La scrittura e l’autoterapia…

Commentavo un messaggio su fb, e mi è venuto bene, quindi… eccolo qui da solo.

La scrittura può essere strumento di (auto)terapia, ma allora è cosa privata. Volerne fare pubblicazione attiene al campo della pornografia, cosa ampiamente articolata, espressa, fruita, e vabbè.
La scrittura può essere esito di un processo psicologico terapeutico, e se si avvale di buoni strumenti letterari può arrivare ad essere letteratura. Processo psicologico compiuto, ricerca linguistica… le basi promettono bene.
La scrittura comunque non prende il posto del lavoro psicologico personale e terapeutico sulla propria sofferenza, anzi, se lo fa di solito è costruzione di difese sempre piú forti contro il superamento del proprio male. Tanta scrittura andata a male protegge dalla propria guarigione, di cui si ha paura (a star male sono bravo, a star bene che ne sará di me?), e fatalmente è letteratura fallita in partenza perchè usa la pretesa di “arte” a proprio “comodo” psicologico.
Scusandomi per l’intromissione, ma fb è luogo pubblico, no?
P.S. sono andato da psico, per un periodo breve, e anni dopo ho fatto psicoanalisi lacaniana per un periodo congruo

D’Annunzio e Tosti al Conservatorio di Trieste il 17 ottobre 2023

Paoletta Marrocu e Silvano Zabeo


La distanza che ci separa da Gabriele D’Annunzio sembra a tratti incolmabile: la sua versificazione opulenta e sensuale sembra negare, alla nostra sensibilità contemporanea, ogni possibilità di adesione emotiva, anzi, proprio la spudoratezza della sentimentalitá dannunziana, che si imbeve di invenzioni lessicali e dei piú variegati riferimenti simbolici a spasso nella storia e nei luoghi del mondo centrati nel suo Abruzzo, nella sua Roma e nella sua Versilia, in realtá ci respinge e ci porta a collocare D’Annunzio in un angolo molto delimitato da cui speriamo non debordi troppo.

Nato nel 1863, Gabriele D’Annunzio viene celebrato per i 160 anni dalla nascita. Certamente 160 è cifra tonda ma non tondissima, non è 150 nè 100 nè 200, ma comunque se la celebrazione o la coincidenza porta ad un omaggio quale quello fatto dal Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste con il concerto del 17 ottobre alle 20,30, davvero diventa un’occasione di incontro con la sua poesia piú vera.

Paoletta Marrocu e Silvano Zabeo hanno insieme (e raramente questa parola è stata piú fondata) interpretato quattro cicli di romanze di Francesco Paolo Tosti su versi di Gabriele D’Annunzio: Malinconia (1887); Quattro Canzoni di Amaranta (1907); La sera (1916); Consolazione (1916).

Tosti e D’Annunzio sono legati nel Cenacolo ospitato nelle stanze del Convento che Francesco Paolo Michetti aveva acquistato a Francavilla al Mare per farne abitazione e studio e dove tornava appena possibile dai suoi impegni romani come ritrattista ufficiale di Casa Reale. Michetti (1851-1929) deve proprio alle suggestioni del piú giovane D’Annunzio (1863-1938) il soggetto della “Figlia di Iorio”, il suo dipinto piú celebre ispirato a Mila di Codro che scappa velata di rosso, protagonista della tragedia di D’Annunzio su temi arcaici legati alla grande montagna-madre, la Majella.

Tosti (1846-1916), il piú anziano del cenacolo e quello dal carattere piú posato, era un cantante e pianista di Ortona a Mare che trovò fama e successo partendo come maestro di musica delle figlie della Regina Vittoria ma presto assurgendo alle funzioni di vero e proprio direttore artistico di tutte le attivitá musicali alla Corte Reale d’Inghilterra. Il giovane e scapestrato Gabriele era tenuto un po’ sotto paterna tutela da Tosti, che spesso lo soccorse a pagarne qualche debito di troppo, o di tasca propria o procurandogli qualche contratto per scrivere i versi di qualche romanza da pubblicare con certezza di successo editoriale internazionale tra Europa e America.

Tosti ha declinato in un modo specifico la forma della romanza da salotto, facendo incontrare una relativa facilità esecutiva, abbordabile dal mondo del dilettantismo musicale, con una raffinatezza armonica evocativa e una espansione melodica “italiana” estremamente espressiva e sempre elegante.

Quando, anziano, Tosti vuole uscire dal suo stesso fortunato stilema di successo, e, senza rinnegare se stesso, vuole scrivere qualcosa che possa trovare una pregnanza maggiore, torna ai versi dell’ormai famosissimo Gabriele, il piú europeo dei nostri poeti, che era stato interpellato addirittura da Claude Debussy per la stesura in francese arcaico (!) del testo del “Martyre de Saint Sébastien” (1911).

Tra Pescara (D’Annunzio), Francavilla (Michetti) e Ortona (Tosti), una dietro l’altra in 20 km di costa abruzzese, si concentra il sodalizio di tre degli artisti piú internazionali (poesia, pittura e musica) che l’Italia abbia avuto tra ottocento e novecento.

Nei primi due cicli del programma, è una donna che parla: in Malinconia una delle tante innamorate tristi che si inanellano nell’estetica tardo-romantica, che qui Tosti tratta con speciale intimità, ma in fondo senza enormi differenze da quanto avviene nelle altre romanze sciolte che già scrive copiosamente.
Venti anni dopo, il suo capolavoro assoluto, con Amaranta, dietro cui si cela Giusini, a sua volta nomignolo della giovane contessina fiorentina pia e timorata di Dio che, dopo un assedio lungo ed estenuante di un famelico D’Annunzio, ha ceduto alle lusinghe delle sue offerte amorose per caderne irrimediabilmente travolta e privata di equilibrio interiore fino alla sofferenza psichiatrica. In questi versi D’annunzio entra nella psiche da lui stesso violata di Giusini-Amaranta, e ne esprime non solo un ovvio disagio, ma un mondo oscuro di simboli mortuari legati al pensiero del suicidio cosmico (“L’asfodelo è il fior del mondo”) cui non solo l’amante infelice sente di dover cedere, ma l’umanità intera, interrotto da un’ “Alba che separa dalla luce l’ombra” che, dimenticati i tenorismi cui siamo purtroppo abituati dai tempi di Caruso che ne fece, rubando, cavallo di battaglia, porta in un’estasi amorosa tutta femminile, sospesa e già piena di tragedia, simile al “sein Kuss” dove culmina e si spezza il canto di “Gretchen am Spinnrade” di Schubert.
Quante volte Tosti ha cantato il sogno? Chi non ricorda la romanza che, appunto, “Sogno” si intitola? Ma quando Amaranta-Giusini dice a se stessa “tutto è sogno, tutto è oblio”, nel suo mondo, che si apre al nostro ascolto indiscreto a violarne l’intimitá, risulta evidente e palpitante la risonanza con lo Zeitgeist, che in quegli anni ha appena espresso la pubblicazione dell’ ” Interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud e la nascita della psicoanalisi, e che vede la nascita delle opere teatrali di Hofmansthal (con cui D’Annunzio ebbe una rivalità-affinità letteraria) e Strauss (col quale ebbe un carteggio).

Il punto, quando tutto questo diventa concerto, è che tutto possa essere vero. In apertura Paoletta Marrocu ha detto con amabile franchezza che ringraziava il nutrito pubblico convenuto per la sua presenza, ma che lei e il suo sodale Silvano Zabeo avrebbero comunque fatto il concerto anche in assenza di pubblico, per intimo coinvolgimento. E infatti, da questo preambolo si è poi aperto un mondo di parole e suoni che palpitava di verità emotiva. La distanza da questo mondo di cui parlavo all’inizio è stata non solo colmata, ma dissolta nella compenetrazione tra la voce di Marrocu e ogni parola, ogni sillaba, ogni intonazione, ogni respiro, e nella compartecipazione di Zabeo che ha permesso al suo pianoforte di fare la stessa ricerca con la scarna materia del tocco dei polpastrelli sui tasti. Insieme hanno cantato l’inconscio di Amaranta-Giusini, e il concerto si è ricordato di esser tale solo quando sono scrosciati gli applausi, grati.

Poi, i due cicli dell’ultimo anno di vita di Tosti, il 1916, “La sera” e “Consolazione”.
Chi parla è ora Gabriele stesso, che alla madre si rivolge, madre vecchia e stanca, cui, dopo un’introduzione pianistica indipendente, si rivolge sussurrando con deferente pudore “Rimanete”, che significa “Non morire, mamma!”, e di cui protegge gli occhi stanchi dal dardo della luce, per poi cedere al proprio dolore di figlio che, in ogni età, al morire della propria madre si sente abbandonato e orfano, e che di questo esprime il proprio dolore con la forza dell’uomo che è diventato.
A proposito dell’interpretazione de “La sera”, non posso non dire che qualcosa di piú personale emergeva dal pianoforte di Zabeo, che in quelle poche note scritte ha permesso a qualcosa di molto profondo di venir a vibrare nell’aria, e che alle mie orecchie e al mio immaginario è arrivato.

In “Consolazione” il dolore per la perdita dell’anziana madre si stempera nell’elegia, diventa addirittura capace di cantare una sorta di danza popolare abruzzese, pare che dopo aver espresso lo sconcerto e il dolore veri nel ciclo precedente, qui Tosti rientri nella sua autoconsapevolezza di uomo ben adulto, anziano, e, sa bene, vicino alla propria, di morte. Il tutto, attraverso la voce femminile… infatti, pure Dichterliebe lo cantano anche le donne: è poesia.

Tra lutto ed elegia, Marrocu e Zabeo ci hanno fatto volare con loro in un mondo dove l’immaginifico D’Annunzio aveva già annegato la propria funambolia retorica in una ricerca di verità emotiva che non gli riconosciamo facilmente, e dove il Tosti migliore ha saputo abbandonare ogni compiacimento salottiero.

Al momento del bis, Marrocu ha chiesto “volete “A Vucchella” o i “Due piccoli notturni”?”. E qualcuno nel pubblico ha chiesto senza dubbio “Notturni!”.
Intanto: la sincera coerenza artistica, pur in bis, di proporre entrambi i due Notturni, e non uno solo, e poi, generosamente, anche la celebre canzone in una lingua napoletana-dannunziana reinventata. “Van gli effluvi de le rose dai verzieri… Lungi, e le meteore”… come rinunciarvi?

In conclusione: un concerto in cui D’Annunzio è poeta di sincerità e Tosti dialoga con i grandi compositori di cicli di canzoni, gli amati Schubert e Schumann. Lo potevate immaginare?

Non dico neanche una parola specifica su Marrocu come cantante: non è un caso. Ho detto che il concerto l’hanno fatto INSIEME Marrocu e Zabeo. Però, si sa, qualcosa della cantante si DEVE dire!
Va bene.
Ha cantato con la classe dei pochissimi che possono dimenticarsi del gesto del cantare stesso, e il pubblico ha sentito una voce bellissima dimentica di se stessa e fatta poesia.
Alessandro Tenaglia

Un istante

In evitabile (perchè, si sa, l’originale è irraggiungibile per ogni ambizione di imitazione) camaleontismo col mio amico Lorenzo, mi vien da prender questa noterella: gli è che quando per letture accumulate e variegate esperienze siderali, oltre che esistenziali, si diventi esigenti nell’accostarsi a qualsivoglia ulteriore lettura, e si diventi in parallelo consapevoli produttori irrefrenabili di pagine dense e rarefatte insieme, per cui non si può financo immaginare non la comprensione, la quale, si sa, è impossibile per chiunque, ma neppure la timida simpatia di chi non abbia un minimo decoroso curriculum personale da lettore avveduto; a questa condizione dunque raggiunta, gli è, dicevo, che si scriva per un ipotetico nessuno che stavolta non ci accechi l’unico occhio di noi Polifemi solitari e abbrutiti, ma che ci spalanchi i suoi, e nei suoi occhi sfaccettati faccia brillare il nostro nella molteplicità di un riflesso prismatico che finalmente, nello scambio finalmente accaduto, ma che si reputava insperato, avvenga la liberazione di un flusso che premeva per librarsi e finalmente riesce a volare libero. Per un istante.

P.S. inutile al centenario di Italo Calvino

Ci sono personaggi della cultura che segnano il proprio tempo e ne influenzano lo sviluppo.
Italo Calvino, per esempio.
Io gli ho sempre preferito Pasolini, senza alcun dubbio, anche se PPP di dubbi è una fucina. L’influenza di Calvino, tuttora attiva, ha aperto ad un certo sviluppo della letteratura che proprio non mi interessa.

Ridon le carte

Ma ridono davvero? Chissà, comunque non meno e non diversamente dai lemmi della Nuova Enciclopedia, in cui si dibatte l’empatia dissimulata del giovane Nivasio Dolcemare rivoluzionario soggiogato dai bagliori accecanti del Partenone nella sua scoperta adolescenziale del mondo, e quindi della musica e delle lettere.

Paul Valery viene citato in questo “librino”, come l’Autore stesso l’ha chiamato, e va ora citato come faro: “ogni storia letteraria della fine del XIX secolo che non parlerà di musica sará una storia inutile; una storia peggio che incompleta: inesatta; peggio che inesatta, inintelligibile.”

E si: qui sta il nucleo, mi pare, di queste pagine, e la loro condanna. Perchè al giorno d’oggi davvero inintelligibile resta un mondo dove le arti musicali e letterarie sono in osmosi e oltre che tra loro perfino con la filosofia. Mancano le competenze culturali, chi ha l’una non ha l’altre, e con questo l’Autore denuncia la definitiva incompetenza. Del mondo.

Questo libro non è per incompetenti, e lo dice con inaudita veemenza (!) nella quarta di copertina “Il lettore sa bene che solo il XIX secolo poteva fabbricare simili combinazioni”, e quasi a burla, per l’incompetente, tra gli Autori musicali, da ultimo, propone un pezzo su Satie, che ha piú a che fare con le avanguardie novecentesche. Anche qui, implicito, a chi sappia cogliere, il rimando alla discendenza di ogni modernismo iconoclasta e sperimentale dallo spirito di Heine e dei suoi compari.

Libro curato e voluto in ogni particolare, incluso il dandysmo di una citazione fatta apparentemente come evocazione libera, “per utilizzare l’espressione di non ricordo piú chi”, in un contesto non di parole, ma fin di virgole tutte definite e studiate con cura certosina.

Lorenzo Leone scrive un libro irrinunciabile per un lettore che sappia davvero qualcosa di musica, di letteratura e di filosofia. Scusate l’arroganza, io sono tra i pochi fortunati, ma ciò non mi consola dal fatto che le due mani saranno troppe per contare gli altri possibili lettori. Però anche i “semplici” letterati potranno godere di una prosa al quadrato, dove la posa fa parte del nucleo significante, e che si esprime nel modo piú antiromantico possibile (ma anche di questo bisogna poter essere avveduti) proprio sul nucleo di sofferenza infinita di cui ridon queste carte, che sta nella perdita di un linguaggio primigenio che possa parlare cosí tra geni primordiali caduti nell’oggi e ridotti a curarsi dei propri bicipiti scultorei e orgogliosi come ultima traccia, oltre l’apparenza fin troppo banale, della stirpe di Titani dell’intelletto in un mondo estraneo e muto.

I giovani negati

L’attacco al rave party, voluto, pianificato, per uccidere giovani pacifisti.
Non è solo una guerra.

Questo mondo uccide i giovani.
I migranti che muoiono nel Mediterraneo dopo tutto quel che già avevano passato sono tutti giovani.
I soldati russi mandati a fare una guerra senza nome sono tutti giovani, che muoiono.

La mia generazione si è fatta decimare dall’eroina e dai terrorismi.
Quella dei miei genitori dalla Seconda Guerra Mondiale.
Quella dei miei nonni dalla Prima Guerra Mondiale.
Le guerre totali sono nate allora, e non solo non sono finite, ma si sono moltiplicate nel mondo.
Tutte guerre che fanno macelleria dei giovani.
E anche in pace, togliamo futuro ai giovani, perchè lasciamo un mondo che implode per l’inquinamento che paga il nostro benessere. Tanto noi moriremo prima che l’acqua da bere finisca, saranno i nostri giovani a non averne piú, e non ce ne curiamo.

Dal 1914, 110 anni di genocidio sistematico dei giovani.

Hanno tutti l’età l’intelligenza il cuore il futuro negli occhi che hanno i miei studenti.

Viviamo in una bolla, finchè non ci scoppia intorno e addosso.

Enigma per un ritornello di pause

Enigma per un ritornello di pause, di Michela Cervesato

Un racconto lungo-romanzo breve… e già qui siamo in una “terra di mezzo” dove anche formalmente l’evocazione e l’osmosi tra i limiti trovano il loro regno.

Alla sua seconda pubblicazione narrativa, Cervesato ha già una sua connotazione stilistica e tematica personale e molto ben focalizzata: un linguaggio naturale, di una naturalezza frutto di estesa educazione alla lettura dei classici, di curiosità non casuale ma molto specifica e in quanto tale capace di allargarsi a ogni orizzonte, di amore per la terra e la cultura del suo Veneto, di una narrazione del tempo come gioco perenne di sincronie salti sovrapposizioni, di simbolismi non misteriosi ma profondamente connessi al bello sensibile che apre a ciò che si definisce nel silenzio.

In questo lavoro Cervesato occhieggia alla narrativa di genere, al cosiddetto “mistery”, secondo me un po’ (fortunatamente) fallendo, e in questo mi fa pensare ad un altro “fallimento”: quello di Italo Svevo che nel racconto “l’assassinio di via Belpoggio” volle scrivere un giallo, ma le caratteristiche del genere si infransero sul suo sguardo specifico, e scrisse ancora un mirabile, pur un po’ strano, racconto “alla Svevo”.

Quel che Cervesato ha da dire è molto chiaro, e sa dirlo molto bene. Non voglio aggiungere ulteriori indizi, perchè i suoi libri vanno letti gustati scoperti, e non giova esser troppo didascalici.

Immagino un suo terzo romanzo che prenda il toro per le corna, e sviluppi quel che nei primi due è chiaro e ancora tenuto raccolto in due scrigni preziosi: un’architettura ampia da vero romanzone storico, e una narrazione che che si sciolga senza il timore delle pagine che si assommano, immagino cioè che che non ci apra un piccolo scrigno ma un intero gruppo di bauli di un grande viaggio travolto dal tempo.

Immagino un’altra scrittrice? Forse, ma non credo. Cervesato ne ha tutti gli strumenti, e il respiro, e i silenzi.

E la musica? Ah già… la musica qui è talmente “tutto” che ci se ne dimentica, come dell’aria che si respira. Come l’acqua dei rivi della pianura veneta, che spesso non si sa da dove venga, scaturita da risorgive, e percorre irriga ogni zolla ogni riva ogni pietra ogni casa ogni affresco sotto i tanti portici di una terra tanto amata e cosí ben descritta.

Vienna: un mondo

per la primavera 2024 e per le stagioni seguenti

Perchè si pensa un programma da concerto nuovo?

Domanda oziosa: la risposta non c’è.

O meglio: la risposta è talmente personale e irrazionale, ma anche concreta e realistica, ma anche immaginaria e fantastica, ma anche ambiziosa e orgogliosa, ma anche illusoria e fumosa, ma anche faticosa e dispendiosa… insomma: perchè lo faccio!?!?!

Perchè resto un pianista, il pianista che sono, e anche uno scrittore, lo scrittore che sono, e ho bisogno di progettare studiare conoscere interpretare eseguire comunicare.

Con letture da Schnitzler, Verso la libertà.

Aperto a concerti in casa, che vuol dire non a concerti di svago salottiero, ma a concerti di intima ricerca condivisa con ascoltatori speciali.

Un mondo che cambia completamente tra attesa e conseguenze della Grande Guerra, un mondo espressivo intenso ed elegante che si cerca e cerca di trovarsi, ancora e ancora, mentre si dissolve inesorabilmente, a volte alla cieca, altre con vista fin troppo acuta, e quindi mai perdonata.

Un programma pensato insieme a Benno Schnatz.

  • Kornauth – 3 Klavierstücke op.23
  • Korngold – Sonata n. 2:
    Scherzo-trio;
    Largo
  • Mariettas Lied (“Die tote Stadt”)

Mahler – Adagietto (Sinfonia n. 5)

  • Schönberg – 6 kleine Klavierstücke op. 19 (per la morte di Gustav Mahler)
  • Berg – Sonate op. 1

-Joseph Marx – Albumblatt

  • Dohnanyi – Valse Impromptu op. 23 n. 2
  • Zemlinsky – Ländliche Tänze op. 1

superato e risolto aggettivi magici della modernitá

Ho appena letto su fb un post secondo cui il “pensiero debole” dell’appena defunto Vattimo comunque è superato.

Spesso le persone descrivono qualcun altro come “risolto” “non risolto”.

La morte è la sola cosa che risolva una persona, volente o nolente, e tutto ciò che è prima come diavolo si fa a incasellarlo in una dialettica falsa tra risolto e non-risolto? Si risolve per addizione? per sottrazione? per moltiplicazione? per divisione? quali sono i fattori? dominio di emozioni? capacitá amatoria? relazioni sociali? carriera? adeguamento ai canoni? …?

Un pensiero definito come superato da cosa viene sostituito? un nuovo dittatore con l’armata piú forte? una nuova elucubrazione piú fantasiosa e affascinante? una nuova connessione al Sapere Mistico Immobile? Una nuova moda snob che divide chi sa da tutti gli altri?

Cosí, per riderci su, di piú non merita.

le rose e le azalee abbandonate

Questa lunga estate finisce domani per me.

Torno a Trieste.

Un’estate infinita, come non ne vivevo da 10 anni.

Bellissima e intensa.

Il prezzo l’hanno pagato le mie rose e le mie azalee.

Abbandonate confidando nelle cure della vicina, che nel caldo piú intenso di luglio però era andata a casa sua in Romania per 3 settimane, e quando è tornata la sua parsimonia nel dare acqua ha quasi completato la strage.

A settembre ero di nuovo qui, e ho quasi resuscitato le povere piante. Ho dato tanta, tanta acqua. Una talea di rosa non ce l’ha fatta. Un’altra l’ho trovata fortuitamente una settimana fa che dalla radichetta aveva sviluppato 4 foglioline minuscole ma turgide. Un’azalea sembra morta, ma il gambo legnoso non è ancora secco, mostra ancora elasticitá, e spero. rinasca. L’alt

Le rose avevano perso quasi tutte le foglie. Ma loro hanno le spine per continuare a respirare. Ce la faranno.

Ho lavorato per lasciare dele riserve d’acqua a goccia che la vicina dovrà solo controllare. Posso sperare…

Tornerò tra un mesetto, a constatare rinascite sperate e morti possibili.

Un senso infinito di malinconia su tutto questo. Sento l’attaccamento a questa casa e a queste piante come mai prima, anche se so che io per vivere devo andar via. Ogni pezzo di vita comprende una morte e una speranza di risurrezione.

Tornerò ad ottobre. Se le piante mostreranno di esser vive, una parte lo saranno, ma io voglio che tutte, tutte sopravvivano, potranno riposare durante l’inverno, ed io intanto penserò a proteggerle dalla prossima torrida estate.