Non vedo l’ora di stappare una di quelle bottiglie di refosco e bermela con la cara persona con cui la tensione si è sciolta, tensione causata da motivi esterni, da una cosa idiota lasciata lì da me stesso, coglione, a far danni, e da maldicenze innescate al momento giusto… per qualcuno.
Nelle cose che sembrano succedere così all’improvviso e senza motivo apparente bisogna sempre chiedersi: chi ci guadagna?
Qualcuno che ci ha guadagnato c’è. Il tempo è galantuomo. Io aspetto.
per i fantastici attori di supporto Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, oltre che tutti gli altri
Non é un film veritiero su Maria Callas, ed é del tutto superfluo cercare riscontri e chiedere chiarimenti su omissioni o affermazioni non verificabili
É un’opera d’arte perfetta che puó esistere solo in quanto cinematografia: spero che nessuno mai sia tentato da farne una trasposizione per il teatro
É del tutto cinematografica in quanto si tratta di un sogno su Maria Callas che é preda di visioni: la materia stessa sia del cinema in sè che di uno sguardo psicoanalitico rivolto non certo su Maria Callas, ma sugli autori stessi, e credo anche la protagonista, forse anche sugli altri attori, che autoanalizzano se stessi attraverso il processo estetico di costruzione di questa opera di bellezza
Angelina Jolie che canta é di un’intensitá che fa davvero venire i brividi, e questo peró puó capirlo solo chi abbia un minimo non semplicemente di conoscenza teorica o da loggionista, ma di pratica autentica del canto lirico
Si tratta di un trattato amorevole su un tratto sostanziale del melodramma di tradizione italiana: l’anima della donna che si spezza
La scena in cui Maria-Angelina canta in teatro da sola, e quando arriva sulla parola “gioia” la sua voce si spezza, é il culmine assoluto di questa fortissima simbologia
La scena in cui Angelina recita “Vissi d’arte” sulla vera voce di Maria, e la situazione come viene costruita e realizzata, é il simbolo assoluto che racchiude questo sguardo onirico su Maria Callas
Chi non ama il melodramma e la voce manca dei prerequisiti per accogliere questo film. Infatti i giudizi che si sentono normalmente sono banali e dozzinali, quando va bene riconoscono la bravura d’attrice della protagonista, e si mettono a dare consigli per rendere la sceneggiatura piú coerente chiara organizzata leggibile… come se ció che preme per uscire di soppiatto dai sogni potesse esserlo! e non sapendo leggere e apprezzare non solo il raffinatissimo senso estetico visuale di ogni inquadratura e ogni fotogramma, ma tantomeno le infinite simbologie affastellate in ogni dettaglio. Nell’epoca delle scuole di narrazione, tutti sono esperti in sottotrame e controscene, ma non si accorgono minimamemte di essere tutti vittime della volgarizzazione narrativa tipica delle serie e delle fiction televisive, figuriamoci se si puó cogliere la carica simbolica del Canto che, al centro della scena teatrale e fermo sulle gambe, inonda il mondo intero dandogli finalmente un senso.
Questo film non sveglierá nuovi amori per il melodramma e per la voce: la materia vera di questo film é la sofferenza, e la sofferenza vera, non il patetismo volgare, non fa proseliti
La mimica facciale di Angelina Jolie quando canta é di una potenza ineguagliabile, e anche la sua voce é sorprendente. Lei stessa ha parlato pubblicamente del suo lavoro preparatorio al film scoprendo la propria stessa voce, e della qualità autorivelatoria e autoterapeutica di tale ricerca
Sto volutamente scrivendo alla ricerca di un raffreddamento attraverso il modo analitico delle cose che ho notato e dei miei pensieri
La visione del film é stata per me estremamente emotiva, di una tale intensità che preferisco rispettarla e tenermela per me
Una chiosa: non tutto è per tutti, l’arte non è democratica, anzi, non è populista, e di questi tempi un film d’arte come questo ha vita molto difficile
“Che poi non sarebbe stato più interessante mettere in scena il ‘75? A marzo di quell’anno morì Onassis; il 2 novembre fu ucciso Pasolini, e il 17 marzo dell’anno seguente si spense anche Luchino Visconti. Di questi ultimi non c’è traccia nel film.”
Questa recensione la trovo francamente irritante e volgarmente maschilista, ma devo riconoscere che questo appunto che riporto sopra ripaga tutta l’irritazione e me la fa digerire senza problemi. Maria Callas é morta a pezzi con gli uomini della sua vita tra marzo ’75 e marzo ’76, poi é stata solo triste agonia. Non ho ancora visto il film. Ne ho letto anche molto bene, anche se prevalgono le critiche negative, che peró sembrano tutte, anche se diverse, viziate da un pregiudizio comune contro la Star-Jolie, e i pregiudizi sono tutti sbagliati.
Ormai tanti anni fa, trenta quasi, accadde che sentii la necessitá di scrivere un romanzo, anche se mai e poi mai avrei pensato che l’avrei fatto. Non solo: negli anni ho scritto e pubblicato diverse cose, fino al mio secondo romanzo.
Adesso accade che sto di nuovo facendo qualcosa che mai e poi mai avrei pensato di fare: scrivere musica.
Eh si: e come é avvenuto con la scrittura dei miei romanzi (e cioé stesura fluida dopo un lungo lavoro di preparazione) sembra che la mia vita di musicista-interprete sia stata un lungo lavoro di preparazione a quello che adesso é arrivato a maturazione e va fluidamente e velocemente a fermarsi nero su bianco sui fogli pentagrammati.
Scrivo lontano dal pianoforte, in scioltezza, poi ricontrollo alla tastiera e faccio qualche piccola correzione. Mi tornano incredibilmente freschi i lontanissimi studi di contrappunto e armonia fatti da giovane per pura cultura musicale, e che ora si intrecciano proficuamente con le tante composizioni che ho studiato da pianista e con i tanti incontri musicali della mia vita.
Scrivo a mano. Non usufruiró delle esecuzioni midi che tanto sono comode quando si scrive al computer, ma dovró poi studiarmi lo spartito che sto scrivendo per poterlo eseguire. Non sto scrivendo tanto facile, anzi… Sono antico!
Si tratta di una Suite in cinque movimenti per pianoforte solo. Seguiranno cinque liriche per baritono e pianoforte su miei versi. Matteo é giá allertato per cantarle.
La bellezza di scrivere musica adesso per me é quella di poter costruire strutture che prescindano dal linguaggio verbale. In realtá mi sembra di disegnare delle architetture, anche piuttosto complesse, che sono arrivate chiare alla mia mente nella durata di un baleno, senza preavviso. Il piano della suite mi si é presentato come una realtá evidente ai miei occhi e l’ho messo a punto in pochi giorni con brevi annotazioni. Le cinque liriche sono al momento piú vaporose, ma si stanno coagulando.
ma perché non aver eliminato una cosa stupida e di fatto inutilizzata, ma oggettivamente foriera di ovvii e prevedibili problemi? e senza pensare a chi ne sarebbe stato coinvolto! ancora: scusa! (lui sa che è a lui che chiedo scusa)
coglionaggine? certamente! al cubo!
ma anche un messaggio a circuito chiuso: senti fanciullo, prendi la tua strada e non rompere gli zebedei! sei un artista o un ragioniere? coi numeri non c’hai mai saputo fare, con le connessioni logiche vai bene, con la disciplina del metodo puoi essere un drago, ma per fare certi lavori non basta la capacità, ci vuole anche l’indole, e tu non puoi ancora far finta di essere altro che un artista… e gli artisti della rispettabilità borghese fanno aquiloni.
la rimodulazione del rapporto col mondo.
vi fermate alla coglionaggine? fate bene, ve ne ho dato ragioni evidenti, ne avete il diritto, e così io so con chi ho a che fare, e siamo tutti contenti. viva la chiarezza!
ma se andate oltre, e se sapete guardare a tutto, siete meravigliosi, e anche sapere chi è meraviglioso e non banale è un regalo impagabile per un artista.
In un pezzo di vita precedente mi sono dedicato al disegno e ho fatto dei quadri in tecnica mista, da completo autodidatta, sperimentando. Qui i lavori principali.
É stata una quindicina d’anni, tra il 1990 e il 2005 circa. Era un canale espressivo che mi era stato chiuso da adolescente, che ho voluto riaprire da adulto, e che é andato esaurendosi quando la scrittura ha preso gradatamente il sopravvento, sempre al fianco della musica al pianoforte. Cose che vanno per la loro strada. Non ho nostalgia del disegno, perché ho usato le parole, la narrazione per descrivere e costruire figure, storie, emozioni, e mi sono trovato a farlo meglio, con maggiore profonditá e complessitá, oltre che con maggiore efficacia.
Non sono certamente lavori scontati. Le composizioni astratte precedono i nudi, cui mi sono accostato con circospezione, ma erano i nudi la mia meta fin dall’inizio.
Nudi complessi, erotismi spinti geometrizzati, come a esprimere veritá molto frequenti (ma oscurate dal senso del peccato che ci attanaglia anche dichiarandoci laici e liberi fino al midollo) geometrizzate alla ricerca di una quadratura aurea.
So esattamente di cosa parlo, a partire dalla mia tesi di laurea sulle proporzioni pitagorico-platoniche nel rinascimento.
Nella vita, le quadrature sono più difficili, la merda triviale invade in un attimo.
Un insegnante scrive nelle menti e nei cuori degli alunni, e non sa mai se e quando ci saranno frutti che per lo più non coglierà. Ma continua a farlo. Una forma di pazzia? o una forma di narcisismo? o una forma di amore?
Un artista da palcoscenico (musicista, attore, danzatore…) scrive nel nulla, lascia vibrazioni e segni nell’aria che svaniscono nell’istante. Ne restano le emozioni: di un istante, di una notte, di una vita. Niente di realistico. Tutto di imprendibile. L’esperienza dell’impermanenza del bello e della vita.
Uno scrittore (di prosa, di poesia, di teatro, di saggi, di musica, di tutto ciò che è nero su bianco) scrive perchè arrivi a menti e cuori, perchè viva un istante nell’aria, perchè entri nelle vite degli altri. Quel che scrive puó esser letto in infiniti tempi e luoghi, è una traccia, un’orma concreta, un oggetto, inerte in se’, ma se incontra lettori e interpreti si attiva nella sua dimensione iperurania.
Ecco.
Insegno da 45 anni.
Suono in pubblico da 45 anni.
Leggo in pubblico da 12 anni.
Sono ormai 30 anni, ma potrei dire 40, che lascio parole nero su bianco, e mi appresto a lasciare altro tipo di nero su bianco.
Il triviale del quotidiano e delle debolezze è come la cacca di un lattante, inevitabile nella sua crescita, ma da buttare e ripulire, sola e pura zavorra, di cui liberarsi per volare in alto. Chi della bellezza della crescita vede solo gli escrementi, evidentemente ha sensibilità solo per quelli.
Tracce, orme concrete di un passaggio sensibile al bello.
1 Ouverture alla francese 5/4 60=1/4 Ritmo puntato in levare Accordi pieni e arpeggi Note di attrazione: Mi bemolle Solenne e formale, una sorta di sarcastica celebrazione di grandezza
2 7/4 90=1/4 Ostinato in grave in valori di 1/4-1/4-1/4-2/8-1/4-2/8-1/4 pp re-sol-la-mibem/si-fa-do/soldiesis-dodiesis Nello svolgimento il basso si traspone in altre tonalità, fa un percorso cromatico ascendente da RE a SOl Diesis Inquieto Sommesso Lavico Una pressione regolare e costante, senza cadute e senza scoppi
3 13/8 Recitativo a voce sola Misurato e preciso Quarta aumentata come chiave Struggente come un monologo tragico, consapevole di essere al centro della scena, quindi rigoroso, e vero.
4 Senza scansione temporale Accordi a durata libera e variabile Base di sovrapposizioni di terze maggiori anche condensate (cluster costruiti) Grande varietà dinamica a flussi, con interpunzioni a contrasto Note di attrazione: sol grave mi bem medio Fa diesis sovracuto La vita essenziale
5 5/8 5/8=60 Moto perpetuo senza accordi. Moduli secondo la serie di Fibonacci: 1; 1; 2; 3; 5; 8; 13; 21; 34; 55; 89; 144; … Mani in parallelo a distanza di ottava Finisce in crescendo e sospensione Come cadendo in un burrone o in una cascata Thelma e Louise Cascate Iguazù Con esaltazione
Quello che ho cercato é stato un pianoforte in cui non esista piú il concetto stesso di “accompagnamento”
Da quando lo stile galante ha inventato il basso albertino che accompagna una melodia, non necessariamente eseguita da un altro strumento melodico, ma eseguita dalla mano destra del pianista stesso (nel XVIII secolo galante e proto-classico le sonate erano per pianoforte con achompagnamento di violino, che raddoppiava i temi della mano destra del pianoforte) il pianoforte ha impregnato la sua identità specifica proprio del saper accompagnare.
Questo ha generato uno standard per cui gli altri strumentisti, anche quando molto colti e avveduti, che suonino uno strumento melodico, vedono nel pianoforte un sostegno e un supporto discreto, magari anche un iniettore di energia propulsiva, ma che sostanzialmente debba stare al suo posto a rendersi utile senza far perder tempo a chi, loro, i melodici, davvero fanno la musica. Non parliamo della dinamica che si instaura poi coi cantanti, che eleva tutto questo all’ennesima potenza… ma i violini, che tanto al canto sono debitori, non sono poi secondi.
Questa dinamica è stata introiettata dal grande pianismo solista romantico, che ha sempre inseguito la possibilità di cantare, e, nei milioni di note con cui ha riempito le sue evoluzioni di scrittura e di virtuosismo, è sempre peró il canto che deve stagliarsi su tutto, e commuovere.
Non era così in epoca barocca, nè nel novecento storico, e a tratti anche in certi momenti del grande arco romantico.
Ho voluto quindi andare a recuperare modi di scrittura per il pianoforte che, eliminando completamente il ruolo di accompagnamento, mettesero in atto quella che per me é la vera anima del mio strumento, cosí grande e solido e insieme infinitamente colorato e liquido: la capacitá di strutturazione architettonica attraverso contrappunto armonia ritmo; la capacitá di evanescenza caleidoscopica del suono; la capacitá di trasformare il movimento in flusso estenunante o inarrestabile.
Il ruolo declamatorio e cantante puó assolutamente essere assolto dal pianoforte, ma ho scelto che fosse preso di petto in modo tragicamente assoluto (questo accade nel terzo movimento di questa suite) oppure che emergesse come inevitabile esito di un percorso strutturale che trova la sua meta in un estremo gesto melodico. Il canto, ultimo anelito del pianoforte ma a lui scientificamente negato (visto che, a rigore, il suono appena prodotto inizia subito il suo decadimento, e legare due note per farne melodia é operazione che ha a che fare con l’intenzione ma non con la realtá acustica, e quindi con una dimensione che potremmo dire di interazione “magica” o di ipnosi personale e collettiva) resta il limite e il desiderio, e infine il muro contro cui infrangersi.
Un artista che pensa in piccolo non è davvero un artista. Essere artista vuol dire rompere le dimensioni correnti, inventare orizzonti nuovi e aperti. La grandezza è sempre la dimensione dell’opera d’arte, la bellezza non sopporta argini, altrimenti è altro, e somiglia pericolosamente alla decorazione o alla pornografia, a volte intrecciate con buona educazione da persone colte.
Dopo aver detto in pubblico una cosa che so da quando ho pubblicato “Waldemar”, cioè che non scriveró più romanzi, perchè non ho altre cose da dire nella forma del romanzo, sono in un turbine di ideazione per altre forme creative, e non me lo aspettavo.
Un artista non smette di essere artista se non quando muore. Cerca i suoi linguaggi per tutta la sua vita.
Non mi aspettavo che la svolta venisse dal parlarne in pubblico. Una prova per me determinante del significato del rapporto tra la solitudine del lavoro artistico e la sua pubbicazione. L’artista non puó essere e restare solo: ha sostanzialmente esistenza, cioè la sostanza del suo vivere diventa reale, solo nel porre la sua opera in confronto con l’altro.