Immensamente grato.





parole&parole, mai senza musica
scrittore che fa musica, musicista che muove parole
Immensamente grato.





Una lezione.
Puntualizzo, cioè, letteralmente, traggo alcuni punti schematici:
Chi si muove in una narrazione non “di genere” pensa di farlo in assoluta libertà creativa.
In realtà, intanto esclude e lavora per escludere qualsiasi “gabbia” di genere, e nei fatti insegue una propria piú o meno consapevole “gabbia” personale, personalissima, unica, pensando di trovarla.
Ma realtà vera è che non esiste questa totale unicità, che suona molto come una übris, bensí esistono i modelli piú o meno consapevoli cui ogni scrivente si riferisce a partire dalle letture fatte nella propria vita.
Io personalmente ho la mia “gabbia”, di cui sono molto consapevole: costruito fin da ragazzino come colui che studia al pianoforte le grandi musiche dei giganti del passato, e se ne emoziona, mi si accende la necessità di dire delle cose dall’incontro fortemente emotivo con qualche gigante del passato.
A seconda dei casi, le cose che ho da dire sono fatte maggiormente di riflessioni, e scrivo qualcosa di saggistico, come su King e su Silone, oppure sono fatte di un magma emotivo da districare e narrare, e scrivo romanzi, come La voce di Mignon a partire da Goethe e Schubert, e Waldemar a partire da Isherwood.
Quel che mi manca totalmente è la dimensione pragmatica legata all’efficacia di vendita e successo. Ma è mancata a tanti. Alla fine, quel che veramente distingue lo scrittore “di genere” dallo “scrittore e basta” non è la necessità e l’uso di una “gabbia”, ma l’importanza che assume per lui la componente pragmatica della vendibilità di ciò che pubblica.
Un fine settimana intenso.
Sabato mattina finalmente mi sveglio dopo aver totalizzato 9 meravigliose ore di sonno, seppur in 3 fasi, cosa di cui sentivo il bisogno trascinandomi da un mese. Faccio un gran bell’allenamento in palestra, poi al ritorno studio e infine vado alla bella festa di un caro amico. Funestata però da due ore e mezza di “musica” orrenda berciata dal vivo dai cugini sfigati della Bandabardò, che mi ha obbligato, mentre il mio amico si divertiva come un matto saltando al ritmo ossessivo di 4/4 su due accordi e mezzo insieme alla maggioranza dei festanti, a passare la maggior parte del tempo in giardino, per fortuna non pioveva piú, a riflettere sul danno che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi troppo in musica. Mangiata poi felicemente la torta augurale, vado a casa a piedi, e infine prendo sonno intorno alle due. Alle sette e mezza suona la sveglia, vanificando immediatamente il sonno recuperato 20 ore prima, per andare a Pordenone per il Requiem per una Donna di Marianna Acito, occasione per la quale ho finalmente mosso la mia macchina per puro mio piacere, cosa che non accadeva per mancanza di tempo da fine gennaio, e che mi ha fatto partecipare alla prima assoluta di un’opera grande, bella, intensa, importante di una giovane compositrice di sicuro talento che conoscevo come talentuosa cantante mia studentessa di liederistica, ma che mi si è svelata come un’artista da cui aspettarsi davvero grandi cose, dopo quelle appena ascoltate. Ho ringraziato profondamente me stesso per il regalo immenso che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi profondamente nella musica, e non solo, per gli strumenti che mi sono pazientemente e appassionatamente costruito per poter vivere le emozioni di una rivelazione artistica come quella di questo Requiem… Mentre guidavo assonnato sotto pioggia battente fino a Trieste, dove poi ho dovuto girare i soliti venti (in realtà fortunati: di solito ne servono molti di piú…) minuti per trovare parcheggio, arrivare a casa, prepararmi una pasta succulenta alle 3 del pomeriggio e stramazzare a dormire mezz’ora mentre “mezz’ora i piú” parla di cose interessanti che mi perdo mentre sale l’ansia per quel che devo studiare e per le lezioni da preparare, e che non ho la forza di fare, ma faccio fino all’inizio di Maratona-Mentana. Alle undici e mezza vado a letto, la sveglia di lunedí, stamattina, è per le sette e un quarto, ma lo zelo della mia insonnia mi sveglia alle cinque, e cosí mi leggo un po’ del mio abruzzese preferito insieme a Flaiano, Silone, visto che domani ho un incontro su di lui da Tarantola a Udine. Purtroppo dò una sgrollata al telefono: in Abruzzo ha rivinto Marsilio, quello che dice che l’Abruzzo ha tre mari. La giornata comincia male. Esco, faccio cento metri e mi accorgo di non aver preso chiavi e portafoglio. Il citofono a casa è rotto da due anni, chiamo Pino che per fortuna non è ancora uscito, recupero ciò che mi mancava, arrivo in stazione e prendo il treno. Su fb un amico si chiede se gli abruzzesi sono ignoranti o masochisti. Io rispondo: clientelari. E poi aggiungo: gli abruzzesi hanno un’antica tradizione a partire da Gaspari, ed è una regione-dependance del governo di turno. L’errore di fondo è stato pensare che l’Abruzzo potesse mai mettersi contro il governo nazionale: non succederá mai. Lo dico da abruzzese. Che se n’è andato.
E adesso, sul treno per Udine, ho sonno, so che non lo recupererò, sono amaramente felice della mia chiarezza di giudizio che mi fa sentire in sintonia con Silone e Flaiano, come autoconsolazione, sento l’ansia di quel che ancora devo preparare per domani, e c
per cui già so non di avere il tempo necessario, sogno il mio ritorno dopo gli esami mattutini a Trieste per i miei 45 minuti di palestra (di piú non reggo) dove entro stanco e da cui esco stanco, ma dove entro stressato e da cui esco piú sereno, e comincio la mia settimana di cose bellissime, di cultura musicale, e non solo, in studio e condivisione con tanti giovani vivi e talentuosi, di orette di autosalvataggio in palestra, e di bisogno cronico di una vera dormita, oltre che di maggiore autodifesa dalle brutture del mondo, dai cugini sfigati di Bandabardò ai tre mari d’Abruzzo.



Continuare a farne?
Forse. Si.
La goccia scava la roccia.
Si scrive da soli e in solitaria, e si legge da soli e in solitaria. Poi, ci sono le letture in pubblico di ciò che si è scritto.
Corto circuito tra solitari.
Ma chi scrive e pubblica lo fa per incontrare qualcuno, chi legge lo fa per incontrare qualcuno.
Stasera una signora mi ha portato da autografare una copia di “La voce di Mignon” da lei acquistata nel 2007, e che diceva di aver addirittura studiato. Che gentile!
Al San Marco (è dopo quel reading che scrivo adesso) è venuto un amico con sua moglie. Si. Bello parlare.
Ci sono le parole, e ci sono le chiacchiere superflue.
A volte però le chiacchiere servono per ammortizzare i pesi di storie ed emozioni di peso specifico esagerato, il cui tonfo potrebbe creare voragini, e, con una chiacchiera prima e dopo, la caduta è un po’ piú morbida, la si può quasi prendere per il volo di una piuma.
Con altri non si va, o non si va piú, oltre un repertorio di chiacchiere, non c’è, o non c’è piú, prossimità, e resta il lutto per l’impossibilità, di fatto, di parlarsi. Se la prossimità cede il posto alla distanza, si resta distanti, difficile colmare poi il vuoto.
Tra prossimità e distanza non azioni sbagliate, a quelle può.esserci rimedio, ma atti mancati, cui non si son trovate parole. Resta da chiedersi, infine, se le parole che c’erano state fossero parole, oppure solo ammortizzatori, e nulla piú, senza nulla con un reale peso specifico importante a darne il senso.
Chiaro.

Ma siamo stati utili?
Ma scopo di una vita,
Della vita,
Non è esser utile,
Tuttalpiú può esserlo non tradire
Quella luce che la illumina
E tenerla viva perchè intorno
Sia meno buio al suo passaggio
E meno ovvio inciampare e cadere.

Vulcano rabbonito in lago termale
Occhi bagnati come al vento indifesi
Pelle luminosa di vita trasudata
Uomo ampio senza età franco all’abbraccio.
Con te passeggio mentre, mosso a protezione,
Protetto mi ritrovo, e pur tacendo
discorro di vita di bellezza e d’altri mondi.
Di stelle e magma fatti ci incontriamo
Da un momento fissato chissà dove e da chi
E adagiati su un verde prato in sostanza d’oceano
A seguire luce calore aria ed orizzonti
In volo a planare ci ascoltiamo.
Un caro amico direbbe
“gli è che…”
la poesia permette di dire le cose come davvero sono
si penserebbe il contrario, che la poesia sia un girare intorno alle cose sperando di infilare qualche espressione fortunata, o un tempo (o forse tuttora?) cercare nel mondo della musica di vocali e consonanti…
e invece
se vero esiste
vien detto nel verso

Presenza di ogni giorno mese anno età
Forte a lunghi passi, silente a balzi
Pesante da piegare le spalle
Da invecchiare il respiro
Al pianto mi hai stretto per decadi ed ere
Prendendo fiato tra musica e fogli
Fino a un cespuglio di rose, e al mio tiglio
Privo di fonte però, davanti alla porta.
Da un ampio molo proteso ti tuffi
Da un’erta boscosa senza stupide palme
A vivere mi lasci, privato del lutto
Sciolta come vita e sale nel mare.
Dell’esserci e del suo gesto forte
A camminare nel vento a passo svelto
E nel sole senza alcun sconcerto
In mezzo a tutto il resto ti saluto
Morte.
Nota: il tiglio davanti alla porta ma privo di fonte è a casa mia ad Ari, come le rose, che ho piantato pensando a quelle che mio padre piantò in giardino per mia madre quando nacqui.
Il tiglio davanti alla porta con la fonte è quello del Lied di Schubert, Der Lindenbaum.
Il molo e l’erta, come il vento forte, sono a Trieste.

“Nur wer die Sehnsucht kennt
weisst, was ich leide”
Solo chi conosce … la mancanza?
Retorico e quindi vero questo rimane
Che nel ripetersi la sua legge trova.
Se verità esiste, è che nessuno conoscere potrebbe
Quel che non altri, ma egli stesso, ritrova
E pur non riconosce.
Frante onde infinite del fraintendimento
Aggrappate a misteriosi rimandi ed echi
Delle impossibilità incatenate nel vero
Istante eterno nella bianca veste
“Auf ewig wieder jung”
All’ultima vertigine solo il bianco resta.
E il canto di anime diverse in questo specchio oscuro
Nei fuochi schiantati tra lontananza ed eterno
Solo suono, solo voce
E in quella voce posso infine stare
Solo
Nota: Il secondo e il quarto dei Lieder di Mignon, personaggio altamente simbolico, cui ho dedicato il mio primo romanzo e un cd.
La parola Sehnsucht non si può tradurre. Chi la traduce con “nostalgia” si approssima appena.
Prima di Bob Dylan, prima di Baudelaire, “per sempre giovane” è invocazione nata dalla penna di Goethe.
Il canto di anime diverse: i Lieder di Schubert, Schumann, Wolf, e tutte le cantanti e tutti i pianisti che li fanno vibrare di nuovo ogni volta nell’aria e nel momento.
Di molte altre presentazioni non ho i video, ma questi sono comunque qualcosa
Le presentazioni in pubblico sono momenti accessori rispetto ai libri stampati, ma al nostro tempo non se ne puó fare a meno.
Grazie alla mia formazione come pianista classico, mi accosto alla presentazione pubblica dei miei libri con la preparazione dovuta al rispetto del pubblico, e al rispetto di quel che ho da dire. Anche nel parlare “a braccio” c’è preparazione.
Nulla sostituisce peró la lettura personale e privata della pagina.



Un nuovo appuntamento.
Una serata di letture da Autori diversi, tutti presenti nei miei libri
Un percorso personale di rimandi tematici tra Autori di epoche e mondi alieni tra di loro.
Eppure tutti balzati alla mia stessa attenzione, sollecitandomi all’analisi e all’invenzione.
Con musica improvvisata al pianoforte per costruire ponti.
Vi aspetto il 5 febbraio alle 19 da Knulp: ho da dirvi delle cose!

Al cammino sulla spiaggia m’innamoro
Col sole in testa e il vento sulla schiena
E quando per tornare mi volto
Sul petto sul viso sulle cosce la sferzata
Mi spezza il fiato e del suo odore mi traspira
E mi rende la forza al mio ritorno
Respiro il vento contro.
Vivo lo sento forte sul corpo
E mare e spiaggia e cielo e sole
Dell’abbraccio col vento sono il letto.
Di chi ha negli occhi
E nel sorriso e nella voce
Tutto quel vento
E non lo sa,
Quando senza parole mi dice:
Sono di un mondo alieno
E di te non voglio fare a meno.
In verità io son a dire questo
In quello specchio scompare tutto il resto.
Io m’innamoro.

Chi sei?
All’acqua che bevo
Alla sedia che resta
Alla luce oltre la finestra
Al libro chiuso che aspetta
Alla mia mano che prende una tazza
Al mio ginocchio piegato
Alla porta che vedo di striscio
Al mio naso libero da occhiali
Allo spartito che tace
Alla giacca che aspetta l’armadio
Chi sei?
Cosí, di botto
Chi sei? senza preavviso
A un soprassalto sgomento
A un occhio sprofondato
Chi sei?
Come un sospiro
Che cerca uno specchio
Chi sei?
Chi sei?
Chi sei?

Non al cielo azzurro ornato di nuvole bianche
Non alle stelle e alla luna nel nero profondo
Non al mare increspato dalla brezza estiva di sera
Non alla furia di libecciata invernale alla scogliera
Non al profilo di monte al tramonto
Non a castello e non a cattedrale
Non a via di mattoni colonne portali
A nulla di tutto il mondo mi confido
Nulla contiene la spinta a nulla di immenso
Ad alcuna meraviglia rivolge domanda
Ma al vuoto: si, il vuoto rimane
Che nel buio mi lascia in attesa
Del canto
E infine, prosciugato
Nel verbo.
Nota: pensavo al secondo dei due componimenti di Ronsard messi in musica da Albert Roussel

Godere della vita voglio
E del corpo e dei suoi umori
E degli odori e dei gesti
Onde lente improvvise fragorose
Del mondo voglio ubriacarmi
Nel sole e nella notte
Nella forza del mattino
Nella compressione della sera
In ogni luogo e momento sconsiderato
Dove si trattenga la scabra percezione
Di un tempo fissato
tra ripetizione esito sospensione
Cogliermi
abbandonato
A me stesso e alla mia pace
Al mio piacere estenuato
Sazio di dispersione.
Il mondo ogni volta in uno solo si condensa
Con me nuovo si mischia e si confonde
A regalarmi il tutto che, solo, non sono,
A scambiarsi con me quel che, solo, non è.
Nota: chi ha letto Walt Whitman e le sue Foglie d’Erba, sa.
A GP

Il ritorno dell’onda
Il vento placato indietro rivolto
Il cambio dell’arco sulla corda
Vibrante in apparente costanza
L’istante nella volta dell’arco
Dai piú inascoltato, ma c’è
Del non suono il momento
Il tempo rimasto appeso
Una piccola canzone di bambini a mostrarlo
Filastrocca saltata al rimbalzo
della palla che gioca tra terra e aria
Nel momento che il respiro sospende e astrae
E solo lí, anzi, neppure, il tempo esiste
Lampo illuso e sospeso in faccia all’eterno.