Autofiction, ancora…

Se vogliamo parlare un po’ sul serio, mi piace uscire da questo termine così inflazionato, autofiction, per tornare ad un’espressione più fuori moda e ormai decantata: storia romanzata, con la quale si descrive una vicenda con fondamenti documentali e reali che viene narrativamente elaborata a seconda del disegno narrativo e del desiderio del narratore.

Quando, in una vita precedente, studiavo Antico Testamento in Facoltà Valdese, il Professore non si stancava di ripetere, anche con acribia, che nel Vecchio Testamento NON troviamo la storia di Israele, e che tutto ciò che vi viene narrato NON è storico (nè la cattività babilonese, nè quella egiziana, nè il ritorno in Terra Promessa, nè la distruzione del Tempio… figuriamoci poi della storia di Davide e Golia, di quella di Sansone e Dalila, di quella di Sodoma e Gomorra, di quella della moglie di Lot trasformata in statua di sale…)


Tutte le stelle della tv si fanno scrivere da pseudo-abili ghost writers le proprie autobiografie, con fatterelli veri romanzati da chi sa (o millanta di saper) maneggiare la parola scritta meglio di loro.


Il narratore d’arte, chiamiamolo così, che vuole dire delle cose e costruire narrazioni a partire dalle vicende della propria vita deve saperlo fare, e i cercatori di pettegolezzi che spaccano il capello sui riscontri, devono darsi pace: ciò che sia vero o non lo sia non conta NULLA. I parenti stretti e gli amici maligni del narratore possono perdere le loro energie a sottolineare “le cose non sono andate davvero così”, “sta mentendo”, “ma come si permette!”, “ma davvero ha fatto queste cose orrende?”, eccetera, ma non conta nulla, se non per allontanare quei parenti e quelle relazioni e lasciarle ai loro torbidumi.

Ciò che conta è se la narrazione, il romanzo che leggo risponde con efficacia alle domande sulla coesione interna e sui meccanismi narrativi, sulla forma letteraria, al singolare o al plurale, sulla sua capacità di coinvolgimento del lettore per potergli davvero dire qualcosa, sull’avere qualcosa da dire.

Se poi vuoi usare storie di famiglia sapide e piccanti per provare a far quattrini, hai già stabilito cosa sia importante per te.

Ecco, secondo questo misero romanzatore e narratore d’arte che resta letto nei suoi romanzi da una ristretta cerchia di amatori, e che ha ben conosciuto i ricercatori del pettegolezzo, l’ambizione è quella di esser preso come un totale falsario, ma con un senso e una consapevolezza irrinunciabili.

Barry Lyndon

Stanley Kubrick sul set di Barry Lyndon, 1974

Barry Lyndon lo andai a vedere al cinema appena uscito, e ne rimasi affascinato, soprattutto dalla scelta registica di mettere la telecamera in una posizione fissa come a delimitare un quadro visivo in cui i personaggi vivessero le loro storie e l’azione si animasse. Dopo non molto tempo lessi del Rake’s Progress di Strawinskij e Auden basato su una serie di quadri di Hogart: Barry Lyndon era la stessa cosa, così come Strawinsky usava le forme chiuse del teatro musicale barocco per far diventare il teatro musicale una galleria d’arte in azione, così Kubrick con le sue inquadrature fisse di Barry Lyndon ci presentava la sua carriera di un libertino in quadri.
Avevo 14 anni.
Caspita!

Canto ineffabile, romanzo di Michela Cervesato

Siamo al terzo romanzo breve di questa  scrittrice di cui a questo punto è lecito dire che ha un’identità e uno stile, che potranno interessare più o meno, irritare più o meno, affascinare più o meno, ma che non si possono negare.

Narrazione in prima persona con tratti peculiari: l’io narrante non solo conduce il dipanarsi dei misteri della trama, ma si effonde in pensieri e annotazioni personali con sincerità ma senza nessuna concessione al “flusso di coscienza”. Questa peculiarità è in realtà molto rischiosa, perchè rischia di cadere nel tranello del poco verosimile (chi mai descrive con linguaggio sorvegliato le proprie azioni e le proprie sensazioni se non per estetizzarle? e la narrativa estetizzante non è forse menzognera e lontana dalla realtà?), ma nella prosa di Cervesato diventa tratto dominato da una naturalezza che per la prima volta puó far trovare un’accezione positiva al luogo comune “parla come un libro stampato”: l’io narrante, e così poi tutti i personaggi della narrazione, anche nei loro dialoghi, parlano così, per tratto espressivo autentico e non per posa.

Cultura umanistica che definire profonda è inadeguato, perchè qui si tratta di una cultura respirata come il proprio ossigeno speciale per la propria vita.

Contatto naturale e franco con le cose del mondo quotidiano, senza bisogno nè di intorbidare nè di edulcorare: la vita che viviamo tutti oggi in questo Paese nel quotidiano, semplicemente.

Un umorismo talmente lieve da passare inosservato, se non fosse per il sorprendersi a sorridere mentre si leggono certi passi.

Uno sguardo sul paesaggio, che adesso oltre che circostanziarsi nell’amato Veneto si allarga ad un’amata Roma e ad un amato Circeo, che vengono narrati senza idealizzazioni ma senza alcun tratto tipico, piuttosto in una loro quintessenza (e di quintessenza Cervesato parla ovunque…) che va a confrontarsi con la mitologia, che come sappiamo non è idealizzazione ma simbolizzazione del reale.

La musica: il luogo del miracolo, la sede della guarigione, la casa della pace… nel suo essere totalmente nell’aria, vibrante, dal cosmo all’atomo.

Nel recensire il secondo di questi 3 romanzi brevi mi auguravo che per il terzo Cervesato volesse dedicarsi a quella che mi sembrava essere la sua naturale evoluzione, e cioè un grande romanzo storico: mi sbagliavo, perchè questa scrittrice ha il respiro giusto in questa dimensione, tra il racconto lungo e il romanzo breve, perchè il suo volo è per orizzonti sereni nella leggerezza e senza allontanarsi troppo dal proprio mondo, che peraltro mostra di esser sconfinato grazie alla sua immaginazione.

A chi si rivolge una scrittrice cosí? Temo a pochi: pochi purtroppo hanno una cultura ampia in cui respirare, pochi sanno trarre piacere in ció che dia vero piacere, pochi sanno rinunciare agli eccessi e ai colpi bassi della comunicazione in cui siamo immersi per scuotersi dal quotidiano annichilimento. Nulla in queste pagine puó risuonare se non con chi sappia apprezzare un libro stampato, un libro che ha consapevolezza della storia, un libro che dialoga e respira con tanti altri libri.

A New York, oggi

Anche il linguaggio del corpo tra i duellanti conta:

  • virilità evidente quanto naturale di un giovane uomo consapevole di sè versus la pretesa di machismo di un vecchio privo di dignità fissato con la sua capigliatura riportata e le sue pose arroganti
  • testa eretta e portata con dignità e spalle aperte ma senza protervia del giovane naturalmente energico versus capo sempre inclinato da una parte e spalle chiuse del vecchio manipolatore
  • voce limpida e stentorea del giovane che non nasconde messaggi incoffessabili versus voce sempre artificiale del vecchio che cerca di essere convincente ed energico ma che tradisce tutte le sue strategie di comunicazione artefatte

Mi rendo conto che potrebbe essere presa per un’annotazione basata solo  sull’opposizione vecchio-giovane: il punto è nella dignità con cui si porta la propria età, se la dignità viene meno la vecchiaia è pura decadenza e laidezza, se la dignità manca alla giovinezza siamo solo di fronte ad arroganza e presunzione istintiva.


Non potrà mai essere Presidente degli Stati Uniti perchè non è nato negli Stati Uniti, ma potrà aprire la strada a un giusto candidato per competere contro i capelli gialli riportati su un capo reclinato e gli accoliti di quel capo scabroso.

https://youtu.be/nfdUn9H4gjA?si=8Xq15pWr_betgtZU

Silone e lo stile letterario

Nel libro “Il fenicottero” di Renzo Paris trovo questa lettera di Secondino Tranquilli quindicenne.

Quello che salta all’evidenza è come un ragazzo delle montagne di quell’età sapesse argomentare e padroneggiare le armi retoriche.

Come il linguaggio retorico che aveva a disposizione fosse esasperato e complesso.

Come strida col linguaggio semplice che conosciamo dai suoi romanzi, linguaggio spesso tacciato di povertà esemplicismo.

Se alla base la sua espressione scritta era così in linea con la pesante letterarietà del suo tempo, il suo lavoro di asciugatura e distillazione per trovare un linguaggio semplice deve essere stato rigoroso e consapevole: altro che semplicismo!!!

Teorema

Pier Paolo Pasolini morì ucciso a Ostia il 2 novembre 1975.
Io avevo 14 anni, ero in quinta ginnasio di una sezione con il professore-padre-padrone di stampo autoritario fascista, vicino alla pensione, ma sempre terrorizzante. Tutto il liceo della piccola e non solo provinciale ma marginale Pescara fece una settimana di occupazione e autogestione con seminari autogestiti dove Pasolini ebbe molta parte. Seminari pessimi, in gran parte, ma persino noi della nostra piccola classe di schiavi ci trovammo a partecipare respirando un po’ di libertà a noi completamente ignota.
Oggi mi sono procurato una copia di TEOREMA nella sua prima edizione, questa la copertina originale, 31 dicembre 1967, quando io avevo 6 anni. Per i 50 anni dalla sua morte violenta, dopo una vita estrema e sacra, sono nel momento di poter non solo leggere ma anche restituire.

Con novembre partirà qualcosa di nuovo. Intorno a Teorema.

Musica classica per…

Cicogne a Colonia

Ho trovato questo bellissimo testo su fb:

“No, la musica classica NON è rilassante.
Chi ha deciso che era “lenitivo” chiaramente non ha mai ascoltato oltre i due minuti di una playlist “Peaceful Classical” di Spotify…

Sì, ci sono alcuni pezzi calmi come “Gymnopédies” di Satie o “Spiegel im Spiegel” di Arvo Pärt, se stai cercando di far finta di vivere in un appartamento minimalista con tende bianche e pace interiore.
Ma la maggior parte dei brani di musica classica sono pieni di dramma, caos, cuore spezzato, ansia, gioia, follia.. tutto tranne la calma.

Beethoven per esempio. Tutti pensano a lui come nobile e stimolante ma l’uomo era arrabbiato. Non useresti la sua “Sinfonia n.5” come sveglia mattutina.. Non useresti nemmeno la sua Sonata “Appasionata” per calmare un attacco d’ansia..

Con Tajkovsky, il più delle volte serviranno fazzoletti alla fine del pezzo. Personalmente non riesco ad ascoltare la sua 6a sinfonia senza piangere un po’.. Anche l’allegro “Schiaccianoci” ha momenti di panico. Non ho mai visto nessuno fare yoga mentre ascoltavo la “Danza Russa”..

Il “Rito di primavera” di Stravinsky ha provocato una sommossa alla sua prima.. Questa non è una metafora, le sedie sono state buttate… i cappelli si sono persi.
Questa non è musica rilassante.

I compositori barocchi vengono incolpati per essere “pacifici” ma erano maniaci di ordine e precisione.
“Toccata e Fuga in Dm” di Bach è quello che suoni per Halloween. Non c’è niente di rilassante. Qualsiasi toccata davvero… che sia di Bach, Toccata di Widor (dalla Sinfonia n.5), Poulenc, Capustin, Prokofiev.. ecc.. Non li giocheresti come una ninna nanna…

I compositori romantici erano anche peggio.

Il “Valzer Mefisto” di Franz Liszt.. Voglio dire… È nel titolo..
La “Ballata n°1” di Chopin inizia con una tristezza poetica e finisce con un casino emotivo totale.
Gli “Études Tableaux” di Rachmaninov, i suoi concerti ecc.. Sono incredibilmente belle ma.. non è un trattamento spa.. Ad essere onesti, dopo un bel pianto si sta sempre bene..
Paderewski (il pianista polacco diventato anche primo ministro) ha scritto pezzi come “Toccata in la maggiore” che sembrano innocenti sulla carta ma che ti stressano dopo due pagine.

Anche i francesi non possono fare a meno di trasformare la bellezza in tumulto. Noi siamo così.. ahah

“La Mer” di Debussy sembra tranquillo per circa trenta secondi ma poi sei in un uragano.
“Gaspard de la nuit” di Ravel è basato su poesie inquietanti sulla morte e sui demoni dell’acqua. Se pensi che “Boléro” sia rilassante.. quella stessa melodia si ripete 169 volte..
Il “Requiem” di Fauré è morbido, sì.. ma si tratta letteralmente di morte.

Inoltre, dimenticatevi della musica moderna..

La “Sinfonia n.10” di Shostakovich ti stringe lo stomaco anche se non sai perché.
“Atmosphères” di Ligeti è come suonerebbe l’ansia se avesse una sezione di archi…
“Threnody for the vittime di Hiroshima” di Penderecki mi ha fatto venire attacchi di panico quando lo studiavo ogni lunedì mattina per diverse settimane, mentre ero studente al Royal College of Music.. Diciamo che non la userai come musica del sonno.

Anche i “gentili” ti tradiscono.

“Adagietto” di Mahler suona tenero finché non ti rendi conto che è una lettera d’amore scritta durante l’esaurimento emotivo.
Il “Cantus Arcticus” di Einojuhani Rautavaara include veri uccelli del circolo polare artico ma in qualche modo riesce comunque a sembrare leggermente apocalittico.

Quindi no, la musica classica non è rilassante. Almeno, non sempre..

Molte volte sento che sono tutte le emozioni in una volta.. Questo è quello che succede quando gli esseri umani cercano di inserire ogni possibile sentimento nel suono.

Forse, quando qualcuno dice che “mette musica classica per rilassarsi”, chiedete quale pezzo. Perché a meno che non sia Satie, Pärt o forse un cortese notturno Fauré, probabilmente stanno meditando verso la rivoluzione o il crollo emotivo e lo chiamano “calma”.

La mia definizione sarebbe: musica classica è tutto ciò che il tuo sistema nervoso può gestire nel suono surround.

E si, so che questo post è pienamente di parte.
Forse ho fatto una sessione di allenamento di troppo intensa questa settimana…
Sentiti libero di dimostrarmi che mi sbaglio: consigliami qualcosa di veramente rilassante…
Ho chiaramente bisogno di aiuto. 🤣”

classicalmusic”

Ma secondo me neanche Spiegel im Spiegel…

https://youtu.be/VkS_h9b_V4o?si=3xSjEw4VhYliqzmL