“E sempre in bocca al lupo”

“E sempre in bocca al lupo!” é quello che si sentiva sempre augurare Nicola Zingaretti da suo padre, nel quotidiano, e il senso era: ce la puoi fare, io sto con te.

Non é di alcun interesse per me dire se “La casa degli sguardi” é un buon film o quanto e come lo sia.

So che ha espresso qualcosa di importante in modo fortissimo.

Per me, vuol dire Girolamo e Saverio. Quel che sapevo e volevo dire sul rapporto padre-figlio l’ho scritto in Waldemar. Io ho dovuto inventarmelo scrivendo un romanzo.

E non aggiungo altri pensieri, che sarebbero solo meno compiuti.

Un padre come Zingaretti nel film é una benedizione. Ne ho incontrato qualcuno nella mia vita, raramente, ma è successo, e ho considerato una benedizione almeno poterli conoscere da amico.

Periodo visuale

Polveri in acrilico su tela, circa 90×160, 1998
Polveri in acrilico su legno, circa 60×60, 1995
Polveri in acrilico su legno, circa 60×60, 1995

Polveri in acrilico su legno, circa 90×90,1995

Polveri in acrilico su legno, circa 60×60, 1995
Polveri in acrilico su legno, diametro circa 80, 1995

Polveri in acrilico su tela, circa 120×70, 1996
Polveri in acrilico su stoffa sintetica, circa 160×80, 1997
Polveri in acrilico su tela, circa 120×80, 1998
Polveri in acrilico su tela, circa 90×90, 2001
Polveri in acrilico su legno, circa 80×80, 1999
Polveri in acrilico su legno, circa 45×80, 1999
Polveri inacrilico su legno, circa 80×45, 1999
Polveri in acrilico su tela, circa 70×40, 1999
Polveri in acrilico su tela, circa 70×45, 1999
Polveri in acrilico su tela, circa 70×45, 1999
Polveri in acrilico, olio, pennarello su legno, 2005

Ma che titolo si puó dare?

“Sa Professore, mi stavo commuovendo per quello che lei ha detto spiegando Così fan tutte, e poi Il flauto magico, parlando di Mozart che con la sua musica ci mostra la vita così com’è, e anche la scorsa lezione mi sono commossa, quando spiegava Nozze di Figaro e il finale…”

“Ah guarda, con l’altro gruppo leggevo il libretto di Nozze di Figaro, e arrivati al perdono finale, anche solo leggendo le poche parole del libretto, mi sono venute le lacrime, perchè avevo comunque in mente la musica di Mozart. Ormai sono come una vecchia zitella che piange per nulla…”

“Ma no, Professore, io la capisco, io capisco perchè diventando grandi ci si commuove facilmente: è perchè voi lo sapete com’è la vita, già lo sapete, e quindi capite tutti i dettagli. Noi giovani non capiamo niente perchè siamo impegnati a vivere!”

“Grazie di cuore, I., io amo insegnare per trovare questi momenti di contatto…”

“No Professore, io ringrazio lei!”

E sono uscito per avviarmi a piedi verso la macchina parcheggiata poco  lontano, passando per il centro. Mentre mi avvicinavo alla Piazza, ho sentito da lontano una fisarmonica che suonava La vie en rose, come già mi era capitato altre volte. Un musicista  di strada si siede su un gradino da molti mesi, e spesso suona questa canzone, e la suona benissimo. Mi ha sempre colpito. Mentre mi avvicinavo, sentivo che suonava tanto bene, con delicatezza, ma anche con un virtuosismo discreto, faceva tanti abbellimenti sottovoce, arpeggi, ribattuti, appena sussurrati, che rendevano la melodia ancora più vibratile. Lo vedo. Un piccolo uomo dignitoso, capelli e barba bianchi, molto abbronzato, vestito semplicemente ma con cura. Continuo a camminare, ma mi sento come fossi a Parigi, e così mi giro e vado a fermarmi davanti a lui, anzi, al suo fianco, dopo aver sfilato una banconota dal mio portafoglio. Mentre lo ascolto, lui china il capo dopo avermi guardato un momento, e va avanti a lungo, ripetendo la melodia con sempre nuove leggere, complesse, poetiche variazioni. Gli occhi mi si riempiono di lacrime che solcano le mie guance. Nel frattempo un giovane sui 30 anni, passando, prende una moneta e la poggia con cura nel contenitore di plastica, badando di non far rumore per non disturbare la musica e l’emozione. Quando finisce, il Musicista mi guarda e mi sorride ringraziandomi. Io mi avvicino, lui si alza.

“Mi ha toccato il cuore”

“Grazie… Mi fa sempre piacere quando qualcuno mi ascolta davvero…” e sorride con un po’ di timidezza.

“Come si chiama”

“La vie en rose…”

“Ma no, la canzone la conosco! Lei, come si chiama lei?”

“Liubo”

“Da dove viene?”

“Dall’Ucraina… E lei come si chiama?”

“Alessandro”, e ci stringiamo la mano.

“Sa, io insegno in conservatorio…”

Lui si mette un po’sulla difensiva

“Ah… E cosa suona?”

“Il pianoforte… ma… (con la voce spezzata) lei mi ha toccato il cuore…”

Lui mi sorride di nuovo, disarmato, grato, fratello. Gli stringo ancora la mano e me ne vado, continuando a piangere. Pensavo di chiamare subito i miei amici, B., J., ma ho avuto pudore. Hanno da fare, non possono perdere tempo con queste fantasie di un tipo strano.

Ho camminato ancora quasi un’ora: non ricordavo più dov’era la mia macchina, appena fuori del centro storico, e i 10 minuti realmente necessari si sono moltiplicati per cinque, per sei.

Si, a diventar vecchi ci si commuove perchè giá si conosce la vita. Conosco La vie en rose, conosco Parigi, sono dentro di me, e quando traboccano lo fanno in lacrime. Conosco la musica e tutte le emozioni che ci nuotano libere e vive, e i loro schizzi vitali si fanno lacrime. E invecchiando a volte non si trova facilmente la direzione per continuare a vivere.

Mi sono quasi scoraggiato, perso nel non trovar la macchina. Ma sapevo giá, anche, che non serviva a nulla, che ero solo patetico, e che dovevo continuare a cercare. Ormai stanco, l’ho trovata. Sono tornato a casa, mi son preparato la cena. Ho chattato con J. parlando di altre cose.

Non ho mai smesso di pensare a Liubo. Se invitarlo domani alla proiezione e poi a cena. Ho paura che si senta a disagio. Ma lui é un musicista che tocca il cuore, un fratello… Chissá, domani forse é ancora lí al suo posto…

The Journey

https://youtu.be/ZC-Keez_rvM?si=0OiJNyyZ4B2x9u_E

Si tratta di una storia partita due anni e mezzo fa, da un riconoscimento tra due sguardi in un’ ombra profonda e insieme in una luce allo specchio, molto oltre le parole subito scambiate; da un avvicinamento naturale e progressivo, da un’amicizia tra due artisti. Cosí, Jorge mi ha dedicato questa sua composizione, che poi é stata prodotta dal Conservatorio di Udine (cui sono francamente grato per l’organizzazione e per il sostegno a partire dal Direttore), eseguita con eccellenti Musicisti nel concerto del 20 ottobre 2024 ad Artegna, fino alla pubblicazione di partitura e parti e al documentario che presenteremo il 10 aprile.
Felice e onorato di tutto questo, per l’amicizia, e per il valore intrinseco dell’opera, un quintetto per pianoforte e archi che dovrá assolutamente entrare nel repertorio di questa formazione classica, nell’arco che raccoglie i quintetti di Schumann, Brahms, Ciaikowskij, Rimsky-Korsakov, Elgar, Schnittke… e ora Jorge A. Bosso.

Introduzione di Jorge A. Bosso:

THE JOURNEY

   “Dieci anni sono passati da quando scrissi, per coro misto a cappella e due violoncelli, una composizione ispirata al carteggio tra i fratelli Van Gogh. BROTHERS. Nel frattempo non sono più tornato a sfogliare quelle pagine finché per caso – e solo per caso – mi sono ritrovato davanti ad alcuni versi della poetessa britannica Christina Rossetti, i quali fanno parte del movimento centrale Chambre à coucher sous une nuit étoilée. La loro naturale spontaneità e schietta immediatezza mi hanno subito sedotto. In una lettera indirizzata al fratello, il giovane Vincent si riferiva al suo poema Up-Hill, senza citarlo esplicitamente,

Recensione uscita il 29/07/2025  importante perché colloca questa produzione nel gi

Mio caro Theo, 

   Anche se ti ho scritto solo di recente, voglio comunque farlo di nuovo, perché so quanto può essere difficile a volte la vita. Tieni la testa alta, vecchio mio, dopo la pioggia arriva il sole, continua a sperare in questo. Pioggia e sole si alternano sulla strada sempre in salita, sì, fino alla fine, e di tanto in tanto ci si riposa anche sul viaggio che dura tutta la giornata, dalla mattina alla sera. Pensa dunque, ora e spesso anche dopo, che anche questo passerà.

   Poco dopo è nato THE JOURNEY, grazie al connubio tra un’amicizia sincera e l’impegno e volontà dell’istituzione. 

   Un viaggio ci plasma, e il tempo emotivo del quale si nutre forgia la nostra capacità di conferire intenzioni ai simboli affidati. Perché ereditiamo simboli e tramandiamo intenzioni. 

   La tentazione di cesellare il silenzio mediante il suono – meravigliosa unione tra ποιεῖν e πράττειν – è simbolo e rappresentazione di dialogo, in solitudine col Divino, alla ricerca di uno stato superiore di esistenza, dall’individuale verso il collettivo. Avrebbe potuto annuire Vincent, negli anni in cui il suo fervore religioso precedette la sua prepotente parola dai mille colori. 

   Infine, attraverso i simboli, il suono conferisce nuova e compiuta determinatezza; trama sottile e stoffa, drappo e portolano d’idee e visioni che sin dai tempi remoti può, quasi miracolosamente, collegarci a un essere  umano, a un’intera cultura che visse in un punto distante, in uno spazio antico. Suono, colore e parola si trasfigurano in strumenti d’unione lungo lo spazio e Tempo.
”

The Journey di Jorge Andrés Bosso prende ispirazione da una poesia omonima
di Christina Rossetti riportata in una lettera del 3 novembre 1876 di Vincent van
Gogh a suo fratello Theo.
I dieci movimenti del quintetto, a loro volta, prendono i rispettivi titoli da altrettanti
versi di questa poesia, tranne il n. 5, quello centrale, che si intitola proprio The
Journey.
Il tema del legame intenso e profondo tra fratelli, come quello dei fratelli van
Gogh, testimoniato nelle loro numerose e variegate lettere piene di riflessioni e
ampi riferimenti immaginativi, riguarda Bosso molto da vicino, tanto da essersi
riversato nella sua opera di artistica in diverse circostanze.
In modo ellittico, anche questo Quintetto è dunque un momento di questa
riflessione.
In margine a questo Viaggio, la felice ricorrenza che riguarda le Lezioni
Americane di Italo Calvino (scritte 40 anni fa, nel 1985, per delle lezioni da tenere
all’Università di Harvard, ma mai tenute a causa dell’improvvisa scomparsa dello
Scrittore) mi porta ad annotarne qui questi rapidi passaggi, che trovo fortemente
connessi a questa composizione.
Sostituire letteratura con musica, scrittore con compositore è fin troppo facile, a
proposito di Jorge Andrés Bosso e della sua opera
La prima impressione che questo Quintetto di Jorge Andrés Bosso mi ha dato è
stata quella di un paesaggio pietroso, netto, definito, forte, e, proprio in quanto
tale, denso, magmatico, oscuro, evaporante. Un magma eruttato con violenza
infuocata, però innocuo come avviene sull’Etna, dove si incanala nella Valle del
Bove che lo argina e contiene fino a raffreddamento, e fino a lasciare un
paesaggio da mondo alieno, come se improvvisamente ci si trovasse su Marte e
non più sul nostro pianeta, mostrandosi in una bellezza sconosciuta capace di
ammutolire chi vi si immerga.
L’argine qui è dato dalla profonda consapevolezza compositiva del pensiero
musicale dell’Autore, che fornisce con naturalezza tutto quanto sia utile e
fruttifero perché l’energia primigenia (un dolore che geme e urla, canta ed
esplode) diventi un fantastico e totalmente realistico fiume lavico risplendente
del suo stesso fuoco nella notte, una corrente irrefrenabile di energia e
un’espansione nel melodiare arcaico e mistico che incantano di bellezza
assoluta.
Ho definito un ossimoro? Si. The Journey.
“Nessuno ti lascerà sulla porta”.
Con un ringraziamento a Jorge infinito quanto la nostra amicizia.
Alessandro Tenaglia

Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era
l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore.

Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero
dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo
animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo
superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del
mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di
sfuggirle.
In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra:
una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei
luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno
potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.
L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi
sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma
solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo.

Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo
si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo
sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine
catturata da uno specchio.

Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla
pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto
parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il
mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri
metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non
devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro…
Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una
leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la
frivolezza come pesante e opaca.
Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della
letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento
senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo
sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a
comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei
corpi,
delle sensazioni.
Il mio lavoro di scrittore è stato teso fin dagli inizi a inseguire il fulmineo
percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo
Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il
tempo di
Vulcano, un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza d’aggiustamenti pazienti
e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la
definitività di ciò che non poteva essere altrimenti; ma anche il tempo che scorre
senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino,
maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera.
Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità
nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del
linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza,
come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più
generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte
espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con
nuove circostanze.
Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da
ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica,
nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media
cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse
solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della
peste del linguaggio.
Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel
mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni,
rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio
disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre
l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura.
Dove vediamo che la molteplicità delle storie possibili si rovescia nella
molteplicità del vissuto possibile, l’unicità del racconto che inizia diventa
l’unicità delle giornate che ci tocca di vivere, decisa al risveglio, nel distacco
dall’indeterminatezza del sonno.
(Italo Calvino, Lezioni Americane, 1985; pubblicate postume nel 1988)

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Queer in anteprima italiana

Proiezione in anteprima italiana con collegamento in diretta con Guadagnino e Daniel Craig.

Il film é bellissimo, e accompagna lo spettatore da uno sguardo su un uomo che spreca la sua vita tra droghe, alcool e fumo, e anche sesso d’accatto (che non mi pare proprio al primo posto…) a un uomo con un suo giovane complice affettivo che si slancia addirittura nella jungla alla ricerca di una droga che non sballa ma  porta alla comunicazione telepatica.

“Con chi é che tenti cosí disperatamente di comunicare, con tua moglie?”

Questa sarcastica domanda fa per me da chiave di volta della narrazione.

Con chi cerca di comunicare senza parole? uno scrittore? un uomo che vive di contatti tra il suo e corpi sempre diversi? ma davvero sempre diversi?

Nel viaggio di droga telepatica i due complici affettivi si accarezzano e abbracciano da sotto pelle.

Al risveglio decidono di tornare da dove erano venuti, si perdono di vista nel cammino, si perdono definitivamente.

Nell’epilogo, resta l’incontro del protagonista con il fratello cacciatore di sesso ma mai amante, il solo che, unico come lui, possa davvero essergli vicino.

E poi il repentino invecchiamento e la morte.

Inquadrature che rubano a Hopper. Lini stazzonati e sudori. Sesso appassionato. Cinismo estetizzante? No, sincero abbandono del buon senso di sicurezza.

É un mondo di relazioni prive totalmente del senso della sicurezza e della rassicurazione. Relazioni scarnificate e totalmente carnali, e in questo totalmente superiori alle parole. Ci si abbraccia e ci si sente sotto pelle, senza mediazione, e senza difese.

Daniel Craig è meraviglioso in tutto. Tutti gli altri perfettamente sintonizzati a quel che devono esprimere in relazione a lui. Il film è una comunicazione totale tra Craig e Guadagnino, che devono aver trovato la loro droga della telepatia.

Letture ideologiche di ogni tendenza mi sembrano tutte fuori fuoco e fuorvianti.

Fazio: “Nel film ci sono scene di sesso molto esplicite. C’é stato qualche imbarazzo per lei?”

Craig: “Ci sono molte cose che mi imbarazzano, tra queste non c’è il sesso. Tutti facciamo sesso!”

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Davide e Golia oggi

Trump e Vance hanno applicato (in un contesto che doveva essere diplomatico per trovare soluzioni di pace che riguardano lo Stato di Ucraina, l’Europa e il Mondo intero) una delle tecniche piú aggressive che vengono insegnate e messe in atto nelle odierne dinamiche di trattamento di affari economici e di gestione commerciale (management strategies), mischiando in modo manipolatorio gli aspetti emotivi della gratitudine e della colpa con il perseguimento del profitto, tutto, in questo caso, a puro scopo di propaganda diretta alla propria base elettorale.

Il ruolo del n.2, (Vance) é quello di operare  il corto circuito emotivo e di elencare aggressivamente le accuse capovolgendo la realtá e raccontandola come totale responsabilitá della  vittima (Zelensky). Il ruolo del n.1 (Trump) é trasformare questa falsificazione in realtá, grazie alla sua autoritá, e di porre le condizioni sanzionatorie e senza alternativa.
Zelensky non si é piegato, non ha  firmato, ha attenuato i toni e non ha chiesto scusa, cosa che gli é stata violentememte e ripetutamemte intimata.


Orrendo non solo per la persona di Zelensky, ma orrendo su base etica e su base politica.
Zelensky e Trump assurgono ad una nuova, potente incarnazione del simbolo di Davide e Golia.
Non dimentichiamo che anche nella storia biblica il popolo sconsigliava Davide, era incredulo, era sfiduciato, e restava a guardare, pavido, per vedere chi vincesse.
Poi Golia é stato vinto dal giovane Davide, che é stato acclamato Re, e che ha amato ed é stato poeta regalandoci i suoi Salmi.
I simboli sono il distillato dei significati della storia umana, e ne dettano i percorsi anche con forza predittiva, perché esprimono le strutture profonde dell’umano.

Album 2025

Si sta delineando un mio progetto.

Ho completato la mia Suite in 5 movimenti.

Ho scritto un pezzo breve per organo.

Sto scrivendo 5 liriche per baritono e pianoforte su  miei versi.

Ho in mente di scrivere un pezzo per violoncello solo e una Sonata per pianoforte in un solo tempo, la cui ideazione é giá partita. Ci sará anche un’altra lirica per soprano e pianoforte su versi di mia madre, nata nel 1925.

Il tutto da eseguire anche separatamente, come é ovvio, ma i pezzi sono pensati per essere eseguiti in un unico concerto, con l’intercalare di letture di testi miei originali a integrazione del progetto.

Un progetto dove musica e parole costruiscono insieme il tempo e il luogo di una serata pubblica. Concerto? Forse, ma un concerto esteso.

Si chiamerá ALBUM 2025,  e nelle singole parti avrá delle dediche specifiche. Alcune sono giá definite: il pezzo per organo a Beppino Delle Vedove; le 5 liriche a Matteo Lorenzo Pietrapiana; il pezzo per violoncello a Jorge A. Bosso; la lirica per soprano a Samantha Faina.

Ho intenzione di completare la scrittura entro primavera. Sarebbe bello metterlo a vibrare nell’aria in compagnia di un pubblico entro l’anno. Magari a Udine. Chissá!

Pastore Abruzzese

Su RAI5 guardo un documentario sulla protezione della natura sulle Ande cilene. Argomento pastorizia minacciata gravemente dai puma: da 20 anni hanno introdotto i cani pastori abruzzesi, e si spiega che i cani si integrano nelle greggi, se ne sentono parte, e le difendono in modo assoluto, tanto che la loro presenza dissuade i puma (!) dall’attacco.

Attenzione agli abruzzesi fuori sede: si integrano e appassionatamente si dedicano, ma fanno paura anche ai piú cattivi, bisogna tenerseli buoni!!!

Castorp – Else

Ho ripreso una lettura interrotta per mesi, e ho portato a compimento queste pagine de “La Montagna Incantata”.

Nel mio monologo interiore che non voleva tacere durante la lettura, che si difendeva con il puerile strategemma della pronuncia a fior di labbra di ogni sillaba e parola, il monologo di Castorp (perchè di questo si tratta, nonostante avvenga per massima parte nella narrazione in terza persona del narratore che tutto narra tutto conoscendo) mi rimbalzava nella memoria al monologo di Else. Castorp in una situazione banale di ineluttabilità autoinflitta trova gli echi di un sogno di solarità mediterranea archetipica e mitologica per recuperare le forze e trarsi fuori dalla tormenta di neve in cui si stava annichilendo, Else invece  arriva a soccombere eroicamente per la banalità di una questione familiare legata a mancanza di quattrini e a convenzioni sociali stringenti da cui lei non vuol farsi stritolare, preferendo morire. Due vie che definiscono il maschile e il femminile, che possono indifferentemente attagliarsi a ogni donna o uomo, sia chiaro, ma che si stagliano come vie chiare e nette di diverse identità psicologiche.

Alla fine, Else muore, e Castorp mangia come un lupo in trattoria, ricordando solo a tratti e confusamente i suoi pensieri e il suo sogno in balia della tormenta.

La vita vive.

P.S. Potrei dire delle meraviglie stilististiche e di linguaggio, anche delle  traduzioni, e delle caratteristiche e delle differenze e affinità delle scelte narrative e letterarie in queste due mirabili creazioni, ma non m’importa di farlo.

Un anno, di nuovo

Gennaio 2025 sta finendo, e mi sono messo a scorrere la mia pagina fb come scrittore e musicista.

Alla fine, mi imbatto nell’articolo di questo mio blog in cui parlavo del mio 2023: un anno pieno di attivitá che mi assomigliavano (e ancora mi assomigliano).

Il 2024 mi assomiglia, in questo specchio, almeno quanto il 2023.

Ho fatto una gran quantitá di cose. Mai cosí tante. Tutte piccole e ignote alle cronache culturali, ma tutte importanti per me. Qualcuna, invero, importante non solo per me, posso dirlo, ma insomma, non ho molto da aggiungere.

Mi assomiglia.

Nel 2023 trovavo in questa somiglianza la spinta a procedere.

Quest’anno ho un anno in piú.

Chissá.

Ora sento la spinta a … non so neanche io.