Una serata perfetta

Ogni tanto avviene. Raramente.

Lunedí scorso una serata perfetta con uno che, dopo tale serata, è sicuramente un amico, uno vero.

Come accade? Non c’è mistero, in fondo. Accade quando c’è interesse ed apertura l’uno per l’altro e entrambi si avverte che non serve alcuna difesa dall’altro. E, sciolti gli ormeggi, si è liberi insieme.

Come se fosse semplice! Ma è semplice, in quelle rare, rarissime volte che accade.

L’interesse reciproco non è mai casuale. La decisione di essere aperti reciprocamente porta dei rischi, e si può prendere o no. Percepire che non serva alcuna difesa è infine la dimensione inebriante.

La libertà insieme è tra le cose belle della vita. Le piú belle.

A B.D.V.

20 anni

La quantità e qualità di direttive che si stabiliscono intorno ai 20 anni o poco piú è per fortuna in gran parte inconsapevole, altrimenti non si potrebbe piú vivere, e in gran parte pervasa da progetti solo apparentemente compiuti. Col mio lavoro ho il privilegio di assistere all’umanità che si affaccia al mondo, e di portare un grano di partecipazione solidale. Il resto è mezzo, strumento materiale,  compresa la meravigliosa musica.

Salvo che al centro ci sono le emozioni.

Al centro, tra inconsapevolezze e progettualità, ci sono le porte da aprire delle emozioni. Nel mio lavoro sono il guardiano del Flauto Magico che guarda negli occhi di ciascuno di questi giovani, e vi trova sempre almeno Tamino e Papageno appaiati, e incoraggia  Papageno a pazientare e a non perder la strada, e sostiene Tamino nel conseguire il suo stesso destino. Un gran privilegio.

Gabbie

Una lezione.
Puntualizzo, cioè, letteralmente, traggo alcuni punti schematici:

  • Camilleri mette se stesso alla prova di una narrazione ampia complessa e bisognosa di logica, e per questo sceglie una “gabbia” adeguata: il genere del romanzo poliziesco;
  • il successo dei primi due titoli porta alla richiesta di serializzazione, cosa possibile tra le caratteristiche di genere;
  • il successo di Montalbano si è tirato dietro il tardivo aumentato successo dei romanzi di genere storico e civile di Camilleri stesso;
  • Camilleri ha sempre scritto romanzi “di genere”, probabilmente perchè le gabbie che essi offrono erano per lui di stimolo alla creazione delle sue storie e all’esposizione dei suoi pensieri;
  • la scrittura di genere è in Camilleri la scelta di una pragmatica situazione in cui fare narrazione e dire delle cose, non secondario, affatto, il successo, cioè la verosimile e poi reale possibilità di vendita dei romanzi stessi.

Chi si muove in una narrazione non “di genere” pensa di farlo in assoluta libertà creativa.
In realtà, intanto esclude e lavora per escludere qualsiasi “gabbia” di genere, e nei fatti insegue una propria piú o meno consapevole “gabbia” personale, personalissima, unica, pensando di trovarla.
Ma realtà vera è che non esiste questa totale unicità, che suona molto come una übris, bensí esistono i modelli piú o meno consapevoli cui ogni scrivente si riferisce a partire dalle letture fatte nella propria vita.
Io personalmente ho la mia “gabbia”, di cui sono molto consapevole: costruito fin da ragazzino come colui che studia al pianoforte le grandi musiche dei giganti del passato, e se ne emoziona, mi si accende la necessità di dire delle cose dall’incontro fortemente emotivo con qualche gigante del passato.
A seconda dei casi, le cose che ho da dire sono fatte maggiormente di riflessioni, e scrivo qualcosa di saggistico, come su King e su Silone, oppure sono fatte di un magma emotivo da districare e narrare, e scrivo romanzi, come La voce di Mignon a partire da Goethe e Schubert, e Waldemar a partire da Isherwood.
Quel che mi manca totalmente è la dimensione pragmatica legata all’efficacia di vendita e successo. Ma è mancata a tanti. Alla fine, quel che veramente distingue lo scrittore “di genere” dallo “scrittore e basta” non è la necessità e l’uso di una “gabbia”, ma l’importanza che assume per lui la componente pragmatica della vendibilità di ciò che pubblica.

Il sonno e il brutto. E il bello.

Un fine settimana intenso.
Sabato mattina finalmente mi sveglio dopo aver totalizzato 9 meravigliose ore di sonno, seppur in 3 fasi, cosa di cui sentivo il bisogno trascinandomi da un mese. Faccio un gran bell’allenamento in palestra, poi al ritorno studio e infine vado alla bella festa di un caro amico. Funestata però da due ore e mezza di “musica” orrenda berciata dal vivo dai cugini sfigati della Bandabardò, che mi ha obbligato, mentre il mio amico si divertiva come un matto saltando al ritmo ossessivo di 4/4 su due accordi e mezzo insieme alla maggioranza dei festanti, a passare la maggior parte del tempo in giardino, per fortuna non pioveva piú, a riflettere sul danno che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi troppo in musica. Mangiata poi felicemente la torta augurale, vado a casa a piedi, e infine prendo sonno intorno alle due. Alle sette e mezza suona la sveglia, vanificando immediatamente il sonno recuperato 20 ore prima, per andare a Pordenone per il Requiem per una Donna di Marianna Acito, occasione per la quale ho finalmente mosso la mia macchina per puro mio piacere, cosa che non accadeva per mancanza di tempo da fine gennaio, e che mi ha fatto partecipare alla prima assoluta di un’opera grande, bella, intensa, importante di una giovane compositrice di sicuro talento che conoscevo come talentuosa cantante mia studentessa di liederistica, ma che mi si è svelata come un’artista da cui aspettarsi davvero grandi cose, dopo quelle appena ascoltate. Ho ringraziato profondamente me stesso per il regalo immenso che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi profondamente nella musica, e non solo, per gli strumenti che mi sono pazientemente e appassionatamente costruito per poter vivere le emozioni di una rivelazione artistica come quella di questo Requiem… Mentre guidavo assonnato sotto pioggia battente fino a Trieste, dove poi ho dovuto girare i soliti venti (in realtà fortunati: di solito ne servono molti di piú…) minuti per trovare parcheggio, arrivare a casa, prepararmi una pasta succulenta alle 3 del pomeriggio e stramazzare a dormire mezz’ora mentre “mezz’ora i piú” parla di cose interessanti che mi perdo mentre sale l’ansia per quel che devo studiare e per le lezioni da preparare, e che non ho la forza di fare, ma faccio fino all’inizio di Maratona-Mentana. Alle undici e mezza vado a letto, la sveglia di lunedí, stamattina, è per le sette e un quarto, ma lo zelo della mia insonnia mi sveglia alle cinque, e cosí mi leggo un po’ del mio abruzzese preferito insieme a Flaiano, Silone, visto che domani ho un incontro su di lui da Tarantola a Udine. Purtroppo dò una sgrollata al telefono: in Abruzzo ha rivinto Marsilio, quello che dice che l’Abruzzo ha tre mari. La giornata comincia male. Esco, faccio cento metri e mi accorgo di non aver preso chiavi e portafoglio. Il citofono a casa è rotto da due anni, chiamo Pino che per fortuna non è ancora uscito, recupero ciò che mi mancava, arrivo in stazione e prendo il treno. Su fb un amico si chiede se gli abruzzesi sono ignoranti o masochisti. Io rispondo: clientelari. E poi aggiungo: gli abruzzesi hanno un’antica tradizione a partire da Gaspari, ed è una regione-dependance del governo di turno. L’errore di fondo è stato pensare che l’Abruzzo potesse mai mettersi contro il governo nazionale: non succederá mai. Lo dico da abruzzese. Che se n’è andato.
E adesso, sul treno per Udine, ho sonno, so che non lo recupererò, sono amaramente felice della mia chiarezza di giudizio che mi fa sentire in sintonia con Silone e Flaiano, come autoconsolazione, sento l’ansia di quel che ancora devo preparare per domani, e c

per cui già so non di avere il tempo necessario, sogno il mio ritorno dopo gli esami mattutini a Trieste per i miei 45 minuti di palestra (di piú non reggo) dove entro stanco e da cui esco stanco, ma dove entro stressato e da cui esco piú sereno, e comincio la mia settimana di cose bellissime, di cultura musicale, e non solo, in studio e condivisione con tanti giovani vivi e talentuosi, di orette di autosalvataggio in palestra, e di bisogno cronico di una vera dormita, oltre che di maggiore autodifesa dalle brutture del mondo, dai cugini sfigati di Bandabardò ai tre mari d’Abruzzo.

Letture e presentazioni

Continuare a farne?

Forse. Si.

La goccia scava la roccia.

Si scrive da soli e in solitaria, e si  legge da soli e in solitaria. Poi, ci sono le letture in pubblico di ciò che si è scritto.

Corto circuito tra solitari.

Ma chi scrive e pubblica lo fa per incontrare qualcuno, chi legge lo fa per incontrare qualcuno.

Stasera una signora mi ha portato da autografare una copia di “La voce di Mignon” da lei acquistata nel 2007, e che diceva di aver addirittura studiato. Che gentile!

Al San Marco (è dopo quel reading che scrivo adesso) è venuto un amico con sua moglie. Si. Bello parlare.

Ci sono le parole, e ci sono le chiacchiere superflue.

A volte però le chiacchiere servono per ammortizzare i pesi di storie ed emozioni di peso specifico esagerato, il cui tonfo potrebbe creare voragini, e, con una chiacchiera prima e dopo, la caduta è un po’ piú morbida, la si può quasi prendere per il volo di una piuma.

Con altri non si va, o non si va piú, oltre un repertorio di chiacchiere, non c’è, o non c’è piú, prossimità, e resta il lutto per l’impossibilità, di fatto, di parlarsi. Se la prossimità cede il posto alla distanza, si resta distanti, difficile colmare poi il vuoto.

Tra prossimità e distanza non azioni sbagliate, a quelle può.esserci rimedio, ma atti mancati, cui non si son trovate parole. Resta da chiedersi, infine, se le parole che c’erano  state fossero parole, oppure solo  ammortizzatori, e nulla piú, senza nulla con un reale peso specifico importante a darne il senso.

Chiaro.

Jorge – “siamo lacrime nel fiume”

Vulcano rabbonito in lago termale

Occhi bagnati come al vento indifesi

Pelle luminosa di vita trasudata

Uomo ampio senza età franco all’abbraccio.

Con te passeggio mentre, mosso a protezione,

Protetto mi ritrovo, e pur tacendo

discorro di vita di bellezza e d’altri mondi.

Di stelle e magma fatti ci incontriamo

Da un momento fissato chissà dove e da chi

E adagiati su un verde prato in sostanza d’oceano

A seguire luce calore aria ed orizzonti

In volo a planare ci ascoltiamo.

Altri versi

Un caro amico direbbe

“gli è che…”

la poesia permette di dire le cose come davvero sono

si penserebbe il contrario, che la poesia sia un girare intorno alle cose sperando di infilare qualche espressione fortunata, o un tempo (o forse tuttora?) cercare nel mondo della musica di vocali e consonanti…

e invece

se vero esiste

vien detto nel verso

Presenza di ogni giorno mese anno età
Forte a lunghi passi, silente a balzi
Pesante da piegare le spalle
Da invecchiare il respiro

Al pianto mi hai stretto per decadi ed ere
Prendendo fiato tra musica e fogli
Fino a un cespuglio di rose, e al mio tiglio
Privo di fonte però, davanti alla porta.

Da un ampio molo proteso ti tuffi
Da un’erta boscosa senza stupide palme
A vivere mi lasci, privato del lutto
Sciolta come vita e sale nel mare.

Dell’esserci e del suo gesto forte
A camminare nel vento a passo svelto
E nel sole senza alcun sconcerto
In mezzo a tutto il resto ti saluto

Morte.

Nota: il tiglio davanti alla porta ma privo di fonte è a casa mia ad Ari, come le rose, che ho piantato pensando a quelle che mio padre piantò in giardino per mia madre quando nacqui.

Il tiglio davanti alla porta con la fonte è quello del Lied di Schubert, Der Lindenbaum.

Il molo e l’erta, come il vento forte, sono a Trieste.

“Nur wer die Sehnsucht kennt
weisst, was ich leide”
Solo chi conosce … la mancanza?
Retorico e quindi vero questo rimane
Che nel ripetersi la sua legge trova.

Se verità esiste, è che nessuno conoscere potrebbe
Quel che non altri, ma egli stesso, ritrova
E pur non riconosce.

Frante onde infinite del fraintendimento
Aggrappate a misteriosi rimandi ed echi
Delle impossibilità incatenate nel vero
Istante eterno nella bianca veste
“Auf ewig wieder jung”
All’ultima vertigine solo il bianco resta.


E il canto di anime diverse in questo specchio oscuro
Nei fuochi schiantati tra lontananza ed eterno
Solo suono, solo voce
E in quella voce posso infine stare


Solo

Nota: Il secondo e il quarto dei Lieder di Mignon, personaggio altamente simbolico, cui ho dedicato il mio primo romanzo e un cd.

La parola Sehnsucht non si può tradurre. Chi la traduce con “nostalgia” si approssima appena.

Prima di Bob Dylan, prima di Baudelaire, “per sempre giovane” è invocazione nata dalla penna di Goethe.

Il canto di anime diverse: i Lieder di Schubert, Schumann, Wolf, e tutte le cantanti e tutti i pianisti che li fanno vibrare di nuovo ogni volta nell’aria e nel momento.

Presentazioni

Di molte altre presentazioni non ho i video, ma questi sono comunque qualcosa

Le presentazioni in pubblico sono momenti accessori rispetto ai libri stampati, ma al nostro tempo non se ne puó fare a meno.
Grazie alla mia formazione come pianista classico, mi accosto alla presentazione pubblica dei miei libri con la preparazione dovuta al rispetto del pubblico, e al rispetto di quel che ho da dire. Anche nel parlare “a braccio” c’è preparazione.

Nulla sostituisce peró la lettura personale e privata della pagina.