La mia psicoanalista, all’inizio della mia analisi, mi disse “c’è bisogno di parlare, parlare tanto…”
La mia analisi con lei si è chiusa da tanti anni, la vita è andata avanti, la mia autoanalisi non si è mai fermata, e mai si fermerà.
Certo è che torno a quel punto: c’è bisogno di parlare, parlare tanto.
A se stessi? E come smettere di farlo?
Il punto è parlare non solo a se stessi.
Parlare a un altro.
Parlare all’Altro-da-sé.
Questo mi manca. Posso anche trovare qualcuno con cui parlare. Non così ovvio, ma si puó trovare.
Parlare a un altro come all’Altro-da-sé peró è una cosa diversa.
Ha più a che fare con un confronto reale, non con una pratica consolatoria, quel parlare con un amico che fa sempre piacere, e della cui mancanza giustamente ci si puó lamentare, ma che in realtà resta alla superficie del tema.
Consolatorio: contro la solitudine.
“Un artista non è mai solo”, la celebre affermazione di Babette, dal celebre “Pranzo di Babette” di Karen Blixen.
Artista. Sono un artista. Ho bisogno di chi riceva la mia arte. Ho bisogno anche di esser gratificato: che la mia arte sia richiesta.
Anche Babette ebbe bisogno di un gruppo di persone, totalmente inadeguate perchè totalmente ignare dell’arte culinaria francese di cui era esperta, per stupirle con la propria arte. Babette investí tutta la vincita della lotteria non per tornare a Parigi e alla vita di prima, ma per preparare un ultimo ricchissimo pranzo per la piccola comunità religiosa mennonita danese che, nella sua austerità, l’aveva accolta senza farle domande e integrandola come una sorella. Babette non era più sola, nella vita, e, anche se come artista sapeva di non essere mai sola, allo stesso tempo la sua non-solitudine di artista aveva bisogno della relazione con qualcuno che si strabiliasse al contatto con la sua arte.
La dinamica della solitudine è banale, in fondo, ma complessa.
Un artista solo: sinomo e ossimoro allo stesso tempo.
L’artista è sempre solo nel suo essere artista, ma non puó essere da solo con la sua arte quando questa si è compiuta: la deve condividere e nutrirsi dello stupore che si produce nell’Altro-da-se’.
È un equilibrio sempre squilibrato.
Quando poi ci si mette qualche accidente della vita che riaccende, in questo squilibrio, delle componenti di sofferenze antiche, sempre latenti, succede che l’artista non solamente non è affatto vero che non sia mai solo, come diceva Babette, ma è il più solo del mondo. Quando la solitudine sembra mangiarsi anche lo spazio identitario dell’arte, e rincorre quell’incontro con la reazione dell’Altro-da-sé come se potesse morirne alla mancanza.
L’artista non riconosciuto, lo scrittore non letto, il musicista non ascoltato, l’attore e il danzatore senza palcoscenico e senza pubblico, il pittore non esibito… l’artista deprivato dello stupore dell’Altro-da-sé é in condizione di fragilità, di debolezza, di rischio. Il suo equilibrio instabile si puó rompere facilmente. Gli manca l’aria per respirare. La giornata non ha senso. Parlare con qualcuno lo fa sentire ancora più solo, perché chi non é artista non ha le coordinate per capire la natura della sua solitudine di artista.
Babette, artista-non-sola, non vuole abbandonare l’austera comunità mennonita che l’ha accolta senza farle alcuna domanda. Si é sentita accolta gratuitamente, come davvero insegna il Vangelo, senza condizioni e senza domande sul suo passato. É stata integrata a partire dal primo incontro, nel presente, senza preclusioni per il futuro. La solitudine esistenziale per Babette era stata sconfitta. Data questa condizione, la sua non-solitudine di artista ha potuto fiorire un’ultima volta come gesto di meravigliosa gratitudine.
La solitudine esistenziale cioè non puó esser sottaciuta neanche per l’artista. La dimensione di accoglienza senza far domande in realtà non esiste nella vita reale. L’accoglienza evangelica e gratuita non si incontra facilmente. Bisogna sempre rispondere a milioni di domande, esplicite o implicite che siano. Alla solitudine esistenziale l’artista risponde con la propria solitudine creativa, e cerca di uscire dall’oppressione di quel carico di domande sospettose proponendosi generosamente con la sua arte per un incontro con l’Altro-da-sé, e lo rincorre, e se manca, ne puó morire. Tanto da far finta di non essere neanche l’artista che è, e prendersi scampoli di consolazione banale come capita, a caso, banalmente, banalizzandosi. Morendone. Un artista non puó farsi banale.

