Un nuovo appuntamento.

Una serata di letture da Autori diversi, tutti presenti nei miei libri

Un percorso personale di rimandi tematici tra Autori di epoche e mondi alieni tra di loro.

Eppure tutti balzati alla mia stessa attenzione, sollecitandomi all’analisi e all’invenzione.

Con musica improvvisata al pianoforte per costruire ponti.

Vi aspetto il 5 febbraio alle 19 da Knulp: ho da dirvi delle cose!

Versi

Al cammino sulla spiaggia m’innamoro

Col sole in testa e il vento sulla schiena

E quando per tornare mi volto

Sul petto sul viso sulle cosce la sferzata

Mi spezza il fiato e del suo odore mi traspira

E mi rende la forza al mio ritorno

Respiro il vento contro.

Vivo lo sento forte sul corpo

E mare e spiaggia e cielo e sole

Dell’abbraccio col vento sono il letto.

Di chi ha negli occhi

E nel sorriso e nella voce

Tutto quel vento

E non lo sa,

Quando senza parole mi dice:

Sono di un mondo alieno

E di te non voglio fare a meno.

In verità io son a dire questo

In quello specchio scompare tutto il resto.

Io m’innamoro.

Chi sei?

All’acqua che bevo

Alla sedia che resta

Alla luce oltre la finestra

Al libro chiuso che aspetta

Alla mia mano che prende una tazza

Al mio ginocchio piegato

Alla porta che vedo di striscio

Al mio naso libero da occhiali

Allo spartito che tace

Alla giacca che aspetta l’armadio

Chi sei?

Cosí, di botto

Chi sei? senza preavviso

A un soprassalto sgomento

A un occhio sprofondato

Chi sei?

Come un sospiro

Che cerca uno specchio

Chi sei?

Chi sei?

Chi sei?

Non al cielo azzurro ornato di nuvole bianche

Non alle stelle e alla luna nel nero profondo

Non al mare increspato dalla brezza estiva di sera

Non alla furia di libecciata invernale alla scogliera

Non al profilo di monte al tramonto

Non a castello e non a cattedrale

Non a via di mattoni colonne portali

A nulla di tutto il mondo mi confido

Nulla contiene la spinta a nulla di immenso

Ad alcuna meraviglia rivolge domanda

Ma al vuoto: si, il vuoto rimane

Che nel buio mi lascia in attesa

Del canto

E infine, prosciugato

Nel verbo.

Nota: pensavo al secondo dei  due componimenti di Ronsard messi in musica da Albert Roussel

Godere della vita voglio

E del corpo e dei suoi umori

E degli odori e dei gesti

Onde lente improvvise fragorose

Del mondo voglio ubriacarmi

Nel sole e nella notte

Nella forza del mattino

Nella compressione della sera

In ogni luogo e momento sconsiderato

Dove si trattenga la scabra percezione

Di un tempo fissato

tra ripetizione esito sospensione

Cogliermi

abbandonato

A me stesso e alla mia pace

Al mio piacere estenuato

Sazio di dispersione.

Il mondo ogni volta in uno solo si condensa

Con me nuovo si mischia e si confonde

A regalarmi il tutto che, solo, non sono,

A scambiarsi con me quel che, solo, non è.

Nota: chi ha letto Walt Whitman e le sue Foglie d’Erba, sa.

A GP

Il ritorno dell’onda

Il vento placato indietro rivolto

Il cambio dell’arco sulla corda

Vibrante in apparente costanza

L’istante nella volta dell’arco

Dai piú inascoltato, ma c’è

Del non suono il momento

Il tempo rimasto appeso

Una piccola canzone di bambini a mostrarlo

Filastrocca saltata al rimbalzo

della palla che gioca tra terra e aria

Nel momento che il respiro sospende e astrae

E solo lí, anzi, neppure, il tempo esiste

Lampo illuso e sospeso in faccia all’eterno.

Un anno

Ho passato qualche minuto a scorrere i titoli dei miei articoli qui su WordPress e la mia pagina FB Alessandro Tenaglia Scrittore Musicista per l’anno appena passato, il 2023.

Ho trovato che mi assomigliano molto, moltissimo. Per chi volesse sapere chi sono (anche se forse bisognerebbe chiedersi come mai) vi troverebbe davvero quel che piú parla di me.

Chiedendomi, appunto, perchè mi sia cosí rappresentato, entrerei in una sfera davvero di interesse solo personale. O forse è semplicemente tutto evidente. Ma di certo, da artista (e non mi sottraggo alla specificazione che dirmi artista sia pura rilevazione di un dato di fatto identitario, e non un giudizio sulla qualità dell’artista che sono) sono una persona che produce cose e che entra in relazione con l’altro e con gli altri, quindi che un artista si rappresenti e si presenti fa parte in se’, appunto, del suo essere artista.

Il dato che le cose fatte in questo anno mi assomiglino molto, moltissimo, è per me un conforto: nel mio personale percorso ambisco non alla banale coerenza, che per lo piú è rigidità sterile spacciata per dote morale, ma a poter rispondere in modo il piú attendibile possibile alla domanda che mi pongo costantemente, che mi scappa anche a tradimento tra me e me nei momenti piú improbabili:

chi sei?

Artista che si pone in relazione.

Questa una possibile ma assolutamente inesaustiva risposta.

Persone che secondo buon senso dovrebbero essermi vicine sono imbarazzate, o annoiate, o infastidite, o tutte queste cose insieme piú altre ancora, anche piú cattive (si dovrà pur ammettere che l’oscurità, nella vita, esiste) e mi hanno lasciato da solo in questi momenti in cui davvero io sono io. Ma questo è legge universale: chi ti è strutturalmente vicino mal sopporta che tu sfugga allo schema in cui egli ti è strutturalmente vicino, che tu non ti identifichi totalmente in quello schema, che tu abbia la tua organica evoluzione che vada oltre il fisiologico invecchiamento, il quale rientra nello schema come ordine naturale della vita ed è dunque rassicurante.

Appuntamenti mancati e quindi persi. È cosí.

Questo però corrisponde alla legge universale di una difficoltà profonda: se io che sono a te strutturalmente vicino non ti riconosco piú, se tu sfuggi all’immagine strutturale che rivesti nel mio inconscio, immagine connessa a quelle relazioni infantili e adolescenziali fortemente affettive che hanno strutturato il mio modo di essere e di rappresentarmi il mondo, il mio mondo stesso mi trema sotto i piedi, e mi sento personalmente destabilizzato. A questa destabilizzazione non si sa, perlopiú, rispondere in modo adeguato, ma la si sfugge. Puoi anche fare l’artista, ma tanto, dai, su, sempre quello che eri resti, non fare il bambinone. È molto piú facile reagire cosí.

Eh no: è proprio qui il fatto.

Per questo la domanda che mi pongo costantemente, e che mi scappa anche nei momenti piú impensati, è

chi sei?

E non so mai rispondere.

Mi cerco.

Nel cercarmi, cerco l’altro.

Nel cercarmi cercando l’altro, cerco gli altri.

E in modo del tutto ovvio, per me, tutto questo avviene nel fare cose artistiche.

Questi due diari dell’anno passato mi assomigliano, dicevo, ed è un conforto: nel non aver mai la risposta alla domanda che irrompe

chi sei?

trovare questa somiglianza a posteriori mi dice che la ricerca va nella direzione giusta.

E tanto mi basti.

L’Angelo

A un suo concerto, bellissimo per tutti i presenti ma determinante per me, a Vicenza nel settembre 2003, è successo qualcosa che ha cambiato la mia vita.
La musica di Bach, 4 Cantate, a partire, e soprattutto, da “Wachet auf, ruft’ uns die Stimme”, che avevo già sentito molte volte e che avevo già apprezzato come ogni musicista naturalmente fa, in quell’occasione ha portato per me un’incredibile novità.
Non posso dire di aver conosciuto il M.° Radulescu, ma di certo per me è stato il Messaggero, ciò che nella tradizione biblica è un Angelo. Posso anche dire che per tutti, suonatori cantanti pubblico, quella sera l’emozione andava oltre la gioia estetica della bella musica.
Il tempo sulla terra deve finire per ciascuno di noi, ma la luce di qualcuno cosí speciale brilla per sempre.

Il Maestro Michael Radulescu

Emanuele e Peter, Pastori

Buon Natale, Emanuele.
Questo è un sermone totalmente inattuale: per forza e centratura del messaggio; per mancanza di ossequio a qualsivoglia ideologismo; per ampia cultura sgorgante a profusione, possibile perchè vera reale personale digerita sincera e non meramente e argutamente citata, come invece al massimo si può mediamente aspirare.
Chi ha ali d’aquila vola tra le alte vette. Molti, i piú, neanche vedono quelle ali, chiusi nella propria miopia non rimediabile da qualsivoglia occhiali.
Ma i sermoni dovrebbero aspirare sempre a tale inattualità e a tale volo d’aquila.

Emanuele Fiume:

Carissimi tutti,
condivido volentieri con voi la predicazione che ho tenuto mercoledì 20 dicembre al Culto di Natale della Facoltà valdese di Teologia.

Salmo 2
Perché questo tumulto fra le nazioni, e perché meditano i popoli cose vane?
I re della terra si danno convegno e i prìncipi congiurano insieme contro il SIGNORE e contro il suo Unto, dicendo:
«Spezziamo i loro legami, e liberiamoci dalle loro catene».
Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si farà beffe di loro.
Egli parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti:
«Sono io», dirà, «che ho stabilito il mio re sopra Sion, il mio monte santo».
Io annuncerò il decreto: Il SIGNORE mi ha detto: «Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato.
Chiedimi, io ti darò in eredità le nazioni e in possesso le estremità della terra. Tu le spezzerai con una verga di ferro; tu le frantumerai come un vaso d’argilla».
Ora, o re, siate saggi; lasciatevi correggere, o giudici della terra.
Servite il SIGNORE con timore, e gioite con tremore.
Rendete omaggio al figlio, affinché il SIGNORE non si adiri e voi non periate nella vostra via, perché improvvisa l’ira sua potrebbe divampare. Beati tutti quelli che confidano in lui!

Non c’è pace. Non c’è, perché le potenze del mondo sono naturalmente in uno stato di guerra contro il regno di Dio. Queste potenze, altrettanto naturalmente in conflitto tra loro, riescono però ad allearsi tra loro contro il regno di Dio. Se ne vogliono liberare una volta per tutte, e allora dimenticano le inimicizie e si alleano. “In quel giorno Erode e Pilato divennero amici. Prima erano stati nemici” (Luca 23,12). Quel giorno era il giorno della morte di Gesù.
Ed ecco che viene il re, muove e vince, direbbe il quesito sugli scacchi della Settimana enigmistica. Il re muove e vince. Vince con una vittoria particolarissima: in basso, tra gli umani, la vittoria del re sembra una sconfitta. In alto, davanti a Dio, è l’unica vittoria che Dio riconosce e approva.
Dio non rifiuta il confronto, e nemmeno il conflitto. Non è re di un regno futuribile e stratosferico. È re di un mondo che lambisce questo mondo, che avanza, che vince. Che vince quando le potenze alleate credono di avercela fatta.
Il Salmo si apre con una visione di politica internazionale quasi di assedio: i re dei paesi vicini, invidiosi della potenza e della supremazia del regno di Davide, si coalizzano per abbattere questo primato. Israele resta un regno piccolo, non particolarmente temibile, ma ai tempi del re Davide raggiunge il massimo della sua potenza militare e della sua espansione territoriale. Salomone poi cederà molti dei territori conquistati da suo padre in cambio della pace con i popoli vicini. Ora, nel Salmo, non vi è una visione nazionalista, non c’è il “Dio con noi” del Regno di Prussia e successivi cappelli – tanti –messi sopra a Matteo 1,23. Sarebbe anacronistico andare a cercare qui e in altri passi le tracce di un nazionalismo. Ma nel fatto che il piccolo popolo mantiene un’indipendenza e, anzi, avanza nei territori vicini, il credente vede l’intervento di Dio. Non perché Israele sia la perfezione, ma perché Dio stesso prende le parti del suo popolo che è il più debole, che è il vaso di coccio dell’area. Per fare un esempio del primo moderno, quando l’assalto notturno dei savoiardi a Ginevra fu sventato per eventi apparentemente fortuiti, e siamo nel 1602, il canto popolare che ricorda l’avvenimento, la Complainte de l’Escalade, composta l’anno dopo, comincia con le parole: “Colui che è in alto, il Grande Condottiero che si diverte e ride della canaglia, ha mostrato al mondo chi è il vero protettore dei ginevrini”. Allo stesso modo la monarchia davidica sa di essere debole, e sa di esistere soltanto perché è Dio stesso che la difende. La sua forza è la conoscenza della propria debolezza e la fiducia nel Dio che interviene, che mette le mani sulla terra. Secondo la concezione pagana al conflitto in terra corrisponde un conflitto nel cielo: gli dei dei popoli contro il Dio d’Israele. Ma questo non è il punto di vista della Scrittura: non sono gli umani che materializzano i loro idoli in cielo, ma è Dio che stende la sua mano sulla terra. Ora, il popolo di Dio avverte questa coalizione come fatto permanente: tra il regno delle nazioni, dei re, degli eserciti e il regno di Dio non può esserci una pace duratura se i re della terra non abbassano la testa e riconoscono di esercitare un potere limitato.
Allora Dio insedia il suo Unto, il suo Figlio, il suo Cristo in Sion. La sua parola di furore e di condanna contro le potenze del mondo è l’insediamento di un Cristo, di un Unto (i profeti, i sacerdoti e i re venivano consacrati con l’unzione), di un re, di un Figlio in Sion, in modo che tutti i popoli vedano e restino a bocca aperta. Un mondo nuovo che il mondo vecchio non riesce a svellere, una giustizia nuova con la quale la vecchia giustizia non può competere. Ecco il regno: una presenza non di questo mondo, ma in questo mondo. Un regno che accusa, processa, limita, sbugiarda qualsiasi pretesa di potere assoluto da parte delle potenze di questo mondo. C’è un re, il Figlio di Dio, conosciuto e riconosciuto, c’è una legge obbedita. Ecco il regno, è lì dove conoscono e onorano il re e dove obbediscono alla sua legge, in un’epoca in cui non v’erano confini con strisce sul terreno, barriere e checkpoint. Questo regno è irriducibile, in due sensi. Primo, perché non si lascia ridurre alla potenza politica, economica e militare come i regni di questo mondo (il regno di Dio non è uno Stato, nemmeno uno Stato clericale), poi perché nessun regno del mondo lo può estirpare. Per fare un altro esempio, sempre del Seicento, il Giuro di Sibaud, dei valdesi freschi di sconfitta, “per ristabilire e mantenere il regno di Dio fino alla morte”. “Regno di Dio”. Che per loro voleva dire condurre la vita secondo la parola di Gesù Cristo, ascoltarla liberamente e condividerla pubblicamente. Il fatto che vivessero isolati in un ghetto alpino e costretti a pagare le tasse al duca di Savoia non importava, purché potessero vivere il regno di Dio in tre valli del Piemonte. Il regno di Dio non fa svanire la presenza dei regni del mondo, ma fa sì che nessun regno del mondo raggiunga il grado di dominatore assoluto. Quando qualche regno ci prova, finisce spezzato con una verga di ferro, frantumato come un vaso d’argilla.
Il Regno di Dio è irriducibile, ma non è feroce. Le ultime parole del Salmo sono una mano tesa. Re del mondo, riconoscete il Re che viene dal cielo, sottomettetevi a lui, dategli il vostro omaggio. Questo non risolve la radicale e stridente frattura tra i poteri del mondo e il regno di Dio, ma la pone in modo da non fare morti e feriti. Nessun regno del mondo è il regno di Dio, ma i regni del mondo non sono tutti uguali: essere cittadini del Regno Unito è, direi, meglio che essere cittadini della Corea del nord. L’omaggio al Re dei cieli non consiste in un servilismo clericale, ma nel riconoscere il Re, la sua legge, la sua potenza, la sua giustizia come vincenti. E questo passa necessariamente mediante una conoscenza del proprio potere come ridotto e limitato. Dove il potere terreno è limitato, è possibile conoscere un altro potere, il potere di un regno che non è di questo mondo. Dove il potere del mondo si concepisce come illimitato e assoluto, allora si dovrà scontrare con il regno che non è di questo mondo e che per vincere non ha bisogno di eserciti.
Il confronto tra i regni e tra i poteri è avvenuto. I regni del mondo e il regno di Dio si sono già definitivamente misurati. Il re viene. L’eternità del Figlio si fa carne umana nella precarietà di una nascita durante un viaggio. Dalla nascita, c’è la Passione. Benché figlio, imparò dalle cose che soffrì. “Nacque da Maria vergine, patì sotto Ponzio Pilato” perché la predicazione e i segni di Gesù non sono dettagli del viaggio di un simpatico pazzerellone. Catechismo di Heidelberg, domanda 37: “Che intendi col termine ‘patì?” Risposta: “Che per tutta la durata della sua vita sulla terra e in particolare al termine di essa, Gesù Cristo portò nel corpo e nell’anima l’ira di Dio contro il peccato di tutto il genere umano ecc.”. Per tutta la durata della sua vita. Nascita e Passione si toccano; l’Oratorio di Natale di Bach termina con un corale della Passione. “Dov’è il re dei Giudei che è nato? “ chiedono i Magi al re Erode, e va a finire con la strage degli innocenti. “Questo è il re dei Giudei” fa scrivere a caratteri di scatola un ufficiale del più potente impero della Storia dell’Occidente sopra la testa di un condannato a morte per crocifissione, la pena riservata ai ribelli politici! Ecco il contatto tra le due prime linee, quella del regno del mondo e quella del regno di Dio. La croce di Gesù. Il regno del mondo che condanna a morte il Re del cielo, l’Unto, il Figlio di Dio. E il paradosso della morte di Gesù che è vittoria del regno di Dio, vittoria sull’impero romano, vittoria della giustizia di Dio sull’ingiustizia di Cesare, infine vittoria sulla morte stessa, questo Vangelo, questa incredibile buona notizia di vittoria da chi viene colta per primo? Dal centurione, non solo pellaccia che chissà quante ne avrà viste e quanti ne avrà ammazzati, ma anche e soprattutto ufficiale più alto in grado sul posto, quindi legittimo rappresentante dell’autorità imperiale, che avendolo visto morire in quel modo, disse: “Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!”. Che è re, glielo hanno scritto i nemici sopra la testa, che è Figlio di Dio, lo attesta per primo il capo dei suoi boia… tutti i suoi nemici hanno testimoniato di lui. Il regno del mondo ha creduto di far fuori il re del cielo, invece l’ha innalzato nella sua verità, e la sua morte è stata la sua evidente vittoria, evidente anche e soprattutto al nemico. Quindi, tra i due regni, tra la coalizione delle nazioni e il regno di Dio il punto di contatto è solo la croce di Cristo. Non è la crociata o lo scontro di civiltà. È sotto la croce che i regni del mondo sono sconfitti e che vengono ai piedi del re, come il centurione che coglie nell’umanità della sua vittima l’umanità di Dio. “Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio” l’umanità di Dio, l’umanità del regno di Dio mentre l’impero di Cesare, e con questo tutte le potenze della terra, per affermarsi come potere sovrumano si rivelava un potere disumano.
Non c’è pace. O forse sì. Perché le potenze del mondo hanno tutte già perso. Sono ancora pericolose, pericolosissime come lo è un esercito in rotta. Ma hanno perso. Hanno perso perché l’opera di Cristo, dell’Unto Figlio di Dio, non solo è l’unica vittoria per tutti gli sconfitti del mondo, ma è anche l’unica vittoria che Dio riconosce davanti a sé, così come la giustizia di Cristo è l’unica giustizia per chi è senza giustizia, ed è l’unica giustizia che Dio riconosce davanti a sé. La vera pace che segue la sconfitta delle potenze del mondo, non la pace equidistante tra forti e deboli, non la pace imposta al più debole che deve rinunciare alla sua ragione e tacere. La pace del regno del Signore. Noi abbiamo conosciuto la vittoria del regno di Dio e il suo inizio su di noi, e aspettiamo la fine del regno del mondo, dei suoi eserciti, delle sue polizie, delle sue ingiustizie, delle sue astuzie, di cui Qualcuno dall’alto sta ridendo, perché, a differenza di noi, li vede dall’alto, e ne vede la consistenza non più spessa di un foglio di carta. Ma per gli ultimi, per gli sconfitti, per i perdenti, per tutte le vittime della disumanità delle potenze del mondo, c’è la parola di beatitudine, di felicità. Beato chi confida nel Figlio e nella sua vittoria. Felicità irragionevole, pazza, totale; felicità destabilizzante e irrazionale, ma felicità vera, perché il re eterno è umano, più umano dei re terreni, e ti si dona nella precarietà di un parto in mezzo a un viaggio. In questa precarietà puoi cogliere tutta l’eternità. Dio te la dona così. E puoi esserne profondamente e irriducibilmente felice.

Buon Natale Peter Ciaccio .
In questi giorni di Natale prima la lettura del sermone di Emanuele Fiume , poi stamattina l’ascolto in chiesa del tuo sermone su Giovanni e adesso anche la lettura di quello tuo di ieri su Paolo, e mi sento di aver ricevuto una tripla grazia speciale, un triplice dono meraviglioso, e mi sento portato nel vostro volo, grato, riscaldato nel cuore, con luci nuove a illuminare la strada.
Vi ho conosciuto insieme, e per me siete un binomio inscindibile.
Per me la chiesa è questo: Parola predicata su ali d’aquila.

Peter Ciaccio:

Galati 4,4-7

Una delle espressioni sulle quali c’è un’interpretazione generalmente errata è «Siamo tutti e tutte figli e figlie di Dio». Qual è l’errore? L’errore è attribuire a noi e al resto dell’umanità questo titolo, perché Dio è all’apice, è all’origine della vita, della vita umana, insomma di tutto.
Dio è creatore, ci ha creati o, meglio, ha creato la vita che era qui sulla Terra ben prima che ciascuno e ciascuna di noi nascesse. Pertanto, Dio è Padre e noi siamo figli e figlie. Anche se è un bel pensiero e anche un pensiero di pace — perché allora l’umanità è una grande famiglia e siamo tutti sorelle e fratelli, anche i musulmani e gli ebrei, anche i russi e gli ucraini, anche i migranti di tutte le rotte — non è questo che intende la nostra fede.
Ora, sia chiaro, non è che gli altri, chi non è cristiano allora vale meno di noi: non è questo che voglio dire né che dice la fede cristiana. Quello che voglio dire e che dice la nostra fede è che il rapporto tra noi e Dio non è di tipo, diciamo, “biologico”.
Cosa intendo per “biologico”: forse sapete che al momento c’è un dibattito giuridico e politico sul diritto di conoscere i propri genitori biologici in caso di adozione o di donazione di gamete. È una questione difficile, perché ci sono diversi diritti in conflitto tra loro: ad esempio, la riservatezza promessa al momento del dono o dell’abbandono e la salute della persona che ha diritto di sapere quali potrebbero essere le sue patologie ereditarie. Senza entrare in quel dibattito specifico, accennarne ci serve per ricordarci che oggi diamo molta importanza alla domanda “chi è mio padre?” o “chi è mia madre?”, perché la cultura dominante sostiene che dalla risposta a questa domanda si facilita la risposta alla domanda “chi sono io?”
L’identità sembra essere data, dunque, dalla biologia, da chi abbiamo origine. Ma noi non siamo figlie e figli di Dio perché originiamo da Dio. Dio non è un padre o una madre assente che ci ha abbandonato da piccoli. Non è che appena prendiamo coscienza che Dio è Creatore, allora capiamo che è anche Padre e noi siamo figli e figlie.
Non è così. Dio è il Creatore in quanto origine della vita, ma è nostro Padre in quanto ci ha adottati.
Alla luce della cultura dominante, parlare di Padre “adottivo” sembra che sminuisca Dio, la nostra relazione con Dio e il suo impatto nelle nostre vite. Anche qui, no, non è così. Piuttosto, è l’idea che noi siamo automaticamente figli e figlie di Dio, semplicemente perché siamo creature, a sminuire il ruolo di Dio nelle nostre vite.
Il Figlio di Dio è uno: l’Unigenito, di cui questa notte commemoriamo la nascita. La rivelazione del concepimento virginale a opera dello Spirito Santo rafforza in noi la consapevolezza che Dio è il Padre del Figlio, mentre Giuseppe, lo sposo di Maria, è il padre adottivo.
Purtroppo Giuseppe è stato sempre sottostimato per questo ruolo, perché per molti crescere un figlio biologicamente non tuo è disonorevole, è una cosa che non si dice, perché c’è da vergognarsi. Tutto questo è profondamente sbagliato. Padre non è necessariamente chi ti genera, ma è soprattutto chi si prende cura di te, chi ti educa, chi ti cresce. Pertanto il ruolo cui è stato chiamato Giuseppe è molto onorevole.
Ma torniamo a Dio. Gesù, l’Unigenito Figlio di Dio, vive per un tempo tra noi, è vero uomo, “nato da donna, nato sotto la legge”, che non significa necessariamente sotto la legge ebraica, ma significa anche che, come noi, sottostà alle leggi della scienza: Gesù ha fame, piange, ha sonno, si stanca, Gesù parla una lingua particolare tra tutte le lingue.
Siccome Gesù nasce da donna e sotto la legge, allora Egli è nostro fratello, nel senso che è un nostro simile, come tutti gli altri esseri umani. Nella scelta che in Cristo fa per l’umanità, Dio ci è Padre.
Noi non siamo figlie e figli di Dio perché “siamo capitati” a Dio.
Noi siamo figlie e figli di Dio perché Dio ci ha scelti e ha scelto di essere responsabile per noi, di prendersi cura di noi, di preoccuparsi per noi.
Questa cura onnipresente nelle nostre vite è espressa dallo Spirito Santo. È lo Spirito che vive nei nostri cuori che fa in modo che noi possiamo guardare in alto e dire: «Abbà, Padre». È lo Spirito che ci dona la consapevolezza della scelta di Dio per noi, della nostra adozione.
Cosa dovremmo fare di questo annuncio?
All’inizio di questo sermone accennavo all’espressione «Siamo tutti e tutte figli e figlie di Dio» e a come spesso vi diamo un’interpretazione generalmente errata. Come correggerla, allora, alla luce dell’annunzio del Natale?
Partiamo dal fatto che l’evento della nascita di Gesù è di natura cosmica, cioè non vale solo per la famiglia di Giuseppe e Maria né solo per i pastori e i magi o per Erode né solo per il popolo ebraico e neanche solo per i cristiani. Dio non sceglie solo i cristiani: Dio sceglie l’umanità.
Allora, noi potremmo guardare agli altri scegliendoli, così come fa Dio. Ebrei, musulmani, indù, buddisti, atei, gente di sinistra e gente di destra, persone per bene e criminali, ricchi e poveri, persone dalla pelle più chiara e persone dalla pelle più scura: non sono fratelli e sorelle che ci siamo trovati, come i parenti con cui siamo biologicamente imparentati. Non sono fratelli e sorelle che “ci tocca sopportare”. Non sono il parente pazzo o quello sgradevole, che sono costretto a invitare alle feste, perché mi ci sono trovato legato per sangue.
No, se Dio in Cristo ci adotta e ci rende sue figlie e suoi figli, allora noi possiamo “adottare” gli altri, possiamo scegliere che siano nostre sorelle e nostri fratelli. L’adozione è una scelta attiva: implica ragionamento, coscienza, discernimento.
Dio ci ha accolto come sua famiglia. Facciamo lo stesso anche noi e accogliamo gli altri come fratelli e sorelle. Tutto questo ha avuto origine da quel che è successo quella notte di tanti e tanti anni fa a Betlemme, quando nacque Gesù, il Principe della Pace, che a questa Pace, fondata sullo scegliersi reciprocamente come fratelli e sorelle, ci chiama. È la Pace del Natale.
Amen.

Giovanni 1, 1-4; 9-14
Cos’è la “parola”? Non è semplice rispondere. La parola è impalpabile, non ha forma. La parola non è una “cosa”, non è un oggetto. Sì, magari pensiamo alle parole che troviamo scritte in un libro, ma quelle non sono la “parola”, bensì dei segni grafici che indicano la parola. Voglio dire, la parola scritta non è la “parola”, così come il cartello su cui è scritto “ospedale” non è l’ospedale.
Una parola può essere pronunciata e può essere pensata. Ma siamo sicuri che quando pensiamo, le parole che escono dalla bocca fossero già nel cervello? O non sono forse traduzioni di emozioni, di sensazioni, di immagini? E quando sono pronunciate non hanno una forma né una corporeità: non viviamo in un fumetto, dove i personaggi hanno le parole che prendono forma in una nuvoletta.
Abbiamo un corpo, viviamo in uno spazio, ma le parole non hanno corpo, come non ce l’hanno i pensieri o la voce. Eppure le parole sono potenti. Le parole creano. Noi diciamo di non credere alle formule magiche, eppure le parole sono in qualche maniera magiche. Ci fanno piangere e ci fanno ridere. Ci fanno rispettare o deridere. Con le parole possiamo creare delle situazioni, addirittura dei mondi. Con le parole prendiamo decisioni e convinciamo gli altri a fare delle cose.
«Nel principio era la Parola», la parola con la P maiuscola, la parola per eccellenza, il logos di cui parlavano i filosofi greci, tradotto in latino con verbum, che poi, guarda caso, in italiano indica non una parola qualsiasi, ma quella dell’azione, il verbo. «Nel principio…»: dove l’abbiamo già sentito questo incipit? Nella Genesi: «Nel principio Dio creò il cielo e la terra… Dio disse: “Sia luce!” E luce fu.»
Dio parla e la sua parola crea o, meglio, Dio crea servendosi della parola.
Giovanni ci dice che questa parola è Cristo. Cristo è la Parola di Dio, Cristo era con Dio, Cristo era Dio. Queste, però, sarebbero sottigliezze, particolari che non interessano nessuno, se non fosse che è nato Gesù e che Gesù è il Cristo.
In Gesù Cristo la Parola di Dio è diventata carne, dice il testo. È per questo che siamo qui oggi e tutte le domeniche: perché si tratta di un’evento talmente straordinario e importante da riscrivere la storia. È come se fosse una seconda Creazione.
La Parola, che, dicevamo, non ha forma, è impalpabile, non la puoi prendere come un oggetto qualsiasi, è diventata “carne”. La carne è palpabile, ha una dimensione, ha un peso, occupa un posto nello spazio, la puoi vedere, la puoi odorare.
Immaginate, la Parola di Dio che puoi toccare, che ha una sua corporeità. E non parlo della Bibbia: sì, sulle Bibbie c’è scritto spesso “Parola di Dio”, ma è fuorviante. Nella Bibbia, impalpabile, troviamo la “Parola di Dio”, ma la Parola di Dio è Cristo e solo Cristo aveva un corpo. Neanche le parole pronunciate da Gesù secondo i Vangeli sono la Parola di Dio, perché solo Cristo è la Parola di Dio.
Cristo pesava nel grembo di Maria. Cristo mangiava, Cristo serviva, Cristo attirava l’attenzione con il corpo, le opere e la voce. Cristo ha un peso quando innalzano la Croce e ha un peso quando lo staccano dalla Croce. Cristo non ha bisogno di parlare, di proferire parola, per essere Parola di Dio vivente nel mondo. Cristo cambia la vita delle persone incontrandole, poi, sì, le chiama, ci parla, ma è la sua presenza, la sua “carne” a fare la differenza.
Le nostre parole creano, influenzano, ma non possono farsi carne. Dio fa in modo, invece, che la sua Parola possa farsi carne.
Ma tutto questo cosa significa per noi?
Già ieri sera parlavamo dell’adozione, di Dio che in Cristo ci sceglie quali sue figlie e suoi figli. E di come questa adozione, di cui parla anche il testo di oggi, cambiasse totalmente la nostra prospettiva sul mondo e sulle altre persone.
Questo è valido e importante, ma se vogliamo dire sinteticamente cosa significa per noi che Cristo è nato, che la Parola di Dio si è incarnata e ha vissuto un tempo tra noi, possiamo dirlo con due parole: tutto cambia.
Tutto cambia. Ecco perché dicevo che è come se fosse una seconda Creazione, ecco perché Giovanni inizia il suo Vangelo come inizia la Genesi.
Non abbiamo più bisogno di mediatori umani tra Dio e noi, non abbiamo bisogno di interpreti dell’oracolo, perché la Parola di Dio non solo si rivela a noi, ma si incarna e si fa conoscere. Se voi mi chiedeste cosa penso di una tal persona, la mia opinione non potrebbe mai sostituire la vostra, se avete occasione di conoscerla. Così è della Parola di Dio.
Non siamo più nemici di Dio o non dobbiamo necessariamente esserlo: quel muro che ci divideva è stato abbattuto. Questo ha delle conseguenze importanti: significa che le cose non devono più essere come già sono. Tutto cambia. Questo lo canta Maria, che loda Iddio che sovverte l’ordine del mondo. Questo lo cantano tutte le persone oppresse, che hanno scoperto la liberazione quale opera di Dio.
E se non siamo più nemici di Dio, non dobbiamo neanche essere necessariamente nemici tra di noi. La Parola di Dio che si incarna ci dice che la pace è possibile anche dove sembra più impossibile che altrove.
Tutto cambia. La Parola che si incarna, Cristo che viene al mondo, nel nostro mondo, è il segno tangibile, corporeo, che Dio ha scelto di amarci. Dio ha scelto di amare l’umanità, ciascuno e ciascuna di noi e tutti insieme. Chi siamo noi per odiare i nostri simili?
Liberazione, pace e amore: la Parola si è fatta carne, tutto cambia.
Buon Natale. Amen.

non c’è arrivato

Eh si, era un bell’albero… aveva anche le radici…

Perdeva gli aghi solo a sfiorarlo, metteva una tristezza, che l’ho smantellato stasera, 23 dicembre, e ho appuntato le palline sulla tenda a simulare un albero che non c’è.

Non c’è piú.

Cosí è.

I torroni ci sono ancora. Loro andranno avanti per tutte le feste. Buoni e per me velenosi, ma attuerò tutti i potenti mezzi per debellarne i funesti effetti su di me. Non ho nessuna voglia di rinunciarci.

E gli orsetti bianchi sono due.

In mezzo a tanta caducità, (neanche l’albero è durato quel tanto) non è poco: che i torroni dureranno il necessario, che non mollo, e che gli orsi bianchi sono due. E i colori, non pochi… alla fine l’effetto non è male.

Il cambiamento è l’opportunità della necessità. Anche parlando di sciocchezze.

E buone feste a tutti.

Il periodo deve essere breve

e altri racconti…

l’importante è che il periodo sia breve.
questo è il dictat della scrittura attuale.
il must. no: il dictat!
un periodo come quelli appena precedenti è la misura giusta.
questo quarto periodo è già troppo lungo: PERICOLO!!!!!!!
di cosa?
due parole soltanto messe in opposizione, ciascuna relativa ad un contesto culturale specifico e definito, con verbo sott’inteso. qualcuno potrebbe averne un orgasmo letterario!
cosa si dica è secondario.
periodo perfetto
il congiuntivo però…
cosa si dice è del tutto secondario.
“del tutto” rispetto a cosa? “del tutto” è pericoloso…
I puntini! si certo, citazione dal mondo dei fumetti, cultura pop, gergo condiviso…va bene.
ma in una frase al congiuntivo!
ma per dire cosa?
il vuoto sta bene nel breve.
il vuoto sta benissimo nel lungo, si potrebbe immediatamente controbattere.
il vuoto.
il vuoto e il pieno.
però le mie dita hanno appena battuto “il vuoto e il pegno”: errore sapiente.
lapsus freudiano si dice solo in certi salotti della domenica televisiva.
il pegno.
paghiamo pegno.
non è più permesso descrivere con aggettivazioni ricche.
un aggettivo alla volta è il massimo concesso, purchè sia molto circostanziato.
scrittura molto scientifica.
ogni aggettivo aggiunge e demarca, quindi può essere usato contro la parola.
il che vuol dire che può essere usato contro lo scrittore.
la parola e il suo soggetto.
chissà cosa ne penserebbe Giacomo di Trieste,
il professor Zois.
mi è scappata una virgola al posto del punto: stavo per cominciare una subordinata: PERICOLO!
chissà cosa ne penserebbe Giacomo di Trieste, quel Giacomo che faceva lezione di inglese mettendosi a parlare delle persone che vedeva nei ritratti di famiglia delle signorine di cui faceva il professore privato senza conoscerle.
Senza conoscere le persone dei ritratti di famiglia o le signorine cui faceva lezione di inglese? vedete quanti pericoli???
Si certo, lui pensava intanto al suo romanzo, la folle giornata.
due citazioni colte in mezza riga: PERICOLO!
ma no, questo potrebbe essere sufficientemente elitario ma cool allo stesso tempo.
meglio sarebbe stato se le citazioni avessero riguardato non Ulisse o Le Nozze di Figaro, ma, che so, una striscia apocrifa di Andrea Pazienza e una canzone mai pubblicata degli U2.
anche dalle citazioni si riconosce chi è in e chi è out.
la cultura “alta” è assolutamente out.
il massimo dell’epos oggi citabile è Blade Runner.
I sentimenti vanno bene solo nelle smorfie contraffate di certi momenti di film come “the bad lieutenant” o “Mona Lisa”. Non “Monna Lisa smile”, vi prego!
se poi capita che a uno cui scappano citazioni out piacciano anche luoghi cult del contemporaneo come quelli citati, il pericolo è massimo: ma chi è questo qui???
ma succede anche di pensare.
si, capita ancora.
oggi le frasi devono essere brevi, e che non ci sia più di un aggettivo, assolutamente calibrato.
e che ce ne facciamo di tutto ciò che è stato scritto prima?
quando? cosa? perchè, tu leggi cose pubblicate prima del 1950??? è già una data lontana, come puoi leggere cose ancora più antiche?
infatti oggi si fanno i corsi di scrittura, per imparare ad essere circostanziati e sintetici, e a evitare ogni ridondanza.
in origine chi ballava il tango erano le prostitute e i loro clienti.
anche gli uomini tra loro: chi prendeva il ruolo della donna nel tango mostrava la sua sottomissione mafiosa al superiore che faceva il maschio.
i clienti che ballavano con le prostitute poi insegnavano il tango alle mogli.
le signore dabbene, infatti, potevano ballare il tango solo con i mariti, altrimenti sarebbero state viste come prostitute. I mariti, ovviamente, vanno con le prostitute, e lo fanno solo per poter imparare il tango. E per essere orgogliosi come insegnanti di tango delle loro mogli rispettabili. Ci sarebbe forse qualche altro motivo?
oggi si fanno i corsi di tango e si va a ballare in serate dedicate con grandi ambizioni di eleganza, e di competenza!!!
così sono i tempi.
coloro che danno lezioni di scrittura creativa sono di solito dentro il mercato dell’editoria.
(ma molti no)
hanno imparato sul campo quello che “funziona”.
quello che funziona dipende da tante ragioni.
ci si arrovella per sapere per quale ragione mai Susanna Tamaro sia una scrittrice di successo, e per quale ragione mai i vari “50 sfumature…” siano letti e comprati come noccioline in tutto il mondo.
no, su questi argomenti, nei corsi di scrittura creativa, si pongono domande retoriche.
loro le ragioni le analizzano e le trovano. irridendole, ma le cercano, le analizzano e le trovano.
e poi insegnano, per indicare i metodi della retorica efficace per costruire un racconto, una fiction televisiva, un articolo di giornale…
quel che serve per trovare il successo editoriale seguente resta per loro stessi.
poi, coi loro amici che vogliono scrivere perchè hanno qualcosa da dire, con quelli che leggono ancora per passione anche libri antichi, nonostante tutti i loro errori, come i mariti che insegnano il tango alle mogli, mettono su corsi e seminari, e insegnano loro cose che li guidano a un tango addomesticato e per bene, senza le figure più roventi, e senza lo scandalo della prestazione reale e del pagamento della prestazione vera.
ma Giacomo rideva già di tutto.
parlava in triestino, cambiava casa perchè pagava a stento gli affitti, anche se andava al ristorante e a ubriacarsi in osteria tutti i giorni e a puttane molto spesso, aveva figli selvaggi che urlavano continuamente in dialetto triestino e andavano male a scuola.
si era innamorato di certe sedie in stile danese antico viste in un’illustrazione, e le aveva comprate, anche se aveva già fin troppe sedie a casa. E quasi niente altro.
una casa piene di sedie. a lui solo ne servivano quattro alla volta.
Giacomo descriveva solo azioni. ma talmente precise!!! tutte le infinite azioni rinchiuse in ogni gesto!!!!!! più le infinite azioni lasciate stare nella coscienza mentre un gesto casuale veniva realmento agito!!!!!!!!!!!!!
e sembra quasi che non scrivesse d’altro.
azioni pure.
l’atto.
non così diverso in fondo per Arthur, il sosia spirituale di Sigmund: nella stessa asfittica Vienna, protagonisti entrambi, senza mai incontrarsi!
Arthur descrive così bene, lui che sapeva usare le parole forse come nessuno dopo Johann Wolfgang, l’assenza di parole tra i due amanti borghesi in villeggiatura d’estate, lei incinta, consapevole che al ritorno in città avrebbe ricevuto un assegno e forse, forse, un addio vero, lui consapevole che l’avrebbe abbandonata, miseramente, perchè la sua vita piena di certezze e promesse non poteva essere davvero condivisa e svilita con lei, ma intanto passeggiavano e bevevano sorbetti. O l’assenza di parole tra i due fratelli dopo il funerale del padre, la passeggiata solitaria al Prater, e la loro stretta di mano prima di lasciarsi. O il fiume di parole nella mente di Else nella sua ultima notte dove la negazione rincorre le negazioni e vince…
a Marcel per le sue Madeleins quante parole sono servite?
e per descrivere le sfumature della femminilità di Odette, della Baronessa di Guermantes, delle fanciulle in fiore tra le Tuileries e i giardini del Louxembourg, quella femminilità così misteriosa che poteva essere avvicinata solo con la mediazione di Swann, l’unico modo, per uno come Marcel, per seguire il fascino del femminino fino alla realtà più triviale e svestita di atmosfere aggettivate.
quanti aggettivi!
no no, Marcel è completamente out, oggi!!!
eppure anche lui in fondo parlava solo di una cosa.
chissà cosa gli passava per la testa col suo amante creolo Rheinaldo, il musicista.
ma si che lo sappiamo, è scritto dappertutto nei suoi libri…
l’atto.
Marcel flirta, Giacomo scopa.
come dice Christopher.
che scrive: “flirtation instead of fucking”.
il traduttore di Christopher per Adelphi scrive: “Flirt sta per fottere”.
ho detto tutto.
e non è una frase qualunque, in quel contesto.
a single man. single.

il contesto.
le referenze.
io appartengo a un mondo che ama ancora gli aggettivi, e le subordinate, e le architetture ampie del discorso, ma nello stesso tempo si lascia fulminare dalle frasi brevi.
se sono vere!
cosa è una frase breve?
non è ancora il momento.
abbiate fede, io so dove vado, ho tutto in mente, nessuno pensi che scriva a braccio farneticando: non mi sono fatto, e non sono autorizzato, neanche letterariamente, a farneticare.
alla frase breve perfetta.
e si tratta di una frase che esiste prima di me. anzi, ne sono due.
ma per arrivarci devo fare con voi che leggete un percorso.
mancherebbero due virgole, ma volevo essere cool.
quando Wilhelm scriveva, e i ventenni si suicidavano per amore infelice imitando il suo eroe…altro errore sapiente: quando JOHANN WOLFGANG scriveva: Wilhelm era il protagonista di altri due romanzi di Johann Wolfgang, che avrebbero dovuto essere tre, ma il terzo non era ormai più possibile. Dopo una formazione come quella di Wilhelm, e dopo una maturità come quella di Wilhelm, come poter accontare anche la sua vecchiaia? Johann Wolfgang ha costruito la sua personale vecchiaia senza doverne scrivere. Mentre invece ha scritto delle sue passioni, tutte, con assoluta sincerità, attraverso le migliori mediazioni che lo hanno guidato nella sua olimpica maturità.
quando Johann Wolfgang scriveva, e i ventenni si suicidavano per amore infelice imitando il suo eroe, ciò che scriveva era assolutamente il nuovo. L’ardore che brucia e vibra e mangia la sua stessa vita intrisa di lettere e letture.
il tempo rende tutto distante.
Umberto dice in TV che chi legge era con Renzo e Lucia, era con Ulisse, e leggendo si costruisce un’eternità all’indietro.
Umberto! ha sbaragliato tutti i mercati scrivendo romanzoni storici lunghi, dotti e difficili! davanti a quei successi qualunque editor gabelliere non sa assolutamente dare parametri. Certo, bisogna essere colti! e oggi chi scrive ha solo in matrix reloaded la sua mitologia. Non si può insegnare a scrivere come scrive Umberto in un corso di scrittura creativa. Tocca studiare davvero, per partenza, e poi tocca anche avere genio.
altra parolaccia! resti di preromanticismo!
tranquilli, non cadrò di nuovo in pericolo mettendomi a parlare, che so, di sublime.
sub limene
ma chi mai potrà capirlo?
ci vuole Umberto per far digerire il latinorum e renderlo anche vendibile.
oppure Dan con i suoi finti codici in salsa mistery.
ma se io che amo i periodi lunghi con varie subordinate, le architetture sintattiche, le metafore, gli aggettivi, le digressioni, le descrizioni, io che amo le narrazioni che ora sono destinate solo alle fictions televisive, che infatti hanno imparato il loro stesso messaggio dai romanzoni ottocenteschi messi in sceneggiatura negli anni sessanta, se io che amo le pagine dove le parole dipingevano tutto e non facevano rimpiangere l’assenza di immagine, e dove gli sguardi intensi venivano lungamente narrati dicendo al lettore tutto quel che vi si nascondeva, io che amo tutto questo, e che ne provo così tanta nostalgia da continuare a commuovermi se leggo Johann Wolfgang, o Fedor, o Lev, o Gustav, o Charles; se io che amo questo e tanto altro non mi rassegno all’inattualità e colgo l’assoluta contemporaneità autentica delle madeleins e della folla giornata, mentre colgo la triste vecchiaia delle scuse se mi chiamo amore, perchè in quelle scuse si racconta un mondo incellofanato come i panini sui banchi dei supermercati vicino alle stazioni, che ti sfamano, non ti impegnano, e non ti nutrono, ma in compenso ti ingrassano e ti avvelenano, ma in certi casi non puoi farne a meno, e dunque te li compri e te li trangugi in attesa di un momento in cui cucinarti quella cosa buona che più di tutte ti nutre per intero, per dedicare a questa cosa buona il tempo che ci vuole, a partire dalla scelta degli ingredienti, e dal giusto ritmo di preparazione, e infine alla giusta condizione per gustarla, in solitudine o in compagnia, a seconda dei momenti e dei casi, e in tutto questo andare a ciò che attende di essere di nuovo rivelato sotto il confine dell’evidente più smaccato, e cogliere l’attimo in cui in bocca la rivelazione si manifesta nella sua nuova epifania e il sublime del sapore perfetto viene allo scoperto, come la frase perfetta e subitanea che senza la compagnia di tanta lunghezza e ricchezza di dettagli e di immaginazioni non potrebbe stagliarsi nella sua perfezione, e in questo mette un punto al momento, al tempo, alla storia, e ti rendi conto che la rivelazione ti dà in realtà fastidio, ti mette in scacco, ti mostra come tutti i processi analitici, tutti i dubbi, tutte le digressioni impegnate a capire le ragioni di tutto e di tutti si infrangono in quel che tu stesso, analizzando e mettendo in dubbio, senza neanche accorgerti, hai detto, l’hai detto pur stando attento a tutto, ma ti è scappato, e di fronte all’imponderabile perfezione che si rende evidente tutto si ferma, lì tutto cade, ogni descrizione, ogni aggettivo, ogni metafora, e ogni autolimitazione nel negarli, tutto resta disarmato e, dopo essere stato scomposto, si decompone, e risulta sempre più evidente che non c’è nutrimento senza digestione, e senza le scorie della digestione, che poi fanno schifo e vanno eliminate e ciò che ne è rimasto toccato va nettato a dovere e scaricato insieme a quella merda…
quando arriva la frase perfetta anche il sublime si manifesta come miraggio.
La programmazione del romanzo della vecchiaia, dopo quello della formazione e quello della maturità di Wilhelmn Meister narrati da Johann Wolfgang, che intanto affrontava attraverso Faust il suo rapporto personale col suo stesso demonio, tanto personale e vero da essere il demonio di tutti, quella programmazione viene annullata dall’evidenza di tutto ciò che è stato già detto, e con Giacomo di Trieste la folle giornata può essere scomposta in mille microazioni della coscienza che parla nel suo linguaggio scomposto e che filtra tutto attraverso la trivialità linguistica delle bettole e dei mercati triestini, e con Marcel si può per centinaia di pagine girare intorno al desiderio mentre Cristopher demarca definitivamente in poche parole il territorio del flirtare e dello scopare, e in tutto questo ciascuno si avvicina fin quasi al contatto e sfiora illuminandosi quella frase perfetta che innesca la chiave della storia, breve, assoluta, omnicomprensiva, la frase che risponde al dubbio più profondo e più triviale, che lo mette in scacco, che lo rivela a se stesso, e che ristruttura tutte le proporzioni.
TU LO DICI.
ma avevo detto che le frasi erano due!
manca ancora il soggetto…
la parte del discorso che compie l’azione.
le parole sono le sole azioni reali. il resto è solo conseguenza delle parole, e senza parole a raccontarle, nel ricordo e nell’analisi, senza parole a sbloccare ciò che resta solidificato a chiudere le porte di ulteriori possibilità, le azioni, tutte, ancor più quelle più potenti, non esisterebbero affatto. Senza le parole le lettere sarebbero solo formelle di pasta nella zuppa,quella buchstaben Suppe che nutre tradizionalmente i bambini tedeschi nei mesi invernali, quella stessa zuppa in cui le lettere cercano di aggregarsi per emergere in parole e significati e connessioni nel brodo del nostro inconscio segregato e ribollente. E parlando di parole come del vero alimento della vita, viene da pensare che il posto giusto dei libri sarebbe in cucina, e non negli studioli severi dove i libri allineati non nutrono ma diventano frecce puntate contro il riposo della mente, mentre tra una padellata di verdure, una pagnotta di pane, un bicchiere di vino, uno spiedo infilzato persino la vicenda di Medea potrebbe trovare una diversa prospettiva. E quando poi nelle parole si osasse risalire dal plurale al singolare, ma quel singolare che non nega ma contiene ogni plurale, si potrebbe finalmente accostarsi all’essenza:
IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

Corali al pianoforte a Trieste

Cosa significa fare una veglia musicale?

Vegliare: restare vigili, in attesa, resistendo al sonno.

Resistendo alla chiusura al mondo e alla Parola di Dio, anche se vivere ci stanca.

Restare vigili e in attesa nella meditazione, quella condizione in cui il rumore di fondo di tutti i nostri pensieri viene accompagnato a spegnersi per lasciare che altro possa trovare spazio. Meditazione sulla Parola di Dio, perchè possa trovare spazio in noi.

La musica è sempre stata importante nel cristianesimo, e cosí in tutte le religioni del mondo. Sicuramente la musica può aiutare nella meditazione e nel coinvolgimento della preghiera.

Per Lutero e la tradizione luterana la musica ha un ruolo fondamentale.

Per rendere il culto piú piacevole? e quando mai la piacevolezza è stata una cosa da ricercare nell’ascolto della Parola e nella preghiera?

La musica aiuta a sentire empatia sentimentale. Ma la Parola di Dio ci chiede di essere sentimentali per farle spazio?

Il canto in realtà fa tante cose di cui non siamo consapevoli. Ci fa dire delle parole che sono messe insieme in versi, in poesia, per cercare nelle parole stesse un ritmo che ci corrisponda. Noi siamo ritmo: senza il ritmo del battito cardiaco non viviamo. Il respiro ha il suo ritmo che porta ossigeno e nutrimento al nostro sangue, che viene spinto in ogni ultimo recesso del nostro corpo dalla pulsazione ritmica del nostro cuore.

Dal fiato del nostro respiro, cosí connesso al nostro cuore, nasce la nostra voce, e nasce dalla pressione sulle corde vocali che si mettono in mezzo e come una valvola regolano l’uscita del fiato mettendosi a vibrare, producendo la nostra voce. La voce è vibrazione che nasce dal respiro e dal cuore. Cantare ci riconnette, inconsapevolmente, alla base fisica della nostra vita.

Unire dunque il canto, la vocalità alla Parola della Bibbia e delle preghiere, senza accorgercene, connette la nostra essenza vitale alla Parola e alla preghiera. Questa la spiegazione del celebre detto agostiniano ripreso da Lutero “chi canta prega due volte”, e Lutero era un monaco agostiniano.

L’essere umano fin da tempi preistorici ha cercato fuori di sè il ritmo del proprio cuore e del proprio respiro, inventando e suonando strumenti a percussione al cui suono lasciarsi andare nella danza, il ritmo che diventa movimento del corpo, e cercando la varietà delle modulazioni del suono della voce inventando strumenti musicali che sapessero imitarne le possibilità melodiche.

Il piacere profondo che ci arriva dalla musica tutta, non solo dal canto, è legato anche lui alla base vitale essenziale di cuore, respiro, vibrazione vocale.

La musica puó avere effetti emotivi su di noi, dal massimo coinvolgimento fino alle lacrime al rifiuto della noia, ma sono quasi una trappola superficiale rispetto alla profondità della musica, che ha seguito l’evoluzione del genere umano nelle varie culture strutturandosi in linguaggi complessi ed elaborati che non hanno certo come loro fine la semplice ricerca della piacevolezza o del sentimentalismo, ma la connessione all’essenza stessa della vita, la conoscenza di questa essenza, attraverso le strade della bellezza, di cui piacevolezza e sentimentalismo possono esere uno strumento, ma spesso sono piú un pericolo che un aiuto, perchè fanno credere che siano loro stesse il fine della musica.

Se la musica è conoscenza essenziale, cosa succede quando la musica riflette e si esprime a partire dalla Parola e dalla preghiera?

Proviamo un momento a pensare ad una cosa: nella Bibbia, il nome di Dio non si può pronunciare, e infatti nella Bibbia ebraica abbiamo una parola di quattro consonanti, privata della possibilità di vibrare che viene dalle vocali.

Se la teologia cerca di conoscere Dio e il suo nome attraverso la riflessione e la razionalità per poter meglio predicare la Parola, la musica percorre un’altra strada, e cerca le vibrazioni: le vocali sparite del nome di Dio.

Perchè?

Non riesco davvero a immaginare il dolore dei genitori di Filippo.
Non si tratta di fare graduatorie, ma la loro solitudine, adesso, ha la dimensione dell’assoluto.
Qualcosa di fondamentale si è rotto davvero se persone semplici, di buona volontà, per bene, miti… si ritrovano a dover fare i conti con una simile orrenda tragedia.
Tra le tante cose che si leggono in questi giorni, una in particolare mi ha colpito: dire qualche volta di no a tuo figlio bambino gli insegna ad accettare il no che riceverà da una ragazza che non sarà innamorata di lui da grande. Effettivamente, sembra che da molto tempo i bambini vengano cresciuti con la mancanza di ogni “no”, e di certo non avviene per cattiva volontá dei genitori, ma forse per evitare che i figli si sentano frustrati, per non farli soffrire. Forse il problema è nella misura, che si è persa.


In un altro articolo che ho letto a firma di Stefano Feltri, i giovani intorno ai 20 anni di adesso, secondo un’indagine sociologica seria condotta dalla ricercatrice Cristina Oddone, sarebbero molto piú inviluppati in comportamenti fortemente maschilisti e patriarcali dei loro genitori e addirittura dei loro nonni: cioè, anche se negli ultimi 50 anni l’evoluzione antimaschilista e antipatriarcale avrebbe avuto una forte spinta in avanti, adesso i giovani starebbero restaurando modelli piú antichi e regressivi.


Perchè?