Il periodo deve essere breve

e altri racconti…

l’importante è che il periodo sia breve.
questo è il dictat della scrittura attuale.
il must. no: il dictat!
un periodo come quelli appena precedenti è la misura giusta.
questo quarto periodo è già troppo lungo: PERICOLO!!!!!!!
di cosa?
due parole soltanto messe in opposizione, ciascuna relativa ad un contesto culturale specifico e definito, con verbo sott’inteso. qualcuno potrebbe averne un orgasmo letterario!
cosa si dica è secondario.
periodo perfetto
il congiuntivo però…
cosa si dice è del tutto secondario.
“del tutto” rispetto a cosa? “del tutto” è pericoloso…
I puntini! si certo, citazione dal mondo dei fumetti, cultura pop, gergo condiviso…va bene.
ma in una frase al congiuntivo!
ma per dire cosa?
il vuoto sta bene nel breve.
il vuoto sta benissimo nel lungo, si potrebbe immediatamente controbattere.
il vuoto.
il vuoto e il pieno.
però le mie dita hanno appena battuto “il vuoto e il pegno”: errore sapiente.
lapsus freudiano si dice solo in certi salotti della domenica televisiva.
il pegno.
paghiamo pegno.
non è più permesso descrivere con aggettivazioni ricche.
un aggettivo alla volta è il massimo concesso, purchè sia molto circostanziato.
scrittura molto scientifica.
ogni aggettivo aggiunge e demarca, quindi può essere usato contro la parola.
il che vuol dire che può essere usato contro lo scrittore.
la parola e il suo soggetto.
chissà cosa ne penserebbe Giacomo di Trieste,
il professor Zois.
mi è scappata una virgola al posto del punto: stavo per cominciare una subordinata: PERICOLO!
chissà cosa ne penserebbe Giacomo di Trieste, quel Giacomo che faceva lezione di inglese mettendosi a parlare delle persone che vedeva nei ritratti di famiglia delle signorine di cui faceva il professore privato senza conoscerle.
Senza conoscere le persone dei ritratti di famiglia o le signorine cui faceva lezione di inglese? vedete quanti pericoli???
Si certo, lui pensava intanto al suo romanzo, la folle giornata.
due citazioni colte in mezza riga: PERICOLO!
ma no, questo potrebbe essere sufficientemente elitario ma cool allo stesso tempo.
meglio sarebbe stato se le citazioni avessero riguardato non Ulisse o Le Nozze di Figaro, ma, che so, una striscia apocrifa di Andrea Pazienza e una canzone mai pubblicata degli U2.
anche dalle citazioni si riconosce chi è in e chi è out.
la cultura “alta” è assolutamente out.
il massimo dell’epos oggi citabile è Blade Runner.
I sentimenti vanno bene solo nelle smorfie contraffate di certi momenti di film come “the bad lieutenant” o “Mona Lisa”. Non “Monna Lisa smile”, vi prego!
se poi capita che a uno cui scappano citazioni out piacciano anche luoghi cult del contemporaneo come quelli citati, il pericolo è massimo: ma chi è questo qui???
ma succede anche di pensare.
si, capita ancora.
oggi le frasi devono essere brevi, e che non ci sia più di un aggettivo, assolutamente calibrato.
e che ce ne facciamo di tutto ciò che è stato scritto prima?
quando? cosa? perchè, tu leggi cose pubblicate prima del 1950??? è già una data lontana, come puoi leggere cose ancora più antiche?
infatti oggi si fanno i corsi di scrittura, per imparare ad essere circostanziati e sintetici, e a evitare ogni ridondanza.
in origine chi ballava il tango erano le prostitute e i loro clienti.
anche gli uomini tra loro: chi prendeva il ruolo della donna nel tango mostrava la sua sottomissione mafiosa al superiore che faceva il maschio.
i clienti che ballavano con le prostitute poi insegnavano il tango alle mogli.
le signore dabbene, infatti, potevano ballare il tango solo con i mariti, altrimenti sarebbero state viste come prostitute. I mariti, ovviamente, vanno con le prostitute, e lo fanno solo per poter imparare il tango. E per essere orgogliosi come insegnanti di tango delle loro mogli rispettabili. Ci sarebbe forse qualche altro motivo?
oggi si fanno i corsi di tango e si va a ballare in serate dedicate con grandi ambizioni di eleganza, e di competenza!!!
così sono i tempi.
coloro che danno lezioni di scrittura creativa sono di solito dentro il mercato dell’editoria.
(ma molti no)
hanno imparato sul campo quello che “funziona”.
quello che funziona dipende da tante ragioni.
ci si arrovella per sapere per quale ragione mai Susanna Tamaro sia una scrittrice di successo, e per quale ragione mai i vari “50 sfumature…” siano letti e comprati come noccioline in tutto il mondo.
no, su questi argomenti, nei corsi di scrittura creativa, si pongono domande retoriche.
loro le ragioni le analizzano e le trovano. irridendole, ma le cercano, le analizzano e le trovano.
e poi insegnano, per indicare i metodi della retorica efficace per costruire un racconto, una fiction televisiva, un articolo di giornale…
quel che serve per trovare il successo editoriale seguente resta per loro stessi.
poi, coi loro amici che vogliono scrivere perchè hanno qualcosa da dire, con quelli che leggono ancora per passione anche libri antichi, nonostante tutti i loro errori, come i mariti che insegnano il tango alle mogli, mettono su corsi e seminari, e insegnano loro cose che li guidano a un tango addomesticato e per bene, senza le figure più roventi, e senza lo scandalo della prestazione reale e del pagamento della prestazione vera.
ma Giacomo rideva già di tutto.
parlava in triestino, cambiava casa perchè pagava a stento gli affitti, anche se andava al ristorante e a ubriacarsi in osteria tutti i giorni e a puttane molto spesso, aveva figli selvaggi che urlavano continuamente in dialetto triestino e andavano male a scuola.
si era innamorato di certe sedie in stile danese antico viste in un’illustrazione, e le aveva comprate, anche se aveva già fin troppe sedie a casa. E quasi niente altro.
una casa piene di sedie. a lui solo ne servivano quattro alla volta.
Giacomo descriveva solo azioni. ma talmente precise!!! tutte le infinite azioni rinchiuse in ogni gesto!!!!!! più le infinite azioni lasciate stare nella coscienza mentre un gesto casuale veniva realmento agito!!!!!!!!!!!!!
e sembra quasi che non scrivesse d’altro.
azioni pure.
l’atto.
non così diverso in fondo per Arthur, il sosia spirituale di Sigmund: nella stessa asfittica Vienna, protagonisti entrambi, senza mai incontrarsi!
Arthur descrive così bene, lui che sapeva usare le parole forse come nessuno dopo Johann Wolfgang, l’assenza di parole tra i due amanti borghesi in villeggiatura d’estate, lei incinta, consapevole che al ritorno in città avrebbe ricevuto un assegno e forse, forse, un addio vero, lui consapevole che l’avrebbe abbandonata, miseramente, perchè la sua vita piena di certezze e promesse non poteva essere davvero condivisa e svilita con lei, ma intanto passeggiavano e bevevano sorbetti. O l’assenza di parole tra i due fratelli dopo il funerale del padre, la passeggiata solitaria al Prater, e la loro stretta di mano prima di lasciarsi. O il fiume di parole nella mente di Else nella sua ultima notte dove la negazione rincorre le negazioni e vince…
a Marcel per le sue Madeleins quante parole sono servite?
e per descrivere le sfumature della femminilità di Odette, della Baronessa di Guermantes, delle fanciulle in fiore tra le Tuileries e i giardini del Louxembourg, quella femminilità così misteriosa che poteva essere avvicinata solo con la mediazione di Swann, l’unico modo, per uno come Marcel, per seguire il fascino del femminino fino alla realtà più triviale e svestita di atmosfere aggettivate.
quanti aggettivi!
no no, Marcel è completamente out, oggi!!!
eppure anche lui in fondo parlava solo di una cosa.
chissà cosa gli passava per la testa col suo amante creolo Rheinaldo, il musicista.
ma si che lo sappiamo, è scritto dappertutto nei suoi libri…
l’atto.
Marcel flirta, Giacomo scopa.
come dice Christopher.
che scrive: “flirtation instead of fucking”.
il traduttore di Christopher per Adelphi scrive: “Flirt sta per fottere”.
ho detto tutto.
e non è una frase qualunque, in quel contesto.
a single man. single.

il contesto.
le referenze.
io appartengo a un mondo che ama ancora gli aggettivi, e le subordinate, e le architetture ampie del discorso, ma nello stesso tempo si lascia fulminare dalle frasi brevi.
se sono vere!
cosa è una frase breve?
non è ancora il momento.
abbiate fede, io so dove vado, ho tutto in mente, nessuno pensi che scriva a braccio farneticando: non mi sono fatto, e non sono autorizzato, neanche letterariamente, a farneticare.
alla frase breve perfetta.
e si tratta di una frase che esiste prima di me. anzi, ne sono due.
ma per arrivarci devo fare con voi che leggete un percorso.
mancherebbero due virgole, ma volevo essere cool.
quando Wilhelm scriveva, e i ventenni si suicidavano per amore infelice imitando il suo eroe…altro errore sapiente: quando JOHANN WOLFGANG scriveva: Wilhelm era il protagonista di altri due romanzi di Johann Wolfgang, che avrebbero dovuto essere tre, ma il terzo non era ormai più possibile. Dopo una formazione come quella di Wilhelm, e dopo una maturità come quella di Wilhelm, come poter accontare anche la sua vecchiaia? Johann Wolfgang ha costruito la sua personale vecchiaia senza doverne scrivere. Mentre invece ha scritto delle sue passioni, tutte, con assoluta sincerità, attraverso le migliori mediazioni che lo hanno guidato nella sua olimpica maturità.
quando Johann Wolfgang scriveva, e i ventenni si suicidavano per amore infelice imitando il suo eroe, ciò che scriveva era assolutamente il nuovo. L’ardore che brucia e vibra e mangia la sua stessa vita intrisa di lettere e letture.
il tempo rende tutto distante.
Umberto dice in TV che chi legge era con Renzo e Lucia, era con Ulisse, e leggendo si costruisce un’eternità all’indietro.
Umberto! ha sbaragliato tutti i mercati scrivendo romanzoni storici lunghi, dotti e difficili! davanti a quei successi qualunque editor gabelliere non sa assolutamente dare parametri. Certo, bisogna essere colti! e oggi chi scrive ha solo in matrix reloaded la sua mitologia. Non si può insegnare a scrivere come scrive Umberto in un corso di scrittura creativa. Tocca studiare davvero, per partenza, e poi tocca anche avere genio.
altra parolaccia! resti di preromanticismo!
tranquilli, non cadrò di nuovo in pericolo mettendomi a parlare, che so, di sublime.
sub limene
ma chi mai potrà capirlo?
ci vuole Umberto per far digerire il latinorum e renderlo anche vendibile.
oppure Dan con i suoi finti codici in salsa mistery.
ma se io che amo i periodi lunghi con varie subordinate, le architetture sintattiche, le metafore, gli aggettivi, le digressioni, le descrizioni, io che amo le narrazioni che ora sono destinate solo alle fictions televisive, che infatti hanno imparato il loro stesso messaggio dai romanzoni ottocenteschi messi in sceneggiatura negli anni sessanta, se io che amo le pagine dove le parole dipingevano tutto e non facevano rimpiangere l’assenza di immagine, e dove gli sguardi intensi venivano lungamente narrati dicendo al lettore tutto quel che vi si nascondeva, io che amo tutto questo, e che ne provo così tanta nostalgia da continuare a commuovermi se leggo Johann Wolfgang, o Fedor, o Lev, o Gustav, o Charles; se io che amo questo e tanto altro non mi rassegno all’inattualità e colgo l’assoluta contemporaneità autentica delle madeleins e della folla giornata, mentre colgo la triste vecchiaia delle scuse se mi chiamo amore, perchè in quelle scuse si racconta un mondo incellofanato come i panini sui banchi dei supermercati vicino alle stazioni, che ti sfamano, non ti impegnano, e non ti nutrono, ma in compenso ti ingrassano e ti avvelenano, ma in certi casi non puoi farne a meno, e dunque te li compri e te li trangugi in attesa di un momento in cui cucinarti quella cosa buona che più di tutte ti nutre per intero, per dedicare a questa cosa buona il tempo che ci vuole, a partire dalla scelta degli ingredienti, e dal giusto ritmo di preparazione, e infine alla giusta condizione per gustarla, in solitudine o in compagnia, a seconda dei momenti e dei casi, e in tutto questo andare a ciò che attende di essere di nuovo rivelato sotto il confine dell’evidente più smaccato, e cogliere l’attimo in cui in bocca la rivelazione si manifesta nella sua nuova epifania e il sublime del sapore perfetto viene allo scoperto, come la frase perfetta e subitanea che senza la compagnia di tanta lunghezza e ricchezza di dettagli e di immaginazioni non potrebbe stagliarsi nella sua perfezione, e in questo mette un punto al momento, al tempo, alla storia, e ti rendi conto che la rivelazione ti dà in realtà fastidio, ti mette in scacco, ti mostra come tutti i processi analitici, tutti i dubbi, tutte le digressioni impegnate a capire le ragioni di tutto e di tutti si infrangono in quel che tu stesso, analizzando e mettendo in dubbio, senza neanche accorgerti, hai detto, l’hai detto pur stando attento a tutto, ma ti è scappato, e di fronte all’imponderabile perfezione che si rende evidente tutto si ferma, lì tutto cade, ogni descrizione, ogni aggettivo, ogni metafora, e ogni autolimitazione nel negarli, tutto resta disarmato e, dopo essere stato scomposto, si decompone, e risulta sempre più evidente che non c’è nutrimento senza digestione, e senza le scorie della digestione, che poi fanno schifo e vanno eliminate e ciò che ne è rimasto toccato va nettato a dovere e scaricato insieme a quella merda…
quando arriva la frase perfetta anche il sublime si manifesta come miraggio.
La programmazione del romanzo della vecchiaia, dopo quello della formazione e quello della maturità di Wilhelmn Meister narrati da Johann Wolfgang, che intanto affrontava attraverso Faust il suo rapporto personale col suo stesso demonio, tanto personale e vero da essere il demonio di tutti, quella programmazione viene annullata dall’evidenza di tutto ciò che è stato già detto, e con Giacomo di Trieste la folle giornata può essere scomposta in mille microazioni della coscienza che parla nel suo linguaggio scomposto e che filtra tutto attraverso la trivialità linguistica delle bettole e dei mercati triestini, e con Marcel si può per centinaia di pagine girare intorno al desiderio mentre Cristopher demarca definitivamente in poche parole il territorio del flirtare e dello scopare, e in tutto questo ciascuno si avvicina fin quasi al contatto e sfiora illuminandosi quella frase perfetta che innesca la chiave della storia, breve, assoluta, omnicomprensiva, la frase che risponde al dubbio più profondo e più triviale, che lo mette in scacco, che lo rivela a se stesso, e che ristruttura tutte le proporzioni.
TU LO DICI.
ma avevo detto che le frasi erano due!
manca ancora il soggetto…
la parte del discorso che compie l’azione.
le parole sono le sole azioni reali. il resto è solo conseguenza delle parole, e senza parole a raccontarle, nel ricordo e nell’analisi, senza parole a sbloccare ciò che resta solidificato a chiudere le porte di ulteriori possibilità, le azioni, tutte, ancor più quelle più potenti, non esisterebbero affatto. Senza le parole le lettere sarebbero solo formelle di pasta nella zuppa,quella buchstaben Suppe che nutre tradizionalmente i bambini tedeschi nei mesi invernali, quella stessa zuppa in cui le lettere cercano di aggregarsi per emergere in parole e significati e connessioni nel brodo del nostro inconscio segregato e ribollente. E parlando di parole come del vero alimento della vita, viene da pensare che il posto giusto dei libri sarebbe in cucina, e non negli studioli severi dove i libri allineati non nutrono ma diventano frecce puntate contro il riposo della mente, mentre tra una padellata di verdure, una pagnotta di pane, un bicchiere di vino, uno spiedo infilzato persino la vicenda di Medea potrebbe trovare una diversa prospettiva. E quando poi nelle parole si osasse risalire dal plurale al singolare, ma quel singolare che non nega ma contiene ogni plurale, si potrebbe finalmente accostarsi all’essenza:
IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

Corali al pianoforte a Trieste

Cosa significa fare una veglia musicale?

Vegliare: restare vigili, in attesa, resistendo al sonno.

Resistendo alla chiusura al mondo e alla Parola di Dio, anche se vivere ci stanca.

Restare vigili e in attesa nella meditazione, quella condizione in cui il rumore di fondo di tutti i nostri pensieri viene accompagnato a spegnersi per lasciare che altro possa trovare spazio. Meditazione sulla Parola di Dio, perchè possa trovare spazio in noi.

La musica è sempre stata importante nel cristianesimo, e cosí in tutte le religioni del mondo. Sicuramente la musica può aiutare nella meditazione e nel coinvolgimento della preghiera.

Per Lutero e la tradizione luterana la musica ha un ruolo fondamentale.

Per rendere il culto piú piacevole? e quando mai la piacevolezza è stata una cosa da ricercare nell’ascolto della Parola e nella preghiera?

La musica aiuta a sentire empatia sentimentale. Ma la Parola di Dio ci chiede di essere sentimentali per farle spazio?

Il canto in realtà fa tante cose di cui non siamo consapevoli. Ci fa dire delle parole che sono messe insieme in versi, in poesia, per cercare nelle parole stesse un ritmo che ci corrisponda. Noi siamo ritmo: senza il ritmo del battito cardiaco non viviamo. Il respiro ha il suo ritmo che porta ossigeno e nutrimento al nostro sangue, che viene spinto in ogni ultimo recesso del nostro corpo dalla pulsazione ritmica del nostro cuore.

Dal fiato del nostro respiro, cosí connesso al nostro cuore, nasce la nostra voce, e nasce dalla pressione sulle corde vocali che si mettono in mezzo e come una valvola regolano l’uscita del fiato mettendosi a vibrare, producendo la nostra voce. La voce è vibrazione che nasce dal respiro e dal cuore. Cantare ci riconnette, inconsapevolmente, alla base fisica della nostra vita.

Unire dunque il canto, la vocalità alla Parola della Bibbia e delle preghiere, senza accorgercene, connette la nostra essenza vitale alla Parola e alla preghiera. Questa la spiegazione del celebre detto agostiniano ripreso da Lutero “chi canta prega due volte”, e Lutero era un monaco agostiniano.

L’essere umano fin da tempi preistorici ha cercato fuori di sè il ritmo del proprio cuore e del proprio respiro, inventando e suonando strumenti a percussione al cui suono lasciarsi andare nella danza, il ritmo che diventa movimento del corpo, e cercando la varietà delle modulazioni del suono della voce inventando strumenti musicali che sapessero imitarne le possibilità melodiche.

Il piacere profondo che ci arriva dalla musica tutta, non solo dal canto, è legato anche lui alla base vitale essenziale di cuore, respiro, vibrazione vocale.

La musica puó avere effetti emotivi su di noi, dal massimo coinvolgimento fino alle lacrime al rifiuto della noia, ma sono quasi una trappola superficiale rispetto alla profondità della musica, che ha seguito l’evoluzione del genere umano nelle varie culture strutturandosi in linguaggi complessi ed elaborati che non hanno certo come loro fine la semplice ricerca della piacevolezza o del sentimentalismo, ma la connessione all’essenza stessa della vita, la conoscenza di questa essenza, attraverso le strade della bellezza, di cui piacevolezza e sentimentalismo possono esere uno strumento, ma spesso sono piú un pericolo che un aiuto, perchè fanno credere che siano loro stesse il fine della musica.

Se la musica è conoscenza essenziale, cosa succede quando la musica riflette e si esprime a partire dalla Parola e dalla preghiera?

Proviamo un momento a pensare ad una cosa: nella Bibbia, il nome di Dio non si può pronunciare, e infatti nella Bibbia ebraica abbiamo una parola di quattro consonanti, privata della possibilità di vibrare che viene dalle vocali.

Se la teologia cerca di conoscere Dio e il suo nome attraverso la riflessione e la razionalità per poter meglio predicare la Parola, la musica percorre un’altra strada, e cerca le vibrazioni: le vocali sparite del nome di Dio.

Perchè?

Non riesco davvero a immaginare il dolore dei genitori di Filippo.
Non si tratta di fare graduatorie, ma la loro solitudine, adesso, ha la dimensione dell’assoluto.
Qualcosa di fondamentale si è rotto davvero se persone semplici, di buona volontà, per bene, miti… si ritrovano a dover fare i conti con una simile orrenda tragedia.
Tra le tante cose che si leggono in questi giorni, una in particolare mi ha colpito: dire qualche volta di no a tuo figlio bambino gli insegna ad accettare il no che riceverà da una ragazza che non sarà innamorata di lui da grande. Effettivamente, sembra che da molto tempo i bambini vengano cresciuti con la mancanza di ogni “no”, e di certo non avviene per cattiva volontá dei genitori, ma forse per evitare che i figli si sentano frustrati, per non farli soffrire. Forse il problema è nella misura, che si è persa.


In un altro articolo che ho letto a firma di Stefano Feltri, i giovani intorno ai 20 anni di adesso, secondo un’indagine sociologica seria condotta dalla ricercatrice Cristina Oddone, sarebbero molto piú inviluppati in comportamenti fortemente maschilisti e patriarcali dei loro genitori e addirittura dei loro nonni: cioè, anche se negli ultimi 50 anni l’evoluzione antimaschilista e antipatriarcale avrebbe avuto una forte spinta in avanti, adesso i giovani starebbero restaurando modelli piú antichi e regressivi.


Perchè?

Prefazione

Stasera vado a teatro a vedere Umberto Orsini che recita “Le memorie di Ivan Karamazov”, e visto che ho tempo mi metto sul mio balconcino al sole riprendendo in mano il mio vecchio volume de “I fratelli Karamazov”.
La prefazione dice cosí, e, cambiato il nome dell’eroe, andrebbe bene, benissimo per il mio eroe, Saverio, in “Waldemar”.
No, tranquilli, non sono cosí mitomane da accostarmi a…
Ma uno scrittore immenso sa trovare le parole giuste, non una di piú, non una di meno, per parlare anche, senza neanche poterlo immaginare, di lontanissimi e minuscoli discendenti dispersi nella diluizione delle generazioni a seguire.

Del resto, il fatto stesso che stasera vada a teatro a vedere Umberto Orsini a raccontarmi, dopo 50 anni, le stesse storie che raccontò a me e a milioni di italiani, insieme a Corrado Pani e tutti gli altri, entrando nel privato delle nostre case e delle nostre coscienze attraverso una scatola magica, ha a che fare con la stessa materia: per raccontare la storia inutile, forse, di un eroe che non ha nulla di notevole se non che si tratta di un tipo strano, un tempo solo non basta, c’è sempre almeno un’altra storia da narrare.

Mentre…

La Risiera di San Sabba è stato il solo Lager nazista dotato di forno crematorio attivo in territorio italiano. È un complesso che si trovava e si trova in mezzo alle case di un quartiere popolare densamente abitato. L’odore della ciminiera del forno era inequivocabile, entrava nelle case. La gente intorno non poteva non sentirlo, non poteva non sapere. Però nulla succedeva. Forse la paura era cosí paralizzante da indurre questo effetto.

Adesso ci entrano in casa ogni momento le immagini e le parole dei massacri in Palestina. Prima, quelle dei massacri in Ucraina. Intanto facciamo le nostre cose in casa, e ci distraiamo coi nostri telefoni. Non possiamo non sapere.

Mentre il massacro avviene, e mi viene mostrato, io mi distraggo. Magari esprimo la mia opinione su un social.

Cosí salvo il mondo mentre mi distraggo.

Ho paura come durante la guerra la gente intorno a San Sabba?

Non so se ne ho il diritto. La mia vita è sempre la stessa di prima. La scusa non regge.

Mentre.

Thomas Mann Dottor Faustus cap. VII

Nel periodo della clausura stretta causata dall’epidemia del covid, ho registrato questi video di lettura del famoso capitolo dove il personaggio di Adrian Leverkühn ci introduce ai nodi della storia della musica dalla prospettiva della rivoluzione dodecafonica. Un testo di alta letteratura che si fa interprete di un tema nodale dell’estetica musicale.

Per me, un faro.

Se non mi fossi nutrito fin da giovane di questo grande romanzo di Thomas Mann, e specificamente di questo capitolo, non avrei mai potuto immaginare quel che poi ho scritto nei miei due romanzi, “La voce di Mignon” e “Waldemar”, nei quali la musica entra come protagonista e come agente strutturante.

Jorge Andrés Bosso/BossoConcept/Tangos at an exhibition

Il mondo è pieno di tango.

Detto questo, usciamo dal tango.

Con questo doppio album, cd+dvd, abbiamo un’opera che stabilisce in autonomia i suoi riferimenti, tra i quali il principale è il tango, ma nessuno dei suoi stereotipi.

Credo che la scelta di presentare il dvd sia centrale: si tratta di un ensemble cameristico che suona, ma essenzialmente si tratta di teatro, come teatrale è il monologo che Jorge Bosso propone nella traccia extra di introduzione alla composizione.

Teatralità sicuramente consapevole, e, in quanto tale, tarata su un alto livello qualitativo, che porta ad una spontaneità non solo istintuale, ma sostanziale.

La spontaneità del gesto strumentale, fisico, che diventa suono individuale e relazione tra individualità sonore personali.

La composizione musicale è qui dunque una drammaturgia di relazioni attraverso i suoni, e le forme del tango e di altri stili musicali sono a loro volta in drammaturgia con l’essenza del tango stesso.

Essere in contatto. Persone che camminano. Insieme. Nel tempo.

Le cinque personalitá degli eccellenti componenti dell’ensemble (piú il sesto, il batterista, meraviglioso, per il n.11, Oximoron) sono messe a fuoco dal compositore-drammaturgo Bosso come occasioni creative per scavare nelle relazioni, quelle rappresentate dai suoni e dai timbri espressi dai loro rispettivi strumenti, di cui ciascuno di loro esprime la soggettività. Si tratta non solo, banalmente, di ottimi musicisti solisti che suonano ottimamente insieme, ma di soggetti che vivono nella loro identità sonora e che su quel piano entrano in relazione tra loro.

Musica da camera tra soggetti-attori (ciascuno dei quali è pertanto persona teatrale) con un drammaturgo, (allo stesso tempo soggetto-attore lui stesso) che pirandellianamente accoglie i suoi Personaggi nel loro bisogno di un Autore per arrivare a dirsi, ad esserci, oltre che ad essere in astratto.

Ciascuno viene posto dal lavoro di composizione nelle condizioni di fare gesti strumentali che non solo diventano suono, ma che sono gesto teatrale in se’. Una drammaturgia che può fare a meno delle parole di un copione perchè lo scavo estetico e psicologico è di forte sensibilità fisica ed esistenziale.

Filosoficamente, se si parla di esistenzialismo, si parla dell’esserci, dell’essere del soggetto non “sub specie aeternitatis”, ma nel qui, nell’adesso, nelle relazioni del momento: in contatto.

Il contatto: il tango.

Ben oltre, dunque, evocazioni di femminilità e mascolinità schematiche e antiche, ben oltre malinconie fumose e sensuali, ben oltre luoghi letterari ridotti ad etichette, ben oltre ogni retorica della nostalgia.

La Buenos Aires di cui ci parla Bosso è una metropoli che non si riconosce in alcuno degli schemi che universalmente le vengono sovrapposti. Il percorso di suggestioni visive proposte nel monologo introduttivo (che io raccomando di guardare però dopo l’opera, come postfazione) è non solo elegante e modernista (non semplicemente “moderno” o “attuale”), ma è esca per entrare in un mondo di visioni in cui i dati reali trovano connessioni inaspettate, punti di vista ellittici in cui il nuovo fuoco geometrico è sempre inatteso.

Come avviene in un lavoro onirico smascherato, nel lavoro analitico, dalle sue difese, e in cui si svelano, infine, con inaspettato nitore, i nuclei delle relazioni importanti del drammaturgo.

Bosso è argentino di Buenos Aires, e vive in Italia da decenni. Non per discutibile congettura, ma per informazione diretta, posso dire che, da artista quale è, indaga, attraverso i suoi preziosi linguaggi, sulla figura che condensa origine, tempo, indirizzo, conflitto, modello, ostacolo, affermazione: il padre.

Tutto si tocca, in questo tango, perchè cosí deve essere, in quanto tango, e persino la figura di riferimento specifica, appunto, nello stile del tango, Astor Piazzolla, è figura del confronto sul piano musicale con il padre.

Padre.

Un uomo maturo che ripensa la figura del padre, attraverso una mostra acustico-visiva di momenti topici di relazioni tra compagni di rappresentazione in scena, dove tutto è molto piú vero che nella banalità del quotidiano. Un musicista maturo colto e con molti Maestri che sa riferirsi al modello stilistico di riferimento, quello di Piazzolla, con l’ossequio e la libertà dell’artista consapevole e capace di vera spontaneità.

E in tutto questo mondo di relazioni, l’inizio è per il solo di violoncello di Jorge Andres Bosso, e la conclusione per il solo di clarinetto di Ivana Zecca.

Nulla da aggiungere.

Lorenzo Leone Cinque Pezzi

Avevo giá scritto una recensione a questo imperdibile “librino” (cit.) che ora ho voluto leggere nel suo Primo Pezzo, quello dedicato a Wackenroder.

Quando si incontra sulla propria strada il naturale erede di Nivasio Dolcemare non lo si può ignorare, anche se si tratta di una strada (ancora) tutta e solo virtuale…

Ma questi sono i tempi, e l’ombra del Partenone corre ormai sul wifi. E non è poi cosí male!

https://alessandrotenaglia.wordpress.com/2023/10/12/ridon-le-cart mie/

Pianista e letterato di vicinanza

La musica e la letteratura (di cui mi occupo, per non dire di tutte le arti, ma anche della filosofia e di tutte le discipline che si avvalgono della comunicazione) hanno preso la strada della spettacolarizzazione a tutti i costi.
Basta che sia festival.
O lo spettacolo corrisponde ai criteri di mercato dei modelli imperanti, ossia il grande evento luccicante e/o il salotto televisivo, o tutto svanisce, evapora, non sussiste.
Inclusi i rapporti tra le persone.
I tempi di concentrazione ormai sono ridottissimi, e il pubblico va sempre solleticato e messo nelle condizioni passivo-estatico-ricreative (ma soprattutto poco impegnate e facilmente predabili dagli artifici comunicativi dei tecnici venditori) cui è stato abituato dalla narcotizzazione di ormai 40 anni di TV commerciale.

Per non dire dell’onda lunga di diffidenza e aggressività diffusa che si è scatenata nella compressione dell’isolamento in pandemia, cui non si può certo trovare un efficace antidoto solo in un frenetico consumismo di massa del tempo libero.

Io credo profondamente che la cultura debba ripartire dalle case, da quella dimensione di vicinanza e partecipazione che nei piccoli gruppi soltanto è possibile, e poi dalle case riaprirsi agli ambiti piú larghi con nuova vitalità, dopo aver permesso alle persone di respirare da vicino insieme alla musica e alla pagina letta e aver conquistato l’inizio di una sincera intimità con la bellezza che vive e accade.

La mia dimensione di pianista e letterato di vicinanza è quella in cui credo maggiormente, in cui mi riconosco meglio, in cui vedo maggiore prospettiva sensata per me e per le persone intorno a me.

Serate a tema tra musica e libri:
Schubert-La voce di Mignon

Beethoven/Bartók/Schumann/Chopin-Waldemar

Chopin-Gide
Korngold/Kornauth/Mahler/Berg-Schnitzler

Improvvisazioni-Savinio

A casa mia
A casa vostra

In vicinanza
Tra persone
Per condividere bellezza

Scrivetemi, parliamone.
Si può fare facilmente.

Eretici

Si è eretici, non lo si diventa.

È una modalità esistenziale.

Ogni volta che si afferma, da parte di qualche collettivitá qualunque, che una cosa è giusta, anche se lo si riconosce in alta misura, conta di piú ciò in cui non lo si riconosce e che mette in discussione tutto il resto.

Restano pochissimi principi, ma inaffondabili e davvero irrinunciabili, a pena della perdita della propria umanitá.

Peraltro, i principi non possono essere troppi.

Per me, quelli della rivoluzione francese, come cittadino pubblico, che si declinano in un chiaro e netto antifascismo.

Come persona in senso piú esistenziale: rispetto, solidarietà, responsabilità, empatia.

Come cristiano, senso del proprio limite, capacità di amore, gratitudine, speranza.

Nulla è facile, il male esiste, ma va perlomeno circoscritto.

Già. L’ eretico lo circoscrive come attitudine spontanea e principale, nel suo altrettanto spontaneo tentativo di non soccombere.