Vai in giro per la festa del paese, e li rivedi tutti. Sorrisi. Abbracci con qualcuno. Quattro chiacchiere dopo tanto tempo con chi è piú caro. Vedi l’ex Sindaco, che ha appena passato il mandato, un amico, e sta sereno e sorridente. Vedi il nuovo Sindaco, che si fa la sua prima festa di paese nella nuova carica, e gli stringi la mano, e lui ti dá importanza. Un paesino piccino e quasi disabitato, stasera pieno di gente che sta bene. Una festa ben fatta, senza esagerazioni, senza troppo rumore, semplice.
Qualche pettegolezzo, ci sta. Riempie il tempo e gli orizzonti stretti di tanti, in un paesino, e fa parte del sistema di espulsione delle tossine… entro certi limiti, quando non diventa tossico esso stesso, e lo diventa… ma non stasera.
Assaggi di vini che vanno subito in allegria, e ci sta.
E un nomade che passa la vita a metter su case nuove come me, un pezzetto di radice, qui, ce l’ha messo.
il mio bisogno di condividere… sai, io sono scrittore: ho bisogno di scrivere i miei pensieri forti nel momento, e ho bisogno di comunicarli. So che molte volte mi espongo troppo, e sono criticabile. I musicisti di solito non parlano cosí come ho fatto io dopo aver fatto un concerto. Ma io sono scrittore, e ci sono cose che in quelle 24-36 ore si sono condensate per me, cosí dense che ho DOVUTO scriverne e pubblicarle.
Mi sento molto ‘inattuale’ perchè normalmente la gente non comunica, non reagisce, non da’ riscontri, oppure, se lo fa, lo fa in modi che oscillano tra il ridicolo e il violento.
In realtà cerco sempre: lancio costruzioni di ponti, che di regola cadono e non arrivano ad altre sponde. Chi scrive fa sempre questo.
A volte con qualcuno il ponte si costruisce, raramente.
Il mio entusiasmo: non so, se sono entusiasta: so che sono tenace, e appassionato, che amo l’incontro, ma non faccio piú sconti per nessun incontro che non mi corrisponda davvero. So che ho una grande energia, una forza, che devo far espandere, altrimenti mi scoppia dentro. È molto simile a quella sessuale. È un’esigenza di espansione molto simile. Il piacere che ne ho è molto simile. Fa parte del mio essere uomo. Un uomo castrato non è piú un uomo, soffre e basta. Non so se è entusiasmo. È una spinta alla vita, se non potessi piú provarla sarei morto.
So che molti leggono e mi trovano strano, addirittura osceno. Ma io sono strano e sono osceno! Almeno lo sono rispetto a chi passa la vita a preservarsi, per mille motivi tutti riconducibili alla comodità.
Però sono un osceno che cerca di non fare pornografia, ma di costruire una forma, nella quale l’oscenità diventi essenza e non sia puro spreco e sfogo banale. Io scrivo.
La banalità del mezzo (i social) la costruiamo noi. In realtà il mezzo ha molte potenzialità, insieme ai grandi rischi. Io ci navigo in mezzo, consapevole.
Tu sei una roccia per me so che, se scrivo, almeno tu puoi capirmi so che tu sei una persona intera e integra con cui posso respirare.
“A che serve che io abbia fatto luce su tutti i piani? A che mi serve, tutta la mia conoscenza, la mia comprensione? A nulla… Meno che nulla. Ah! Come vorrei che chetutto quel che è successo in queste ultime settimane non fosse altro che un brutto sogno.Le giuro, Georg, darei il mio avvenire, e Dio sa quante altre cose, per far sì che non fosseaccaduto nulla: E se fosse così… probabilmente sarei infelice, come lo sono ora.”Il suo viso si alterò, come se fosse sul punto di urlare. Ma subito dopo si ricompose, rigido,pallido, come spento.(Arthur Schnitzler, “Verso la libertà”)
Ernst von Dohnanyi (1877-1960) – Valse Impromptu op. 23 n. 2 (1913)
Arnold Schönberg (1874-1951) – 6 kleine Klavierstücke op. 19 (1911) (per la morte di Gustav Mahler)
Erich Wolfgang Korngold (1897-1957) – Sonata op. 2 : Scherzo-trio (1910)
Alban Berg (1885-1935) – Sonata op. 1 (1907-11)
Fra dolce epigonismo e disincanto tragico scorre una corrente di energia creativa che sembra indugiare o schiantarsi, a seconda dei momenti, nel ricordo di un tempo passato e nell’annegamento in un presente definitivo. In musica questo scambio sembra farsi particolarmente palese: proprio l’arte più immateriale, quella dei suoni, pare avere la forza di rendere fisicamente palpitanti la nostalgia come lo sconcerto, il vagheggiamento onirico come l’urlo incontenibile, lo slancio appassionato come il ripiegamento frustrato, il cenno galante come il ghigno sarcastico. Questo programma procede a ritroso nel tempo partendo con una composizione del 1920, quando il vento della Grande Guerra è già passato facendo pulizia delle corone imperiali europee, e ci presenta un compositore, Egon Kornauth (1891-1959) ben consapevole della sua identità di epigono di un linguaggio tardo-romantico da cui non sapeva e non voleva staccarsi. Compositore prolifico, pianista e direttore d’orchestra che dopo la Grande Guerra ebbe una ricca carriera in Asia e Sud America, nella Vienna occupata dai nazisti collaborò col regime, ma, similmente a quanto fece Richard Strauss in Germania, dal suo ruolo prominente nella Reichsmusikkammer si adoperò per proteggere il suo ex insegnante Adler e altri musicisti ebrei. Dopo la Seconda Guerra Mondiale fu a lungo direttore del Mozarteum di Salisburgo. Come per assurdo capita a certi irriducibili romantici, uomo sanguigno e buon conoscitore della vita concreta, seppe dunque navigare in acque sicure con una certa audacia pur nelle derive della storia, ma nella sua musica troviamo una sensualità e un gusto armonico sorprendenti che vanno ben oltre un banale cromatismo postwagneriano di maniera, allargando la sua gamma di colori verso orizzonti emotivi soffusi persino dai fumi del jazz. A seguire una composizione del 1916 di Joseph Marx (1882-1964), pianista prodigio da bambino, poi dedito a profondi studi di filosofia e arte, direttore dal 1922 dell’Accademia Musicale di Vienna. Intensa la sua attività di saggista e critico musicale, e si impegnò con energia per la rinascita della vita musicale viennese nel secondo dopoguerra, diventando una paterna figura di riferimento per tutto il mondo della cultura, che lo portò ad essere nominato Ambasciatore presso l’UNESCO e persino candidato come Presidente della Repubblica Austriaca. Collaborò col governo turco di Ataturk per la fondazione del Conservatorio dell’Ankara. Cultore della tradizione contrappuntistica e quindi molto affine a Reger, nutriva in più suggestioni simboliste ed edoniste che lo avvicinavano a Debussy e Scrjabin. Viene poi un piccolo Valzer-Improvviso del 1913 di Ernst von Dohnanyi (1877-1960), un grande pianista e didatta ungherese che, dopo aver diretto a più riprese il Conservatorio di Budapest, negli Stati Uniti d’America diede la sua impronta a generazioni di pianisti creando una tradizione specifica fondata direttamente nel virtuosismo Lisztiano e nello spirito viennese e soprattutto radicata nello studio di Beethoven. Suoi allievi furono Géza Anda, Ervin Nyíregyházi, Edward Kilenyi, Annie Fischer, Balint Vazsonyi, Georges Cziffra, Sir Georg Solti.
Ma se finora siamo rimasti in un flusso di dolce nostalgia di un tempo ormai svanito, con i sei aforismi espressionisti di Arnold Schönberg (1874-1951) scritti per la morte di Gustav Mahler ci troviamo di fronte all’implosione: la nuova musica dodecafonica deve ancora esser pensata, ma intanto il linguaggio tardo-romantico mostra di esser arrivato qui alla sua estrema consunzione, alla sua incapacità di andar oltre l’accenno breve ma di enorme intensità compressa, che stride ancor più al pensiero che tale estrema concisione voglia celebrare Mahler, il grande sinfonista magniloquente dalle composizioni infinite e imponenti quanto tragiche e vitali allo stesso tempo. Il segno della crisi è qui netto e secco: meglio lo si comprende proprio in diretto accostamento con quel mondo, testimoniato dalle composizioni che qui sono presentate subito prima, che non riusciva a guardare che al passato. In programma poi lo Scherzo dalla Sonata per pianoforte di Erich Wolfgang Korngold (1897-1957), precoce compositore di cui Mahler disse “è un genio della musica”. Figlio dell’influente critico musicale Julius Korngold, allievo di Zemlinsky (maestro e amico di Schönberg, amante di Alma Mahler) a soli 23 anni compose un’opera straordinaria, Die Tote Stadt, il cui libretto fu scritto da lui stesso in collaborazione con suo padre, su un tema estremamente complesso e torbido, dove un uxoricidio e una nuova storia d’amore sono sospesi r intrecciati nella confusione tra realtà e mondo onirico, e dove le pulsioni erotiche ed emotive sono espresse in modo travolgente e senza censure. Con i venti della storia Korngold se ne andò a Hollywood lavorando per l’industria del cinema e vincendo per ben due volte l’Oscar per la migliore musica da film, nel 1937 e nel 1939. Nello scherzo presentato in questo programma abbiamo una sorta di valzer sghembo, deformato nel prisma del grottesco, con un trio che vorrebbe ricordare una dolcezza non più attuale, e prontamente smentita. Infine, la densa Sonata di Alban Berg (1885-1935), allievo e amico di Schönberg, qui alla sua opera 1. Wozzek e Lulu devono ancora arrivare, ma già se ne sente la forza drammatica. Si apre con un breve tema lirico che parte da una dissonanza, sia melodica che armonica, (sembra davvero ricordare il primo dei Dichterliebe di Schumann-Heine, Im wunderschönen Monat Mai) per andare presto a risolvere in SI minore, accordo con cui si chiude la composizione, ma questo SI minore di inizio e fine è come un punto in cui la peregrinazione armonica e motivica cerca una propria evoluzione vagando nella notte in preda a pensiero oscuri (come accade alla protagonista di Erwartung di Schönberg). Così nel tema anacrusico di due sedicesimi-due ottavi-terzina di ottavi-ottavo, che però appare come uno slancio destinato a frustrazione e condannato al ritorno, esattamente come non riesce ad uscire da se stesso neanche il tema tetico di sestina di semicrome-croma puntata e sedicesimo-due ottavi, che si avvolge su se stesso. Il bambino che resta da solo e straniato nel finale di Wozzek, dopo che tutto ha raggiunto tragico compimento, o l’assenza dell’imbonitore del circo che aveva aperto la rappresentazione dello ”Spirito della Terra” Lulu, di cui vorremmo infine la consolazione, come a dirci “ma davvero ci avete
creduto? Ma no, era tutto finto!”, lasciandoci invece nella tragedia senza uscita, sono in questa sonata idealmente anticipati: la consonanza di questo SI minore conclusivo non porta alcuna pace, ma segna l’affermazione del vuoto. Questo programma è composto come un sogno complicato dove succedono tante cose diverse, a costruzione di un mondo emotivo incoerente ma unificato in una mente sola, quella di un’immaginaria personificazione di Vienna stessa. Quella Vienna dove nel 1900 Sigmund Freud viveva e lavorava, dove aveva pubblicato nel 1900 “l’Interpretazione dei Sogni”, ponendo un punto definitivo nella cultura occidentale, e dove il suo gemello ideale, mai incontrato personalmente, Arthur Schnitzler faceva il medico, a tempo perso improvvisava al pianoforte (di quest’abitudine diffusa all’improvvisazione pianistica troviamo un esempio nel secondo dei pezzi di Kornauth) e scriveva racconti romanzi drammi, descrivendo un modo di vivere leggero, amorale, passionale, elegante, triviale, cinico, idealista… insomma: quel mondo indefinibile, seppur descritto in tanti libri, abitato da uomini senza qualità come quello spietatamente analizzato da Robert Musil nel suo grande romanzo; da filosofi freddi e razionali come Ludwig Wittgenstein; da soloni caustici e impietosi come Karl Kraus e da signori colti ed esteti raffinatissimi come Hugo von Hoffmansthal, creatore dei personaggi e delle storie dei melodrammi di Richard Strauss; quel mondo che si divertiva con le operette di Franz Lehar e passava le serate nei circoli e nei caffè dove si intrecciavano amori clandestini con noncuranza e alla luce del sole dimenticando tutto… un mondo che stava per crollare, e che è poi crollato rovinosamente in un bagno di sangue, ma che ancora non smette di sopravvivere, anzi, di rinascere, fermando il tempo nel nostro presente così distante. Come in un sogno. Viviamo questo concerto come un sogno, e non interrompiamolo con rumori di sorta: se vorrete, potrete applaudire a conclusione.
Alessandro Tenaglia, pianista e scrittore, è docente di Musica da Camera e di Letteratura e Drammaturgia Musicale presso il Conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine.
A distanza di anni dalla pubblicazione, arriva ancora una bellissima recensione di Luca Ciammarughi, che ringrazio di cuore
Su LPR, mensile digitale di informazione e cultura, le mie recensioni del mese, fra libri, musica, cinema e danza contemporanea. Riporto qui sotto, in particolare, la recensione del volume di Alessandro Tenaglia “La voce di Mignon”:
Unire in uno stesso libro narrativa e saggistica è ardua impresa, per la quale è necessario essere al contempo creativi e informati. Il romanzo che affronti un tema già sviscerato dagli studiosi di uno specifico settore, poi, è un arduo rischio, perché – in nome del pathos narrativo – si rischiano semplificazioni o forzature. Non parliamo poi del romanzo che affronta tematiche musicali, confrontandosi quindi con la più sfuggente e imprendibile delle arti. Eppure, Alessandro Tenaglia riesce in questo suo romanzo a tenere insieme queste dimensioni senza cadere né in banalizzazioni né nella noia. Come? Separando con una certa nettezza le parti saggistiche, dedicate ai “Mignon-Lieder” di Schubert, da quella propriamente romanzesca, ispirata agli archetipi del “Wilhelm Meister”goethiano. Il metodo narrativo è di stampo metaletterario e quindi antico come il mondo, eppure nuovo: la netta separazione fra saggio e romanzo, pur sottilmente intrecciati fra loro, permette al lettore di non confondere il dato storico con il volo romanzesco, e allo scrittore di essere rigoroso e liberissimo al contempo. Tenaglia ha i mezzi per affrontare il cimento: pianista e docente di musica da camera in Conservatorio, ha frequentato a lungo questi Lieder, non solo informandosi musicologicamente, ma anche formandosi (cosa altrettanto importante) riguardo a ciò che essi rappresentano nel vissuto musicale ed esistenziale. La “voce di Mignon” che dà il titolo al romanzo consiste nel canto della ragazzina androgina da cui Wilhelm Meister, protagonista del Bildungsroman di Goethe, è profondamente colpito. Rapita dalla terra in cui è cresciuta, l’Italia (“il paese dove fioriscono i limoni”), e sfruttata come acrobata da una compagnia itinerante, Mignon viene riscattata da Wilhelm, che diventa per lei una sorta di padre. Ma il suo destino è segnato: incarnazione della Sehnsucht – quello struggimento che è anelito verso qualcosa che non si potrà mai stringere né raggiungere definitivamente -, incapace di esprimersi negli argini del Lògos, sfuggente persino in quella che oggi definiremmo la sua “identità di genere”, Mignon è una sorta di angelo della musica destinato a esprimersi vocalmente in maniera disperatamente intensa e poi a morire. Alla morte, preceduta da un’ispirata e folle Wanderung vocale-strumentale, è predestinato anche Agostino, vecchio arpista che porta su di sé la colpa di un incesto (inconsapevole) con la sorella Sperata, da cui Mignon è nata. Goethe ama a fondo questi personaggi ma, da classicista cresciuto nel Settecento, ne è al contempo spaventato: è attratto dalla musica come espressione del dionisiaco, dell’irrazionale e persino del demoniaco, ma porta il suo eroe Wilhelm verso il superamento di quella prospettiva musical-teatrale, verso una destinazione sapienziale compatibile con l’equilibrio borghese. Non sarà così per Schubert: il musicista, snobbato dal poeta (per mancanza di tempo o più probabilmente per le arditezze dei suoi Lieder, non più al mero servizio del Verbo), mette carne e sangue nella sua interpretazione di Mignon, veleggiando con i suoi suoni verso il romanticismo di un Novalis o di un Hölderlin. Schubert non solo rappresenta Mignon, ma in un certo senso è Mignon. E, come Tenaglia ci fa ben comprendere, questa identificazione è sempre più forte nel corso degli anni: nei Mignon-Lieder degli ultimi anni, più che nel giovanile “Kennst du das Land”, il linguaggio schubertiano si fa sempre più essenziale, ma allo stesso tempo sempre più intenso e corporeo, come se Mignon sfogasse nel canto tutto il suo eros prima di passare a una dimensione angelica (che poi sarà anche quella della Séraphîta di Balzac). Tenaglia ritrova questi percorsi simbolici nei personaggi del suo romanzo: Frau Magda, Adriano, Waldi, Laura e il Maestro Lostshine sono, in diversi modi, abitati dal conflitto fra Lògos e Mèlos. Quando il secondo prevale, per esempio nella dolorosa scoperta di Magda di potersi davvero esprimere vocalmente con una voce che pensava brutta, la via intrapresa è una via meravigliosa e pericolosa al tempo stesso, sia perché lontana dalle comode strade della logica, sia perché legata al risveglio di un inconscio pronto ad esplodere senza freni. Ma senza questa immersione nella corporeità più profonda – sembra dirci Tenaglia – la vita sarebbe dimidiata. LC
“Voglio ancora ringraziarti per il tempo condiviso. È stato un bellissimo fine settimana. Sei un artista profondo, di una onestà prorompente.
Ti abbraccio”
Io sono senza parole.
Però ne ho invece per altre implicazioni.
Non voglio assolutamente entrare in dettaglio, ma in queste due entusiasmanti e appaganti esperienze ho incontrato chiari e netti esempi di quel che non voglio essere e di quel che non voglio diventare.
Insieme, con Jorge e Ivana (loro si che li nomino!) ho avuto un chiaro e netto esempio di come voglio vivere l’amicizia. Devo dire che in questo caso è una felice tappa che si aggiunge, tra me e Jorge, prima di tutto, ma anche tra me e qualcun altro con cui è nata una relazione amicale di recente, inaspettata, e molto bella.
In questo fine settimana avevo, in parallelo e come sottofondo nel mio ininterrotto monologo interiore, una disillusione molto reale che si affermava, dopo aver a lungo ribollito, e mi segnalava un cambiamento di sostanza necessario.
Anno di elezioni europee mai cosí importanti, dove le destre, e quelle estreme, hanno grandi possibilità di affermazione. Eurofestival: sempre piú circo super-trash che fa finta di celebrare i valori di parità e inclusione e di affermazione di diritti, solo perchè c’è un mercato specifico che “tira” molto e garantisce affari sull’onda degli “scandali”. Finti diritti su cose appariscenti mentre le decisioni vere vanno in direzione inversa. Quando il mondo LGBTeccetera si renderà conto di essere solo strumentalizzato, quando raggiungerà consapevolezza di una maggiore caratura culturale, sarà sempre troppo tardi, e per una fluidità esibita in una vittoria all’eurofestival solo per scopi commerciali, il prezzo in sostanza politica sarà già stato pagato da tutti i giovani cui si permette, con i rimbrotti di rito per non scontentare troppo gli anziani, ogni fluidità, purchè si accontentino di non avere contratti di lavoro decenti, di star zitti sulle politiche repressive contro il fenomeno epocale delle migrazioni, di accettare di pagare incredibili tasse universitarie, di non avere una sanità pubblica di cui da giovani hanno ancora poco bisogno e di non avere alcuna speranza di una pensione in futuro, mentre la democrazia istituzionale e di sostanza viene fatta a pezzi da riforme costituzionali autoritarie. Panem et circenses 2.0, strumentalizzando le esigenze vere del mondo omosessuale.
Ciao Alessandro. Ascoltare te è veramente un godimento!
La prima volta che ti sento al pianoforte: io non ne sono un esperto però l’orecchio mio gustava il tuo tocco sapiente, il calore e la sensibilità che ci metti.
Studiando composizioni pianistiche di autori contemporanei ma spesso cosí distanti tra loro come Berg, Kornauth, Schönberg, Joseph Marx, Korngold e Dohnanyi viene fuori un caleidoscopio tardoromantico che rende pienamente il ritratto di una Vienna che si dissolve nei suoi atomi di nostalgia e di solitudine in un languore dove il naufragare della tonalità è l’annegamento in un sogno. Come sempre, vorrei aver piú tempo, ma il tempo non basterebbe mai comunque… tantopiú per una cultura musicale che mentre nasceva finiva i suoi giorni.
Un compleanno qualunque, non una cifra tonda, a casa, con decine e decine di amici e lontani nel tempo e nello spazio che mi hanno pensato. Valeria mi ha scritto qualcosa di meraviglioso. Ho cucinato una cena come quelle che faceva mia madre, con la pasta fatta in casa. Benno mi ha fatto un regalo magico.
Bello, bello. Bello.
E però anche la conferma di amicizie al capolinea, vittime della scontatezza e del calo di attenzione conseguente. Quelle che dovrebbero esser piú vicine, sono le piú distanti. Quasi non sono piú. Quindi, non sono.
È cosí.
Domani riunione annuale di quella creatura che teniamo in vita…
La mia cara amica Valeria Picardi mi ha fatto degli auguri molto speciali, qualcosa di unico, per cui non basta un ringraziamento, e che mi travolgono. Ecco i suoi pensieri per me:
Classico come una sciarpa annodata con cura Massiccio come un legno alpino che diventerà un violoncello Colto come una tartaruga che studia l’intera natura da trecento anni e che ha imparato a mangiarne solo le foglie più opportune Solido come una struttura di mattoncini che ben incastrandosi sanno annullare ognuno le proprie crepe Sensibile come una tavola che si apparecchia in giardino ed aspetta trepida gli ospiti Canaglia come un bambino che replica gli scherzi prima ancora di inventarli Buono come un libro Amico come un padre che decifra tutto di te ma che non crolla di fronte ai tuoi guai Sincero come una storia scritta per capire se stessi prima che lo facciano, per amore, gli altri Moderno come questo ragazzo qui sotto, che cantava questa canzone lanciandola in un futuro che ancora la deve raggiungere A te che sei tutte queste cose, amico mio, tanti auguri nel tuo giorno 💖🥂🎂