sono ad un festival pianistico molto speciale, con interpreti molto speciali che presentano repertori rarissimi e bellissimi
il pubblico, molto educato, poi però tradisce la sua ovvietà, e si sentono giudizi dati solo per far sembrare di essere intenditori, portando argomentazioni fintamente competenti, in realtà basate su un vocabolario di parole tecniche usate in modo incongruo, tanto per darsi un tono
dei pianisti tutti si sentono in diritto di dire qualunque cosa
la bellezza viene cosí sciupata, e le preziosità cadono tra chi non ha i mezzi per percepirle, tantopiú se si conosce qualche formula per sentirsi capaci di giudicare
alla fine, l’incontro tra il concertista e il pubblico, e si può dire in generale tra il performer e il pubblico, è un rapporto di equivoci dettati da ruoli sociali in cui ciascuno cerca una propria affermazione, ma allo stesso tempo è l’unico momento possibile per la possibilità di realizzarsi del miracolo della condivisione di emozioni vere coniugate con la bellezza
condivisione che può avvenire solo tra artisti e individui nel pubblico che abbiano la forza emotiva, che diventa in questo anche etica, di superare gli schemi dei rapporti di potere segnati dall’autoaffermazione contro le proprie frustrazioni personali in un respiro liberato di verità e apertura al bello e all’altro
È morto Alain Delon, e la cosa ha generato subito discussioni, fino a far dire a molti che era un uomo molto discutibile e quindi, per motivi morali, un artista discutibile.
Rovesciamo il discorso: il pubblico.
Le persone del pubblico che vanno ai concerti, a teatro, al cinema, sono persone come tutte le altre: banali. Si infervorano sul momento per gli artisti che li coinvolgono e li commuovono o li esaltano, e con questo si mettono in contatto con le proprie emozioni piú belle e le liberano.
Gli artisti performativi sono i grimaldelli per liberare le emozioni delle persone che vanno a vederli. Quando i grimaldelli sono efficaci e le emozioni del pubblico si esprimono, nascono i bei momenti di spettacolo.
I grimaldelli sono efficaci solo se gli artisti che li rappresentano sono capaci di essere liberi con le proprie emozioni, di liberarle, e di farlo in modalità che abbiano a che fare con la bellezza, che possano essere riassunte nell’esclamazione “che bello!”.
A quel punto non esiste piú la banalità di nessuno: la bellezza messa in campo da artisti liberi nelle proprie emozioni e che sappiano come inventare bellezza libera le parti addormentate e segregate della cassiera, del commercialista, della dentista, dell’avvocato… tutte persone che nella propria vita non possono permettersi di vivere seguendo le proprie emozioni, e hanno bisogno di momenti per liberarle senza doversene vergognare.
Si, perchè le emozioni si liberano anche in modi di cui poi ci si vergogna: il sesso a pagamento, il gioco maniacale, le grandi abbuffate… invece, se si tratta di bellezza, di spettacoli che veicolino bellezza, ci si libera emotivamente con felicità e soddisfazione sociale: in modo socialmente gratificante.
Spesso gli stessi individui banali che godono della bellezza traggono godimento anche in attività oscure. Spesso quegli individui non sono neanche persone banali, ma sono ladri, truffatori, assassini, che poi, nei momenti di confronto con la bellezza, liberano solo le proprie emozioni piú belle, perchè le hanno anche loro.
Allora: un artista che aiuta il pubblico a liberare le sue emozioni piú belle è un artista che compie la sua funzione in modo egregio. Se come uomo o donna ha delle ombre, dei misteri, degli aspetti inconffesabili e additittura orribili, lo si giudica facilmente, perchè lo conoscono tutti, è una persona pubblica, e quindi esposta, per definizione. A giudicarla male, quando ne dá occasione, se ne trae una sensazione di superiorità da parte di chi lo guarda e continua a fare la sua vita banale, gli permette di alzare il ditino, offre occasione per una rivincita, sempre desiderata, di chi è banale (e lo resta) su chi è speciale (e lo resta).
A rigore, l’artista avrebbe tutto il diritto di dire ai tanti individui banali che lo applaudono, e appena possono lo giudicano: non avete il diritto di giudicarmi, non siete privi di ombre e vizi, siete anche criminali peggiori di me, avete il solo vantaggio di fare tutto di nascosto.
Si può mostrare carattere e avere dita che sanno correre producendo un bel suono. Bene.
Si può decidere, eseguendo un pezzo noto, che basti accentuare le due caratteristiche per poter fare qualcosa di interessante. No: non basta. Irritante.
Si può accettare la sfida di suonare un pezzo grande e difficile che non suona nessuno, e quindi, da una parte, esser liberi dal confronto e dalla necessità di fare qualcosa che “si noti”, e, dall’altra, utilizzare tutte le proprie risorse intellettuali, virtuosistiche, di ricerca creativa per inventare un’interpretazione che non esiste ancora. E vincere la sfida.
Si puó poi, nei bis, liberi, dare spazio a qualcosa di davvero personale e che si ama molto, come una propria composizione. Bisogna aver saputo comporre, prima, ovviamente, ma a questo punto del concerto tutto è stato già fatto, il contratto (con l’organizzazione e col pubblico) è stato onorato, e quindi si può anche pensare di esser da soli con la Musica e col Pianoforte.
La propria intimità con la Musica e col Pianoforte, si direbbe ora casualmente in pubblico, ma in realtà con la ricchezza dell’energia propria dell’essere in pubblico, di avere tanta gente attenta ad ascoltare, e che nutre la creatività dell’interprete, dopo aver suonato bene un programma molto impegnativo.
E arriva il miracolo. Quello che non si raggiunge ogni volta, quello che non è dato a tutti raggiungere.
Perchè bisogna avere davvero qualcosa di prezioso e di importante dentro di se’, altrimenti non succede proprio nulla.
Io ero nel pubblico, che ha percepito il miracolo. Qui, adesso, ne ho cercato le parole per dirlo e perchè ne resti l’eco.
Festival di Husum 2024, recital di Christian Grøevlen.
Battaglia vinta con energia, intendimento, gusto e inventiva riguardo alla sonata di Sinding op. 91: abbiamo un giovane uomo di carattere che suona il pianoforte davvero con gran classe, e che ha qualcosa di serio da dire.
Miracolo avvenuto con un pezzo da una sua opera lirica non ancora pubblicata dal titolo “Edda Gabler”.
Ho ringraziato di cuore il pianista per il dono ricevuto avendo partecipato al suo concerto. Non gli ho detto semplicemente che era bravo. L’ho ringraziato.
Non dimenticherò mai le mie sensazioni quando ho visto questo film al cinema appena uscito. Non ho mai voluto rivederlo in tv. Non si può guardare in tv comodi in poltrona e distratti.
Un’opera in cui autore e protagonista rischiano la vita, e il deus ex machina l’ha già persa, ma dall’oltre-mondo dove si trova tira fuori il monologo piú devastante che attore abbia mai vissuto. Perchè da quando compare Brando, tutto è solo un suo monologo.
Un artista può solo morire nella sua opera. Dopo averla compiuta, non sarà piú lo stesso. Coppola e Sheen sono arrivati alla materializzazione estrema di questo processo, hanno prodotto i loro rispettivi capolavori assoluti, rischiando l’annientamento totale. Brando era già oltre l’annientamento, ed è stato il loro mentore in questo processo, doloroso e terribilmente pericoloso, ma meravigliosamente fruttifero.
Nel mio piccolo, nella mia minuscola esperienza, ho conosciuto questo processo, che per me è stato doloroso e pericoloso, ma fruttife
Mi guardo allo specchio e penso: ma come mai avrei potuto immaginare di diventare cosí?
No, non si tratta di autocommiserazione.
Quel che vedo mi piace.
Sono abbronzato, un’aureola di pelo virile bianco orna le mie spalle su fino alla nuca, spalle abbastanza piene, non ossute, che migliorerò in palestra, e i tatuaggi sul mio torace villoso argentato e le mie braccia impiumate sono belli, eleganti, unici. Le lunghe basette bianche e i baffi compensano la pappagorgia, che alla fine non mi sta male.
Gli occhi e lo sguardo mi fanno sempre piú impressione: la somiglianza con quelli di mia madre invecchiata, le stesse borse agli occhi, e allo stesso tempo con l’espressione di mio fratello, anche se loro non si somigliano, ecco, queste identità diverse sul mio viso si incrociano e si mischiano.
Come mi ritrovo a guardarmi le mani in certi gesti, a considerare come muovo le gambe a volte, perchè ci ritrovo mia sorella, e da una parte sono felice, dall’altra ogni volta mi sorprende, in quell’istante, il dolore che lei non ci sia piú.
Mi disse arrabbiata “non avrei fatto nulla di tutto quel che hai scelto tu nella tua vita”, e subito dopo, calmandosi, “ma è evidente che neanche tu avresti fatto nulla di quel che ho scelto di fare io nella mia”. Lei e la sua logica.
Mi guardo, e mai avrei potuto immaginare che quel bambino che ero potesse diventare quest’uomo anziano cosí. Neanche il ragazzo, il giovane, il maturo che ero. E questo sono.
Dicono che fisicamente io assomigli a mio padre. Forse guardandomi posso vedere lui, come sarebbe invecchiato. Se gli fosse stato dato. Lui che non ho mai visto, se non in sogno.
Mi sorprendo di me, ma mi riconosco.
I segni di forza e sensualità, come le ferite e i dolori, e la verità di chi davvero sono, sono in quel che vedo.
Chi sono davvero?
Sono un artista non riconosciuto. Non abbastanza.
Sono un uomo che ama il sesso, e non se ne stanca.
Sono un animale che lotta per star bene e continuare a piacersi, che vuol dire vivere.
Sono una persona che infine fa quel che aveva sempre voluto fare, i dettagli contano poco.
Sono un uomo che ama, ed è anche riamato, ma la solitudine resta intatta.
Sono un ragazzo eterno che si innamora degli amici, per cui le amicizie sono relazioni rare e forti, di qualità non cosí diversa dagli amori che si chiamano amori, solo con la sublimazione del sesso in altre dimensioni, siano arte o gran mangiate non ne cambia il valore. Ma lo specifico di queste relazioni sta nelle parole e negli sguardi, e negli slanci, e nel rispetto. E nei silenzi.
Sono un uomo fedele che non ama una sola persona. Contraddizione che il mondo non puó capire. Ritrovo questo stesso tratto in tanti, ma io lo so che sono cosí, loro invece perlopiú lo negano, e io non insisto troppo, forte della mia conoscenza.
Sono il ragazzo perenne che si sente tradito a non ricevere quel che lui stesso dá: chissà se mai crescerò, chissà… intanto, questa è una malinconia costante.
Il lutto pare esser scivolato via, finalmente. Finalmente.
Mi guardo allo specchio e mi piaccio, esattamente in quel che vedo, e in quel che ci vedo. E penso ancora al futuro, guardandomi, in modo molto fisico: l’abbronzatura va mantenuta, il pelo bianco vi risalta, e le spalle e il torace vanno riempiti. Le basette e i baffi forse resteranno.
A tutto continueró a lavorare. Come potrò. Gli occhi che vedrò allo specchio, poi, mi diranno come staranno le cose.
Ne ho scritti diversi, di diverso tipo, di diversi contenuti. Ma in realtà sono un solo libro. Ancora incompiuto, perchè scriverò ancora, ma si tratta di un buon libro.
Non si tratta di presunzione, ma di consapevolezza.
Questo non facilita affatto le cose, ma è cosí.
So cosa ho fatto finora, so come, so perchè, e ne considero il risultato in se’.
Finalmente ho visto Perfect Days di Wim Wenders Si, andrò ancora al cinema, per trovare (raramente, ma succede) film che si possono guardare solo al cinema e che sono perfetti: film dove c’è qualcosa di importante da dire, la capacità di dirlo nel modo migliore, e una capacità di farlo costruendo bellezza.
Film cosí sono rari, ma esistono, e rendono il cinema un dono.
In realtà mi sono autocensurato. Il mio pensiero completo estende quanto scritto a ogni arte, e prioritariamente a quelle che pratico: musica e letteratura.
Tra i libri, accade ancor piú raramente che tra i film. Alla fine, leggo soprattutto i classici perchè tra i libri nuovi, scritti “da chi ricomincia sempre da capo” e da chi si martella col mantra della pura invenzione incrociata con pura forma e da chi si arrovella sulle varianti dell’autofiction, e da chi scrive “noir” perchè spera di vendere (!) con la pretesa che attraverso erotismo e crimine in una trama arzigogolata si possa raccontare il nostro mondo… alla fine mi son scritto dei libri che nel loro insieme ne sono uno soltanto (come Silone che si definiva autore di un solo libro…) perchè in fondo ho scritto qualcosa che avrei voluto trovare da leggere, confondendo completamente i ruoli.