Per la teologia le categorie di “conservatore” e “riformista” non sono appropriate, se non in relazione agli effetti politici delle sue determinazioni. I vari commenti, anche autorevoli, per cui il Ratzinger conservatore avrebbe aperto la strada del Bergoglio progressista sono fuorvianti. Ratzinger era un teologo profondo e legato ai fondamenti dottrinali cattolici con potenza di pensiero teoretico, Bergoglio è un gesuita legato agli stessi fondamenti ma con specifica capacitá di comunicazione empatica che lo fa sentire piú vicino e caloroso. Entrambi, nei fatti, non hanno fatto cambiamenti reali negli argomenti sensibili di attualità: paritá dei sessi nella Chiesa Cattolica, morale sessuale, trasparenza economica del Vaticano, scandali legati alla pedofilia. Poi, affettivamente, ognuno è libero di affidarsi a chi preferisce, traendone consolazione.
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Silone Intervista: nascita
Faccia a faccia con Silone. Lo spettacolo “Silone intervista” ieri sera in scena a Pescina
che strana cosa per me
questi due attori sono tanto entrati nel mio testo che in realtá li sento adesso come amici antichi e veri
lo scambio autentico segue percorsi davvero inaspettati
queste foto sono istantanee (colte con grande sensibilitá dal fotografo) di una nascita reale: quella di una relazione, di un intreccio di relazioni, che adesso non possono che restare e crescere.
io sono uno scrittore-interprete
ritrovarmi scrittore interpretato, e cosí, mi fa scoprire una dimensione nuova delle possibili relazioni della vita
Nuova
Bella
Aperta



























piccole memorie dal volgere del millennio
Nel novembre 1999, dopo lunga attesa come vincitore di concorso per esami e titoli, sono stato chiamato in ruolo per insegnare Musica da Camera, presso il Conservatorio di Campobasso, dove sono rimasto per 6 anni.
Ero davvero felice. Non era solo un lavoro, e un buon lavoro. Era la stessa materia che il mio Maestro insegnava, e insegnarla aveva ed ha un senso di soddisfazione sostenuto da profonda stima e sincero affetto per lui.
Non si è mai spenta in me la voglia di insegnare: i giovani mi piacciono, mi incuriosiscono, mi danno moltissimo, è una gioia ascoltarli e prenderli sul serio.
Chi insegna disegna nell’aria. Cosa mai resterà? avrá fatto un buon disegno, o solo un graffio? avrà fatto male a qualcuno o avrà acceso una piccola lampadina?
Beh, grazie al famigerato facebook oggi ho ricevuto queste parole, da una ex studentessa di quel 1999-2000 e dell’anno seguente a Campobasso, che da poco ho ritrovato appunto sul social network e che ora scrive, suona, recita, pubblica libri d’arte in collabotazione con pittori, fa serate di musica e parole e chissà quanto altro.
Riporto il nostro breve scambio, non aggiungo altri commenti alla mia gratitudine.
Rosanna, sono davvero felice di trovare in te un’artista di orizzonti larghi. Un abbraccio!
Alessandro Tenaglia …e chissà che non dipenda dalla fortuna di aver avuto buoni maestri!🫂❤ Sa, io a lezione la osservavo spesso. La sua capacità di stare nelle cose trasformandole in altre, di metterle in connessione così come ontologicamente è stabilito e come spesso, nei contesti accademici, poco accade: la musica e la musicologia, la musicologia e la letteratura, la letteratura e la lingua, la lingua e la scrittura, pianoforte e fortepiano, repertori scelti per temprare l’estetica degli studenti prima che per ottemperare ai programmi. Io credo, così, a lume di naso, che lei sia stata la prima persona di cui ho ammirato e invidiato la capacità di praticare una costruzione rizomatica del fare e del sapere. È nel mio cuore.❤
Rosanna grazie, mi fai arrossire…
Alessandro Tenaglia È la verità! Ed è bello avere l’occasione per poterglielo dire ..dopo più di vent’anni
mi sa di…

Bellissima serata tra amici.
Verso la sua conclusione, dico qualcosa di particolare sul mio caro amico storico che mi ha portato alla festa.
Un altro amico mi controbatte:
hai detto due cose: sulla prima sono d’accordo, Alessandro è cosí. Sulla seconda… mi sa di speranza.
Ed io rispondo:
ma io sono cristiano: non puoi togliermi la speranza!
Eh si, avevamo tutti mangiato, bevuto molto, riso, cantato, scherzato, parlato… e chi si aspettava che proprio in quel monento la fede mi sorprendesse, e sorprendesse tutti quelli che c’erano?
SILONE INTERVISTA

Scritto nel 2020, debutta ora in scena.
Un dialogo surreale in cui i ruoli dell’intervista si scambiano. Silone parla della sua vita e del suo Libro (come lui chiamava l’insieme della propria opera). Scrittore internazionale suo malgrado, persona enigmatica e profonda, in dialogo con un giovane che sembra la sua antitesi, ma che ne rispecchia la spinta interiore.
Dedicato a Nicola Pietrangeli, l’intervistatore-intervistato, messo in scena per la regia di Mario Massari, che ne interpreta il personaggio di Silone, per il Centro Studi di Pescina diretto da Tiziana Cucolo.
Che fare… di piú?
congiuntivi
[10/1, 20:54] Marco: Inoltre non sono d’accordo su “forse tu pensavi che ero” 😉
[10/1, 20:57] A.T.: forse tu pensavi che ero
mi pare che lo dica Jonathan: nel caso suo e di Elizabeth ho usato una sintassi semplificata
[10/1, 20:58] Marco: Ok, ti perdono! 😂
[10/1, 20:58] A.T.: ma se non era lui a parlare, hai ragione tu!
[10/1, 20:59] Marco: Poi ci guardo, ora inizia una riunione online. Ciao!
[10/1, 22:44] Manuela: Ovviamente avevo immaginato che fosse per questa ragione.
Se non ricordo male Jonathan non è l’unico a evitare i congiuntivi, ma sono tutte persone di paese
[10/1, 22:47] Manuela: Quello che mi ha stupito è però un punto verso la fine, in cui Saverio non usa i congiuntivi parlando con suo padre….
Non mi sembra una situazione simile altre alle precedenti, né di tipo dialettale (che a volte ci sta anche tra persone colte)
[10/1, 22:55] A.T.: Si, Saverio lí conquista una semplicitá che non gli apparterrebbe, parla con un linguaggio quasi infantile, tende alla destrutturazione, perchè è come una regressione, in quel monento in cui per la prima volta parla col padre, pur essendo solo in quel momento diventato davvero adulto
[10/1, 22:55] Marco: Non ci sono ancora arrivato ma mi piace
[10/1, 23:00] A.T.: prende decisioni dopo esser stato sovrastato da una bordata emotiva e dopo essersi nutrito di silenzio. Incontra Jonathan, che per lui è vita senza struttura, solo vita e bellezza. Parla per la prima volta al padre in una modalitá aurorale. La sintassi “colta” avrebbe mantenuto un registro piú consapevole. Lí Saverio c’è e basta, fa, sceglie, si prende cura e responsabilitá in modo innocente, nascente.
[11/1, 07:53] Manuela: Chiarissimo😇
Audiolibro
L’audiolibro di
“La voce di Mignon”
edizione Diastema
è ordinabile direttamente sul sito di
DIASTEMA EDIZIONI
Disponibile anche in versione cartacea e kindle.
Un long-seller che negli anni interessa un pubblico sempre piú ampio di amatori della narrazione non catalogabile in un genere chiuso e dell’indagine sulla musica al di fuori degli schemi.
Un incontro esistenziale con Schubert dalla viva voce narrante dello scrittore.

Il Grande Cocomero
Quando ero ragazzino, tra le medie e le superiori, quando c’era ancora il meraviglioso teatro in TV e ad ogni telegiornale si parlava di attentati terroristici e di trame nere, leggevo le strisce di Linus, e l’epopea del Grande Cocomero. Sognavo di essere in un altro mondo, dove la vita era si grama e nevrotica, ma tutto succedeva tra un monologo di Snoopy, una battuta di baseball mancata di Charlie Brown, una strigliata isterica di Lucy e un’uscita esilarante di Sally Brown, mentre Schroeder suonava Beethoven e se ne fregava del mondo e non aveva bisogno d’altro. E poi il grande mistero del Grande Cocomero, per metterci dentro tutti i dubbi. Ecco, io sognavo di avere Halloween. Ora c’è dappertutto, e per mia fortuna io mi tengo il mio sogno.
Recensione a Waldemar di Valeria Picardi
Christopher Isherwood, se non lo si conosce, sa diventare subito una vera sorpresa. Una figura dai molti talenti, testimone per vocazione di tanti luoghi e non pochi pericoli, cuore sempre attento ai moti d’animo altrui e al loro ricco evolversi.
L’idea di legare Isherwood agli studi di Saverio, del quale seguiamo l’intera vita, è la catena di trasmissione di tutte le forze del romanzo: che ne scolpisce molte, di forze, non solo una. C’è forza nel sopravvivere al lutto da bambini, senza perdere né la tenerezza né la voglia di scoprire la vita; c’è forza nello scommettere su sé stessi, anche quando i modelli prevalenti dirotterebbero il destino ben altrove; c’è forza nello scegliere l’amore, anche prima di sapere se a quel corpo saprà corrispondere il nostro; c’è forza -la più grande- nell’affiancare la morte altrui ed accettare di scoprire, poco alla volta, quale segno ci lascerà.
C’è il coraggio di vivere senza indugiare mai nell’incoscienza, attraversando tutto senza raccontarselo più semplice di come sia: l’incoscienza, quella beata, la puoi solo osservare con occhi amanti, un po’ come Christopher guarda Waldemar.
Ha fatto tanti chilometri con me, questo bellissimo romanzo, e resterà legato alle sensazioni di questo periodo e al suono delle conversazioni col caro amico Alessandro Tenaglia, che lo ha scritto.
È un libro difficile da lasciare; non mi era mai capitato di calibrare la lettura del finale con l’arrivo del treno in stazione, riuscendo a chiuderlo proprio sul suo frenare per farmi scendere.
Ho viaggiato ancora, dopo quella sera, e pur avendolo finito l’ho riportato con me. In onore del senso di dipendenza con cui lui, il libro, ha deciso che lo leggessi; e per la voglia di averlo a tiro, non appena mi occorra chiedergli ancora qualcosa.
Valeria Picardi 💖
Un recital pianistico

Chopin:
sotto voce
appassionato
agitato
con anima
con duolo
con fuoco
mezza voce
Lyssenko:
mesto
più doloroso
Debussy:
très calme et doucement expressif
très doux
murmuré
perdendosi
Satie:
très bien
toujours
en se regardant de loin
sans trop frémir
ignorer sa propre présence
dans la tête (in the head)
sans s’irriter
finir pour soiys (finish for yourself)
Toujours (always)
Ravel:
modéré-très franc
un peu pesant
assez lent-avec une expression intense
très expressif
presque lent-dans un sentiment intime
très doux et un peu languissant
Una breve lista di indicazioni tratte dagli spartiti delle composizioni in programma questa sera ci può dare chiara sostanza in un discorso scivoloso, quello che sembra essere tanto consono alle espressioni di Jankélévitch che parla di musica e di filosofia.
Sono indicazioni che il pianista si trova a dover interpretare, e che in qualche modo si sovrappongono all’oggettività (qualora esista un’oggettività in un qualunque sistema di segni) della scrittura musicale.
Premessa: in Italia abbiamo una pesante tradizione, che solo con gran fatica ci siamo scrollati dalle spalle (e ancora il lavoro non è compiuto), secondo cui la musica ha assoluto bisogno di essere tradotta in letteratura: l’estetica crociana dava alla poesia e alla letteratura il primato assoluto, e alla musica, causa la sua indefinitezza, il grado più basso, dunque i musicologi nostrani hanno dovuto costantemente (superando persino i giá tanto ingombranti psicologismi del secondo ottocento già abbastanza e i fervori sentimentali di epoca dannunziana) dare dignità letteraria alle opere musicali. La moderna musicologia italiana ha giustamente virato nettamente, aggiornandosi alla musicologia d’oltralpe, in primis quella anglosassone e quella tedesca.
Ma se mettiamo in relazione quella lista di indicazioni sugli spartiti non con i problemi estetici di area italiana, ma con il pensiero e lo stile di Jankélévitch, possiamo subito notare una chiara rispondenza, una sintonia, una comunanza. Nello stile fluido e ricco, e radicalmente estraneo a qualunque sistematicità, di Jankélévitch troviamo che quelle indicazioni, che sembrano sfuggire a definizione, che sembrano evocare qualcosa di indistinto, ma che invece distintamente si riferiscono a territori dell’espressione che sono sempre di confine, non solo sul piano sinestetico, sono assolutamente in risonanza con il suo discorso proprio sul piano estetico, filosofico, cioè sul piano della riflessione filosofica sul bello.
Personalità geniale e genialmente non classificabile, Jankélévitch ha centrato la sua indagine su argomenti appartenenti, si direbbe, all’insondabile: la morte; l’attimo; il non-so-che; il quasi-niente; lo charme; la notte; il giorno; l’indefinito, la superficialità; l’angoscia. Se ogni filosofo nel suo filosofare dà la propria definizione di filosofia, ecco, Jankélévitch ne dà una totalmente eccentrica. Punto di riferimento resta Bergson, fin dagli anni giovanili; vi si innesta poi il pensiero legato all’esistenza. La musica gli appartiene come la filosofia, quasi in pari grado, anzi, con osmosi. Tra riflessione filosofica e critica musicale in Jankélévitch le pareti sono fatte di tendaggi mobili e trasparenti.
Quegli stessi temi filosofici sopra appena accennati sono al centro dei suoi studi musicologici. I nessi che trova tra i Compositori e tra le loro opere sono spesso ellittici, soggettivi, azzardati, ma sicuramente stimolanti.Quegli stessi temi filosofici sopra appena accennati sono al centro dei suoi studi musicologici. I nessi che trova tra i Compositori e tra le loro opere sono spesso ellittici, soggettivi, azzardati, ma sicuramente stimolanti.
La sua attenzione alla musica francese, quasi ignorando la musica tedesca (in perfetta sintonia con la sua dura riflessione sull’impossibilità di perdono della Germania dopo la tragedia dell’Olocausto e del nazismo), è radicale, ma anche naturale: non si tratta di scelta ideologica, ma di adesione estetica evidente.
Il programma che presento è fatto di composizioni tutte (tranne il breve pezzo del compositore ucraino Lyssenko) citate negli scritti di Jankélévitch come momenti importanti se non paradigmatici.
Quegli stessi temi filosofici sopra appena accennati sono al centro dei suoi studi musicologici. I nessi che trova tra i Compositori e tra le loro opere sono spesso ellittici, soggettivi, azzardati, ma sicuramente stimolanti.
La sua attenzione alla musica francese, quasi ignorando la musica tedesca (in perfetta sintonia con la sua dura riflessione sull’impossibilità di perdono della Germania dopo la tragedia dell’Olocausto e del nazismo), è radicale, ma anche naturale: non si tratta di scelta ideologica, ma di adesione estetica evidente.
La notte. Il notturno dunque. Il notturno che deriva dal canto dei gondolieri, dalla barcarola, dal suo ritmo cullante. Il ritmo dell’addormentamento. Il ritmo della piccola morte, che alla morte rimanda. La Ballata n. 2 op. 38 è quasi archetipica per la chiarezza del ritmo di barcarola, per la netta opposizione di un carattere notturno ed uno diurno, per la stessa dedica al musicista romantico per eccellenza, il (pur) tedesco Robert Schumann. La Ballata n. 4 op. 52 però porta oltre questi argomenti e li avvita in un girare angoscioso unito ad una grande ampiezza narrativa che agli occhi di Jankélévitch la rende, insieme alla Fantasia op. 49, una delle vette assolute dell’opera chopiniana. Nell’ambito del Notturno, specificamente, la perfezione sembra trovarsi nell’op. 27 n. 1, dove l’indefinitezza del ritmo liquido, il canto che sembra non definirsi, e il contrasto con l’essenziale drammaticità della parte centrale, sembrano connotare la vera dimensione funebre, e, in quanto attinente alla morte, strettamente relata alla vita, dell’idea stessa di notturno: il luogo dove nelle fantasie che liberano nel sonno e nel sogno si librano senza limiti.
Nella cornice di queste composizioni chopiniane ho inserito uno dei più ampi Notturni di Gabriel Fauré, il n. 7 op. 74, che nel suo funebre e lento incedere di prima e terza parte, e nel suo ottimismo illuminato da raggi solari che passano però attraverso le inquietudini delle infinite complicazioni armoniche, sembra uscire dai paradigmi chopiniani per avvicinarsi alla sensibilità più naturale di Jankélévitch.
L’omaggio all’Ucraina attraverso il brano di Lyssenko intitolato Angoisse, angoscia, si inserisce senza forzature in questo arco.
Un secondo blocco ci presenta il mondo della notte in altri momenti: dalla figura lunare della Fanciulla dai Capelli di Lino alle brume dell’antro delfico con le sacerdotesse che danzano nei fumi, un danzare che pare immobile per la sua sacralità; a questa immobilità risponde il non-movimento congelato degli astri di Satie, in questo pezzo quasi esoterico e meccanico, si potrebbe dire (usando una delle indicazioni che Satie scrive sullo spartito) estraneo a se stesso. In mezzo, la Musica della Notte, dalla Suite All’Aria Aperta di Bela Bartòk: un sentimento panico della natura notturna, ritratta sonoramente nei versi e nei canti di insetti e uccelli che ne animano l’arco, su cui si libra un canto nudo, puro, oltre la definizione di malinconia o mestizia. E il ritratto degli Uccelli Tristi di Ravel, incredibilmente affine alla notte di Bartòk, e che crea un collegamento anche col concerto del 3 luglio, intitolato Catalogue d’Oiseaux.
Il terzo blocco è ancora affidato ad una composizione di Maurice Ravel: i Valses Nobles et Sentimentales: 8 valzer tra loro interconnessi, che portano come sottotitolo una citazione di Régnier, che dice “il piacere delizioso e sempre nuovo di un’occupazione inutile”.
La leggerezza, il non-so-che, lo charme; l’inutilità; in una grande composizione che sembra riassorbire il notturno e il diurno, la morte e la vita, nell’attimo prolungato di gioco senza profondità, e forse proprio per questo tipicamente francese, anche se il riferimento e l’omaggio di questi valzer raveliani è a Schubert, il viennese (!) che a inizio ottocento aveva scritto le due raccolte di Valses Nobles e Valses Sentimentales.
Se Jankélévitch rifugge dalla psicoanalisi e dalla pregnanza psicoanalitica del mondo onirico, mi permetto di notare un curioso parallelismo con una figura che a Parigi ha vissuto, operato e scritto nei suoi stessi anni: Jacques Lacan. Entrambi scrittori torrenziali, eleganti e oscuri, entrambi geniali e innovativi, entrambi inimitabili, i loro mondi non si sono reciprocamente toccati. Però, io che ho costruito questo programma pianistico, non posso escludere la mia personale visione di tutti questi temi: la parola centrale di questo titolo, SOGNI, ha per me più a che fare con Lacan che con Jankélévitch, e azzardo la modesta ipotesi di poter trovare tra loro, in questo luogo della libertà, una possibile occasione di dialogo, attraverso la musica.
NOTTE SOGNI MISTERO
Una scelta pianistica dalle pagine di Jankélévitch con una composizionedel compositore Mikola Lyssenko (1842-1912) come OMAGGIO ALL’UCRAINA
Frédéric CHOPIN | 1810-1848
Ballata n. 2 op. 38 (1837-39)
Notturno op. 27 n. 1 (1836)
Gabriel FAURÉ | 1845-1924
Notturno n. 7 op. 74 (1897)
Mykola LYSSENKO | 1842-1912
Angoisse (1901)
Frédéric CHOPIN | 1810-1848
Ballata n. 4 op. 52 (1842)
_______________
Claude DEBUSSY | 1862-1918
Préludes I (1910-13)
I. Danseuses de Delphes
VIII. La fille aux cheveux de lin
Béla BARTÓK | 1881-194
All’aria aperta (1926)
IV. Musica della notte
Erik SATIE | 1866-1925
Le fils des étoiles (1892)
Prélude du 3ème acte
(Thème décorative: la Terrasse du Palais du Patesi Goudéa)
Maurice RAVEL | 1875-1937
Miroirs (1905) ….à Ricardo Viñes
II. Oiseaux tristes
_________________
Valses nobles et sentimentales (1911)
Henri de Régnier: “Le plaisir délicieux et toujours nouveau d’une occupation inutile”
- Modéré
- Assez lent
- Modéré
- Assez animé
- Presque lent
- Assez vif
- Moins vif
- Épilogue: Lent