CERIMONIALE PROFANO -omaggio a Béla Bartók

CONSERVATORIO “JACOPO TOMADINI” – UDINE

CONSERVATORIO “JACOPO TOMADINI” – UDINE
SALA VIVALDI
MARTEDÌ 31 MARZO 2026 ORE 18

CERIMONIALE PROFANO
omaggio a Béla Bartók
Composizioni pianistiche Béla Bartók, György Ligeti e Alessandro Tenaglia

Béla Bartók (1881-1945)
da Mikrokosmos (1926-39)

  • 6 Danze in ritmo bulgaro

György Ligeti (1923-2006)

da Musica Ricercata (1953):

  • II Mesto, rigido e cerimoniale
  • IX Adagio, Mesto (Bela Bartók in memoriam)
  • XI Andante misurato e tranquillo (Omaggio a Girolamo Frescobaldi)

Alessandro Tenaglia (1961)
Suite 2025 – (2025)prima esecuzione assoluta

  • Ouverture alla francese
    “Solleva, tu che mi assisti, queste offerte di frutti, perché io innalzi al Dio una preghiera che mi liberi dal terrore che mi tiene”
    Clitemnestra, in Elettra di Sofocle
  • Passacaglia
    “Effettivamente la mia speranza sta tutta qui. Aspettare quel pastore”
    Edipo, in Edipo Re di Sofocle
  • Recitativo a voce sola
    “Prometeo: Doloroso è parlare. Doloroso tacere. Tutto intorno a me è sventura.
    Ermes: Ecco davvero i pensieri e la prola della demenza. Il suo grido non fallisce il segni della demenza. La sua follia non cede”
    Prometeo incatenato di Eschilo
  • Senza tempo
    “Rosenbrach ich nachts mir an dunklen Hage” (Brahms, Lied op. 94 n. 4: Sapphische Ode di Hans Schmidt)
    “Di notte colsi le rose tra siepi oscure”
  • KΑΤΑΣΤΡΟΦΗ´ catastrofe

Béla Bartók

  • Allegro Barbaro (1911)

Béla Bartók
Szabadban (1926) All’Aria aperta

  • Sippal, dobbal pesante (con tamburi e pifferi)
  • Barcarolla andante
  • Musettes moderato (cornamuse)
  • Az éjszaka zenéje lento (musica della notte)
  • Hajsza presto (la caccia)

N.B. Il programma è pensato come un unico arco espressivo, si prega di applaudire solo alla fine del concerto

Alessandro Tenaglia | pianoforte

Béla Bartók nel 1930 ha scritto una composizione molto speciale, un unicum, dal titolo Cantata Profana eseguita poi a Londra e pubblicata da Universal nel 1934. Il testo di questa composizione è un componimento poetico di tono leggendario, con vari temi morali moderni quanto eterni che si intrecciano nella reinvenzione di una cultura popolare, narrativa e musicale, profondamente conosciuta e assimilata dal Compositore come vocabolario e sintassi in dialogo con la tradizione colta per interpretare il mondo nel presente.

In estrema sintesi, Bartók riassume qui l’insieme dei suoi studi, dei suoi principi etici, della sua creatività, sostanziati in quella sua sensibilità verso la natura così intensa da prendere tratti di cerimonialità archetipica a-religiosa, profondamente laica, profondamente umana.

Bartók è sempre stato per me un Autore di riferimento, e in questa nuova fase in cui mi sono trovato ad esprimermi come compositore ho pensato di cercare nelle sue Pagine il conforto di cui ho bisogno nella presentazione di questa prima esecuzione di SUITE 2025

Ho pensato questo programma come una cerimonia laica in risonanza con i temi e gli stili cari a Bartók, una cerimonia in cui la musica e i riferimenti letterari insieme diventino luogo del sacro inteso non come evocazione del trascendente ma celebrazione dell’immanente e della sua pervasiva avvolgenza di rimandi tra macrocosmo e microcosmo.

Natura – Libertà – Danza – Mito – Rito – Kosmos e Mikrokosmos

Se leggiamo con attenzione il testo della Cantata Profana che sembra tanto poetico ed evocativo, troviamo alcuni elementi evidenti quanto stridenti con tanta supposta poeticità:

  • il padre educa i suoi 9 figli maschi solo ed esclusivamente alla caccia del cervo: non esiste altro cui valga la pena dedicarsi
  • I figli maschi si spingono oltre, valicano il ponte misterioso, che non è proposto come limite invalicabile: è solo una presenza di fatto
  • Una volta passato il ponte, seguendo nella notte le orme del grande cervo magico, avviene la metamorfosi, che non viene posta nè come negativa nè come positiva
  • Il padre va a cercarli e si avvicina al ponte
  • il padre, appena vede i cervi, è colto dalla smania della caccia, dimenticando che era andato alla ricerca dei figli perduti
  • Il cervo più grande gli svela con modi diretti la verità di quanto è avvenuto: il padre stava per uccidere uno dei suoi stessi figli, non sapendolo
  • Non solo: il figlio trasformato in cervo mette in guardia il padre, perchè lui e i suoi fratelli lo avrebbero ucciso facendolo a pezzi
  • Il padre cerca di muovere il figlio a pietà parlandogli della madre addolorata che aspetta e promettendo feste e calici d’oro pieni di vino
  • Il figlio dice che nello stato attuale non potrebbe neanche varcare la soglia di casa: le grandi corna glielo impedirebbero
  • Il figlio dice con durezza che non gli importa nulla di chi soffre, neanche della madre: la libertà nella natura è troppo meravigliosa per rinunciarci.

Il contrario della Parabola Evangelica  del Figliol Prodigo. Un rovesciamento totale.

Non esiste identità, appartenenza, promessa che possa compensare la perdita dell’immersione nella natura e nella libertà.

La caccia, la sola attività cui i figli siano stati educati da loro padre, sembra essere metafora della ricerca della libertà attraverso l’immersione nella natura selvaggia. Il padre stesso non resiste al richiamo e ha l’impulso di cacciare il cervo appena lo vede, dimenticando il suo stesso dolore, il motivo stesso del suo essere lì. La ricerca della libertà è istinto irrefrenabile.

La libertà conquistata dai figli divenuti cervi crea un nuovo ordine di valori, senza rimpianti nè nostalgie.

Andare a caccia per uccidere i cervi come anelito alla conquista della libertà. La vera libertà peró non è uccidere il cervo, ma trasformarsi in cervo, nella sua forza, nella sua eleganza, nella sua selvaticità, seguendolo nella notte oscura, e conquistando il vento e la luce del sole.

La notte regno della magia trasformatrice e rivelatrice. Non sogno romantico, ma luogo di incontro con la forza vitale oscura della natura, da cui si riemerge rigenearati e definitivamente mutati.

Il piccolo mondo in cui ciascuno vive la propria esistenza riflette il grande mondo universale, non come idealizzazione o simbolizzazione, ma come luogo concreto e reale di svelamento della forza vitale della natura. La danza ne è espressione diretta: fisica, dinamica, condivisa, istintuale e insieme ordinata, luogo del gesto che traduce e invera l’energia del canto.

Le 6 Danze in Ritmo Bulgaro che chiudono i 6 volumi del Mikrokosmos e che aprono questo rituale laico della vita e della morte nulla hanno a che fare con il tipico, il bozzettistico, il nostalgico, ma sono trasferimento sul moderno pianoforte di ritmi, melodie, contrappunti che restituiscono l’energia di una cultura strettamente connessa col flusso dell’energia naturale costruendo un linguaggio musicale nuovo.

Le tre pagine tratte da Musica ricercata di Ligeti sono scelte in modo molto specifico:

La prima, Mesto, rigido e cerimoniale, su due sole note, è l’opposto dialettico delle danze bulgare: a quel vitalismo si contrappone ora il lutto, la condensazione, la necessità dello schema per contenere l’urlo.

La seconda è un omaggio in memoriam al Maestro Bela Bartók: una marcia funebre raccolta, ma anche rapsodica, incentrata su quell’intervallo di quarta aumentata che tanto centrale è nel linguaggio musicale bartokiano.

La terza è un omaggio al padre della polifonia su tastiera: Girolamo Frescobaldi. Non paia incongruo: il linguaggio musicale di Bartók, cui Ligeti rende omaggio entrandovi nei meccanismi evolutivi in questi 11 piccoli pezzi esoterici, cioè per intenditori della sintassi musicale che vi viene esplicata e celebrata, è prioritariamente contrappuntistico.

Sulla mia Suite 2025 rimando a quanto scrivo in seguito, ma qui mi permetto di sottolineare che la sua collocazione in questo programma è bifronte.

Allegro Barbaro è composizione precedente alle altre, celebre, stringata,  immediata. Una pagina che ha costruito uno stereotipo sul linguaggio di Bartók che, come sempre accade in questi casi, è estremamente riduttivo. Eseguirlo appena dopo la mia Suite 2025 ha una funzione di ritorno al tema: dopo la digressione verso i temi tragici e archetipici della grecità antica, fondamento assoluto della cultura europea, con questo pezzo si torna a celebrare la danza energica della libertà, e il rituale esce definitivamente dal lutto, dall’oscurità, per tornare alla celebrazione della vita.

La Suite Szabadban si traduce normalmente con All’aria aperta, ma il significato è In libertà. 5 movimenti in cui la libertà si declina in altrettanti modi diversi, racchiudendo nei suoi ritmi, nei suoi contrappunti, nelle sue armonie, nei suoi canti… i modi sensibili ed emotivi dell’esistenza intera di ogni essere umano che sappia essere in connessione con lo spirito vitale della natura, che ricomprende in sè oscurità e sogno: la notte.

La Musica della notte era il brano favorito di Bartók pianista, spesso lo suonava da solo nei suoi concerti, o accoppiato al seguente, La caccia. Una notte non romantica, ma sospesa nell’ascolto della vita notturna dell’immensa pianura magiara, che rappresenta il mondo intero. Anche il canto che si libra è solo parte di quelle voci di animali e uccelli notturni, tutti insieme celebrano la notte come luogo della sospensione e della metamorfosi. Il cerimoniale si chiude con la rincorsa rutilante della Caccia: la sola cosa che il padre abbia insegnato ai suoi figli, simbolo della inebriante e irrefrenabile ricerca della libertà.

Sulla Cantata Profana di Béla Bartók:

https://www.flaminioonline.it/Guide/Bartok/Bartok-Novecervi.html

https://youtu.be/Pa9xK86gsqQ?si=QSQyBjQm-lPQ35Rc

Suite2025 – Ouverture alla francese
“Solleva, tu che mi assisti, queste offerte di frutti, perché io innalzi al Dio una preghiera che mi liberi dal terrore che mi tiene”
Clitemnestra, in Elettra di Sofocle

Clitemnestra vive da regina nel suo palazzo e si trincera dietro una vita di apparenze. Il male regna nella sua stessa casa, impersonato da sua figlia Elettra, la pazza che vive come una cagna in cortile, e non smette di ricordarle il suo assassinio. Elettra non dimentica che sua madre Clitemnestra ha ucciso suo padre Agamennone con l’inganno al ritorno dalla guerra di Troia, e ne sogna la vendetta, rendendo questo sogno una realtà pesante e opprimente nella vita apparentemente dorata e pomposamente cerimoniale di sua madre Clitemnestra.

Dietro un cerimoniale pomposo sta un intreccio pesante e oscuro malamente coperto dalle forme, tutto è distorto,  spigoli spuntano a ogni passo contro cui ferirsi, l’urto è la materia di questa marcia sacrificale che non sa portare neanche un ritmo stabile. Anche se procedendo sembra farsi spazio un silenzio  inatteso che potrebbe aprire alla veritá, il gesto liturgico che copre tutto si riafferma a suggello della menzogna. Nulla è stabile se non l’angoscia di ciò che dovrà comunque avvenire.

Suite2025 – Passacaglia
“Effettivamente la mia speranza sta tutta qui. Aspettare quel pastore”
Edipo, in Edipo Re di Sofocle

Passacaglia è una danza spagnola di derivazione dalla ciaccona,  il cui nome originale, passacalle, rivela il suo uso nel portare il passo in un corteo solenne per le strade cittadine, solennità legata al culto funebre. La passacaglia, come la ciaccona, si basa su un modulo di TENOR ripetuto in modo ostinato.

In questa citazione cogliamo un momento di sospensione nella vicenda di Edipo, che ha appena fatto il suo lungo monologo in cui racconta alla moglie Giocasta quello che è la sua storia, quello che egli sa della sua storia, e il dubbio che lo invade silenzioso. Solo il pastore che lo ha conosciuto da infante potrà sciogliere il suo mistero. Edipo e Giocasta sono marito e moglie, ma non sanno ancora di essere anche figlio e madre. Ma il non saperlo ancora non implica il non immaginarlo neppure. Il senso di sospensione e di morte scacciata sta nell’attesa di parlare col pastore: Giocasta chiede a Edipo di non incontrarlo, ma Edipo vuole conoscere definitivamente la verità, che entrambi si prefigurano.

Il basso parte da un RE e approda a un SOL diesis: quarta aumentata

Nel corso della passacaglia il basso sale di grado: prima parte dal RE, poi dal MI, poi dal FA Diesis, poi dal SOL diesis: ancora quarta aumentata.

La quarta aumentata è un intervallo altamente simbolico e strutturante nella musica di Bela Bartók.

La quarta aumentata sin dal Medio Evo è il diabolus in musica: l’intervallo da evitare come il diavolo.

Il contrappunto che si costruisce sul basso di passacaglia naufraga spesso nell’indistinto, il passo di questo tenor in 7/4 è sghembo, la tensione irrisolvibile della quarta aumentata permea questa sospensione, mantenuta compressa e sottovoce.

Suite 2025 – Recitativo a voce sola
“Prometeo: Doloroso è parlare. Doloroso tacere. Tutto intorno a me è sventura.
Ermes: Ecco davvero i pensieri e la parola della demenza. Il suo grido non fallisce il segni della demenza. La sua follia non cede”
Prometeo incatenato di Eschilo

Un passo definitivo del dialogo tra Prometeo e Ermes alla fine della tragedia di Eschilo.

Prometeo è incatenato e prigioniero dopo aver rubato il fuoco agli dei per donarlo agli uomini (narrazione mitologica della conquista tecnologica della capacità di fondere e forgiare i metalli, salto evolutivo per l’umanità preistorica) ma conserva una possibilità segreta di potersi liberare. Ermes viene mandato da Zeus per carpirgli il segreto, ma Prometeo, fedele alla propria ribellione, rifiuta, e si fa scaraventare nel tartaro.

Il pianoforte ha infinite possibilità espressive, ma la fisica della sua produzione del suono non gli permette di cantare. Nel momento in cui il suono viene prodotto agendo su un tasto del pianoforte, poi quel suono può solo decadere: non si puó ulteriormente modulare, e questo non permette neanche una vera possibilità di legare tra di loro due suoni eseguiti consecutivamente. Cercar di far “cantare” il pianoforte e di produrre un autentico “legato” è scommessa prometeica, attiene a una specifica capacità di autosuggestione e di suggestione comunicativa tra pianista e pubblico, è segreto insondabile e irrisolvibile. Pazzia della musica. Il pianoforte che recita e canta va contro i propri stessi limiti legati alla  specificità di produzione del proprio suono. La pazzia solipsistica del pianoforte risiede principalmente nell’ambizione del canto, e in questa ricerca le sue catene cercano di farsi spezzare. Un segreto di liberazione da qualche parte deve pur esserci. Doloroso non provare a cantare, doloroso cercare il canto. Ma la sua follia non cede.

Naturalmente, ho parlato di un aspetto e di una dimensione del prometeico davvero settoriale, e non pretendo certo di esaurire con questo il senso e la definizione del dolore e della pazzia, oltre che della visionarietà di Prometeo. Ma è una delle situazioni in cui un microcosmo racchiude in se’ il macrocosmo, e in questo contesto di omaggio a Bartók la cosa acquista un senso.

Suite 2025 – Senza tempo
“Rosenbrach ich nachts mir an dunklen Hage” (Brahms, Lied op. 94 n. 4: Sapphische Ode di Hans Schmidt)
“Di notte colsi le rose tra siepi oscure”

Questa citazione non è da Saffo, ma da un Lied di Brahms su una Ode in stile saffico di un poeta tedesco, Hans Schmidt.

Uno stato d’animo notturno e affettivo, che segna una sorta di pausa dopo gli stati mentali ed espressivi precedenti.

Sono alcune serie di accordi non collegati tra loro da alcun vincolo funzionale, ma puri grumi di suoni, all’interprete la libera scelta sulle velocita, le dinamiche, le agogiche da scegliere per ciascuna serie. Addirittura. su come ordinarle: solo la prima e l’ultima devono restare al loro posto.

Io le eseguo nell’ordine in cui si presentano sullo spartito, e non faccio grandi contrasti, non faccio scelte di forti chiaro-scuri. Ma è solo una mia scelta. Lo spartito è puramente una traccia. Qui la prescrizione non è diretta ad una pregnanza ad alto peso specifico come nei movimenti precedenti, ma è nel prendersi un respiro, un sollevamento dal peso dei significati. Le siepi oscure in cui il profumo delle rose sia guida e consolazione, ognuno nei suoi pensieri, senza tempo.

Suite 2025 – KΑΤΑΣΤΡΟΦΗ´ catastrofe

https://it.wikipedia.org/wiki/Catastrofe_(drammaturgia)

Un movimento di avvitamento progressivo che porta a un esito ineluttabile, imprevisto, imprevedibile.

In realtà ben chiaro fin dall’inizio della vicenda, ma che infine mostra la sua definitività.

Come Clitemnestra che sapeva, in cuor suo, a quale destino andasse incontro. Come Edipo che attendeva ancora, spinto in questo da Giocasta, la conferma al dubbio atroce che in realtà era già stato sciolto. La catastrofe arriva al suo compimento in modo imprevisto, ma il suo approssimarsi in avvitamento in realtà era evidente fin dall’inizio. Non si puó essere sinceramente sorpresi: la sorpresa è parte della cerimonia, ne suggella la falsità di fondo.

La voce di Wikipedia dedicata a Bartok é molto ben fatta:

https://it.wikipedia.org/wiki/B%C3%A9la_Bart%C3%B3k

Composta nel 1926, l’anno della Sonata per pianoforte e del Primo Concerto per pianoforte e orchestra (che consolidarono la fama di Bartók negli ambienti musicali del tempo), la Suite “All’aria aperta” è forse il capolavoro pianistico del compositore ungherese.

I cinque brevi pezzi che la compongono (la cui durata totale è inferiore ai quindici minuti) sono di un virtuosismo trascendentale, basato su costruzioni timbriche da far tremare i più agguerriti pianisti, e costituiscono l’affermazione di un Bartók romantico, istintivo e visionario, liberamente ispirato dagli aspetti di quella Natura che costituì fondamentalmente il credo e la religione del musicista.

Infatti, il titolo “All’aria aperta”, e il suo corrispettivo francese, non traducono fedelmente l’originale ungherese “Szabadban” (“In libertà”), che va inteso non soltanto ne! suo aspetto naturalistico ma anche come libertà formale di composizione.

Il primo brano “Con pifferi e tamburi” alterna le percussioni sul registro basso del pianoforte (ad imitazione dei tamburi) con frasi più distese (di pifferi). La “Barcarola” che segue, nel continuo movimento ondeggiante dei bassi, volutamente asimmetrici, suscita una sensazione di accorata, nostalgica poesia. Il terzo brano, “Musettes”, ha un particolare sapore popolare, arricchito da geniali ornamenti melodici e caratterizzato dall’uso di un pedale continuo. “Musiche notturne” è una delle pagine più straordinarie di Bartók, piena di poetiche evocazioni, in un’atmosfera rarefatta e misteriosa, percorsa da sottili fremiti di foglie e lontane grida di sconosciuti uccelli. Sembra un drammatico ricordo, al limite fra l’umano e il surreale, fra la musica e il rumore. L’ultimo brano, ¡l cui titolo più appropriato sarebbe “agitazione” o “palpitazione” piuttosto che “caccia” o “inseguimento”, suscita una tensione continua, ossessiva, con l’uso di un mi ostinato del basso contro cui vanno ad infrangersi i deliranti ritmi della mano destra.

Salvatore Caprì

(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia Filarmonica Romana;
Roma, Teatro Olimpico, 4 maggio 1981

https://it.wikipedia.org/wiki/Mikrokosmos

Tra Ultimo Tango e Teorema

Un articolo completo sul caso.
In realtà, un altro film di Pasolini sarebbe da accostare a Ultimo Tango, un film di pochi anni precedente: Teorema.
L’epitaffio sulla famiglia qui citato sarebbe una didascalia perfetta per Teorema. Teorema è la dimostrazione di quell’epitaffio che riassume il nucleo di rabbia di Ultimo Tango:

“Segreto di famiglia? Te lo dico io il segreto di famiglia. […] Voglio farti un discorso sulla famiglia: quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù… E adesso ripeti insieme a me […]: santa famiglia, sacrario di buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo…”
E il burro famoso che si è tirato addosso lo scandalo, il burro della violenza maschilista di regista e attore sulla giovane attrice tenuta all’oscuro, è solo il simbolo di queste parole. Lo stesso burro delle colazioni all’aperto della famiglia di Teorema.

https://www.facebook.com/share/p/1E3FQuurks/

I tempi chiamano… Guerra in “Waldemar”

In questi tempi così vicini a quello che accadeva all’avvento di fascismo e nazismo e con la guerra in Europa che con ignavia il mondo sembra aspettare che dilaghi, e il giorno prima del 27 gennaio, pubblico qui uno dei 7 capitoli (dei 30 complessivi di “Waldemar”) in cui si delinea il saggio che il protagonista del romanzo, Saverio, sta scrivendo su Christopher Isherwood e i suoi romanzi del periodo americano.

Guerra
La sola cosa che interessa a Waldemar è che
sta andando verso una terra wo die Zitronen
blühn e dove le ragazze hanno gli occhi neri.
Tutta la sua anima di tedesco vibra di quella
tradizionale bramosia vagabonda dei nordici che
è andare verso il sud. Questa, per un tedesco
settentrionale, è la vera, unica avventura. Tutto
ciò che abbiamo lasciato dietro di noi: Hitler al
potere, il Reichstag incendiato, l’inizio del
terrore, non gli fa nessun effetto. Anzi, questa
mattina mi ha detto: «Come sono contento che
andiamo via, Christoph. Qui non succede mai
nulla.»
Waldemar è un antinazista convinto, ma
forse lo è soprattutto perché combinazione vuole
che antinaziste siano le persone che stima. Se si
fosse mai trovato esposto all’influsso di qualche
bel gerarca della gioventù nazista, uno di quei
tipi dall’aria di fratello maggiore, non so proprio
quali sarebbero state le conseguenze. Per quanto
lo riguarda personalmente, ormai si è abituato,
come ogni berlinese d’altra parte, alle camicie
brune, alle adunate di massa, alle incursioni
della polizia, alle aggressioni e agli scontri per le
strade. Per lui, tutte queste cose vanno sotto il
nome di «politica», l’unico modo cioè in cui si
riesce ad ottenere qualcosa.46
46RaI, p. 71.La terra dove fioriscono i limoni: Kennst du
das Land? Ho letto tempo fa un libro strano, un
romanzo con incluse delle parti saggistiche (e ora
mi ritrovo a fare qualcosa di simile) su Mignon, la
bambina misteriosa che non parla ma canta, che
ha nostalgia di un paese di cui non conosce il
nome, che veste da maschio; il simbolo assoluto
della vita offesa ma ancora sognante, nato dalla
penna di Goethe nel primo romanzo di
formazione della letteratura internazionale, Gli
anni di apprendistato di Wilhelm Meister. E
persino uno scrittore anglo-americano come
Isherwood, che tanto ha vissuto in Germania, non
può sfuggire all’evocazione di questo simbolo.
Che sia Waldemar a farsene portatore è davvero
originale, e che da questo muova il discorso sul
nazismo ancora di più.
È un buon ragazzo, spensierato e un pò
facilone; non credo che sia capace di commettere
delle vere e proprie crudeltà; ma è chiaro che la
brutalità
degli
altri
non
lo
scandalizza
particolarmente. Ho dovuto spesso costatare che
purtroppo i ragazzi come Waldemar hanno
questa istintiva tendenza, piuttosto sinistra, ad
accettare passivamente il sadismo; e non è detto
che abbiano letto una sola pagina di Kraft-
Ebbing, o nemmeno che sappiano che cosa
significa il termine «sadismo». Sono sicuro che
Waldemar avverte istintivamente come esista
una relazione tra quelle certe signore «crudeli»,
con gli stivali, che esercitavano il loro mestiere
davanti alla Kaufhaus des Westens e i giovani
sanguinari in uniforme nazista che ora danno lacaccia agli ebrei. Quando una di quelle donne in
stivali individuava un cliente promettente, lo
agguantava, lo caricava su un taxi e se lo portava
in un posticino tranquillo per frustarlo. E ora i
ragazzi delle SA non fanno forse la stessa cosa
con i loro clienti, con la sola differenza che le
frustate loro le danno con tanto impegno da
renderle fatali. E le prime non si potrebbe
definirle come una specie di prova generale delle
seconde?47
La presenza di Waldemar diventa il luogo
della costruzione simbolica dello humus in cui
nasce e si radica il nazismo. Il Kerl forte bello e
sano portatore di istinto vitale che, nella sfacciata
sicurezza della sua energia, non si scandalizza
della crudeltà, perché in fondo è della stessa
pasta di un erotismo che ha solo svoltato in una
traversa
un
po’
buia.
Normalizzazione
depotenziata della libertà di autoaffermazione,
come piccolo bonsai dell’albero immenso del
terrore disumano.
Isherwood non elude i temi, anzi. Il suo punto
di vista è però di solito ellittico.
– Quando mi sono arruolato la prima volta
non ero un bambino e mi ci son messo per il
desiderio di fare un bel gesto, e di far vedere agli
Amici che tipo di ribelle ero io. Qualunque cosa
essi credessero, io ero contro, automaticamente.
Ma a dire il vero, come bel gesto non ha fatto
molto chiasso: non importava niente a nessuno,
di quel che facevo io. Tuttavia mi son divertito
47RaI, p. 71-2.molto. Stavolta, però, le cose andranno
diversamente… Tu , Stefano, sei un pacifista?
– Mi par di sì; ma non è un problema che mi
son posto nettamente.
– Nemmeno io, fino a pochissimo tempo fa. E
ho tuttora le idee confuse al proposito; certo
detesto tutte queste sbrodolature di chiacchiere
sull’amor fraterno. Ma su questo punto i
Quaccheri hanno dentro qualcosa di serio: se ti
metti a leggere quello che ha detto Gesù Cristo –
non le interpretazioni di di quel che gli
attribuiscono delle intenzioni – non ci sono due
modi di prender la cosa… Finiremo dentro
questa guerra anche noi, presto o tardi, che ne
pensi?
– Temo proprio di sì.
– Non è tanto la paura; un po’ sì, certo. Ma
avrei ancora più paura a fare l’obiettore di
coscienza.
– Anch’io.
– Che cosa hai detto quando ti hanno
chiamato per la leva?
– Non m’è capitato ancora. Ho passato l’età.
– Davvero? Non si direbbe… Io, se non torno
in Marina, sarò richiamato. Non mi sono iscritto
tra gli obiettori di coscienza, non ce l’ho fatta.
Adesso, se mi rifiuto di partire, mi mettono in
galera… Tu ci andresti, Stefano?
– Prima dovrei esser certissimo di aver
ragione; e anche in questo caso, farei di tutto per
svignarmela.– Forse, tu non la pensi esattamente come
me riguardo alla legge… è naturale del resto.
Non sei un criminale di professione.
– Che cosa stai dicendo?48
La scelta spirituale di Isherwood è per la
mistica hindu, quando scoppia la guerra e si è già
trasferito negli Stati Uniti d’America, dopo che il
suo
Heinz,
rientrato
in
Germania
nella
convinzione di poter ottenere un passaporto, si è
ritrovato arruolato per forza nell’esercito nazista.
Scoppiata la guerra, Isherwood si dichiara
obiettore di coscienza e lavora con i quaccheri
che
gestiscono
l’accoglienza
di
un’ampia
comunità di profughi ebrei tedeschi. La
spiritualità dei quaccheri è in fondo la più affine,
tra quelle cristiane, alla spiritualità hindu cui
Isherwood si è affratellato, anche se la scelta di
lavorare con loro come obiettore di coscienza è
avvenuta in modo casuale. Se esiste il caso.
Come sempre, i vari livelli di conflitto nelle
tematiche care a Isherwood sono sempre
collegati. La guerra come modo di vivere, cui la
contrapposizione non sta nello scegliere la parte
giusta in cui combattere, ma la pace. In ogni
ambito.
– Conosci le frasi che dite sempre, voialtri
eterosessuali, no? Vi cacceremo fuori dal
consesso civile! Vi manderemo in galera! Faremo
sì che non troverete lavoro! Ma, per favore, non
state a farci i suscettibili!
48MdS, p. 130-1.– Io volevo dire soltanto questo: non siate
aggressivi; è questo che vi mette contro la gente.
– Forse faremmo molto meglio a metterci la
gente contro; forse abbiamo troppo tatto! La
gente, nella maggior parte dei casi, ci ignora, e
noi li lasciamo fare, anzi li incoraggiamo ad
ignorarci. Così questo problema non viene
discusso mai, le leggi non cambiano mai. Qui, in
paese, c’è qualcuno che sa benissimo come
stanno le cose tra Charles e me, ma si rifiuta di
ammetterlo persino con se stesso: ragazzi così
simpatici, dicono; così integri. Si rifiutano di
immaginare che ragazzi simpatici come noi
potrebbero essere arrestati e messi sotto chiave
come invertiti; fa paura pensarci, temono di
turbare le loro tenere coscienze.49
Il pregiudizio di superiorità come base del
buon senso e della violenza interna alla società.
La vita delle persone però difficilmente si può
ridurre a schemi definiti, da una parte o
dall’altra.
Il conflitto genera conflitto.
– Lascia che ti dica una cosa, Bob: c’è stato
un giovane al quale ho voluto bene, una volta.
Voglio dire, in questo senso…
– Certo, perché no? – sogghignò Bob
ironicamente. – Un compagno di scuola, vero? E
dopo hai provato ribrezzo di te stesso. E adesso
lui ha moglie e dieci bambini.
– No. Non è successo a scuola.
49MdS, p. 132.– Be’, allora, è stato in qualche locale del
basso porto, a Port Said, e ti hanno pescato, ed è
stata una faccenda disgustosa…
– No: non è stato a Port Said, e non era
orribile, affatto. E non è accaduto neanche una
volta sola. Te l’ho detto, gli ho voluto bene, a
quel ragazzo. È una delle persone migliori che
abbia mai conosciuto in vita mia… la vuoi
smettere di trattarmi come se tenessi un
comizio?
– Va bene, va bene – disse Bob ridendo. – Hai
ragione, Stefano. Se fossero tutti come te, non
me la prenderei tanto.

– Parliamo sul serio, Bob: mi piacerebbe
tanto poterti aiutare in qualche modo. Voglio
dire, vorrei poterti dire cose costruttive.
– Nessuno te lo chiede. Mi basta parlare con
una persona sana di mente.50
Il semplice punto di equilibrio in cui
rapportarsi tra le persone diventa utopia amara,
sarcastica. George vive nel periodo della crisi di
Cuba e della paura del conflitto nucleare. Il sogno
americano che rischia di annientarsi nella paura
di sopravvivere.
George si concede una risata sardonica,
perché è ciò che Grant si aspetta da lui. Ma
questo umorismo macabro gli fa male al cuore.
In tutte le vecchie crisi, degli anni Venti, degli
anni Trenta, la guerra – ciascuna delle quali ha
lasciato tracce in George, come una malattia –,
quello che gelava il sangue era la paura
50MdS, p. 132-134.dell’annientamento. Ora ci portiamo dentro una
paura ben più terribile, la paura di sopravvivere.
Sopravvivere in un’età di macerie, in cui sarà del
tutto naturale per il signor Strunk sparare a
Grant, a sua moglie e ai suoi tre bambini, perché
siccome Grant non ha accantonato in dispensa
provviste sufficienti tutti hanno fame, quindi è
possibile che diventino pericolosi e non è tempo
di sentimentalismi.51
L’amicizia reale con Edward Morgan Forster
irrompe nella narrazione. Qui il confine tra
autobiografia e finzione è davvero caduto. Il tema
è troppo fortemente sentito.
Bene, la mia Inghilterra è invece E.M., l’eroe
antieroico con i suoi baffi radi color stoppa, i suoi
allegri occhi azzurri da bambino e la sua schiena
curva da vecchio. Invece di un ombrello chiuso o
di una camicia bruna, i suoi emblemi sono il
berretto di tweed, che gli va piccolo, e i
pacchetti, dalle forme più strane, ravvolti con
carta marrone, con cui trasporta le sue cose
dalla campagna in città e viceversa. Mentre gli
altri chiedono ai loro seguaci di essere pronti a
morire, lui ci consiglia di vivere come se fossimo
immortali. Ed è proprio quello che lui fa, anche
se è pieno d’ansia e di paura come noi e non
cerca assolutamente di nasconderlo. Lui, i suoi
libri, e quello che sostengono, sono le sole cose
che valga veramente la pena di salvare da Hitler;
e pensare che la maggior parte delle persone su
quest’isola ignora perfino la sua esistenza.52
51US, p. 70.
52RaI, p. 170.La fede, di qualunque tipo sia, mi mette
sempre a disagio. Preferisco i dubbi di E.M. 53
Isherwod introduce una parte saggistica, ben
più che una riflessione meditativa, attraverso la
lezione di George ai suoi studenti universitari, e
parla certamente di letteratura, ma non certo da
un punto di vista formale. I contenuti sono
difficili, attuali, pesanti, e affrontati in modo come
sempre ellittico, capace cioè di spostare il punto
di vista per ottenere uno sguardo critico più
libero.
E ora arriva la domanda che George si
aspettava. La pone, naturalmente, Myron Hirsch,
quel rompiscatole indefesso di un goyim.
«Professore, a pagina 79 il signor Propter dice
che la più stupida frase della Bibbia è mi hanno
odiato senza ragione. Si intende che i nazisti
avevano ragione a odiare gli ebrei? Huxley è
antisemita?»
George sospira, a lungo. «No» risponde
sommessamente.
E poi – dopo un silenzio carico d’attesa; la
classe è quasi senza fiato per l’impudenza di
Myron – ripete a voce alta e severa: «No…»
«Huxley non è antisemita. I nazisti non
avevano il diritto di odiare gli ebrei. Ma non per
questo il loro odio era senza ragione. Nessuno
mai odia senza ragione.
Senti, lasciamo stare gli ebrei, d’accordo?
Qualsiasi atteggiamento si assuma, è impossibile
53RaI, p. 192.discuterne in modo sereno. Probabilmente non
sarà possibile per i prossimi vent’anni. Quindi
esaminiamo il problema in rapporto a un’altra
minoranza, quella che vuoi, una piccola però,
una che non sia né organizzata né difesa da
un’apposita commissione.»54
Da una situazione particolare scottante ad
un’altra meno bollente, per capire il tema
simbolico di fondo: il contrasto tra maggioranza e
minoranza, e le condizioni di aggressività e
conflitto.
«Ad esempio, le persone con le lentiggini
non sono considerate una minoranza da quelle
senza lentiggini. Non sono una minoranza nel
senso in cui la intendiamo. Perché? Perché una
minoranza si considera tale solo quando
costituisce una minaccia, vera o presunta.
Qualcuno qui non è d’accordo? Se non lo siete,
domandatevi solo: cosa farebbe quella minoranza
se all’improvviso, dall’oggi al domani, diventasse
maggioranza? Capite che cosa intendo? Bene, se
non lo capite, pensateci su.
Perfetto. Qui i liberal – inclusi più o meno
tutti voi, credo – intervengono: le minoranze
sono persone come noi! Certo, però persone, non
angeli. Ovvio sono come noi: ecco qui l’isteria
liberal che conosciamo anche troppo bene, quella
che ti fa dire, non scherziamo, fra un nero e uno
svedese non c’è alcuna differenza». Perché,
perché George non ha osato dire «tra Estelle
Oxford e Buddy Sorensen?» Se avesse osato,
forse, ci sarebbe stata una risata oceanica, tutti
54US, p. 55-6.si sarebbero abbracciati, e il regno dei cieli
sarebbe cominciato proprio lì, nell’aula 278. Ma
forse no.55
La trattazione del tema si avvale della
capacità di narratore di Isherwood, ma si articola
in
senso
filosofico-psicologico
decisamente
stringente.
«Dunque, prendiamone atto, le minoranze
sono persone che probabilmente guardano,
agiscono e pensano diversamente da noi, e
hanno difetti che noi non abbiamo. Il loro modo
di vedere le cose e di agire può non piacerci, e
possiamo odiare le loro mancanze. Ed è meglio
ammetterlo, anziché impiastricciare i nostri
sentimenti con la melassa pseudoprogressista.
Se siamo sinceri con noi stessi abbiamo una
valvola di sicurezza, saremo meno inclini a
perseguitare il prossimo…

E non è tutto. Ogni minoranza, a suo modo,
è aggressiva. Provoca la maggioranza ad
attaccarla. La odia – a ragion veduta, d’accordo.
Ma odia anche le altre minoranze, perché le
minoranze, tra loro, sono competitive; ciascuna
afferma che le sue sofferenze sono peggiori, e i
torti che subisce i più infami. E più odiano, più
vengono perseguitate, più si incattiviscono!
Pensate che l’essere amati incattivisca? Non è
vero, e lo sapete. Quindi perché essere detestati
dovrebbe rabbonire? Quando vi perseguitano
odiate ciò che vi sta capitando, odiate chi lo fa
capitare; vivete in un mondo di odio. Su, non
55US, p. 56.riconoscereste l’amore in persona, se lo
incontraste! Sospettereste, pensereste che c’è
sotto qualcosa – un secondo fine, un trucco…» 56
Isherwood è in realtà uomo di fede molto
molto più di quanto non pensi.
Mi rendo conto che non avevo smesso di
sperare. Questa scoperta mi sembra umiliante e
mi allarma. Significa forse che io non posso
smettere di sperare in nessun caso? Parlano della
speranza come se fosse qualcosa di nobile. È mai
possibile essere così idioti da prolungare la
propria agonia senza ragione?
Ho fatto un’altra scoperta su me stesso, e
non m’importa se è umiliante o no. Sono
certissimo di questo: niente, niente, niente vale
la pena di fare una guerra.57
Heinz era finito nell’esercito nazista. La sola
idea, inconcepibile, di ritrovarsi come soldato ad
ammazzare Heinz, è stato l’argomento decisivo
per la scelta pacifista di Isherwood. Waldemar,
nella sua vicenda narrativa, si ritrova a
rappresentare
questa
situazione.
Il
suo
Christopher non ha fatto il soldato, lui sì. Ha
avuto
fortuna,
è
sopravvissuto.
La
sua
sopravvivenza lo ha portato a metter su famiglia.
Il padre di famiglia come simbolo di chi
sopravvive. La vita si è presa Waldemar, che si
barcamena. Christopher resta con i suoi dubbi,
non sa mentire a se stesso.
56US, p. 54-8.
57RaI, p. 193.«Caro Mr. Isherwood, lei sarà sicuramente
sorpreso di ricevere notizie da una persona che
avrà creduto morta. Dovetti arruolarmi in
Germania e fui preso prigioniero sul Reno. Mi
domando quale sarà la mia vita quando sarò
rilasciato. Saluti. Waldemar.»
(Solo in seguito compresi perché Waldemar
mi aveva scritto dandomi del lei. Era stato il
pensiero più affettuoso e sciocco che si potesse
immaginare. Aveva creduto che essendo un
nemico poteva compromettermi facendo vedere
che mi conosceva bene!).
Naturalmente gli risposi e da quella volta ci
scambiammo di tanto in tanto delle lettere.

Nelle sue lettere Waldemar mi esortava ad
andarli a trovare. Ma la sola idea mi terrorizzava.
Mi terrorizzava l’idea di vedere quelle rovine. Mi
terrorizzava l’idea di vedere Waldemar e di
sottostare, date le circostanze, ad un ricatto
sentimentale. Così gli scrissi adducendo scuse
vigliacche ed evasive e non gli dissi mai che per
ben due volte, nel 1947 e nel 1948, ero stato in
Inghilterra. Tuttavia sapevo che prima o poi sarei
dovuto andare in Germania ed avrei dovuto
affrontare tutto quello che temevo.58
Isherwood torna ad essere l’obiettivo di una
telecamera. Il mondo rinasce simile a se stesso.
Nessuno può chiamarsi fuori.
L’albergo formicolava di uomini d’affari dal
collo grasso che fumavano sigari enormi, di
58RaI, p. 323-4.donne truccatissime e cariche di gioielli, di
valletti d’albergo che guizzavano avanti e
indietro come pesci nervosi. Mi sembrò che tutti
mormorassero
tra
loro,
cercando
di
autosuggestionarsi: «Non è successo niente, non
è successo niente, qui non è mai successo
niente!» Si aveva la sensazione che fossero quasi
riusciti a creare un mondo senza passato.
Ma il loro mondo poteva esistere solo di
notte, sotto la luce elettrica. Alla luce del giorno
non convinceva più. Vi accorgevate del deserto di
macerie che vi circondava, la vera Berlino, la
città dove invece era successo di tutto. Migliaia
di persone vivevano nelle sue case e nei
frammenti di case, nelle baracche, nelle
capanne, in vere e proprie tane. Si aggiravano
frettolose in quel deserto, con la loro tipica
tenacia e la loro tipica mancanza di humour;
tirando avanti, sgombrando lentamente le
macerie, progettando parchi e piantando alberi.
Camminai attraverso la distesa di neve del
Tiergarten, una statua abbattuta qui, un
alberello appena piantato lì; la Brandenburger
Tor, con la bandiera rossa sventolante contro il
cielo azzurro invernale e sullo sfondo l’ossatura
di una stazione ferroviaria sventrata, come lo
scheletro di una balena. Nella luce del mattino,
tutto appariva nella sua brutale verità, come la
voce della Storia che vi dice di non illudervi, che
questo può accadere a qualsiasi città, a
chiunque, a voi.59
59RaI, p. 326.

Corali luterani

https://www.vicenzatoday.it/eventi/concerti/viaggio-nei-cori-luterani-all-ombra-di-bach-alessandro-tenaglia-a-palazzo-chiericati.html

https://iicamburgo.esteri.it/it/gli_eventi/calendario/zum-luther-jahr-2017-1517-wachet/ https://www.jesaja.org/event/sonntagsmusik-klavier-solo-2024 https://www.kirchenmusik-koeln.de/flyer/KiMu-Flyer-2024-10.pdf

Mann, lettura da La Montagna Magica

In questo passo Thomas Mann fa una delle tante digressioni saggistiche di cui é impregnata la narrazione di questo meraviglioso romanzo filosofico, e affronta il nucleo stesso attorno a cui esso ruota, IL TEMPO, parlando delle sue grandi passioni assolute: la narrazione e la musica.
Sarebbe evidente e naturale opporre a quanto Thomas Mann espone la concezione del tempo come durata nella filosofia di Bergson, e come vi si rinvenisca nella musica, e non nella narrazione, il linguaggio privilegiato per instaurare la durata in contrapposizione al tempo misurabile. Ma questa doverosa e anche un po’ banale annotazione non diminuisce di nulla l’argomentazione e la qualitá di esposizione di Thomas Mann, di cui oggi si celebra il  compleanno.

https://youtu.be/0QEE-Kadew8?si=jaMarnxKqUOivdiB

La volpe e il lupo – drammaturgia da testi di Silone

Estratto dallo spettacolo fatto al Teatro del Centro Internazionale di Studi Ignazio Silone di Pescina insieme a Giuliana Adezio

Teatro del Centro Internazionale di Studi Ignazio Silone di Pescina (AQ)

https://youtu.be/YXAyu7eQLRE?si=I1UE8GH_Yx2F48P0 https://youtu.be/RNMVoS62cj0?si=0tXMxDIItJK242x- l Civitaquana