parole tra uomini

“C’è stato un periodo in cui ho pensato che stavo bene, che avevo fatto quel che volevo fare, e che avrei anche potuto morire senza alcun problema.

Poi tre anni fa mio fratello è stato male, e da allora è su una sedia a rotelle. Può fare sempre il suo lavoro, lui è il direttore di un grande centro, tutto si fa al computer, ma da allora sento che devo vivere per lui, che lui ha bisogno della mia presenza”

“Ma tu hai figli in giro?”

“No! Non ho figli”

“La tua presenza… però c’è l’oceano tra te e tuo fratello…”

“Ma io vado da lui spesso, cinque o sei volte all’anno, e poi coi mezzi di adesso si può comunque essere presenti”

Non riesco a togliermi dalla testa questo dialogo con un amico speciale. Un uomo che dalla prima volta che l’ho visto, a novembre, ho subito sentito fatto della mia stessa pasta, come se fossimo nati nella stessa stanza e avessimo condiviso i primi misteri della vita, anche se io decisamente piú vecchio di lui, e poi, dopo una vita da separati, chissà perchè, ci fossimo ritrovati da adulti, lui come un grande orso gentile dalle mani generose e con gli occhi liquidi e luminosi che scende in un mondo un po’ alieno, e io come un uomo pratico piú vicino alla vecchiaia che con lui sa di poter essere sincero completamente nelle proprie emozioni e nei propri pensieri trovando un senso di compagnia reale.

Il mito platonico della ricerca della propria metà mancante è illuminante ma solo se la metà mancante non è una sola. Io devo esser stato parte di un’entitá molteplice, e le divisioni di questa antica unità, ormai lo so, mi hanno portato a diversi ricongiungimenti, sul piano dell’amore in tutti i suoi possibili livelli e qualità.

Questo incontro mi ha davvero sorpreso, fin dal primo momento, anche se, ad esser sincero, non ero ben disposto: avrei preferito star da solo. Ma l’incontro, nell’istante, ha fatto il suo lavoro con naturalezza, ed io mi riconosco la qualità di esser capace di stupore, e di saperne seguire le suggestioni. Poi, con questo semplice dialogo, mi ha segnato.

Mio caro, noi veniamo da un’altra vita che non possiamo ricordare, ma ora ci siamo finalmente reincontrati.

Various Voices Bologna giugno 2023

Nel mese dei Pride quest’anno a Bologna la quadriennale rassegna di cori LGBTQ+, 106 (!) cori provenienti da tutta Europa e dagli USA, dove sono andato a partecipare con gioia in una città accogliente e sorridente.

La prima vera emozione in questi casi resta sempre la stessa: sorprendermi commosso ad essere per un momento parte di una maggioranza.

Vedere intorno a me gente come me, con naturalezza, in larga maggioranza, e avere in quell’istante la percezione netta dello stress quotidiano di vivere costantemente, anche se in modo del tutto silente e non apertamente conflittuale, nella condizione del diverso, uno stress che entra in quel pacchetto di cose che avvelenano la vita e cui non ci si può sottrarre, come quando sei finalmente in un bel posto in mezzo alla natura e solo lí ti accorgi del male di vivere ogni giorno in mezzo a una città inquinata e rumorosa.

Ecco: una gran vacanza tra gente come me, tutti sereni e allegri per un festival di musica corale pieno di colori.

Musica. Corale. Si: una manifestazione di gente LGBTQ+ in cui al centro c’è la musica fatta dalla gente stessa, con la dedizione delle prove settimanali per mesi e anni, e condivisa in quella speciale socialità conviviale e fraterna dei cori, dove il lavorio costante di trovare l’intonazione e l’impasto vocale diventa un modo di vivere.

Tanti i contenuti civili e culturali festosamente emersi nei tanti appuntamenti nei Teatri al chiuso (Teatro del Sole, Teatro Duse), nei concerti nei Musei cittadini e nei mille appuntamenti negli angoli del centro a partire dalla Piazza del Nettuno fino alla bellissima sede del Cassero , e naturalmente nel gran concertone a cori riuniti in Piazza Maggiore di venerdí 17 giugno.

Ovviamente i diritti civili del popolo LGBTQ+ con particolare sottolineatura del difficile momento politico per lo schieramento governativo in Italia.

Ma anche la cultura popolare e insieme colta del grande cinema e dell’opera lirica, oltre alla gioia comunicativa della musica pop e da musical che abbiamo ascoltato in mille versioni polifoniche.

Due formazioni dall’Ucraina a testimoniare della guerra e della presenza di una vera “armata LGBTQ+” a combattere contro l’invasione russa, sperando che la pace torni presto.

Il popolo LGBTQ+ che canta in coro la sua gioia di vivere e di esprimersi, insieme alla sua sensibilità per il bello, insieme alla propria consapevolezza sociale, e tutto con quel modo di stare insieme speciale di chi, cantando in coro, tira fuori la propria voce cercando l’accordo con quella degli altri per costruire insieme momenti di bellezza. Un modo di vivere e di stare insieme, non solo momenti di musica, ma Cultura: costruzione condivisa di bellezza per un mondo migliore, con tutti i colori dell’arcobaleno.

Qui il mio canale youtube, dove ho caricato una trentina di brevi video ripresi dal vivo dai concerti di Various Voices 2023. Grazie a tutti i Cori e agli organizzatori!

https://youtube.com/@alessandrotenaglia713

NO FICTION – AM I A CAMERA? N.1

Arrivo a Udine in treno, e poi la consueta passeggiata a passo spedito verso il consevatorio per via Aquileia. È giugno, fa caldo, e vado sul lato all’ombra. Da lontano vedo sul mio marciapiede un paio di uomini sui cinquanta che parlano, verosimilmente di faccende di lavoro, sembrano fare considerazioni, sono assorti. Intanto mi avvicino, mentre penso se mai si sposteranno un attimo per lasciarmi passare, se mi vedranno, o se dovrò aggirarli scendendo dal marciapiede.

Quando sono ormai a pochi metri da loro, un’epifania.

Da un portone proprio tra me e i due uomini esce una donna. Bella. Bellissima. Minuta, capelli scuri lunghi e morbidi, occhiali da sole discreti, abbigliamento semplice e non appariscente, ma che modella meravigliosamente la sua figura a clessidra perfetta. Carnagione appena un po’ abbronzata, rossetto, un’andatura naturale e decisa, andrà a lavorare anche lei. Esce dal portone e viene nella mia direzione. Per pochi secondi mi perdo a guardarla, e in un attimo la incrocio, e mi volto a riguardarla. Un attimo. Troppo bella. Anche un ottimo profumo. Torno a guardare avanti e i due uomini, tanto assorti nella loro conversazione fino a un attimo prima, sono li a seguirla con lo sguardo, muti, anzi, ammutoliti. Con quello sguardo tra l’ebete e il porco che ogni tanto tradisce il fatto che comunque siamo vivi, cazzo!

Oramai tra di noi solo un passo…

Mi fanno spazio mentre io sorrido e loro si rivolgono a me con quello sguardo da ombra al bar, sornione e abituato al desiderio frustrato, cosí è la vita, che probabilmente ho anche io, e quindi è palese, nel nanosecondo, che siamo amici.

Al mio passaggio quello a sinistra dice sorridendo a me, che allargo leggermente le mie braccia a intendere “portiamo pazienza”: “eh non c’è niente da fare!”

Lo straccio strizzato

Una giornata in commissione d’esame.
Nell’ultima ora delle 9, alzarsi per andare al pianoforte a suonare prima 4 canzoni di Tosti, poi gli Heine Lieder da Schwanengesang di Schubert e poi Dichterliebe di Schumann con un bravissimo tenore cinese che deve fare i suoi esami… E la potenza di musica e poesia insieme come sempre fa di me uno straccio felice di non essersi risparmiato, svuotato e strizzato, e difficile a ricomporsi… le emozioni vere del momento vengono condivise, e quello è il luogo dell’Umano che cerco a tentoni, il luogo in cui vivo davvero.
Non dimenticherò. Mai.
Grazie, Fei.
Grazie, Jorge.

8 12 9 5 sulle parole di Edipo mancanti ad Elettra

Contro il traboccar a fiotti

di parole straripanti

sorge d’Elettra la danza

sghemba di colpi ferali

a lavar l’onta del padre

ebbra di fiera vendetta

d’un desiderio mai sciolto

di quell’amplesso interdetto

mai confessato e blindato

in collera implosa finchè

di Clitennestra materno

il corpo penetra e annienta.

Ebbra di lutto e vendetta

di schianto a terra s’abbatte

privata d’ogni parola.

Non piú parola in Elettra

che tutto sempre ha saputo.

Non come Edípo accecato.

Il male: lo stesso, ma l’uno

parole continua a cercare.

Lei muore folle di lutto

e nulla al male piú segue

Édipo nella parola

s’apre a comprendere i giorni

dopo il destino segnato.

Édipo parla ormai cieco

cerca parole che Elettra

danzante in aria rifiuta

muta al destino di vuoto.

Ma Elettra ci insegna che al male e alla rabbia

parole sgorganti non danno rimedio

e solo immondizia rimestano ignave.

Parole superflue ingombrano il mondo

di chi si diverte a montare discorsi

e mai non s’acceca di colpa e lo sfugge

giocando col male il suo gioco infantile.

Allora migliore è d’Elettra la scelta:

eroica d’ebbrezza si schianta e non svende

la sua stessa sorte, che penetra tutta

l’orgasmo del lutto che solo le resta

sfiancata si schianta appagata del padre

dannata e perduta nel sogno notturno

privata di vane parole disperse

inette comunque a mondare il suo male

soltanto letame fangoso

composto di brava sapienza

spargere sanno

sporcano il mondo

pregno del danno

senza il riscatto

che al cieco è dato.

Cantami o diva

Creare forme

piú che complessi contenuti oltre

per tener stretti

alla poltrona o alla sedia gli occhi

di menti assorte

a coglier tracce di citati nessi

identitari e scelti

a dir “tu sei dei nostri”

e quindi oscuri al mondo

ben privi d’aggettivi

con ridondanza d’oscuri e brevi atti

realtà di narratore estraneo allo scrivente

che fumante si bea di costruzioni ardite

asciutte le parole a lume d’invenzione

non resta segno in mente

oltre l’oscuro

immaginario flusso

di truci amplessi

e trafitture a nastro

digitato e riletto

piú volte manomesso

in retorica inquisizione assolto

si volge a conquistar titolo e copertina

per tribal appartenenza e riconoscimento

tributo al senso

finale assunto

che nulla conti

se non citare

e prosciugare

anche accese le fiamme di fantastiche

immagini e bislacchi

incontri e scontri amplessi e assassini

ove morale sia

soltanto l’invenzione

(supposta per lo piú)

di nuova retorica congerie.

A dir che cosa?

sbagliata la domanda!

Cosa si dica sfugge

e fuggir deve!

Il gioco di parole incalza e stringe

ad emozioni forti ed esclusive

miglior droga non c’è per chi la succhi

in estasi di sensazioni mai vere e pur sì forti

ed atte quanto mai a lasciar tutto

esattamente come stava e piatto

tra sigarette e caffè e correzioni

ad inseguir mai sí innocuo orgasmo

di nulla fatto ed a se stesso volto

netto e perfetto

retorico e sapiente

vomito ridigerito di parole stanche e trite

di rigor dissimulate

e ben vendute

Bellocchio forever young

Scritta di getto come commento alla bella recensione scritta da Peter Ciaccio, la pubblico autonomamente, ringraziando Peter, e anche Max Bienati , per avermi stimolato a questa riflessione con le loro righe sul film di Bellocchio.

Bella recensione. Avresti potuto circostanziare il “succede anche oggi”: a me vengono subito in mente Regeni e Cucchi, ma non sono certo le sole possibilità.
Sulla narrazione di fatti storici come rappresentazione delle situazioni attuali, poi, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Il dato drammatico di essere una società che è stata scientemente ridotta ad essere “senza Storia” perchè molto piú facile da manipolare non si attenua, purtroppo, per la presenza di un film come questo. Continuo a pensare che anche la narrazione ha le sue responsabilità, che la gran moda dei noir o del phanthasy “per dipingere il mondo come davvero è” non me la raccontano: King stesso è King e non un suo succedaneo perchè la vita, l’adolescenza e suoi fantasmi, la violenza dei rapporti, il sogno di riuscire ad essere quel che si è li ha narrati per necessità intrinseca e sincero traboccamento immaginativo, non perchè programmaticamente abbia scritto i suoi horror novels a scopo strumentale per mostrarci il mondo. Questo lo fanno i mediocri ambiziosi che fanno i sapientoni. Bellocchio, e come lui, a modo suo ovviamente, Ken Loach, o finchè c’è stato Fassbinder, o Bergman … possiamo metter loro addosso le note e ricorrenti etichette, ma sono Artisti Narratori Politici per identità e non per programma, e questo li rende “for ever young”, che prima di Bob Dylan era appellativo e missione in quanto identità di Baudelaire. E se ci si fa caso in tutti questi Autori respirano i simboli e le verità della Storia vera e reale in quanto nel loro lavoro i criteri e i caratteri e le storie sono della stessa razza di quelli dei grandi Tragici Greci, Eschilo Sofocle Euripide. Gli eccidi della saga di Agamennone sono horror? Si. Forse con questo ardimentoso accostamento qualche professore salterà sulla sedia e qualche giovane che per puro errore leggerà queste righe magari farà un giro su wikipedia. Eppure io che insegno ho per studenti giovani per i quali la Storia e i suoi saperi ancora parlano, e sembrano non aspettare altro che qualche spudorata imbeccata di un insegnante della famiglia dei “for ever young” a dar loro fiducia e coraggio. I giovani e i maturi di oggi sono saggi lenti e smagati, ma l’energia, sotto, resta. Un Maestro di gioventú come Bellocchio, che guardi alla storia come se succedesse a lui, perchè davvero a lui e a tutti noi succede nel presente, è ciò di cui il mondo, mai come adesso, ha bisogno.

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Narra tu che narro anch’io

Decenni, ormai, in cui scrivere e narrare deve voler dire prioritariamente, se non esclusivamente, elaborare stili consapevolmente retorici e intrecci insoluti e modalità tra il delirio e l’iperrealismo (che vengono a toccarsi) con contenuti completamente relativizzati in un orizzonte sostanzialmente indifferenziato ma centrato sul proprio ombelico.
In questo quadro, possono nascere quelli si chiamano pomposamente romanzi-mondo, narrazioni fantastiche per le quali gli effetti degli acidi sono sogni infantili, crudeltà efferate e storie di sesso “la qualunque”, e soprattutto si afferma il gioco di società che definisce l’appartenenza alla tribú: le citazioni e il loro riconoscimento. Se citi Blade Runner sei in, se citi Goethe sei out. Ma che dico Goethe: anche citare Pirandello è out, o Vittorini, mentre Calvino vince su tutti.
Baricco dice in un’intervista che torna dopo tanti anni a dedicarsi al romanzo per il gesto di scrivere in se’. Una docente di scrittura creativa in crisi davanti alla pagina mentre riflette sul vizio di scrivere che non riesce a togliersi e sulle infinite possibili modalità di scriverne.
Nell’infinita discussione tra autobiografismi, autofiction, memoriale … una letteratura vuota e macabra che gioca imbastendo cene cupe con cadaveri, ma con molta intelligenza e perizia e grandi slanci visionari senza peyote (o con?), e uno spolvero di politically correct per ripulire la coscienza.
Scrittori che scrivano perchè hanno qualcosa da dire e che si impegnino a farlo col massimo della dedizione per riuscirci: pochi, pochissimi.
Poi uno legge Thomas Mann e Schnitzler e Flaubert e Verga …