutolire chi vi si immerga.
L’argine qui è dato dalla profonda consapevolezza compositiva del pensiero
musicale dell’Autore, che fornisce con naturalezza tutto quanto sia utile e
fruttifero perché l’energia primigenia (un dolore che geme e urla, canta ed
esplode) diventi un fantastico e totalmente realistico fiume lavico risplendente
del suo stesso fuoco nella notte, una corrente irrefrenabile di energia e
un’espansione nel melodiare arcaico e mistico che incantano di bellezza
assoluta.
Ho definito un ossimoro? Si. The Journey.
“Nessuno ti lascerà sulla porta”.
Con un ringraziamento a Jorge infinito quanto la nostra amicizia.
Alessandro Tenaglia
Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era
l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore.
…
Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero
dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo
animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo
superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del
mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di
sfuggirle.
In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra:
una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei
luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno
potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.
L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi
sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma
solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo.
…
Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo
si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo
sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine
catturata da uno specchio.
…
Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla
pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto
parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il
mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri
metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non
devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro…
Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una
leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la
frivolezza come pesante e opaca.
Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della
letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento
senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo
sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a
comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei
corpi,
delle sensazioni.
Il mio lavoro di scrittore è stato teso fin dagli inizi a inseguire il fulmineo
percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo
Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il
tempo di
Vulcano, un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti
e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la
definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre
senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino,
maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera.
Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità
nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del
linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza,
come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più
generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte
espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con
nuove circostanze.
Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da
ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica,
nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media
cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse
solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della
peste del linguaggio.
Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel
mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni,
rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio
disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre
l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura.
Dove vediamo che la molteplicità delle storie possibili si rovescia nella
molteplicità del vissuto possibile, l’unicità del racconto che inizia diventa
l’unicità delle giornate che ci tocca di vivere, decisa al risveglio, nel distacco
dall’indeterminatezza del sonno.
(Italo Calvino, Lezioni Americane, 1985; pubblicate postume nel 1988)


























