elogio del non fare

Essere sempre attivi sembra una grande qualità. Dire ad una persona che è sempre attiva è un complimento.

E invece mi trovo sempre di piú a considerare come la qualità maturi nell’ozio, inteso come il darsi tempo perchè il nostro complesso e complicato ma ricchissimo e strabiliante sistema psico-sensorio-emotivo-motorio possa rielaborare tutto ciò cui siamo quotidianamente sottoposti, e tutto ciò che gli somministriamo come gli allevatori di oche fanno per produrre il “prelibato” foie gras, senza considerare che noi stessi siamo l’allevatore, ma siamo anche l’oca ingozzata e infine assassinata e quindi, in questa dinamica, cannibalizzata, per un piacere superfluo, di poco conto, e anche dannoso.

L’atteggiamento masochistico e autopredatorio dell’essere sempre attivi e brillanti per dimostrare a noi stessi e al mondo il nostro valore ha il suo specchio nello spirito di competizione con tutti coloro che in qualche modo si pongono di fronte a noi ponendoci in scacco, e cui vogliamo propinare le mosse giuste perchè in scacco siano loro a cadere.

Ma poi, in una giornata non facile, al cui ricatto non ho ceduto, e in cui mi sono concesso il tempo di cui avevo bisogno per oziare, facendo tacere il senso del dovere di fare ciò che era in programma e che era necessario, cioè studiare; al momento, verso sera, che, recuperata la mia provvisoria pace, mi sono seduto al pianoforte per la Quarta Ballata di Chopin che mi aspettava, lei è nata dalle mie mani e da tutto il mio complicato sistema come avevo solo potuto, finora, immaginarla, come ne avevo vagheggiato in “Waldemar”, e, anzi, sono tornato alle pagine di “Waldemar” dove ne scrivo, e ho distillato la giusta chiosa a tutto quel discorso complicato e complesso, che infine, in modo del tutto imprevisto, dalla prosa si è sintetizzato in poche righe, come in versi.

E tutto questo in una giornata in cui forze manipolatrici esterne mi spingevano ancora una volta ad un attivismo socialmente utile e adeguato alla sfida in atto e personalmente appagante quanto masochistico.

Ho resistito. Mi sono concesso un po’ di ozio. Ne avevo bisogno. Quello si che era necessario.

E ho ricevuto grandi regali.

Waldemar a Colonia

Io comincio ad aver bisogno di scrivere quando c’è un processo profondo in atto e mi appare un argomento, cioè, per me, autore-interprete, un’opera o un insieme di opere altrui, con cui quel processo si confronta per riconoscimento e si individua nella relazione.

Quando il processo è compiuto, mi viene da scrivere davvero: a quel punto la scrittura è fluente, e deve uscire.

Poi rileggo, correggo, ed è come dare le prime cure al neonato: tagliare il cordone, lavarlo, dargli un vestito, nutrirlo, farlo conoscere, presentarlo, dargli tempo, farlo crescere.

Chi scrive a ripetizione non posso capirlo proprio: io non sono cosí.

Monarchie che implodono

Ratzinger muore, e Bergoglio compie il suo dovere senza trasporto, senza la sua tipica empatia. Cosa succede? un momento di veritá nel momento cerimoniale totalmente nuovo (mai un Papa aveva fatto il funerale ad un altro Papa) e fintamente protocollare. Ratzinger, il reintegratore dei tradizionalisti della messa in latino, che a detta del suo fido Georg si era massimamente addolorato per il drastico passo indietro sull’argomento fatto da Bergoglio (!), il Ratzinger teologo e per decenni a capo dell’Inquisizione che tutto aveva fatto contro la secolarizzazione e per la riaffermazione della verità cattolica, rinunciando al papato in realtà ha messo la bomba piú potente, e inimmagginabile, sotto il soglio di Pietro, e ora Bergoglio, debole quanto mai nella sua vittoria di Pirro, non puó che preoccuparsi per la tenuta stessa della Chiesa Cattolica schiacciata dalle ombre della pedofilia e della finanza.

La Regina Elisabetta morí osannata lasciando un nuovo Re che non piace a nessuno, e con la mina esplosa, proprio in questi stessi giorni, di Harry, che porta di fatto avanti la nemesi della madre Diana Spencer partita dal suo celebre “abito della vendetta”.

Le due monarchie piú antiche e potenti (simbolicamente e non solo) del mondo fino a tutto il 2022, stanno finendo.

Bene. Era ora.

Nessuno però ha da rallegrarsene, perchè la loro fine dissolverà equilibri secolari se non millenari, e il conto siamo certi che lo pagheremo tutti, nella speranza che il passaggio epocale non sia troppo lento e che sia seguito da qualcosa di migliore.

Nessuna rivoluzione ha creato le due situazioni: solo crisi interne, profondissime. Le peggiori e le piú pericolose.

Papi

Per la teologia le categorie di “conservatore” e “riformista” non sono appropriate, se non in relazione agli effetti politici delle sue determinazioni. I vari commenti, anche autorevoli, per cui il Ratzinger conservatore avrebbe aperto la strada del Bergoglio progressista sono fuorvianti. Ratzinger era un teologo profondo e legato ai fondamenti dottrinali cattolici con potenza di pensiero teoretico, Bergoglio è un gesuita legato agli stessi fondamenti ma con specifica capacitá di comunicazione empatica che lo fa sentire piú vicino e caloroso. Entrambi, nei fatti, non hanno fatto cambiamenti reali negli argomenti sensibili di attualità: paritá dei sessi nella Chiesa Cattolica, morale sessuale, trasparenza economica del Vaticano, scandali legati alla pedofilia. Poi, affettivamente, ognuno è libero di affidarsi a chi preferisce, traendone consolazione.

Silone Intervista: nascita

Faccia a faccia con Silone. Lo spettacolo “Silone intervista” ieri sera in scena a Pescina

che strana cosa per me

questi due attori sono tanto entrati nel mio testo che in realtá li sento adesso come amici antichi e veri

lo scambio autentico segue percorsi davvero inaspettati

queste foto sono istantanee (colte con grande sensibilitá dal fotografo) di una nascita reale: quella di una relazione, di un intreccio di relazioni, che adesso non possono che restare e crescere.

io sono uno scrittore-interprete

ritrovarmi scrittore interpretato, e cosí, mi fa scoprire una dimensione nuova delle possibili relazioni della vita

Nuova

Bella

Aperta

piccole memorie dal volgere del millennio

Nel novembre 1999, dopo lunga attesa come vincitore di concorso per esami e titoli, sono stato chiamato in ruolo per insegnare Musica da Camera, presso il Conservatorio di Campobasso, dove sono rimasto per 6 anni.

Ero davvero felice. Non era solo un lavoro, e un buon lavoro. Era la stessa materia che il mio Maestro insegnava, e insegnarla aveva ed ha un senso di soddisfazione sostenuto da profonda stima e sincero affetto per lui.

Non si è mai spenta in me la voglia di insegnare: i giovani mi piacciono, mi incuriosiscono, mi danno moltissimo, è una gioia ascoltarli e prenderli sul serio.

Chi insegna disegna nell’aria. Cosa mai resterà? avrá fatto un buon disegno, o solo un graffio? avrà fatto male a qualcuno o avrà acceso una piccola lampadina?

Beh, grazie al famigerato facebook oggi ho ricevuto queste parole, da una ex studentessa di quel 1999-2000 e dell’anno seguente a Campobasso, che da poco ho ritrovato appunto sul social network e che ora scrive, suona, recita, pubblica libri d’arte in collabotazione con pittori, fa serate di musica e parole e chissà quanto altro.

Riporto il nostro breve scambio, non aggiungo altri commenti alla mia gratitudine.

Rosanna, sono davvero felice di trovare in te un’artista di orizzonti larghi. Un abbraccio!

Alessandro Tenaglia …e chissà che non dipenda dalla fortuna di aver avuto buoni maestri!🫂❤ Sa, io a lezione la osservavo spesso. La sua capacità di stare nelle cose trasformandole in altre, di metterle in connessione così come ontologicamente è stabilito e come spesso, nei contesti accademici, poco accade: la musica e la musicologia, la musicologia e la letteratura, la letteratura e la lingua, la lingua e la scrittura, pianoforte e fortepiano, repertori scelti per temprare l’estetica degli studenti prima che per ottemperare ai programmi. Io credo, così, a lume di naso, che lei sia stata la prima persona di cui ho ammirato e invidiato la capacità di praticare una costruzione rizomatica del fare e del sapere. È nel mio cuore.❤

Rosanna grazie, mi fai arrossire…

Alessandro Tenaglia È la verità! Ed è bello avere l’occasione per poterglielo dire ..dopo più di vent’anni

mi sa di…

Bellissima serata tra amici.

Verso la sua conclusione, dico qualcosa di particolare sul mio caro amico storico che mi ha portato alla festa.

Un altro amico mi controbatte:

hai detto due cose: sulla prima sono d’accordo, Alessandro è cosí. Sulla seconda… mi sa di speranza.

Ed io rispondo:

ma io sono cristiano: non puoi togliermi la speranza!

Eh si, avevamo tutti mangiato, bevuto molto, riso, cantato, scherzato, parlato… e chi si aspettava che proprio in quel monento la fede mi sorprendesse, e sorprendesse tutti quelli che c’erano?

SILONE INTERVISTA

Scritto nel 2020, debutta ora in scena.
Un dialogo surreale in cui i ruoli dell’intervista si scambiano. Silone parla della sua vita e del suo Libro (come lui chiamava l’insieme della propria opera). Scrittore internazionale suo malgrado, persona enigmatica e profonda, in dialogo con un giovane che sembra la sua antitesi, ma che ne rispecchia la spinta interiore.
Dedicato a Nicola Pietrangeli, l’intervistatore-intervistato, messo in scena per la regia di Mario Massari, che ne interpreta il personaggio di Silone, per il Centro Studi di Pescina diretto da Tiziana Cucolo.
Che fare… di piú?

congiuntivi

[10/1, 20:54] Marco: Inoltre non sono d’accordo su “forse tu pensavi che ero” 😉
[10/1, 20:57] A.T.: forse tu pensavi che ero
mi pare che lo dica Jonathan: nel caso suo e di Elizabeth ho usato una sintassi semplificata
[10/1, 20:58] Marco: Ok, ti perdono! 😂
[10/1, 20:58] A.T.: ma se non era lui a parlare, hai ragione tu!
[10/1, 20:59] Marco: Poi ci guardo, ora inizia una riunione online. Ciao!
[10/1, 22:44] Manuela: Ovviamente avevo immaginato che fosse per questa ragione.
Se non ricordo male Jonathan non è l’unico a evitare i congiuntivi, ma sono tutte persone di paese
[10/1, 22:47] Manuela: Quello che mi ha stupito è però un punto verso la fine, in cui Saverio non usa i congiuntivi parlando con suo padre….
Non mi sembra una situazione simile altre alle precedenti, né di tipo dialettale (che a volte ci sta anche tra persone colte)
[10/1, 22:55] A.T.: Si, Saverio lí conquista una semplicitá che non gli apparterrebbe, parla con un linguaggio quasi infantile, tende alla destrutturazione, perchè è come una regressione, in quel monento in cui per la prima volta parla col padre, pur essendo solo in quel momento diventato davvero adulto
[10/1, 22:55] Marco: Non ci sono ancora arrivato ma mi piace
[10/1, 23:00] A.T.: prende decisioni dopo esser stato sovrastato da una bordata emotiva e dopo essersi nutrito di silenzio. Incontra Jonathan, che per lui è vita senza struttura, solo vita e bellezza. Parla per la prima volta al padre in una modalitá aurorale. La sintassi “colta” avrebbe mantenuto un registro piú consapevole. Lí Saverio c’è e basta, fa, sceglie, si prende cura e responsabilitá in modo innocente, nascente.
[11/1, 07:53] Manuela: Chiarissimo😇