Non dimenticherò mai le mie sensazioni quando ho visto questo film al cinema appena uscito. Non ho mai voluto rivederlo in tv. Non si può guardare in tv comodi in poltrona e distratti.
Un’opera in cui autore e protagonista rischiano la vita, e il deus ex machina l’ha già persa, ma dall’oltre-mondo dove si trova tira fuori il monologo piú devastante che attore abbia mai vissuto. Perchè da quando compare Brando, tutto è solo un suo monologo.
Un artista può solo morire nella sua opera. Dopo averla compiuta, non sarà piú lo stesso. Coppola e Sheen sono arrivati alla materializzazione estrema di questo processo, hanno prodotto i loro rispettivi capolavori assoluti, rischiando l’annientamento totale. Brando era già oltre l’annientamento, ed è stato il loro mentore in questo processo, doloroso e terribilmente pericoloso, ma meravigliosamente fruttifero.
Nel mio piccolo, nella mia minuscola esperienza, ho conosciuto questo processo, che per me è stato doloroso e pericoloso, ma fruttife
Mi guardo allo specchio e penso: ma come mai avrei potuto immaginare di diventare cosí?
No, non si tratta di autocommiserazione.
Quel che vedo mi piace.
Sono abbronzato, un’aureola di pelo virile bianco orna le mie spalle su fino alla nuca, spalle abbastanza piene, non ossute, che migliorerò in palestra, e i tatuaggi sul mio torace villoso argentato e le mie braccia impiumate sono belli, eleganti, unici. Le lunghe basette bianche e i baffi compensano la pappagorgia, che alla fine non mi sta male.
Gli occhi e lo sguardo mi fanno sempre piú impressione: la somiglianza con quelli di mia madre invecchiata, le stesse borse agli occhi, e allo stesso tempo con l’espressione di mio fratello, anche se loro non si somigliano, ecco, queste identità diverse sul mio viso si incrociano e si mischiano.
Come mi ritrovo a guardarmi le mani in certi gesti, a considerare come muovo le gambe a volte, perchè ci ritrovo mia sorella, e da una parte sono felice, dall’altra ogni volta mi sorprende, in quell’istante, il dolore che lei non ci sia piú.
Mi disse arrabbiata “non avrei fatto nulla di tutto quel che hai scelto tu nella tua vita”, e subito dopo, calmandosi, “ma è evidente che neanche tu avresti fatto nulla di quel che ho scelto di fare io nella mia”. Lei e la sua logica.
Mi guardo, e mai avrei potuto immaginare che quel bambino che ero potesse diventare quest’uomo anziano cosí. Neanche il ragazzo, il giovane, il maturo che ero. E questo sono.
Dicono che fisicamente io assomigli a mio padre. Forse guardandomi posso vedere lui, come sarebbe invecchiato. Se gli fosse stato dato. Lui che non ho mai visto, se non in sogno.
Mi sorprendo di me, ma mi riconosco.
I segni di forza e sensualità, come le ferite e i dolori, e la verità di chi davvero sono, sono in quel che vedo.
Chi sono davvero?
Sono un artista non riconosciuto. Non abbastanza.
Sono un uomo che ama il sesso, e non se ne stanca.
Sono un animale che lotta per star bene e continuare a piacersi, che vuol dire vivere.
Sono una persona che infine fa quel che aveva sempre voluto fare, i dettagli contano poco.
Sono un uomo che ama, ed è anche riamato, ma la solitudine resta intatta.
Sono un ragazzo eterno che si innamora degli amici, per cui le amicizie sono relazioni rare e forti, di qualità non cosí diversa dagli amori che si chiamano amori, solo con la sublimazione del sesso in altre dimensioni, siano arte o gran mangiate non ne cambia il valore. Ma lo specifico di queste relazioni sta nelle parole e negli sguardi, e negli slanci, e nel rispetto. E nei silenzi.
Sono un uomo fedele che non ama una sola persona. Contraddizione che il mondo non puó capire. Ritrovo questo stesso tratto in tanti, ma io lo so che sono cosí, loro invece perlopiú lo negano, e io non insisto troppo, forte della mia conoscenza.
Sono il ragazzo perenne che si sente tradito a non ricevere quel che lui stesso dá: chissà se mai crescerò, chissà… intanto, questa è una malinconia costante.
Il lutto pare esser scivolato via, finalmente. Finalmente.
Mi guardo allo specchio e mi piaccio, esattamente in quel che vedo, e in quel che ci vedo. E penso ancora al futuro, guardandomi, in modo molto fisico: l’abbronzatura va mantenuta, il pelo bianco vi risalta, e le spalle e il torace vanno riempiti. Le basette e i baffi forse resteranno.
A tutto continueró a lavorare. Come potrò. Gli occhi che vedrò allo specchio, poi, mi diranno come staranno le cose.
Ne ho scritti diversi, di diverso tipo, di diversi contenuti. Ma in realtà sono un solo libro. Ancora incompiuto, perchè scriverò ancora, ma si tratta di un buon libro.
Non si tratta di presunzione, ma di consapevolezza.
Questo non facilita affatto le cose, ma è cosí.
So cosa ho fatto finora, so come, so perchè, e ne considero il risultato in se’.
Finalmente ho visto Perfect Days di Wim Wenders Si, andrò ancora al cinema, per trovare (raramente, ma succede) film che si possono guardare solo al cinema e che sono perfetti: film dove c’è qualcosa di importante da dire, la capacità di dirlo nel modo migliore, e una capacità di farlo costruendo bellezza.
Film cosí sono rari, ma esistono, e rendono il cinema un dono.
In realtà mi sono autocensurato. Il mio pensiero completo estende quanto scritto a ogni arte, e prioritariamente a quelle che pratico: musica e letteratura.
Tra i libri, accade ancor piú raramente che tra i film. Alla fine, leggo soprattutto i classici perchè tra i libri nuovi, scritti “da chi ricomincia sempre da capo” e da chi si martella col mantra della pura invenzione incrociata con pura forma e da chi si arrovella sulle varianti dell’autofiction, e da chi scrive “noir” perchè spera di vendere (!) con la pretesa che attraverso erotismo e crimine in una trama arzigogolata si possa raccontare il nostro mondo… alla fine mi son scritto dei libri che nel loro insieme ne sono uno soltanto (come Silone che si definiva autore di un solo libro…) perchè in fondo ho scritto qualcosa che avrei voluto trovare da leggere, confondendo completamente i ruoli.
Vai in giro per la festa del paese, e li rivedi tutti. Sorrisi. Abbracci con qualcuno. Quattro chiacchiere dopo tanto tempo con chi è piú caro. Vedi l’ex Sindaco, che ha appena passato il mandato, un amico, e sta sereno e sorridente. Vedi il nuovo Sindaco, che si fa la sua prima festa di paese nella nuova carica, e gli stringi la mano, e lui ti dá importanza. Un paesino piccino e quasi disabitato, stasera pieno di gente che sta bene. Una festa ben fatta, senza esagerazioni, senza troppo rumore, semplice.
Qualche pettegolezzo, ci sta. Riempie il tempo e gli orizzonti stretti di tanti, in un paesino, e fa parte del sistema di espulsione delle tossine… entro certi limiti, quando non diventa tossico esso stesso, e lo diventa… ma non stasera.
Assaggi di vini che vanno subito in allegria, e ci sta.
E un nomade che passa la vita a metter su case nuove come me, un pezzetto di radice, qui, ce l’ha messo.
il mio bisogno di condividere… sai, io sono scrittore: ho bisogno di scrivere i miei pensieri forti nel momento, e ho bisogno di comunicarli. So che molte volte mi espongo troppo, e sono criticabile. I musicisti di solito non parlano cosí come ho fatto io dopo aver fatto un concerto. Ma io sono scrittore, e ci sono cose che in quelle 24-36 ore si sono condensate per me, cosí dense che ho DOVUTO scriverne e pubblicarle.
Mi sento molto ‘inattuale’ perchè normalmente la gente non comunica, non reagisce, non da’ riscontri, oppure, se lo fa, lo fa in modi che oscillano tra il ridicolo e il violento.
In realtà cerco sempre: lancio costruzioni di ponti, che di regola cadono e non arrivano ad altre sponde. Chi scrive fa sempre questo.
A volte con qualcuno il ponte si costruisce, raramente.
Il mio entusiasmo: non so, se sono entusiasta: so che sono tenace, e appassionato, che amo l’incontro, ma non faccio piú sconti per nessun incontro che non mi corrisponda davvero. So che ho una grande energia, una forza, che devo far espandere, altrimenti mi scoppia dentro. È molto simile a quella sessuale. È un’esigenza di espansione molto simile. Il piacere che ne ho è molto simile. Fa parte del mio essere uomo. Un uomo castrato non è piú un uomo, soffre e basta. Non so se è entusiasmo. È una spinta alla vita, se non potessi piú provarla sarei morto.
So che molti leggono e mi trovano strano, addirittura osceno. Ma io sono strano e sono osceno! Almeno lo sono rispetto a chi passa la vita a preservarsi, per mille motivi tutti riconducibili alla comodità.
Però sono un osceno che cerca di non fare pornografia, ma di costruire una forma, nella quale l’oscenità diventi essenza e non sia puro spreco e sfogo banale. Io scrivo.
La banalità del mezzo (i social) la costruiamo noi. In realtà il mezzo ha molte potenzialità, insieme ai grandi rischi. Io ci navigo in mezzo, consapevole.
Tu sei una roccia per me so che, se scrivo, almeno tu puoi capirmi so che tu sei una persona intera e integra con cui posso respirare.
“A che serve che io abbia fatto luce su tutti i piani? A che mi serve, tutta la mia conoscenza, la mia comprensione? A nulla… Meno che nulla. Ah! Come vorrei che chetutto quel che è successo in queste ultime settimane non fosse altro che un brutto sogno.Le giuro, Georg, darei il mio avvenire, e Dio sa quante altre cose, per far sì che non fosseaccaduto nulla: E se fosse così… probabilmente sarei infelice, come lo sono ora.”Il suo viso si alterò, come se fosse sul punto di urlare. Ma subito dopo si ricompose, rigido,pallido, come spento.(Arthur Schnitzler, “Verso la libertà”)
Ernst von Dohnanyi (1877-1960) – Valse Impromptu op. 23 n. 2 (1913)
Arnold Schönberg (1874-1951) – 6 kleine Klavierstücke op. 19 (1911) (per la morte di Gustav Mahler)
Erich Wolfgang Korngold (1897-1957) – Sonata op. 2 : Scherzo-trio (1910)
Alban Berg (1885-1935) – Sonata op. 1 (1907-11)
Fra dolce epigonismo e disincanto tragico scorre una corrente di energia creativa che sembra indugiare o schiantarsi, a seconda dei momenti, nel ricordo di un tempo passato e nell’annegamento in un presente definitivo. In musica questo scambio sembra farsi particolarmente palese: proprio l’arte più immateriale, quella dei suoni, pare avere la forza di rendere fisicamente palpitanti la nostalgia come lo sconcerto, il vagheggiamento onirico come l’urlo incontenibile, lo slancio appassionato come il ripiegamento frustrato, il cenno galante come il ghigno sarcastico. Questo programma procede a ritroso nel tempo partendo con una composizione del 1920, quando il vento della Grande Guerra è già passato facendo pulizia delle corone imperiali europee, e ci presenta un compositore, Egon Kornauth (1891-1959) ben consapevole della sua identità di epigono di un linguaggio tardo-romantico da cui non sapeva e non voleva staccarsi. Compositore prolifico, pianista e direttore d’orchestra che dopo la Grande Guerra ebbe una ricca carriera in Asia e Sud America, nella Vienna occupata dai nazisti collaborò col regime, ma, similmente a quanto fece Richard Strauss in Germania, dal suo ruolo prominente nella Reichsmusikkammer si adoperò per proteggere il suo ex insegnante Adler e altri musicisti ebrei. Dopo la Seconda Guerra Mondiale fu a lungo direttore del Mozarteum di Salisburgo. Come per assurdo capita a certi irriducibili romantici, uomo sanguigno e buon conoscitore della vita concreta, seppe dunque navigare in acque sicure con una certa audacia pur nelle derive della storia, ma nella sua musica troviamo una sensualità e un gusto armonico sorprendenti che vanno ben oltre un banale cromatismo postwagneriano di maniera, allargando la sua gamma di colori verso orizzonti emotivi soffusi persino dai fumi del jazz. A seguire una composizione del 1916 di Joseph Marx (1882-1964), pianista prodigio da bambino, poi dedito a profondi studi di filosofia e arte, direttore dal 1922 dell’Accademia Musicale di Vienna. Intensa la sua attività di saggista e critico musicale, e si impegnò con energia per la rinascita della vita musicale viennese nel secondo dopoguerra, diventando una paterna figura di riferimento per tutto il mondo della cultura, che lo portò ad essere nominato Ambasciatore presso l’UNESCO e persino candidato come Presidente della Repubblica Austriaca. Collaborò col governo turco di Ataturk per la fondazione del Conservatorio dell’Ankara. Cultore della tradizione contrappuntistica e quindi molto affine a Reger, nutriva in più suggestioni simboliste ed edoniste che lo avvicinavano a Debussy e Scrjabin. Viene poi un piccolo Valzer-Improvviso del 1913 di Ernst von Dohnanyi (1877-1960), un grande pianista e didatta ungherese che, dopo aver diretto a più riprese il Conservatorio di Budapest, negli Stati Uniti d’America diede la sua impronta a generazioni di pianisti creando una tradizione specifica fondata direttamente nel virtuosismo Lisztiano e nello spirito viennese e soprattutto radicata nello studio di Beethoven. Suoi allievi furono Géza Anda, Ervin Nyíregyházi, Edward Kilenyi, Annie Fischer, Balint Vazsonyi, Georges Cziffra, Sir Georg Solti.
Ma se finora siamo rimasti in un flusso di dolce nostalgia di un tempo ormai svanito, con i sei aforismi espressionisti di Arnold Schönberg (1874-1951) scritti per la morte di Gustav Mahler ci troviamo di fronte all’implosione: la nuova musica dodecafonica deve ancora esser pensata, ma intanto il linguaggio tardo-romantico mostra di esser arrivato qui alla sua estrema consunzione, alla sua incapacità di andar oltre l’accenno breve ma di enorme intensità compressa, che stride ancor più al pensiero che tale estrema concisione voglia celebrare Mahler, il grande sinfonista magniloquente dalle composizioni infinite e imponenti quanto tragiche e vitali allo stesso tempo. Il segno della crisi è qui netto e secco: meglio lo si comprende proprio in diretto accostamento con quel mondo, testimoniato dalle composizioni che qui sono presentate subito prima, che non riusciva a guardare che al passato. In programma poi lo Scherzo dalla Sonata per pianoforte di Erich Wolfgang Korngold (1897-1957), precoce compositore di cui Mahler disse “è un genio della musica”. Figlio dell’influente critico musicale Julius Korngold, allievo di Zemlinsky (maestro e amico di Schönberg, amante di Alma Mahler) a soli 23 anni compose un’opera straordinaria, Die Tote Stadt, il cui libretto fu scritto da lui stesso in collaborazione con suo padre, su un tema estremamente complesso e torbido, dove un uxoricidio e una nuova storia d’amore sono sospesi r intrecciati nella confusione tra realtà e mondo onirico, e dove le pulsioni erotiche ed emotive sono espresse in modo travolgente e senza censure. Con i venti della storia Korngold se ne andò a Hollywood lavorando per l’industria del cinema e vincendo per ben due volte l’Oscar per la migliore musica da film, nel 1937 e nel 1939. Nello scherzo presentato in questo programma abbiamo una sorta di valzer sghembo, deformato nel prisma del grottesco, con un trio che vorrebbe ricordare una dolcezza non più attuale, e prontamente smentita. Infine, la densa Sonata di Alban Berg (1885-1935), allievo e amico di Schönberg, qui alla sua opera 1. Wozzek e Lulu devono ancora arrivare, ma già se ne sente la forza drammatica. Si apre con un breve tema lirico che parte da una dissonanza, sia melodica che armonica, (sembra davvero ricordare il primo dei Dichterliebe di Schumann-Heine, Im wunderschönen Monat Mai) per andare presto a risolvere in SI minore, accordo con cui si chiude la composizione, ma questo SI minore di inizio e fine è come un punto in cui la peregrinazione armonica e motivica cerca una propria evoluzione vagando nella notte in preda a pensiero oscuri (come accade alla protagonista di Erwartung di Schönberg). Così nel tema anacrusico di due sedicesimi-due ottavi-terzina di ottavi-ottavo, che però appare come uno slancio destinato a frustrazione e condannato al ritorno, esattamente come non riesce ad uscire da se stesso neanche il tema tetico di sestina di semicrome-croma puntata e sedicesimo-due ottavi, che si avvolge su se stesso. Il bambino che resta da solo e straniato nel finale di Wozzek, dopo che tutto ha raggiunto tragico compimento, o l’assenza dell’imbonitore del circo che aveva aperto la rappresentazione dello ”Spirito della Terra” Lulu, di cui vorremmo infine la consolazione, come a dirci “ma davvero ci avete
creduto? Ma no, era tutto finto!”, lasciandoci invece nella tragedia senza uscita, sono in questa sonata idealmente anticipati: la consonanza di questo SI minore conclusivo non porta alcuna pace, ma segna l’affermazione del vuoto. Questo programma è composto come un sogno complicato dove succedono tante cose diverse, a costruzione di un mondo emotivo incoerente ma unificato in una mente sola, quella di un’immaginaria personificazione di Vienna stessa. Quella Vienna dove nel 1900 Sigmund Freud viveva e lavorava, dove aveva pubblicato nel 1900 “l’Interpretazione dei Sogni”, ponendo un punto definitivo nella cultura occidentale, e dove il suo gemello ideale, mai incontrato personalmente, Arthur Schnitzler faceva il medico, a tempo perso improvvisava al pianoforte (di quest’abitudine diffusa all’improvvisazione pianistica troviamo un esempio nel secondo dei pezzi di Kornauth) e scriveva racconti romanzi drammi, descrivendo un modo di vivere leggero, amorale, passionale, elegante, triviale, cinico, idealista… insomma: quel mondo indefinibile, seppur descritto in tanti libri, abitato da uomini senza qualità come quello spietatamente analizzato da Robert Musil nel suo grande romanzo; da filosofi freddi e razionali come Ludwig Wittgenstein; da soloni caustici e impietosi come Karl Kraus e da signori colti ed esteti raffinatissimi come Hugo von Hoffmansthal, creatore dei personaggi e delle storie dei melodrammi di Richard Strauss; quel mondo che si divertiva con le operette di Franz Lehar e passava le serate nei circoli e nei caffè dove si intrecciavano amori clandestini con noncuranza e alla luce del sole dimenticando tutto… un mondo che stava per crollare, e che è poi crollato rovinosamente in un bagno di sangue, ma che ancora non smette di sopravvivere, anzi, di rinascere, fermando il tempo nel nostro presente così distante. Come in un sogno. Viviamo questo concerto come un sogno, e non interrompiamolo con rumori di sorta: se vorrete, potrete applaudire a conclusione.
Alessandro Tenaglia, pianista e scrittore, è docente di Musica da Camera e di Letteratura e Drammaturgia Musicale presso il Conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine.