Contro il traboccar a fiotti
di parole straripanti
sorge d’Elettra la danza
sghemba di colpi ferali
a lavar l’onta del padre
ebbra di fiera vendetta
d’un desiderio mai sciolto
di quell’amplesso interdetto
mai confessato e blindato
in collera implosa finchè
di Clitennestra materno
il corpo penetra e annienta.
Ebbra di lutto e vendetta
di schianto a terra s’abbatte
privata d’ogni parola.
Non piú parola in Elettra
che tutto sempre ha saputo.
Non come Edípo accecato.
Il male: lo stesso, ma l’uno
parole continua a cercare.
Lei muore folle di lutto
e nulla al male piú segue
Édipo nella parola
s’apre a comprendere i giorni
dopo il destino segnato.
Édipo parla ormai cieco
cerca parole che Elettra
danzante in aria rifiuta
muta al destino di vuoto.
Ma Elettra ci insegna che al male e alla rabbia
parole sgorganti non danno rimedio
e solo immondizia rimestano ignave.
Parole superflue ingombrano il mondo
di chi si diverte a montare discorsi
e mai non s’acceca di colpa e lo sfugge
giocando col male il suo gioco infantile.
Allora migliore è d’Elettra la scelta:
eroica d’ebbrezza si schianta e non svende
la sua stessa sorte, che penetra tutta
l’orgasmo del lutto che solo le resta
sfiancata si schianta appagata del padre
dannata e perduta nel sogno notturno
privata di vane parole disperse
inette comunque a mondare il suo male
soltanto letame fangoso
composto di brava sapienza
spargere sanno
sporcano il mondo
pregno del danno
senza il riscatto
che al cieco è dato.