qualunquismo e pacifismo

Come tutti, in questi giorni leggo molte opinioni e molte chiacchiere.

Una chiacchiera non la ritengo assolutamente condivisibile: quella secondo cui è difficile esprimersi su chi abbia torto e chi abbia ragione. No.

Putin ha voluto invadere l’Ucraina. Su questa responsabilitá, gravissima, non ci possono essere dubbi.

Poi: un popolo che subisce un’invasione ha diritto di difendersi. Non ci possono essere dubbi.

Il pacifismo è un principio meraviglioso. Gandhi un esempio immortale. Gandhi però agiva con la resistenza passiva contro un sistema complesso, non contro un tiranno impazzito.

Putin appartiene alla razza dei tiranni folli e spietati.

Da cristiano, il mio riferimento è Dietrich Bonhoeffer, che ha animato una resistenza pacifica fino allo stremo dopo aver rinunciato ad un comodo insegnamento negli USA, e non si è tirato indietro quando le circostanze lo hanno portato a poter ordire un attentato per uccidere Hitler allo scopo di salvare il mondo, finendo lui stesso ucciso nelle prigioni del regime nazista.

un pensiero inutile

Un sogno infantile forse, ma se i nostri capi di governo europei coi loro ministri degli esteri decidessero di andare tutti insieme a Kiev adesso, un battaglione di signori in grisaglia e signore in tailleur, senza armi, a dire a Putin e Zelensky che se ne parli fino a soluzione della storia, fermando bombe e missili… Non è un’idea nuova nè originale, e sará sicuramente inutile… ma nel mondo del Bene forse i conflitti ci sarebbero ancora, ma si supererebbero con parole e gesti, mettendosi in gioco per intero personalmente: non ammazzando tutti gli altri. Forse il vero pacifismo sta qui: facile dire, stando al riparo, che bisogna rifiutare le armi; piú serio sarebbe andare dove le armi sono attive a fare lí azioni di pace. Se i governanti andassero, come nella mia utopia, sono certo che il grande popolo dei pacifisti andrebbe con loro a sostenerli, per una volta orgoglioso dei suoi governanti. Non ondate di profughi, ma un’invasione di pace a spezzare la guerra, un sit-in contro la guerra dove la guerra uccide, una meraviglia di nuova saldatura tra democrazia di rappresentanza e democrazia diretta. Sarebbe bello.

e dico la mia…

e dico presuntuosamente e inutilmente la mia, ma chissá, forse può interessare.
In questa terribile escalation di guerra, ho pensato che la cosa migliore fosse una Ucraina neutrale. Un amico mi ha fatto notare che a est la Bielorussia è considerata neutrale… quindi…
Se gli Ucraini vogliono entrare in Europa, hanno il diritto di chiederlo.
Poi ho visto Zelensky nel suo discorso al Parlamento Europeo. Visto: il linguaggio del corpo.
È un uomo sincero, dotato di carisma, coraggioso, che interpreta il suo popolo.
Populismo? Fascismo? Il confine è molto sottile. Oggi non mi ha comunicato la falsitá del populismo e la violenza del fascismo.
Mai me le ha comunicate, meno che mai oggi.

Gianluca Minotti recensisce Waldemar su patrialetteratura

«Waldemar» di Alessandro Tenaglia

«WALDEMAR» DI ALESSANDRO TENAGLIA

9 febbraio 2022 · by admin · in Recensioni

Recensione di «Waldemar» di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021). Articolo di Gianluca Minotti.

Come interrogare la letteratura per trarne un modello da applicare nella vita reale.

Waldemar: il corpo al centro dell’indagine.

C’è il corpo, certo, al centro di Waldemar di Alessandro Tenaglia (Libertà Edizioni, 2021), il corpo in tutte le sue possibili declinazioni (e complicazioni), ma anche il corpo della letteratura intesa come organismo, struttura infinite volte vivente, se è vero che l’arte è un eterno rinnovarsi e non è mai conclusa, mai data per sempre e soltanto dal corpo a corpo di chi l’ha creata, ma bensì, ancora, ogni volta riflessa nel corpo a corpo di chi quell’arte la interpreta nuovamente, magari rileggendo e studiando un testo scritto da altri.

Ed è sghemba questa recensione, che poi non è una recensione ma il mio personale tentativo di domandare a Waldemar – al romanzo, intendo – ciò che il protagonista domanda al personaggio oggetto del suo studio. Perché la vicenda di Waldemar è presto detta: Saverio, un uomo di una cinquantina d’anni, torna a vivere nella casa dove è nato, (la casa come corpo): una casa antica, in mattoni, qualcosa meno di una villa signorile e più di una casa colonica, costruita su una collina coltivata a vigna. La prima volta che lo incontriamo, Saverio è seduto al tavolo dove ha posato un grosso fascicolo di fotocopie e dei libri perché sta lavorando da tanto tempo a un progetto: finire di scrivere un saggio sui romanzi americani di Christopher Isherwood. E proprio mentre sta riordinando le idee, ecco che nella stanza entra Jonathan, un africano alto e robusto, «una presenza forte e discreta, sensibile, vicina ma anche appartata». Jonathan vive lì ormai da dieci anni, con la moglie e i tre figli: da quando, cioè, Saverio gli ha affidato la casa e il padre, ormai solo e vedovo. E quanto era già accaduto anni prima, l’attrazione fisica tra Saverio e Jonathan, questo loro amore taciuto agli altri e a loro stessi, sta per rinascere e difficilmente questa volta potrà restare clandestino, avulso dal giudizio morale e non provocare dolore. A meno che in soccorso non arrivi Waldemar, e non arrivi, appunto, la letteratura o, se non tutta, almeno l’opera di Isherwood che Saverio studia da anni e interroga senza posa. La interroga, e dalle domande si generano i ricordi, prende corpo il passato e si producono in lui, e nel lettore, reazioni emotive forti, perché in filigrana alle opere di Isherwood, Saverio rilegge e rivede e reinterpreta tutta la sua intera esistenza. E sebbene Waldemar sia un libro nel quale è continuamente infranto l’ordine cronologico degli avvenimenti, a non essere mai infranto è invece il procedimento, lento ma inesorabile che volge verso la scoperta di un senso.

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Waldemar: il corpo appartato

Le domande che Saverio pone all’opera di Christopher Isherwood hanno a che fare al contempo con la vita e con la letteratura. Come d’altronde tutta l’opera di Isherwood non è altro che questo: l’estenuante tentativo di essere fedeli alla vita eppure di declinare tutto nella finzione narrativa. Isherwood, il cantore degli ultimi giorni di un’umanità che stava scivolando, ancora ignara, verso il nazismo (Addio a Berlino, 1939), è colui il quale ha quasi sempre scritto narrativa strettamente correlata alla sua biografia, a sua volta «evidentemente correlata alla sua vita reale», parlando per esempio senza indugio alcuno della propria omosessualità. «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni» scriveva Isherwood, che però, fra gli altri, inventò il personaggio di Waldemar che compare in tutti e quattro i diversi momenti narrativi che compongono Ritorno all’inferno (1962), uno dei romanzi americani studiati da Saverio.

Ma chi è Waldemar e cosa rappresenta? Egli è un giovane tedesco che incarna l’eros assoluto e spontaneo, la naturalezza, l’energia, la pura gioia, la vertigine sessuale, l’istinto che agisce in quanto tale e quindi non è mai immorale ma, semmai, pre-morale. Jonathan è un moderno Waldemar: un Waldemar non più tedesco bensì, rovesciandone i canoni ariani, africano. Insomma, Waldemar è per Saverio un modello di riferimento, sia umano che artistico. Umano perché è mero corpo che dà il piacere sessuale al di fuori della morale, e artistico perché, da personaggio “appartato” (appartato come Jonathan), quale sembra essere Waldemar in Ritorno all’inferno, dove c’è un narratore che parla in prima persona e che si chiama Christopher e che potrebbe essere Isherwood stesso, in verità ne è il protagonista. Perché in Ritorno all’inferno, «l’io narrante, Christopher, fa la biografia di Waldemar, ma come se non fosse così, non lo dichiarerebbe mai: di sghembo». Allo stesso modo di come in Waldemar, Saverio, interrogando le opere di Isherwood, in fondo non faccia altro che scrivere la biografia di Jonathan.

Gianluca Minotti

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Tags: Alessandro TenagliaGianluca MinottiLibertà EdizioniLibroRecensione

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Elio Antonucci recensisce Waldemar

Il romanzo “Waldemar” dello scrittore e musicista Alessandro Tenaglia Scrittore Musicista è un’opera ricca e stratificata.

A prima vista il romanzo è la storia di Saverio, dal racconto dei suoi viaggi giovanili e della sua personale ricerca di sé, al racconto del suo ritorno a casa.

Al contempo, il romanzo è però anche una riflessione dello scrittore sui temi e i simboli che operano nel racconto e, più in generale, una metariflessione sul senso dello scrivere, che Alessandro Tenaglia sviluppa a partire da un serrato dialogo con le opere di Christopher Isherwood.

La combinazione di racconto e scrittura saggistica può risultare insolita a prima vista. Il continuo insistere sui testi di Isherwood interrompe il ritmo della narrazione e costringe il lettore ad una riflessione ulteriore. La fatica è pero ripagata da un’ opera che si arricchisce continuamente di temi e riferimenti e che guadagna così profondità.

La ricerca della propria identità sessuale, il cammino verso il raggiungimento della propria autoconsapevolezza, i percorsi tortuosi dell’incontro e dello scontro con l’altro sono solo alcuni dei temi affrontati.

Un libro complesso ma al contempo molto intimo. È impossibile infatti non affezionarsi a Saverio, Germana e Girolamo, personaggi vivi che animano questo racconto emozionante e sentito. Merito di tutto questo è l’occhio attento e scrutatore di Alessandro Tenaglia e la sua scrittura accurata.