Sto lavorando sui miti antichi. I miti greci. Ho preso la scusa di due nuove materie da insegnare relative al teatro musicale, e ho deciso di impostare i corsi per ritornare a quegli archetipi. Perchè?
Perchè bisogna pur farci i conti, a un certo punto.
Chi scrive, deve.
Pensare di dire cose nuove, quando l’essenziale è giá tutto in quei miti, è arroganza.
Spinti comunque a dire, a narrare, da un’esigenza che urge dentro, si apre il coperchio del proprio vaso di Pandora, e si lavora perchè ció che ne esce non sia rovina.
Ma io so bene da sempre che tutto è già detto e scritto.
Il punto non sta nel cercare un’impossibile originalità di sostanza, ma nel riconoscere come gli archetipi originari palpitino e si rinnovino nelle proprie parole, che vogliono esser scritte, pubblicate e lette.
Quanto si riesca a andarci dentro davvero dá la misura del valore del nuovo scrivere.
Quindi, mi riavvicino ai miti che tutto hanno già detto, perchè so che non posso negarmi di dire, e quindi non posso fingere che non ci siano.
Un lavoro infinito per tornare sempre agli inizi.
Un inizio infinito. E sto verificando che davvero dentro c’è tutto. Una vertigine. Arianna e Prometeo con Medea Cassandra Tiresia ed Edipo dai grossi piedi sono fari giganteschi per la cecità e la fatica di procedere.
Michela Murgia parla del suo male. Perchè lo fa? Perchè non può non farlo: lei parla in pubblico, scrive, pubblica, perchè ha cose da dire e deve dirle, non potrebbe mai essere solo una persona privata. Cosí fanno le persone come lei. A che pro? Perchè senza le persone come lei tutti passerebbero la vita a camparsela nel proprio privato, tra gioie e dolori, tra soddisfazioni e frustrazioni, senza trovarne i nomi e i simboli, e perdendone il senso. Le parole di Murgia (subito le tifoserie divise sulla differenza con Fallaci, alieno o no…) e di tutte le persone come lei (si, partiamo pure da Fallaci) ci permettono di buttare fuori il male, l’odio che sottilmente ci mangia dentro. Ma, per chi non si risolve in quell’odio primigenio per il male stesso buttato addosso alle sue voci parlanti, le parole vere dette da grandi personalitá che parlano al mondo, come le due Scrittrici sopra citate, danno appunto voce e parole al dolore, allo sgomento, al disincanto, alla ricerca di senso in cui galleggiamo quotidianamente. Murgia e le persone come lei hanno tutte lo stesso nome e la stessa assoluta necessità di esserci per il mondo intero: non si sottraggono a ciò che sanno, e regalano al mondo le parole per dirglielo e per dirselo, pur non traendone che poca empatia e piú risentimento e odio. Chi sa e parla è molesto e odiato, ma necessario. Il mondo, anche se la rifiuta, per capirsi e non essere solo bestiale, ha sempre bisogno di Cassandra.
Questa scheda è fatta molto bene, e conoscere è sempre la sola vera strada della civiltà e della buona politica. Che oggi, proprio oggi, si faccia un CdM per una nuova legge che rafforza il precariato, che abbatte i diritti minimi dei lavoratori, che rafforza il concetto che si lavora per poter appena sopravvivere, è in assoluto conflitto con questa festa dalla tradizione cosí forte e propulsiva. Ci vorrebbe uno sciopero generale, ma prima bisogna fare un gran lavoro per risvegliare le coscienze, addormentate da decenni di “circenses” televisivi e propaganda con modelli sociali fasulli e volgari. Le arti e gli artisti dovrebbero rifutarsi di contribuire ai “circenses” e rimettere al centro la loro missione piú nobile: essere specchio simbolico di tutto quel che davvero succede, ai singoli individui e alla società, nei singoli individui e nella società, per permettere un risveglio e una rinascita. Di verità, a tutti i livelli, c’è bisogno!
Non è la prima volta che faccio Waldemar in recital, ma stavolta è stata speciale: un momento teatrale, con una vera scena, e con un compagno d’avventura sensibile e luminoso: Alessio Tessitore.
Sarei davvero felice di ripetere questa versione con lui, in cui i ritmi hanno trovato un equilibrio capace di far respirare le tante emozioni.
Il pubblico ci ha sostenuto con la sua partecipe attenzione.
Qui Silver sono io, la bici è sicuramente Black… ma ogni appassionato di King sa cosa vuol dire, chi è Silver, e sentirsi come a 11 anni, come il grande Narratore, e protagonista di It, William, come la banda di “The body” e del mai abbastanza osannato “Stand by me”, e sentirsi pronti a combattere ogni male, perchè si hanno degli Amici, e una bicicletta, e tante parole per raccontare…
dedicato allo Sciamano, al Custode, all’Amore, alla Pizia, e a tutti gli Orfei che il Veggente ha incontrato finora e che incontrerà in futuro.
Ho voluto Peter Ciaccio per questo primo appuntamento di Taten&Traume a dialogare con lo psichiatra Alessandro Barberio. Perchè? potevo essere io stesso l’intervistatore dialogante. Invece ho chiesto a Peter di esserlo, e ne sono felice. Peter Ciaccio è un Pastore, la sua identitá è chiara e definita, ma non basta questo a definire lui, che è persona intera capace di interrogare i fatti e di farsene interrogare senza rifugiarsi in etichette di comodo. Un uomo di fede, una persona libera, che davvero ascolta, sa essere maieuta, sa entrare in relazione. La testimonianza professionale e umana di Alessandro Barberio, intensa e forte, a sua volta quella di un uomo intero e libero, aveva bisogno di un interlocutore come Peter Ciaccio. Il pubblico presente ha seguito con totale attenzione, perchè, nell’assoluta semplicità dei toni e dei modi, Alessandro e Peter hanno offerto un dialogo dal peso specifico elevatissimo.
Peter Ciaccio ha scritto stamattina: Ieri sera ho partecipato a questa importante conferenza che, a partire dall’esperienza dello psichiatra Alessandro Barberio, che ha operato per un anno e mezzo nel campo profughi di Moria (Lesbo, Grecia) nella squadra di Médecins Sans Frontières / MSF, ha messo in luce le conseguenze e i rischi delle attuali politiche (anti)migratorie europee, dal punto di vista particolare della salute mentale e (se posso) spirituale, non solo di chi sta “dentro” il campo, ma anche di noi che siamo “fuori”, illudendoci così di esserne immuni. Le storie di cui ha parlato il dottor Barberio sono forti, a volte troppo forti, eppure si trattava solamente di flash, di assaggi, di quel poco che la mente riesce elaborare con difficoltà.
In “I sommersi e i salvati” Primo Levi scriveva «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». Pur ritenendo che le parole pronunciate da chi è stato costretto all’esperienza di Auschwitz siano di gran lunga superiori ai balbettii di chi, come me, “vive sicuro nella sua tiepida casa e trova tornando a sera il cibo caldo e visi amici”, resto convinto che, sì, conoscere sia necessario, ma che comprendere non sia impossibile, ma doveroso. Lo dobbiamo a chi facciamo direttamente o indirettamente soffrire, lo dobbiamo a noi stessi, per la nostra stessa dignità.
Il dibattito di ieri sera da Knulp Bar, prima iniziativa di Taten & Träume / momenti culturali condivisi, fa parte di questo tentativo difficile ma doveroso di capire. Forse, una volta capito, troveremo anche il modo di agire nel modo giusto, in un mondo dove anche la dignità appare come un privilegio e non come un diritto.