Davide e Golia oggi

Trump e Vance hanno applicato (in un contesto che doveva essere diplomatico per trovare soluzioni di pace che riguardano lo Stato di Ucraina, l’Europa e il Mondo intero) una delle tecniche piú aggressive che vengono insegnate e messe in atto nelle odierne dinamiche di trattamento di affari economici e di gestione commerciale (management strategies), mischiando in modo manipolatorio gli aspetti emotivi della gratitudine e della colpa con il perseguimento del profitto, tutto, in questo caso, a puro scopo di propaganda diretta alla propria base elettorale.

Il ruolo del n.2, (Vance) é quello di operare  il corto circuito emotivo e di elencare aggressivamente le accuse capovolgendo la realtá e raccontandola come totale responsabilitá della  vittima (Zelensky). Il ruolo del n.1 (Trump) é trasformare questa falsificazione in realtá, grazie alla sua autoritá, e di porre le condizioni sanzionatorie e senza alternativa.
Zelensky non si é piegato, non ha  firmato, ha attenuato i toni e non ha chiesto scusa, cosa che gli é stata violentememte e ripetutamemte intimata.


Orrendo non solo per la persona di Zelensky, ma orrendo su base etica e su base politica.
Zelensky e Trump assurgono ad una nuova, potente incarnazione del simbolo di Davide e Golia.
Non dimentichiamo che anche nella storia biblica il popolo sconsigliava Davide, era incredulo, era sfiduciato, e restava a guardare, pavido, per vedere chi vincesse.
Poi Golia é stato vinto dal giovane Davide, che é stato acclamato Re, e che ha amato ed é stato poeta regalandoci i suoi Salmi.
I simboli sono il distillato dei significati della storia umana, e ne dettano i percorsi anche con forza predittiva, perché esprimono le strutture profonde dell’umano.

Album 2025

Si sta delineando un mio progetto.

Ho completato la mia Suite in 5 movimenti.

Ho scritto un pezzo breve per organo.

Sto scrivendo 5 liriche per baritono e pianoforte su  miei versi.

Ho in mente di scrivere un pezzo per violoncello solo e una Sonata per pianoforte in un solo tempo, la cui ideazione é giá partita. Ci sará anche un’altra lirica per soprano e pianoforte su versi di mia madre, nata nel 1925.

Il tutto da eseguire anche separatamente, come é ovvio, ma i pezzi sono pensati per essere eseguiti in un unico concerto, con l’intercalare di letture di testi miei originali a integrazione del progetto.

Un progetto dove musica e parole costruiscono insieme il tempo e il luogo di una serata pubblica. Concerto? Forse, ma un concerto esteso.

Si chiamerá ALBUM 2025,  e nelle singole parti avrá delle dediche specifiche. Alcune sono giá definite: il pezzo per organo a Beppino Delle Vedove; le 5 liriche a Matteo Lorenzo Pietrapiana; il pezzo per violoncello a Jorge A. Bosso; la lirica per soprano a Samantha Faina.

Ho intenzione di completare la scrittura entro primavera. Sarebbe bello metterlo a vibrare nell’aria in compagnia di un pubblico entro l’anno. Magari a Udine. Chissá!

Pastore Abruzzese

Su RAI5 guardo un documentario sulla protezione della natura sulle Ande cilene. Argomento pastorizia minacciata gravemente dai puma: da 20 anni hanno introdotto i cani pastori abruzzesi, e si spiega che i cani si integrano nelle greggi, se ne sentono parte, e le difendono in modo assoluto, tanto che la loro presenza dissuade i puma (!) dall’attacco.

Attenzione agli abruzzesi fuori sede: si integrano e appassionatamente si dedicano, ma fanno paura anche ai piú cattivi, bisogna tenerseli buoni!!!

Castorp – Else

Ho ripreso una lettura interrotta per mesi, e ho portato a compimento queste pagine de “La Montagna Incantata”.

Nel mio monologo interiore che non voleva tacere durante la lettura, che si difendeva con il puerile strategemma della pronuncia a fior di labbra di ogni sillaba e parola, il monologo di Castorp (perchè di questo si tratta, nonostante avvenga per massima parte nella narrazione in terza persona del narratore che tutto narra tutto conoscendo) mi rimbalzava nella memoria al monologo di Else. Castorp in una situazione banale di ineluttabilità autoinflitta trova gli echi di un sogno di solarità mediterranea archetipica e mitologica per recuperare le forze e trarsi fuori dalla tormenta di neve in cui si stava annichilendo, Else invece  arriva a soccombere eroicamente per la banalità di una questione familiare legata a mancanza di quattrini e a convenzioni sociali stringenti da cui lei non vuol farsi stritolare, preferendo morire. Due vie che definiscono il maschile e il femminile, che possono indifferentemente attagliarsi a ogni donna o uomo, sia chiaro, ma che si stagliano come vie chiare e nette di diverse identità psicologiche.

Alla fine, Else muore, e Castorp mangia come un lupo in trattoria, ricordando solo a tratti e confusamente i suoi pensieri e il suo sogno in balia della tormenta.

La vita vive.

P.S. Potrei dire delle meraviglie stilististiche e di linguaggio, anche delle  traduzioni, e delle caratteristiche e delle differenze e affinità delle scelte narrative e letterarie in queste due mirabili creazioni, ma non m’importa di farlo.

Un anno, di nuovo

Gennaio 2025 sta finendo, e mi sono messo a scorrere la mia pagina fb come scrittore e musicista.

Alla fine, mi imbatto nell’articolo di questo mio blog in cui parlavo del mio 2023: un anno pieno di attivitá che mi assomigliavano (e ancora mi assomigliano).

Il 2024 mi assomiglia, in questo specchio, almeno quanto il 2023.

Ho fatto una gran quantitá di cose. Mai cosí tante. Tutte piccole e ignote alle cronache culturali, ma tutte importanti per me. Qualcuna, invero, importante non solo per me, posso dirlo, ma insomma, non ho molto da aggiungere.

Mi assomiglia.

Nel 2023 trovavo in questa somiglianza la spinta a procedere.

Quest’anno ho un anno in piú.

Chissá.

Ora sento la spinta a … non so neanche io.

“Il respiro di Mozart”

1945-2025

Massimo Mila: musicologo e partigiano, che nel segno di Mozart insegue le tracce della costruzione di una possibile pace che annulli il sopruso.

“Mozart è completamente sprovvisto di quella temibile virtù che gli anglosassoni chamano self assertveness. Il suo solo modo di asserirsi è: vivrre. Vivere in tutta naturalezza, con una fiducia meravigliosa nelle risorse della vita stessa e nell’armonia generale dell’universo.

Non crede ai superuomini chi crede nel valore supremo dell’uomo.

È così che il teatro di Mozart – e non le Messe – finisce per essere la sua vera musica religiosa.”

(Massimo Mila, La religione dell’uomo, 1956)

Questo appuntamento mozartiano arriva per me inaspettato, ma, mi accorgo, costruito nel tempo, da lungo tempo.

P.S. Fatto. Ancora una volta, quel che succede in pubblico non era mai successo in prova, in senso di libertá creativa, che é bellissimo, e in senso di sviste e imprecisioni, magari evitabili. Questo programma di letture e pagine mozartiane é davvero efficace e bello.

Sarebbe bello ripeterlo e farlo crescere, come anche il programma viennese. Come “Waldemar in recital”. Come il programma sulla notte. O quello schubertiano. O quello su Bartók.  Le cose che ho fatto in questi anni.

Mio Dio, quante emozioni, e quanto scavo!!!

E intanto penso alla prossima tappa, con le mie musiche!

Piccoli lampi recenti di Lorenzo Leone

TYPUS MELANCHOLICUS LOQUITUR

Sul fatto che io sia angosciato non v’è da discutere: riconosco certa inclinazione naturale, quasi un istinto spietato, al farmi nodo inestricabile di timori e di tremori. Né mi appartiene il gesto aperto, né mi appartiene la visione limpida; sicché ogni cosa che guardo, in effetto, si increspa, si arrotola, si chiude su sé come un enigma ostile.
E così, quasi inevitabilmente, penso al porcospino – a un porcospino immaginario, guardiano incognito dei confini che non si varcano, custode di un regno fatto di silenzi, di passi minuscoli, di…
Lo immagino all’ora tarda, quando il mondo si sfila dal giorno e la terra respira appena. Il porcospino emerge allora dal suo recesso, il muso indagatore, le zampe incerte, le spine che luccicano al chiarore della luna – se solo la luna si concede. Si ferma, ascolta, e la sua intera presenza si concentra in un muto rifiuto. Custode del suo isolamento e coacervo di dinieghi.
Vi sono però istanti – rari, rari come il brillio di una cometa – in cui mi smarrisco. Non è un abbandono, né un trionfo; è piuttosto un cedimento sottile, una crepa nell’angoscia che lascia filtrare l’ebbrezza. Mi accade di rado, e ogni volta con la medesima, inevitabile, dolce violenza: il corpo si distende, il respiro si fa ampio – e io dimentico le spine. È un momento senza geometria, senza peso.
So che è illusione – e so che mi è cara. Perché quando l’ebbrezza si ritira, quando il corpo si ridesta, trovo lui ad attendermi. Lui, il porcospino, non è mai andato via – è lì, immobile, intatto, perfetto nella sua solitudine ferita. Ci guardiamo allora, lui e io, con l’intesa di chi si conosce da sempre. E mentre il giorno torna a inchiodarmi al suolo, so che non lo tradirò mai.

IL RAFFREDDORE DI DEMETRIO

Tragicommedia in un atto

Dramatis Personae

Demetrio: Un pupazzo dallo spirito tragico, tormentato dall’illusione di un raffreddore.

Oria: Gallina di pezza zoppa, sarcastica e disincantata.

Atto Unico
Scena unica

Una vecchia torre praticamente diruta. Demetrio giace sprofondato in una poltrona senza braccioli, con l’aria di chi porta sulle spalle il peso di questo mondo. Oria è accanto a un tavolo, intenta a spostare tazze e piattini con movimenti ripetitivi.

DEMETRIO (inclinando la testa con aria grave, tossendo appena)
Dicono che un pupazzo non possa buscarsi il raffreddore, che la stoffa non conosca il… il languore di un naso che gocciola o la pena d’un respiro affannato. Ma io, Demetrio, smentisco coteste illazioni con la viva testimonianza del mio tormento. Ogni starnuto è una battaglia perduta nel grande assedio dell’esistenza.

ORIA (senza voltarsi, con un tono annoiato)
Se questa è una battaglia… forse hai solo dimenticato di rammendarti per tempo. O, più probabilmente, hai trovato una scusa per restare imbambolato sulla poltrona.

DEMETRIO (alzando lo sguardo al cielo, declamando)
Una scusa? Che concetto artigianale! Non una scusa è questa, bensì un’epopea! Qui, sotto il cappello a coccarda, una testa mi scoppia; qui, in mezzo alla faccia, un naso mi gocciola.

ORIA (sbattendo la zampa zoppa con stizza)
Sei un pupazzo, e i pupazzi non hanno male alle teste né nasi che gocciolino.

DEMETRIO (con un gesto drammatico, alzandosi a fatica)
Non senti tu le ali del tempo sfiorare questa torre con un brivido? Perché hai serrato il battente? Perché non lasci che io possa scorgere un raggio di luce oltre la mia clausura?

ORIA (sospirando, posando una tazza sul tavolo)
Zuccone! Nemmeno ci è concesso muoverci senza una mano che ci inciti, figuriamoci morire!

DEMETRIO (crollando sulla poltrona, con una voce mesta e profonda)
E allora dimmi, Oria: cos’è questa pena che strazia le mie fibre? Non è forse l’ombra di un male senza rimedio? La polvere si accumula, la tela si scuce, e restiamo qui, condannati a parodiare un senso ormai perduto.

ORIA (alzando lo sguardo al soffitto, sarcastica)
Non c’è un senso, Demetrio. Né oggi, né mai. Recita la tua battuta, chiudi la scena e lasciami in pace.

DEMETRIO (pensando per un istante, poi sorridendo amaramente)
Eccola: siamo pupazzi. Non abbiamo futuro. Ma almeno non abbiamo nemmeno il raffreddore.
(Pausa, con tono grave)
Oria, hai ragione. Non c’è rimedio al nostro male: siamo condannati a recitare ciò che non possiamo vivere.

Sipario.

LE MAPPE IMPOSSIBILI DI SOLIPSIA

A Solipsia, ogni mappa è un reticolo di allucinazioni (espressioni) che solo il suo autore è in grado di interpretare. Non di errore o fraintendimento si tratta, bensì di una legge ineluttabile che governa la cartografia solipsiana: il mondo non esiste; il mondo è solo un riflesso del mio sguardo (speculum animi). Nella loro lingua il termine ‘territorio’ coincide con ‘io’ e, in una sfumatura secondaria, con ‘reale’ (τὸ ὄντα). Il lettore perciò inferisca da sé.
Le mappe, dunque. Ho avuto modo di studiarne alcune durante una breve visita al Museo cartografico solipsiano. Ho visto mappe che non indicano strade ma stati d’animo, fiumi che si interrompono per diventare frasi di un diario, montagne disegnate con tratti che ricordano il battito di un cuore. Sono, queste mappe, piene di dettagli insignificanti quanto mirabili (mirabilia minora). Una riproduceva il giardino del suo artefice ridotto a un puntolino, una scritta a margine diceva: «Lì ho capito che la felicità non è che l’ombra di un albero». Un’altra, intitolata «Gli oggetti che ho smarrito», presentava unicamente macchie d’inchiostro.
I cartografi di Solipsia sono straordinariamente eloquenti nel giustificare questa loro peculiarità. Prima di mostrarvi una delle loro creazioni, vi terranno un lungo discorso sul valore dell’unicità, sulla inattendibilità delle mappe comuni e sull’importanza di «perdersi nella propria idiosincrasia» (hic sunt dracones). Ogni piega della pergamena trasuda di un orgoglio che rasenta l’arroganza. Anche per questo i cartografi di Solipsia non collaborano mai. Una mappa condivisa è una mappa tradita.
Ovviamente, non mancano i detrattori. Gli esperti di cartografia classica accusano i solipsiani di egocentrismo, di una deliberata oscurità tecnica. Ma i solipsiani non si curano delle critiche. A questo proposito, il famoso geografo Marlapin è considerato una voce distorta. Egli si smarrì un giorno seguendo una mappa solipsiana, e il rancore per quella disavventura emerge in ogni pagina dei suoi saggi.
Alla fine della mia visita, ho ricevuto in dono una mappa intitolata «Le vie inevase». Non vi compariva alcun segno. «Tracciale tu stesso» mi hanno detto. Sono rimasto a fissarla con animo peritoso. Forse, a loro modo, sono nel giusto.

Nota: si potrebbe dire che, a Solipsia, non c’è nessuno disposto a contraddire il filosofo Berkeley, che Sergio Quinzio separava rigorosamente dal vescovo Berkeley. Ecco un passaggio del primo, giustappunto (e cioè del filosofo): «It is indeed an opinion strangely prevailing amongst men, that houses, mountains, rivers, and in a word all sensible objects have an existence natural or real, distinct from their being perceived by the understanding» (Of the Principles of Human Knowledge, Part I, §4).

𝐈𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞: 𝐮𝐧 𝐠𝐮𝐚𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐠𝐚 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨
𝑈𝑛 𝑔𝑢𝑎𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑖𝑚𝑢𝑙𝑡𝑎𝑛𝑒𝑜 𝑓𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑠𝑜𝑓𝑖 𝑠𝑢𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑛𝑜 𝑒𝑑 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎

Chartres, 8 gennaio 2025. Venticinque filosofi hanno perso l’appuntamento mattutino a causa di un guasto simultaneo delle loro sveglie, tutte impostate sulle sette. L’inconveniente ha offerto lo spunto per una riflessione profonda. Nel pomeriggio, il convegno è iniziato con una provocazione: «Esistiamo davvero se nessuno ci sveglia?» L’osservazione, in linea con la tradizione filosofica, è stata subito riformulata in un dubito ergo dormio.

Dunque, signore e signori, non inadeguatamente potremo definire Cosimo Vecchione non solo l’incarnazione del luogo comune, ma la sua proliferazione entropica, vulgo inarrestabile. Nei suoi discorsi, esso, il luogo comune, non è più mezzo, bensì fine, fine in sé: un’eco che si perpetua fino a svuotarsi, una reiterazione che esaurisce il senso per volgerlo in simulacro. Vecchione non trasforma, Vecchione non crea: accumula. Vecchione non ricerca un’origine – che, va da sé, è sempre preclusa, inattingibile perché, signore e signori, lo sanno pure i sassi, non esistono cose extra interpretationem – né un significato condiviso. Il suo parlare è un’abitudine che si autonutre, una parodia inconsapevole.
Prendiamo, per esempio, una delle sue massime preferite: «Meglio un uovo oggi che una gallina domani». Vecchione, con il suo caratteristico slancio, sembra voler aggiungere un tocco personale: «Chi è questa gallina? L’eterno femminino? Una promessa mancata?». Non siamo di fronte a un proverbio che si apre a nuove possibilità di senso, men che meno al simbolo dei o di alcuni romantici che già… insomma a quei casi disperati… eminenti, di cui Goethe scrive a Schiller, che rappresentano molti altri in una caratteristica molteplicità, racchiudendo in sé una particolare totalità ecc… bensì … bensì a un gioco che esaspera la forma e riflette solo il vuoto. È il luogo comune che si compiace di sé. Nel senso indicato da Antoine Compagnon? Permettetemi di dubitarne.
Ecco allora, signore e signori, le manifestazioni della sua, di Vecchione, logica: una grossolana impazienza pomeridiana, un singhiozzo tra il digestivo e il morale, un gesto d’ira per una battuta travisata, un amore subitaneo e irragionevole per una vecchia poltrona. Non confondiamoli, questi, con drammi individuali. Ogni sua azione, di Vecchione, è un rituale codificato, un piccolo gesto scenico, un abito, un abito di risposta che non realizza un senso, ma ne simula l’esistenza senza malizia.
Cosimo Vecchione, dunque, non è soltanto un uomo. Cosimo Vecchione è uno specchio deformante, è un errore, è… idiosincrasia. Ed ecco perché, signore e signori, Vecchione non è esattamente il nostro pane quotidiano. E, parlando di pane, ora termino. Vado a comprarlo.

L’uomo resta sulla soglia, immobile come un manichino. Sulle scale, un manipolo di individui goffi si arrabatta: trascinano giù una lavatrice che oppone resistenza, che stride e protesta. La porta d’ingresso, colpita e umiliata, si incrina con un lamento secco, un crepitio di osso spezzato. Intorno, un lemure, curvo e spelacchiato, avanza come un’ombra servile. Sussurra frasi smozzicate, disperse nei clangori. Salire al piano di sopra, per l’uomo, è un atto inconsapevole: una caduta al contrario. L’appartamento lo accoglie con il suo disordine minerale: vetri sparsi, macchie scure. Nel bagno, una luce itterica, filtrata, che sa di polvere. Lo specchio, attraversato da incrinature, restituisce un volto frantumato, un mosaico di frammenti estranei. L’uomo porta una mano al petto. Il cuore, traditore, si inceppa: un battito fuori tempo lo lascia in apnea. L’uomo torna nel suo appartamento, si lascia cadere su una sedia. Pensa che dovrebbe fare qualcosa, qualunque cosa. Ma poi, con quieta disperazione, decide che no, non ne vale la pena.

Promemoria. Che Publio martedì inaugura la dentiera nuova e invita gli amici a un tè muto. Che la faccia tosta si smonta con un cacciavite, dentiera compresa. E se qualcuno osasse chiedere, con malcelata perplessità: «Ma davvero senza dentiera?», la risposta sarebbe: «Mi perdoni, ma forse senza certi vincoli gli ingranaggi della lubrificazione girano più fluidi, più sfacciati». Poi Decimo gli regala un sorriso sgombro, mentre il silenzio si accartoccia.

Suite per pianoforte 2025

La mia prima composizione!

Scritta fra dicembre 2024 e … ieri, 22 febbraio 2025.

Qui accluso il pdf del manoscritto copiato in modo leggibile.

Ho voluto scrivere per pianoforte, il mio strumento, eliminando ogni modalità di “melodia con accompagnamento” cui è stato perennemente ed efficacemente, anche troppo, piegato.

Prevale pertanto la scrittura contrappuntistica, in cui a tratti emerge qualche semplice nucleo melodico, quasi come esito estremo di un processo di tessitura.

Il movimento centrale è interamente monodico, ma nell’intera estensione del pianoforte: un declamato che aspira a un testo, e a tutte le sue inflessioni possibili.

La scelta dei tempi di scansione e la suddivisione interna dei movimenti rimandano alla serie numerica di Fibonacci: alla teoria armonica platonica mi sono sempre ispirato fin dagli ormai lontani studi  universitari, e prendere la serie dei numeri aurei  come riferimento strutturante ha voluto dire per me cercare una forma apparentemente estranea al mondo musicale, ma in realtà pervasiva dell’universo, in cui sentirmi a casa.

La tradizione è con tutta evidenza molto presente: segnalo che nello scrivere alla mia mente erano presenti Couperin, Händel, Chopin, Bartók, Berg, Strawinsky, fin dal sarcastico sguardo alla solennità barocca iniziale, per arrivate, lungo il percorso, alla celebrazione del  “tempus fugit”.

Due anni fa ho liberato la mia possibilità di improvvisare al pianoforte, e senza questa esperienza non sarei mai arrivato all’esigenza di comporre. Un enorme stimolo è stato accompagnare la nascita del quintetto “The Journey” del mio caro amico Jorge A. Bosso.

Non posso non dire che, in questo autunno e inizio di inverno offuscati da una nube pesante quanto surrettizia, tutto questo non sarebbe accaduto se non fossi attualmente docente a Udine, con il Direttore attuale, e se non fossi venuto a viverci. Né sarebbe avvenuto senza la presenza di Benno in dicembre. La vita di ciascuno è sempre  fatta di punti di emersione, spesso inaspettati e sorprendenti, di sistemi complessi di relazioni che si fanno spazio nel nostro inconscio.

e si proceda

Che tensione …

Ora è finita: si è sciolta.

Non vedo l’ora di stappare una di quelle bottiglie di refosco e bermela con la cara persona con cui la tensione si è sciolta, tensione causata da motivi esterni, da una cosa idiota lasciata lì  da me stesso, coglione, a far danni, e da maldicenze innescate al momento giusto… per qualcuno.

Nelle cose che sembrano succedere così all’improvviso e senza motivo apparente bisogna sempre chiedersi: chi ci guadagna?

Qualcuno che ci ha guadagnato c’è. Il tempo è galantuomo. Io aspetto.

Mi sento di nuovo leggero.

Tutto è nelle relazioni.

La seconda bottiglia gliela regalo.

Maria, per me

Questo film é bellissimo in tutto

Non solo per l’interpretazione di Angelina Jolie

ma per la drammaturgia e la sceneggiatura

per l’ambientazione e i costumi

per i fantastici attori di supporto Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher, oltre che tutti gli altri

Non é un film veritiero su Maria Callas, ed é del tutto superfluo cercare riscontri e chiedere chiarimenti su omissioni o affermazioni non verificabili

É un’opera d’arte perfetta che puó esistere solo in quanto cinematografia: spero che nessuno mai sia tentato da farne una trasposizione per il teatro

É del tutto cinematografica in quanto si tratta di un sogno su Maria Callas che é preda di visioni: la materia stessa sia del cinema in sè che di uno sguardo psicoanalitico rivolto non certo su Maria Callas, ma sugli autori stessi, e credo anche la protagonista, forse anche sugli altri attori, che autoanalizzano se stessi attraverso il processo estetico di costruzione di questa opera di bellezza

Angelina Jolie che canta é di un’intensitá che fa davvero venire i brividi, e questo peró puó capirlo solo chi abbia un minimo non semplicemente di conoscenza teorica o da loggionista, ma di pratica autentica del canto lirico

Si tratta di un trattato amorevole su un tratto sostanziale del melodramma di tradizione italiana: l’anima della donna che si spezza

La scena in cui Maria-Angelina canta in teatro da sola, e quando arriva sulla parola “gioia” la sua voce si spezza, é il culmine assoluto di questa fortissima simbologia

La scena in cui Angelina recita “Vissi d’arte” sulla vera voce di Maria, e la situazione come viene costruita e realizzata, é il simbolo assoluto che racchiude questo sguardo onirico su Maria Callas

Chi non ama il melodramma e la voce manca dei prerequisiti per accogliere questo film. Infatti i giudizi che si sentono normalmente sono banali e dozzinali, quando va bene riconoscono la bravura d’attrice della protagonista, e si mettono a dare consigli per rendere la sceneggiatura piú coerente chiara organizzata leggibile… come se ció che preme per uscire di soppiatto dai sogni potesse esserlo! e non sapendo leggere e apprezzare non solo il raffinatissimo senso estetico visuale di ogni inquadratura e ogni fotogramma, ma tantomeno le infinite simbologie affastellate in ogni dettaglio. Nell’epoca delle scuole di narrazione, tutti sono esperti in sottotrame e controscene, ma non si accorgono minimamemte di essere tutti vittime della volgarizzazione narrativa tipica delle serie e delle fiction televisive, figuriamoci se si puó cogliere la carica simbolica del Canto che, al centro della scena teatrale e fermo sulle gambe, inonda il mondo intero dandogli finalmente un senso.

Questo film non sveglierá nuovi amori per il melodramma e per la voce: la materia vera di questo film é la sofferenza, e la sofferenza vera, non il patetismo volgare, non fa proseliti

La mimica facciale di Angelina Jolie quando canta é di una potenza ineguagliabile, e anche la sua voce é sorprendente. Lei stessa ha parlato pubblicamente del suo lavoro preparatorio al film scoprendo la propria stessa voce, e della qualità autorivelatoria e autoterapeutica di tale ricerca

Sto volutamente scrivendo alla ricerca di un raffreddamento attraverso il modo analitico delle cose che ho notato e dei miei pensieri

La visione del film é stata per me estremamente emotiva, di una tale intensità che preferisco rispettarla e tenermela per me

Una chiosa: non tutto è per tutti, l’arte non è democratica, anzi, non è populista, e di questi tempi un film d’arte come questo ha vita molto difficile