Canto ineffabile, romanzo di Michela Cervesato

Siamo al terzo romanzo breve di questa  scrittrice di cui a questo punto è lecito dire che ha un’identità e uno stile, che potranno interessare più o meno, irritare più o meno, affascinare più o meno, ma che non si possono negare.

Narrazione in prima persona con tratti peculiari: l’io narrante non solo conduce il dipanarsi dei misteri della trama, ma si effonde in pensieri e annotazioni personali con sincerità ma senza nessuna concessione al “flusso di coscienza”. Questa peculiarità è in realtà molto rischiosa, perchè rischia di cadere nel tranello del poco verosimile (chi mai descrive con linguaggio sorvegliato le proprie azioni e le proprie sensazioni se non per estetizzarle? e la narrativa estetizzante non è forse menzognera e lontana dalla realtà?), ma nella prosa di Cervesato diventa tratto dominato da una naturalezza che per la prima volta puó far trovare un’accezione positiva al luogo comune “parla come un libro stampato”: l’io narrante, e così poi tutti i personaggi della narrazione, anche nei loro dialoghi, parlano così, per tratto espressivo autentico e non per posa.

Cultura umanistica che definire profonda è inadeguato, perchè qui si tratta di una cultura respirata come il proprio ossigeno speciale per la propria vita.

Contatto naturale e franco con le cose del mondo quotidiano, senza bisogno nè di intorbidare nè di edulcorare: la vita che viviamo tutti oggi in questo Paese nel quotidiano, semplicemente.

Un umorismo talmente lieve da passare inosservato, se non fosse per il sorprendersi a sorridere mentre si leggono certi passi.

Uno sguardo sul paesaggio, che adesso oltre che circostanziarsi nell’amato Veneto si allarga ad un’amata Roma e ad un amato Circeo, che vengono narrati senza idealizzazioni ma senza alcun tratto tipico, piuttosto in una loro quintessenza (e di quintessenza Cervesato parla ovunque…) che va a confrontarsi con la mitologia, che come sappiamo non è idealizzazione ma simbolizzazione del reale.

La musica: il luogo del miracolo, la sede della guarigione, la casa della pace… nel suo essere totalmente nell’aria, vibrante, dal cosmo all’atomo.

Nel recensire il secondo di questi 3 romanzi brevi mi auguravo che per il terzo Cervesato volesse dedicarsi a quella che mi sembrava essere la sua naturale evoluzione, e cioè un grande romanzo storico: mi sbagliavo, perchè questa scrittrice ha il respiro giusto in questa dimensione, tra il racconto lungo e il romanzo breve, perchè il suo volo è per orizzonti sereni nella leggerezza e senza allontanarsi troppo dal proprio mondo, che peraltro mostra di esser sconfinato grazie alla sua immaginazione.

A chi si rivolge una scrittrice cosí? Temo a pochi: pochi purtroppo hanno una cultura ampia in cui respirare, pochi sanno trarre piacere in ció che dia vero piacere, pochi sanno rinunciare agli eccessi e ai colpi bassi della comunicazione in cui siamo immersi per scuotersi dal quotidiano annichilimento. Nulla in queste pagine puó risuonare se non con chi sappia apprezzare un libro stampato, un libro che ha consapevolezza della storia, un libro che dialoga e respira con tanti altri libri.

A New York, oggi

Anche il linguaggio del corpo tra i duellanti conta:

  • virilità evidente quanto naturale di un giovane uomo consapevole di sè versus la pretesa di machismo di un vecchio privo di dignità fissato con la sua capigliatura riportata e le sue pose arroganti
  • testa eretta e portata con dignità e spalle aperte ma senza protervia del giovane naturalmente energico versus capo sempre inclinato da una parte e spalle chiuse del vecchio manipolatore
  • voce limpida e stentorea del giovane che non nasconde messaggi incoffessabili versus voce sempre artificiale del vecchio che cerca di essere convincente ed energico ma che tradisce tutte le sue strategie di comunicazione artefatte

Mi rendo conto che potrebbe essere presa per un’annotazione basata solo  sull’opposizione vecchio-giovane: il punto è nella dignità con cui si porta la propria età, se la dignità viene meno la vecchiaia è pura decadenza e laidezza, se la dignità manca alla giovinezza siamo solo di fronte ad arroganza e presunzione istintiva.


Non potrà mai essere Presidente degli Stati Uniti perchè non è nato negli Stati Uniti, ma potrà aprire la strada a un giusto candidato per competere contro i capelli gialli riportati su un capo reclinato e gli accoliti di quel capo scabroso.

https://youtu.be/nfdUn9H4gjA?si=8Xq15pWr_betgtZU

Silone e lo stile letterario

Nel libro “Il fenicottero” di Renzo Paris trovo questa lettera di Secondino Tranquilli quindicenne.

Quello che salta all’evidenza è come un ragazzo delle montagne di quell’età sapesse argomentare e padroneggiare le armi retoriche.

Come il linguaggio retorico che aveva a disposizione fosse esasperato e complesso.

Come strida col linguaggio semplice che conosciamo dai suoi romanzi, linguaggio spesso tacciato di povertà esemplicismo.

Se alla base la sua espressione scritta era così in linea con la pesante letterarietà del suo tempo, il suo lavoro di asciugatura e distillazione per trovare un linguaggio semplice deve essere stato rigoroso e consapevole: altro che semplicismo!!!

Teorema

Pier Paolo Pasolini morì ucciso a Ostia il 2 novembre 1975.
Io avevo 14 anni, ero in quinta ginnasio di una sezione con il professore-padre-padrone di stampo autoritario fascista, vicino alla pensione, ma sempre terrorizzante. Tutto il liceo della piccola e non solo provinciale ma marginale Pescara fece una settimana di occupazione e autogestione con seminari autogestiti dove Pasolini ebbe molta parte. Seminari pessimi, in gran parte, ma persino noi della nostra piccola classe di schiavi ci trovammo a partecipare respirando un po’ di libertà a noi completamente ignota.
Oggi mi sono procurato una copia di TEOREMA nella sua prima edizione, questa la copertina originale, 31 dicembre 1967, quando io avevo 6 anni. Per i 50 anni dalla sua morte violenta, dopo una vita estrema e sacra, sono nel momento di poter non solo leggere ma anche restituire.

Con novembre partirà qualcosa di nuovo. Intorno a Teorema.

Musica classica per…

Cicogne a Colonia

Ho trovato questo bellissimo testo su fb:

“No, la musica classica NON è rilassante.
Chi ha deciso che era “lenitivo” chiaramente non ha mai ascoltato oltre i due minuti di una playlist “Peaceful Classical” di Spotify…

Sì, ci sono alcuni pezzi calmi come “Gymnopédies” di Satie o “Spiegel im Spiegel” di Arvo Pärt, se stai cercando di far finta di vivere in un appartamento minimalista con tende bianche e pace interiore.
Ma la maggior parte dei brani di musica classica sono pieni di dramma, caos, cuore spezzato, ansia, gioia, follia.. tutto tranne la calma.

Beethoven per esempio. Tutti pensano a lui come nobile e stimolante ma l’uomo era arrabbiato. Non useresti la sua “Sinfonia n.5” come sveglia mattutina.. Non useresti nemmeno la sua Sonata “Appasionata” per calmare un attacco d’ansia..

Con Tajkovsky, il più delle volte serviranno fazzoletti alla fine del pezzo. Personalmente non riesco ad ascoltare la sua 6a sinfonia senza piangere un po’.. Anche l’allegro “Schiaccianoci” ha momenti di panico. Non ho mai visto nessuno fare yoga mentre ascoltavo la “Danza Russa”..

Il “Rito di primavera” di Stravinsky ha provocato una sommossa alla sua prima.. Questa non è una metafora, le sedie sono state buttate… i cappelli si sono persi.
Questa non è musica rilassante.

I compositori barocchi vengono incolpati per essere “pacifici” ma erano maniaci di ordine e precisione.
“Toccata e Fuga in Dm” di Bach è quello che suoni per Halloween. Non c’è niente di rilassante. Qualsiasi toccata davvero… che sia di Bach, Toccata di Widor (dalla Sinfonia n.5), Poulenc, Capustin, Prokofiev.. ecc.. Non li giocheresti come una ninna nanna…

I compositori romantici erano anche peggio.

Il “Valzer Mefisto” di Franz Liszt.. Voglio dire… È nel titolo..
La “Ballata n°1” di Chopin inizia con una tristezza poetica e finisce con un casino emotivo totale.
Gli “Études Tableaux” di Rachmaninov, i suoi concerti ecc.. Sono incredibilmente belle ma.. non è un trattamento spa.. Ad essere onesti, dopo un bel pianto si sta sempre bene..
Paderewski (il pianista polacco diventato anche primo ministro) ha scritto pezzi come “Toccata in la maggiore” che sembrano innocenti sulla carta ma che ti stressano dopo due pagine.

Anche i francesi non possono fare a meno di trasformare la bellezza in tumulto. Noi siamo così.. ahah

“La Mer” di Debussy sembra tranquillo per circa trenta secondi ma poi sei in un uragano.
“Gaspard de la nuit” di Ravel è basato su poesie inquietanti sulla morte e sui demoni dell’acqua. Se pensi che “Boléro” sia rilassante.. quella stessa melodia si ripete 169 volte..
Il “Requiem” di Fauré è morbido, sì.. ma si tratta letteralmente di morte.

Inoltre, dimenticatevi della musica moderna..

La “Sinfonia n.10” di Shostakovich ti stringe lo stomaco anche se non sai perché.
“Atmosphères” di Ligeti è come suonerebbe l’ansia se avesse una sezione di archi…
“Threnody for the vittime di Hiroshima” di Penderecki mi ha fatto venire attacchi di panico quando lo studiavo ogni lunedì mattina per diverse settimane, mentre ero studente al Royal College of Music.. Diciamo che non la userai come musica del sonno.

Anche i “gentili” ti tradiscono.

“Adagietto” di Mahler suona tenero finché non ti rendi conto che è una lettera d’amore scritta durante l’esaurimento emotivo.
Il “Cantus Arcticus” di Einojuhani Rautavaara include veri uccelli del circolo polare artico ma in qualche modo riesce comunque a sembrare leggermente apocalittico.

Quindi no, la musica classica non è rilassante. Almeno, non sempre..

Molte volte sento che sono tutte le emozioni in una volta.. Questo è quello che succede quando gli esseri umani cercano di inserire ogni possibile sentimento nel suono.

Forse, quando qualcuno dice che “mette musica classica per rilassarsi”, chiedete quale pezzo. Perché a meno che non sia Satie, Pärt o forse un cortese notturno Fauré, probabilmente stanno meditando verso la rivoluzione o il crollo emotivo e lo chiamano “calma”.

La mia definizione sarebbe: musica classica è tutto ciò che il tuo sistema nervoso può gestire nel suono surround.

E si, so che questo post è pienamente di parte.
Forse ho fatto una sessione di allenamento di troppo intensa questa settimana…
Sentiti libero di dimostrarmi che mi sbaglio: consigliami qualcosa di veramente rilassante…
Ho chiaramente bisogno di aiuto. 🤣”

classicalmusic”

Ma secondo me neanche Spiegel im Spiegel…

https://youtu.be/VkS_h9b_V4o?si=3xSjEw4VhYliqzmL

Babette e la solitudine

La mia psicoanalista, all’inizio della mia analisi, mi disse “c’è bisogno di parlare, parlare tanto…”

La mia analisi con lei si è chiusa da tanti anni, la vita è andata avanti, la mia autoanalisi non si è mai fermata, e mai si fermerà.

Certo è che torno a quel punto: c’è bisogno di parlare, parlare tanto.

A se stessi? E come smettere di farlo?

Il punto è parlare non solo a se stessi.

Parlare a un altro.

Parlare all’Altro-da-sé.

Questo mi manca. Posso anche trovare qualcuno con cui parlare. Non così ovvio, ma si puó trovare.

Parlare a un altro come all’Altro-da-sé peró è una cosa diversa.

Ha più a che fare con un confronto reale, non con una pratica consolatoria, quel parlare con un amico che fa sempre piacere, e della cui mancanza giustamente ci si puó lamentare, ma che in realtà resta alla superficie del tema.

Consolatorio: contro la solitudine.

“Un artista non è mai solo”, la celebre affermazione di Babette, dal celebre “Pranzo di Babette” di Karen Blixen.

Artista. Sono un artista. Ho bisogno di chi riceva la mia arte. Ho bisogno anche di esser gratificato: che la mia arte sia richiesta.

Anche Babette ebbe bisogno di un gruppo di persone, totalmente inadeguate perchè totalmente ignare dell’arte culinaria francese di cui era esperta, per stupirle con la propria arte. Babette investí tutta la vincita della lotteria non per tornare a Parigi e alla vita di prima, ma per preparare un ultimo ricchissimo pranzo per la piccola comunità religiosa mennonita danese che, nella sua austerità, l’aveva accolta senza farle domande e integrandola come una sorella. Babette non era più sola, nella vita, e, anche se come artista sapeva di non essere mai sola, allo stesso tempo la sua non-solitudine di artista aveva bisogno della relazione con qualcuno che si strabiliasse al contatto con la sua arte.

La dinamica della solitudine è banale, in fondo, ma complessa.

Un artista solo: sinomo e ossimoro allo stesso tempo.

L’artista è sempre solo nel suo essere artista, ma non puó essere da solo con la sua arte quando questa si è compiuta: la deve condividere e nutrirsi dello stupore che si produce nell’Altro-da-se’.

È un equilibrio sempre squilibrato.

Quando poi ci si mette qualche accidente della vita che riaccende, in questo squilibrio, delle componenti di sofferenze antiche, sempre latenti, succede che l’artista non solamente non è affatto vero che non sia mai solo, come diceva Babette, ma è il più solo del mondo. Quando la solitudine sembra mangiarsi anche lo spazio identitario dell’arte, e rincorre quell’incontro con la reazione dell’Altro-da-sé come se potesse morirne alla mancanza.

L’artista non riconosciuto, lo scrittore non letto, il musicista non ascoltato, l’attore e il danzatore senza palcoscenico e senza pubblico, il pittore non esibito… l’artista deprivato dello stupore dell’Altro-da-sé é in condizione di fragilità, di debolezza, di rischio. Il suo equilibrio instabile si puó rompere facilmente. Gli manca l’aria per respirare. La giornata non ha senso. Parlare con qualcuno lo fa sentire ancora più solo, perché chi non é artista non ha le coordinate per capire la natura della sua solitudine di artista.

Babette, artista-non-sola, non vuole abbandonare l’austera comunità mennonita che l’ha accolta senza farle alcuna domanda.  Si é sentita accolta gratuitamente, come davvero insegna il Vangelo, senza condizioni e senza domande sul suo passato. É stata integrata a partire dal primo incontro, nel presente, senza preclusioni per il futuro. La solitudine esistenziale per Babette era stata sconfitta. Data questa condizione, la sua non-solitudine di artista ha potuto fiorire un’ultima volta come gesto di meravigliosa gratitudine.

La solitudine esistenziale cioè non puó esser sottaciuta neanche per l’artista. La dimensione di accoglienza senza far domande in realtà non esiste nella vita reale. L’accoglienza evangelica e gratuita non si incontra facilmente. Bisogna  sempre rispondere a milioni di domande, esplicite o implicite che siano. Alla solitudine esistenziale l’artista risponde con la propria solitudine creativa, e cerca di uscire dall’oppressione di quel carico di domande sospettose proponendosi generosamente con la sua arte per un incontro con l’Altro-da-sé, e lo rincorre, e se manca, ne puó morire. Tanto da far finta di non essere neanche l’artista che è, e prendersi scampoli di consolazione banale come capita, a caso, banalmente, banalizzandosi. Morendone. Un artista non puó farsi banale.

“…com’è triste Venezia…”

Winston Churchill andava a teatro, e non lo faceva solo per le occasioni di rappresentanza, come da noi la prima della Scala, o il Concerto di Capodanno dalla Fenice, ma per proprio interesse e piacere culturale.


I politici di solito sono ignoranti, anche i ministri della cultura, a teatro e ai concerti non ci vanno, non ne hanno il minimo interesse, al massimo guardano il cinema in TV, ma mettono bocca e decidono sulle situazioni culturali per mettere le rispettive bandierine di potere, potere rappresentativo e anche, in qualche misura, economico.


Nulla di nuovo, col caso Venezi, ma molto più sfacciato di tanti altri casi. Comunque, della cultura non interessa a nessuno di coloro che al momento stanno decidendo.


La classe politica attuale rispecchia il suo elettorato: in tutti i partiti, il livello culturale è di basso profilo, schiacciato sulla grande comunicazione di mercato, senza conoscenze né interessi personali reali, in una concezione della cultura o come piacevole passatempo o come provvisorio biglietto da visita un po’ più snob per sentirsi e comunicarsi come gente “intelligente”.

Populismo di sostanza.

Viva i lavoratori dei teatri che protestano difendendo i valori professionali dei lavoratori dello spettacolo.