Prefazione

Stasera vado a teatro a vedere Umberto Orsini che recita “Le memorie di Ivan Karamazov”, e visto che ho tempo mi metto sul mio balconcino al sole riprendendo in mano il mio vecchio volume de “I fratelli Karamazov”.
La prefazione dice cosí, e, cambiato il nome dell’eroe, andrebbe bene, benissimo per il mio eroe, Saverio, in “Waldemar”.
No, tranquilli, non sono cosí mitomane da accostarmi a…
Ma uno scrittore immenso sa trovare le parole giuste, non una di piú, non una di meno, per parlare anche, senza neanche poterlo immaginare, di lontanissimi e minuscoli discendenti dispersi nella diluizione delle generazioni a seguire.

Del resto, il fatto stesso che stasera vada a teatro a vedere Umberto Orsini a raccontarmi, dopo 50 anni, le stesse storie che raccontò a me e a milioni di italiani, insieme a Corrado Pani e tutti gli altri, entrando nel privato delle nostre case e delle nostre coscienze attraverso una scatola magica, ha a che fare con la stessa materia: per raccontare la storia inutile, forse, di un eroe che non ha nulla di notevole se non che si tratta di un tipo strano, un tempo solo non basta, c’è sempre almeno un’altra storia da narrare.

Mentre…

La Risiera di San Sabba è stato il solo Lager nazista dotato di forno crematorio attivo in territorio italiano. È un complesso che si trovava e si trova in mezzo alle case di un quartiere popolare densamente abitato. L’odore della ciminiera del forno era inequivocabile, entrava nelle case. La gente intorno non poteva non sentirlo, non poteva non sapere. Però nulla succedeva. Forse la paura era cosí paralizzante da indurre questo effetto.

Adesso ci entrano in casa ogni momento le immagini e le parole dei massacri in Palestina. Prima, quelle dei massacri in Ucraina. Intanto facciamo le nostre cose in casa, e ci distraiamo coi nostri telefoni. Non possiamo non sapere.

Mentre il massacro avviene, e mi viene mostrato, io mi distraggo. Magari esprimo la mia opinione su un social.

Cosí salvo il mondo mentre mi distraggo.

Ho paura come durante la guerra la gente intorno a San Sabba?

Non so se ne ho il diritto. La mia vita è sempre la stessa di prima. La scusa non regge.

Mentre.

Thomas Mann Dottor Faustus cap. VII

Nel periodo della clausura stretta causata dall’epidemia del covid, ho registrato questi video di lettura del famoso capitolo dove il personaggio di Adrian Leverkühn ci introduce ai nodi della storia della musica dalla prospettiva della rivoluzione dodecafonica. Un testo di alta letteratura che si fa interprete di un tema nodale dell’estetica musicale.

Per me, un faro.

Se non mi fossi nutrito fin da giovane di questo grande romanzo di Thomas Mann, e specificamente di questo capitolo, non avrei mai potuto immaginare quel che poi ho scritto nei miei due romanzi, “La voce di Mignon” e “Waldemar”, nei quali la musica entra come protagonista e come agente strutturante.

Jorge Andrés Bosso/BossoConcept/Tangos at an exhibition

Il mondo è pieno di tango.

Detto questo, usciamo dal tango.

Con questo doppio album, cd+dvd, abbiamo un’opera che stabilisce in autonomia i suoi riferimenti, tra i quali il principale è il tango, ma nessuno dei suoi stereotipi.

Credo che la scelta di presentare il dvd sia centrale: si tratta di un ensemble cameristico che suona, ma essenzialmente si tratta di teatro, come teatrale è il monologo che Jorge Bosso propone nella traccia extra di introduzione alla composizione.

Teatralità sicuramente consapevole, e, in quanto tale, tarata su un alto livello qualitativo, che porta ad una spontaneità non solo istintuale, ma sostanziale.

La spontaneità del gesto strumentale, fisico, che diventa suono individuale e relazione tra individualità sonore personali.

La composizione musicale è qui dunque una drammaturgia di relazioni attraverso i suoni, e le forme del tango e di altri stili musicali sono a loro volta in drammaturgia con l’essenza del tango stesso.

Essere in contatto. Persone che camminano. Insieme. Nel tempo.

Le cinque personalitá degli eccellenti componenti dell’ensemble (piú il sesto, il batterista, meraviglioso, per il n.11, Oximoron) sono messe a fuoco dal compositore-drammaturgo Bosso come occasioni creative per scavare nelle relazioni, quelle rappresentate dai suoni e dai timbri espressi dai loro rispettivi strumenti, di cui ciascuno di loro esprime la soggettività. Si tratta non solo, banalmente, di ottimi musicisti solisti che suonano ottimamente insieme, ma di soggetti che vivono nella loro identità sonora e che su quel piano entrano in relazione tra loro.

Musica da camera tra soggetti-attori (ciascuno dei quali è pertanto persona teatrale) con un drammaturgo, (allo stesso tempo soggetto-attore lui stesso) che pirandellianamente accoglie i suoi Personaggi nel loro bisogno di un Autore per arrivare a dirsi, ad esserci, oltre che ad essere in astratto.

Ciascuno viene posto dal lavoro di composizione nelle condizioni di fare gesti strumentali che non solo diventano suono, ma che sono gesto teatrale in se’. Una drammaturgia che può fare a meno delle parole di un copione perchè lo scavo estetico e psicologico è di forte sensibilità fisica ed esistenziale.

Filosoficamente, se si parla di esistenzialismo, si parla dell’esserci, dell’essere del soggetto non “sub specie aeternitatis”, ma nel qui, nell’adesso, nelle relazioni del momento: in contatto.

Il contatto: il tango.

Ben oltre, dunque, evocazioni di femminilità e mascolinità schematiche e antiche, ben oltre malinconie fumose e sensuali, ben oltre luoghi letterari ridotti ad etichette, ben oltre ogni retorica della nostalgia.

La Buenos Aires di cui ci parla Bosso è una metropoli che non si riconosce in alcuno degli schemi che universalmente le vengono sovrapposti. Il percorso di suggestioni visive proposte nel monologo introduttivo (che io raccomando di guardare però dopo l’opera, come postfazione) è non solo elegante e modernista (non semplicemente “moderno” o “attuale”), ma è esca per entrare in un mondo di visioni in cui i dati reali trovano connessioni inaspettate, punti di vista ellittici in cui il nuovo fuoco geometrico è sempre inatteso.

Come avviene in un lavoro onirico smascherato, nel lavoro analitico, dalle sue difese, e in cui si svelano, infine, con inaspettato nitore, i nuclei delle relazioni importanti del drammaturgo.

Bosso è argentino di Buenos Aires, e vive in Italia da decenni. Non per discutibile congettura, ma per informazione diretta, posso dire che, da artista quale è, indaga, attraverso i suoi preziosi linguaggi, sulla figura che condensa origine, tempo, indirizzo, conflitto, modello, ostacolo, affermazione: il padre.

Tutto si tocca, in questo tango, perchè cosí deve essere, in quanto tango, e persino la figura di riferimento specifica, appunto, nello stile del tango, Astor Piazzolla, è figura del confronto sul piano musicale con il padre.

Padre.

Un uomo maturo che ripensa la figura del padre, attraverso una mostra acustico-visiva di momenti topici di relazioni tra compagni di rappresentazione in scena, dove tutto è molto piú vero che nella banalità del quotidiano. Un musicista maturo colto e con molti Maestri che sa riferirsi al modello stilistico di riferimento, quello di Piazzolla, con l’ossequio e la libertà dell’artista consapevole e capace di vera spontaneità.

E in tutto questo mondo di relazioni, l’inizio è per il solo di violoncello di Jorge Andres Bosso, e la conclusione per il solo di clarinetto di Ivana Zecca.

Nulla da aggiungere.

Lorenzo Leone Cinque Pezzi

Avevo giá scritto una recensione a questo imperdibile “librino” (cit.) che ora ho voluto leggere nel suo Primo Pezzo, quello dedicato a Wackenroder.

Quando si incontra sulla propria strada il naturale erede di Nivasio Dolcemare non lo si può ignorare, anche se si tratta di una strada (ancora) tutta e solo virtuale…

Ma questi sono i tempi, e l’ombra del Partenone corre ormai sul wifi. E non è poi cosí male!

https://alessandrotenaglia.wordpress.com/2023/10/12/ridon-le-cart mie/

Pianista e letterato di vicinanza

La musica e la letteratura (di cui mi occupo, per non dire di tutte le arti, ma anche della filosofia e di tutte le discipline che si avvalgono della comunicazione) hanno preso la strada della spettacolarizzazione a tutti i costi.
Basta che sia festival.
O lo spettacolo corrisponde ai criteri di mercato dei modelli imperanti, ossia il grande evento luccicante e/o il salotto televisivo, o tutto svanisce, evapora, non sussiste.
Inclusi i rapporti tra le persone.
I tempi di concentrazione ormai sono ridottissimi, e il pubblico va sempre solleticato e messo nelle condizioni passivo-estatico-ricreative (ma soprattutto poco impegnate e facilmente predabili dagli artifici comunicativi dei tecnici venditori) cui è stato abituato dalla narcotizzazione di ormai 40 anni di TV commerciale.

Per non dire dell’onda lunga di diffidenza e aggressività diffusa che si è scatenata nella compressione dell’isolamento in pandemia, cui non si può certo trovare un efficace antidoto solo in un frenetico consumismo di massa del tempo libero.

Io credo profondamente che la cultura debba ripartire dalle case, da quella dimensione di vicinanza e partecipazione che nei piccoli gruppi soltanto è possibile, e poi dalle case riaprirsi agli ambiti piú larghi con nuova vitalità, dopo aver permesso alle persone di respirare da vicino insieme alla musica e alla pagina letta e aver conquistato l’inizio di una sincera intimità con la bellezza che vive e accade.

La mia dimensione di pianista e letterato di vicinanza è quella in cui credo maggiormente, in cui mi riconosco meglio, in cui vedo maggiore prospettiva sensata per me e per le persone intorno a me.

Serate a tema tra musica e libri:
Schubert-La voce di Mignon

Beethoven/Bartók/Schumann/Chopin-Waldemar

Chopin-Gide
Korngold/Kornauth/Mahler/Berg-Schnitzler

Improvvisazioni-Savinio

A casa mia
A casa vostra

In vicinanza
Tra persone
Per condividere bellezza

Scrivetemi, parliamone.
Si può fare facilmente.

Eretici

Si è eretici, non lo si diventa.

È una modalità esistenziale.

Ogni volta che si afferma, da parte di qualche collettivitá qualunque, che una cosa è giusta, anche se lo si riconosce in alta misura, conta di piú ciò in cui non lo si riconosce e che mette in discussione tutto il resto.

Restano pochissimi principi, ma inaffondabili e davvero irrinunciabili, a pena della perdita della propria umanitá.

Peraltro, i principi non possono essere troppi.

Per me, quelli della rivoluzione francese, come cittadino pubblico, che si declinano in un chiaro e netto antifascismo.

Come persona in senso piú esistenziale: rispetto, solidarietà, responsabilità, empatia.

Come cristiano, senso del proprio limite, capacità di amore, gratitudine, speranza.

Nulla è facile, il male esiste, ma va perlomeno circoscritto.

Già. L’ eretico lo circoscrive come attitudine spontanea e principale, nel suo altrettanto spontaneo tentativo di non soccombere.

La scrittura e l’autoterapia…

Commentavo un messaggio su fb, e mi è venuto bene, quindi… eccolo qui da solo.

La scrittura può essere strumento di (auto)terapia, ma allora è cosa privata. Volerne fare pubblicazione attiene al campo della pornografia, cosa ampiamente articolata, espressa, fruita, e vabbè.
La scrittura può essere esito di un processo psicologico terapeutico, e se si avvale di buoni strumenti letterari può arrivare ad essere letteratura. Processo psicologico compiuto, ricerca linguistica… le basi promettono bene.
La scrittura comunque non prende il posto del lavoro psicologico personale e terapeutico sulla propria sofferenza, anzi, se lo fa di solito è costruzione di difese sempre piú forti contro il superamento del proprio male. Tanta scrittura andata a male protegge dalla propria guarigione, di cui si ha paura (a star male sono bravo, a star bene che ne sará di me?), e fatalmente è letteratura fallita in partenza perchè usa la pretesa di “arte” a proprio “comodo” psicologico.
Scusandomi per l’intromissione, ma fb è luogo pubblico, no?
P.S. sono andato da psico, per un periodo breve, e anni dopo ho fatto psicoanalisi lacaniana per un periodo congruo

D’Annunzio e Tosti al Conservatorio di Trieste il 17 ottobre 2023

Paoletta Marrocu e Silvano Zabeo


La distanza che ci separa da Gabriele D’Annunzio sembra a tratti incolmabile: la sua versificazione opulenta e sensuale sembra negare, alla nostra sensibilità contemporanea, ogni possibilità di adesione emotiva, anzi, proprio la spudoratezza della sentimentalitá dannunziana, che si imbeve di invenzioni lessicali e dei piú variegati riferimenti simbolici a spasso nella storia e nei luoghi del mondo centrati nel suo Abruzzo, nella sua Roma e nella sua Versilia, in realtá ci respinge e ci porta a collocare D’Annunzio in un angolo molto delimitato da cui speriamo non debordi troppo.

Nato nel 1863, Gabriele D’Annunzio viene celebrato per i 160 anni dalla nascita. Certamente 160 è cifra tonda ma non tondissima, non è 150 nè 100 nè 200, ma comunque se la celebrazione o la coincidenza porta ad un omaggio quale quello fatto dal Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste con il concerto del 17 ottobre alle 20,30, davvero diventa un’occasione di incontro con la sua poesia piú vera.

Paoletta Marrocu e Silvano Zabeo hanno insieme (e raramente questa parola è stata piú fondata) interpretato quattro cicli di romanze di Francesco Paolo Tosti su versi di Gabriele D’Annunzio: Malinconia (1887); Quattro Canzoni di Amaranta (1907); La sera (1916); Consolazione (1916).

Tosti e D’Annunzio sono legati nel Cenacolo ospitato nelle stanze del Convento che Francesco Paolo Michetti aveva acquistato a Francavilla al Mare per farne abitazione e studio e dove tornava appena possibile dai suoi impegni romani come ritrattista ufficiale di Casa Reale. Michetti (1851-1929) deve proprio alle suggestioni del piú giovane D’Annunzio (1863-1938) il soggetto della “Figlia di Iorio”, il suo dipinto piú celebre ispirato a Mila di Codro che scappa velata di rosso, protagonista della tragedia di D’Annunzio su temi arcaici legati alla grande montagna-madre, la Majella.

Tosti (1846-1916), il piú anziano del cenacolo e quello dal carattere piú posato, era un cantante e pianista di Ortona a Mare che trovò fama e successo partendo come maestro di musica delle figlie della Regina Vittoria ma presto assurgendo alle funzioni di vero e proprio direttore artistico di tutte le attivitá musicali alla Corte Reale d’Inghilterra. Il giovane e scapestrato Gabriele era tenuto un po’ sotto paterna tutela da Tosti, che spesso lo soccorse a pagarne qualche debito di troppo, o di tasca propria o procurandogli qualche contratto per scrivere i versi di qualche romanza da pubblicare con certezza di successo editoriale internazionale tra Europa e America.

Tosti ha declinato in un modo specifico la forma della romanza da salotto, facendo incontrare una relativa facilità esecutiva, abbordabile dal mondo del dilettantismo musicale, con una raffinatezza armonica evocativa e una espansione melodica “italiana” estremamente espressiva e sempre elegante.

Quando, anziano, Tosti vuole uscire dal suo stesso fortunato stilema di successo, e, senza rinnegare se stesso, vuole scrivere qualcosa che possa trovare una pregnanza maggiore, torna ai versi dell’ormai famosissimo Gabriele, il piú europeo dei nostri poeti, che era stato interpellato addirittura da Claude Debussy per la stesura in francese arcaico (!) del testo del “Martyre de Saint Sébastien” (1911).

Tra Pescara (D’Annunzio), Francavilla (Michetti) e Ortona (Tosti), una dietro l’altra in 20 km di costa abruzzese, si concentra il sodalizio di tre degli artisti piú internazionali (poesia, pittura e musica) che l’Italia abbia avuto tra ottocento e novecento.

Nei primi due cicli del programma, è una donna che parla: in Malinconia una delle tante innamorate tristi che si inanellano nell’estetica tardo-romantica, che qui Tosti tratta con speciale intimità, ma in fondo senza enormi differenze da quanto avviene nelle altre romanze sciolte che già scrive copiosamente.
Venti anni dopo, il suo capolavoro assoluto, con Amaranta, dietro cui si cela Giusini, a sua volta nomignolo della giovane contessina fiorentina pia e timorata di Dio che, dopo un assedio lungo ed estenuante di un famelico D’Annunzio, ha ceduto alle lusinghe delle sue offerte amorose per caderne irrimediabilmente travolta e privata di equilibrio interiore fino alla sofferenza psichiatrica. In questi versi D’annunzio entra nella psiche da lui stesso violata di Giusini-Amaranta, e ne esprime non solo un ovvio disagio, ma un mondo oscuro di simboli mortuari legati al pensiero del suicidio cosmico (“L’asfodelo è il fior del mondo”) cui non solo l’amante infelice sente di dover cedere, ma l’umanità intera, interrotto da un’ “Alba che separa dalla luce l’ombra” che, dimenticati i tenorismi cui siamo purtroppo abituati dai tempi di Caruso che ne fece, rubando, cavallo di battaglia, porta in un’estasi amorosa tutta femminile, sospesa e già piena di tragedia, simile al “sein Kuss” dove culmina e si spezza il canto di “Gretchen am Spinnrade” di Schubert.
Quante volte Tosti ha cantato il sogno? Chi non ricorda la romanza che, appunto, “Sogno” si intitola? Ma quando Amaranta-Giusini dice a se stessa “tutto è sogno, tutto è oblio”, nel suo mondo, che si apre al nostro ascolto indiscreto a violarne l’intimitá, risulta evidente e palpitante la risonanza con lo Zeitgeist, che in quegli anni ha appena espresso la pubblicazione dell’ ” Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud e la nascita della psicoanalisi, e che vede la nascita delle opere teatrali di Hofmansthal (con cui D’Annunzio ebbe una rivalità-affinità letteraria) e Strauss (col quale ebbe un carteggio).

Il punto, quando tutto questo diventa concerto, è che tutto possa essere vero. In apertura Paoletta Marrocu ha detto con amabile franchezza che ringraziava il nutrito pubblico convenuto per la sua presenza, ma che lei e il suo sodale Silvano Zabeo avrebbero comunque fatto il concerto anche in assenza di pubblico, per intimo coinvolgimento. E infatti, da questo preambolo si è poi aperto un mondo di parole e suoni che palpitava di verità emotiva. La distanza da questo mondo di cui parlavo all’inizio è stata non solo colmata, ma dissolta nella compenetrazione tra la voce di Marrocu e ogni parola, ogni sillaba, ogni intonazione, ogni respiro, e nella compartecipazione di Zabeo che ha permesso al suo pianoforte di fare la stessa ricerca con la scarna materia del tocco dei polpastrelli sui tasti. Insieme hanno cantato l’inconscio di Amaranta-Giusini, e il concerto si è ricordato di esser tale solo quando sono scrosciati gli applausi, grati.

Poi, i due cicli dell’ultimo anno di vita di Tosti, il 1916, “La sera” e “Consolazione”.
Chi parla è ora Gabriele stesso, che alla madre si rivolge, madre vecchia e stanca, cui, dopo un’introduzione pianistica indipendente, si rivolge sussurrando con deferente pudore “Rimanete”, che significa “Non morire, mamma!”, e di cui protegge gli occhi stanchi dal dardo della luce, per poi cedere al proprio dolore di figlio che, in ogni età, al morire della propria madre si sente abbandonato e orfano, e che di questo esprime il proprio dolore con la forza dell’uomo che è diventato.
A proposito dell’interpretazione de “La sera”, non posso non dire che qualcosa di piú personale emergeva dal pianoforte di Zabeo, che in quelle poche note scritte ha permesso a qualcosa di molto profondo di venir a vibrare nell’aria, e che alle mie orecchie e al mio immaginario è arrivato.

In “Consolazione” il dolore per la perdita dell’anziana madre si stempera nell’elegia, diventa addirittura capace di cantare una sorta di danza popolare abruzzese, pare che dopo aver espresso lo sconcerto e il dolore veri nel ciclo precedente, qui Tosti rientri nella sua autoconsapevolezza di uomo ben adulto, anziano, e, sa bene, vicino alla propria, di morte. Il tutto, attraverso la voce femminile… infatti, pure Dichterliebe lo cantano anche le donne: è poesia.

Tra lutto ed elegia, Marrocu e Zabeo ci hanno fatto volare con loro in un mondo dove l’immaginifico D’Annunzio aveva già annegato la propria funambolia retorica in una ricerca di verità emotiva che non gli riconosciamo facilmente, e dove il Tosti migliore ha saputo abbandonare ogni compiacimento salottiero.

Al momento del bis, Marrocu ha chiesto “volete “A Vucchella” o i “Due piccoli notturni”?”. E qualcuno nel pubblico ha chiesto senza dubbio “Notturni!”.
Intanto: la sincera coerenza artistica, pur in bis, di proporre entrambi i due Notturni, e non uno solo, e poi, generosamente, anche la celebre canzone in una lingua napoletana-dannunziana reinventata. “Van gli effluvi de le rose dai verzieri… Lungi, e le meteore”… come rinunciarvi?

In conclusione: un concerto in cui D’Annunzio è poeta di sincerità e Tosti dialoga con i grandi compositori di cicli di canzoni, gli amati Schubert e Schumann. Lo potevate immaginare?

Non dico neanche una parola specifica su Marrocu come cantante: non è un caso. Ho detto che il concerto l’hanno fatto INSIEME Marrocu e Zabeo. Però, si sa, qualcosa della cantante si DEVE dire!
Va bene.
Ha cantato con la classe dei pochissimi che possono dimenticarsi del gesto del cantare stesso, e il pubblico ha sentito una voce bellissima dimentica di se stessa e fatta poesia.
Alessandro Tenaglia

Un istante

In evitabile (perchè, si sa, l’originale è irraggiungibile per ogni ambizione di imitazione) camaleontismo col mio amico Lorenzo, mi vien da prender questa noterella: gli è che quando per letture accumulate e variegate esperienze siderali, oltre che esistenziali, si diventi esigenti nell’accostarsi a qualsivoglia ulteriore lettura, e si diventi in parallelo consapevoli produttori irrefrenabili di pagine dense e rarefatte insieme, per cui non si può financo immaginare non la comprensione, la quale, si sa, è impossibile per chiunque, ma neppure la timida simpatia di chi non abbia un minimo decoroso curriculum personale da lettore avveduto; a questa condizione dunque raggiunta, gli è, dicevo, che si scriva per un ipotetico nessuno che stavolta non ci accechi l’unico occhio di noi Polifemi solitari e abbrutiti, ma che ci spalanchi i suoi, e nei suoi occhi sfaccettati faccia brillare il nostro nella molteplicità di un riflesso prismatico che finalmente, nello scambio finalmente accaduto, ma che si reputava insperato, avvenga la liberazione di un flusso che premeva per librarsi e finalmente riesce a volare libero. Per un istante.