Apolide

Dal Balzolo, ai piedi della Majella

Silone parlava dei cafoni d’Abruzzo, della loro dignità nella sofferenza, ma diceva anche che la loro povertà e sottomissione sociale non erano, da sole, garanzia di dignità: il cafone contaminato dalla stessa cupidigia dei padroni, svilito e involgarito dal desiderio del possesso anche a spese degli altri, imbruttito dall’invidia e dalla malignità, è della stessa pasta degli oppressori.
L’elettorato di gente che fa fatica ad arrivare alla fine del mese e che ha premiato e premia i miliardari, che sono i loro modelli di ambizione, e i loro privilegi, che sono il solo tema della loro politica, è questo popolo contaminato, svilito, involgarito, imbruttito.
Ci sono luoghi poi dove la cultura feudale è ancora, tutt’oggi, radicata nell’inconscio collettivo, per cui, per esempio, chi si trova dietro a uno sportello di qualunque servizio sa di avere finalmente un potere da esercitare, e lo esercita con senso di superiorità, non svolge il servizio al pubblico per il quale è pagato.

Il sorriso e il calore che si riceve negli scambi colloquiali sono solo strumentali a carpire informazioni utili a scoprire come trarre qualche vantaggio da quell’incontro.

Il dialogo su un qualche tema diventa subito l’occasione per dare una lezione e mettersi nella postura di superiorità di chi sa, mentre l’altro deve solo ascoltare e annuire servilmente.


Il cafone travestito e contraffatto dalla cupidigia è infetto e contagioso, rende l’aria irrespirabile, mentre i detentori di ricchezza e potere travalicano ogni confine e spadroneggiano portando tutti alla rovina.


Anche di questo parlava Silone, quando racconta il suo arrivo in Svizzera, in esilio: un luogo dove ogni retorica di potere finalmente non aveva più ragione di esistere, e dove poter semplicemente essere quel che si è senza contraffarsi. In Svizzera in esilio dal fascismo Silone respirava libertà già nel semplice camminare nella Place di Scaffusa, che non aveva nome perchè non c’era bisogno di dargliene uno.


Dopo l’esperienza liberatoria negli anni di esilio in Svizzera, dove ha scritto i capolavori Fontamara e Vino e Pane sui cafoni d’Abruzzo cercando un conforto nel ricordo dei luoghi di nascita, Silone non è più tornato a vivere in Abruzzo: il suo legame con Pescina si è arricchito di luoghi e momenti simbolici, ma non si è più sostanziato in una quotidianità. Divenuto apolide dell’anima, acquisita piena consapevolezza critica delle proprie origini, ha continuato a vivere da apolide, solitario.
Questo il tratto che sento più vicino.

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