Una giornata in commissione d’esame.
Nell’ultima ora delle 9, alzarsi per andare al pianoforte a suonare prima 4 canzoni di Tosti, poi gli Heine Lieder da Schwanengesang di Schubert e poi Dichterliebe di Schumann con un bravissimo tenore cinese che deve fare i suoi esami… E la potenza di musica e poesia insieme come sempre fa di me uno straccio felice di non essersi risparmiato, svuotato e strizzato, e difficile a ricomporsi… le emozioni vere del momento vengono condivise, e quello è il luogo dell’Umano che cerco a tentoni, il luogo in cui vivo davvero.
Non dimenticherò. Mai.
Grazie, Fei.
Grazie, Jorge.
8 12 9 5 sulle parole di Edipo mancanti ad Elettra
Contro il traboccar a fiotti
di parole straripanti
sorge d’Elettra la danza
sghemba di colpi ferali
a lavar l’onta del padre
ebbra di fiera vendetta
d’un desiderio mai sciolto
di quell’amplesso interdetto
mai confessato e blindato
in collera implosa finchè
di Clitennestra materno
il corpo penetra e annienta.
Ebbra di lutto e vendetta
di schianto a terra s’abbatte
privata d’ogni parola.
Non piú parola in Elettra
che tutto sempre ha saputo.
Non come Edípo accecato.
Il male: lo stesso, ma l’uno
parole continua a cercare.
Lei muore folle di lutto
e nulla al male piú segue
Édipo nella parola
s’apre a comprendere i giorni
dopo il destino segnato.
Édipo parla ormai cieco
cerca parole che Elettra
danzante in aria rifiuta
muta al destino di vuoto.
Ma Elettra ci insegna che al male e alla rabbia
parole sgorganti non danno rimedio
e solo immondizia rimestano ignave.
Parole superflue ingombrano il mondo
di chi si diverte a montare discorsi
e mai non s’acceca di colpa e lo sfugge
giocando col male il suo gioco infantile.
Allora migliore è d’Elettra la scelta:
eroica d’ebbrezza si schianta e non svende
la sua stessa sorte, che penetra tutta
l’orgasmo del lutto che solo le resta
sfiancata si schianta appagata del padre
dannata e perduta nel sogno notturno
privata di vane parole disperse
inette comunque a mondare il suo male
soltanto letame fangoso
composto di brava sapienza
spargere sanno
sporcano il mondo
pregno del danno
senza il riscatto
che al cieco è dato.
Cantami o diva
Creare forme
piú che complessi contenuti oltre
per tener stretti
alla poltrona o alla sedia gli occhi
di menti assorte
a coglier tracce di citati nessi
identitari e scelti
a dir “tu sei dei nostri”
e quindi oscuri al mondo
ben privi d’aggettivi
con ridondanza d’oscuri e brevi atti
realtà di narratore estraneo allo scrivente
che fumante si bea di costruzioni ardite
asciutte le parole a lume d’invenzione
non resta segno in mente
oltre l’oscuro
immaginario flusso
di truci amplessi
e trafitture a nastro
digitato e riletto
piú volte manomesso
in retorica inquisizione assolto
si volge a conquistar titolo e copertina
per tribal appartenenza e riconoscimento
tributo al senso
finale assunto
che nulla conti
se non citare
e prosciugare
anche accese le fiamme di fantastiche
immagini e bislacchi
incontri e scontri amplessi e assassini
ove morale sia
soltanto l’invenzione
(supposta per lo piú)
di nuova retorica congerie.
A dir che cosa?
sbagliata la domanda!
Cosa si dica sfugge
e fuggir deve!
Il gioco di parole incalza e stringe
ad emozioni forti ed esclusive
miglior droga non c’è per chi la succhi
in estasi di sensazioni mai vere e pur sì forti
ed atte quanto mai a lasciar tutto
esattamente come stava e piatto
tra sigarette e caffè e correzioni
ad inseguir mai sí innocuo orgasmo
di nulla fatto ed a se stesso volto
netto e perfetto
retorico e sapiente
vomito ridigerito di parole stanche e trite
di rigor dissimulate
e ben vendute
Bellocchio forever young
Scritta di getto come commento alla bella recensione scritta da Peter Ciaccio, la pubblico autonomamente, ringraziando Peter, e anche Max Bienati , per avermi stimolato a questa riflessione con le loro righe sul film di Bellocchio.
Bella recensione. Avresti potuto circostanziare il “succede anche oggi”: a me vengono subito in mente Regeni e Cucchi, ma non sono certo le sole possibilità.
Sulla narrazione di fatti storici come rappresentazione delle situazioni attuali, poi, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Il dato drammatico di essere una società che è stata scientemente ridotta ad essere “senza Storia” perchè molto piú facile da manipolare non si attenua, purtroppo, per la presenza di un film come questo. Continuo a pensare che anche la narrazione ha le sue responsabilità, che la gran moda dei noir o del phanthasy “per dipingere il mondo come davvero è” non me la raccontano: King stesso è King e non un suo succedaneo perchè la vita, l’adolescenza e suoi fantasmi, la violenza dei rapporti, il sogno di riuscire ad essere quel che si è li ha narrati per necessità intrinseca e sincero traboccamento immaginativo, non perchè programmaticamente abbia scritto i suoi horror novels a scopo strumentale per mostrarci il mondo. Questo lo fanno i mediocri ambiziosi che fanno i sapientoni. Bellocchio, e come lui, a modo suo ovviamente, Ken Loach, o finchè c’è stato Fassbinder, o Bergman … possiamo metter loro addosso le note e ricorrenti etichette, ma sono Artisti Narratori Politici per identità e non per programma, e questo li rende “for ever young”, che prima di Bob Dylan era appellativo e missione in quanto identità di Baudelaire. E se ci si fa caso in tutti questi Autori respirano i simboli e le verità della Storia vera e reale in quanto nel loro lavoro i criteri e i caratteri e le storie sono della stessa razza di quelli dei grandi Tragici Greci, Eschilo Sofocle Euripide. Gli eccidi della saga di Agamennone sono horror? Si. Forse con questo ardimentoso accostamento qualche professore salterà sulla sedia e qualche giovane che per puro errore leggerà queste righe magari farà un giro su wikipedia. Eppure io che insegno ho per studenti giovani per i quali la Storia e i suoi saperi ancora parlano, e sembrano non aspettare altro che qualche spudorata imbeccata di un insegnante della famiglia dei “for ever young” a dar loro fiducia e coraggio. I giovani e i maturi di oggi sono saggi lenti e smagati, ma l’energia, sotto, resta. Un Maestro di gioventú come Bellocchio, che guardi alla storia come se succedesse a lui, perchè davvero a lui e a tutti noi succede nel presente, è ciò di cui il mondo, mai come adesso, ha bisogno.
Dichterliebe Heine Schumann
Narra tu che narro anch’io
Decenni, ormai, in cui scrivere e narrare deve voler dire prioritariamente, se non esclusivamente, elaborare stili consapevolmente retorici e intrecci insoluti e modalità tra il delirio e l’iperrealismo (che vengono a toccarsi) con contenuti completamente relativizzati in un orizzonte sostanzialmente indifferenziato ma centrato sul proprio ombelico.
In questo quadro, possono nascere quelli si chiamano pomposamente romanzi-mondo, narrazioni fantastiche per le quali gli effetti degli acidi sono sogni infantili, crudeltà efferate e storie di sesso “la qualunque”, e soprattutto si afferma il gioco di società che definisce l’appartenenza alla tribú: le citazioni e il loro riconoscimento. Se citi Blade Runner sei in, se citi Goethe sei out. Ma che dico Goethe: anche citare Pirandello è out, o Vittorini, mentre Calvino vince su tutti.
Baricco dice in un’intervista che torna dopo tanti anni a dedicarsi al romanzo per il gesto di scrivere in se’. Una docente di scrittura creativa in crisi davanti alla pagina mentre riflette sul vizio di scrivere che non riesce a togliersi e sulle infinite possibili modalità di scriverne.
Nell’infinita discussione tra autobiografismi, autofiction, memoriale … una letteratura vuota e macabra che gioca imbastendo cene cupe con cadaveri, ma con molta intelligenza e perizia e grandi slanci visionari senza peyote (o con?), e uno spolvero di politically correct per ripulire la coscienza.
Scrittori che scrivano perchè hanno qualcosa da dire e che si impegnino a farlo col massimo della dedizione per riuscirci: pochi, pochissimi.
Poi uno legge Thomas Mann e Schnitzler e Flaubert e Verga …
Waldemarinrecital al Florian Espace di Pescara
Qui in 8 video lo spettacolo quasi completo, e infine il post-play.
Ancora grazie a Giulia Basel e al Florian Ensemble, e un abbraccio fortissimo ad Alessio Tessitore


Miti
Sto lavorando sui miti antichi. I miti greci. Ho preso la scusa di due nuove materie da insegnare relative al teatro musicale, e ho deciso di impostare i corsi per ritornare a quegli archetipi. Perchè?
Perchè bisogna pur farci i conti, a un certo punto.
Chi scrive, deve.
Pensare di dire cose nuove, quando l’essenziale è giá tutto in quei miti, è arroganza.
Spinti comunque a dire, a narrare, da un’esigenza che urge dentro, si apre il coperchio del proprio vaso di Pandora, e si lavora perchè ció che ne esce non sia rovina.
Ma io so bene da sempre che tutto è già detto e scritto.
Il punto non sta nel cercare un’impossibile originalità di sostanza, ma nel riconoscere come gli archetipi originari palpitino e si rinnovino nelle proprie parole, che vogliono esser scritte, pubblicate e lette.
Quanto si riesca a andarci dentro davvero dá la misura del valore del nuovo scrivere.
Quindi, mi riavvicino ai miti che tutto hanno già detto, perchè so che non posso negarmi di dire, e quindi non posso fingere che non ci siano.
Un lavoro infinito per tornare sempre agli inizi.
Un inizio infinito. E sto verificando che davvero dentro c’è tutto. Una vertigine. Arianna e Prometeo con Medea Cassandra Tiresia ed Edipo dai grossi piedi sono fari giganteschi per la cecità e la fatica di procedere.
Il male detto al mondo: Michela Murgia necessaria.
Michela Murgia parla del suo male. Perchè lo fa? Perchè non può non farlo: lei parla in pubblico, scrive, pubblica, perchè ha cose da dire e deve dirle, non potrebbe mai essere solo una persona privata. Cosí fanno le persone come lei. A che pro? Perchè senza le persone come lei tutti passerebbero la vita a camparsela nel proprio privato, tra gioie e dolori, tra soddisfazioni e frustrazioni, senza trovarne i nomi e i simboli, e perdendone il senso. Le parole di Murgia (subito le tifoserie divise sulla differenza con Fallaci, alieno o no…) e di tutte le persone come lei (si, partiamo pure da Fallaci) ci permettono di buttare fuori il male, l’odio che sottilmente ci mangia dentro. Ma, per chi non si risolve in quell’odio primigenio per il male stesso buttato addosso alle sue voci parlanti, le parole vere dette da grandi personalitá che parlano al mondo, come le due Scrittrici sopra citate, danno appunto voce e parole al dolore, allo sgomento, al disincanto, alla ricerca di senso in cui galleggiamo quotidianamente. Murgia e le persone come lei hanno tutte lo stesso nome e la stessa assoluta necessità di esserci per il mondo intero: non si sottraggono a ciò che sanno, e regalano al mondo le parole per dirglielo e per dirselo, pur non traendone che poca empatia e piú risentimento e odio. Chi sa e parla è molesto e odiato, ma necessario. Il mondo, anche se la rifiuta, per capirsi e non essere solo bestiale, ha sempre bisogno di Cassandra.
Primo Maggio 2023
Questa scheda è fatta molto bene, e conoscere è sempre la sola vera strada della civiltà e della buona politica.
Che oggi, proprio oggi, si faccia un CdM per una nuova legge che rafforza il precariato, che abbatte i diritti minimi dei lavoratori, che rafforza il concetto che si lavora per poter appena sopravvivere, è in assoluto conflitto con questa festa dalla tradizione cosí forte e propulsiva.
Ci vorrebbe uno sciopero generale, ma prima bisogna fare un gran lavoro per risvegliare le coscienze, addormentate da decenni di “circenses” televisivi e propaganda con modelli sociali fasulli e volgari.
Le arti e gli artisti dovrebbero rifutarsi di contribuire ai “circenses” e rimettere al centro la loro missione piú nobile: essere specchio simbolico di tutto quel che davvero succede, ai singoli individui e alla società, nei singoli individui e nella società, per permettere un risveglio e una rinascita. Di verità, a tutti i livelli, c’è bisogno!