I tempi chiamano… Guerra in “Waldemar”

In questi tempi così vicini a quello che accadeva all’avvento di fascismo e nazismo e con la guerra in Europa che con ignavia il mondo sembra aspettare che dilaghi, e il giorno prima del 27 gennaio, pubblico qui uno dei 7 capitoli (dei 30 complessivi di “Waldemar”) in cui si delinea il saggio che il protagonista del romanzo, Saverio, sta scrivendo su Christopher Isherwood e i suoi romanzi del periodo americano.

Guerra
La sola cosa che interessa a Waldemar è che
sta andando verso una terra wo die Zitronen
blühn e dove le ragazze hanno gli occhi neri.
Tutta la sua anima di tedesco vibra di quella
tradizionale bramosia vagabonda dei nordici che
è andare verso il sud. Questa, per un tedesco
settentrionale, è la vera, unica avventura. Tutto
ciò che abbiamo lasciato dietro di noi: Hitler al
potere, il Reichstag incendiato, l’inizio del
terrore, non gli fa nessun effetto. Anzi, questa
mattina mi ha detto: «Come sono contento che
andiamo via, Christoph. Qui non succede mai
nulla.»
Waldemar è un antinazista convinto, ma
forse lo è soprattutto perché combinazione vuole
che antinaziste siano le persone che stima. Se si
fosse mai trovato esposto all’influsso di qualche
bel gerarca della gioventù nazista, uno di quei
tipi dall’aria di fratello maggiore, non so proprio
quali sarebbero state le conseguenze. Per quanto
lo riguarda personalmente, ormai si è abituato,
come ogni berlinese d’altra parte, alle camicie
brune, alle adunate di massa, alle incursioni
della polizia, alle aggressioni e agli scontri per le
strade. Per lui, tutte queste cose vanno sotto il
nome di «politica», l’unico modo cioè in cui si
riesce ad ottenere qualcosa.46
46RaI, p. 71.La terra dove fioriscono i limoni: Kennst du
das Land? Ho letto tempo fa un libro strano, un
romanzo con incluse delle parti saggistiche (e ora
mi ritrovo a fare qualcosa di simile) su Mignon, la
bambina misteriosa che non parla ma canta, che
ha nostalgia di un paese di cui non conosce il
nome, che veste da maschio; il simbolo assoluto
della vita offesa ma ancora sognante, nato dalla
penna di Goethe nel primo romanzo di
formazione della letteratura internazionale, Gli
anni di apprendistato di Wilhelm Meister. E
persino uno scrittore anglo-americano come
Isherwood, che tanto ha vissuto in Germania, non
può sfuggire all’evocazione di questo simbolo.
Che sia Waldemar a farsene portatore è davvero
originale, e che da questo muova il discorso sul
nazismo ancora di più.
È un buon ragazzo, spensierato e un pò
facilone; non credo che sia capace di commettere
delle vere e proprie crudeltà; ma è chiaro che la
brutalità
degli
altri
non
lo
scandalizza
particolarmente. Ho dovuto spesso costatare che
purtroppo i ragazzi come Waldemar hanno
questa istintiva tendenza, piuttosto sinistra, ad
accettare passivamente il sadismo; e non è detto
che abbiano letto una sola pagina di Kraft-
Ebbing, o nemmeno che sappiano che cosa
significa il termine «sadismo». Sono sicuro che
Waldemar avverte istintivamente come esista
una relazione tra quelle certe signore «crudeli»,
con gli stivali, che esercitavano il loro mestiere
davanti alla Kaufhaus des Westens e i giovani
sanguinari in uniforme nazista che ora danno lacaccia agli ebrei. Quando una di quelle donne in
stivali individuava un cliente promettente, lo
agguantava, lo caricava su un taxi e se lo portava
in un posticino tranquillo per frustarlo. E ora i
ragazzi delle SA non fanno forse la stessa cosa
con i loro clienti, con la sola differenza che le
frustate loro le danno con tanto impegno da
renderle fatali. E le prime non si potrebbe
definirle come una specie di prova generale delle
seconde?47
La presenza di Waldemar diventa il luogo
della costruzione simbolica dello humus in cui
nasce e si radica il nazismo. Il Kerl forte bello e
sano portatore di istinto vitale che, nella sfacciata
sicurezza della sua energia, non si scandalizza
della crudeltà, perché in fondo è della stessa
pasta di un erotismo che ha solo svoltato in una
traversa
un
po’
buia.
Normalizzazione
depotenziata della libertà di autoaffermazione,
come piccolo bonsai dell’albero immenso del
terrore disumano.
Isherwood non elude i temi, anzi. Il suo punto
di vista è però di solito ellittico.
– Quando mi sono arruolato la prima volta
non ero un bambino e mi ci son messo per il
desiderio di fare un bel gesto, e di far vedere agli
Amici che tipo di ribelle ero io. Qualunque cosa
essi credessero, io ero contro, automaticamente.
Ma a dire il vero, come bel gesto non ha fatto
molto chiasso: non importava niente a nessuno,
di quel che facevo io. Tuttavia mi son divertito
47RaI, p. 71-2.molto. Stavolta, però, le cose andranno
diversamente… Tu , Stefano, sei un pacifista?
– Mi par di sì; ma non è un problema che mi
son posto nettamente.
– Nemmeno io, fino a pochissimo tempo fa. E
ho tuttora le idee confuse al proposito; certo
detesto tutte queste sbrodolature di chiacchiere
sull’amor fraterno. Ma su questo punto i
Quaccheri hanno dentro qualcosa di serio: se ti
metti a leggere quello che ha detto Gesù Cristo –
non le interpretazioni di di quel che gli
attribuiscono delle intenzioni – non ci sono due
modi di prender la cosa… Finiremo dentro
questa guerra anche noi, presto o tardi, che ne
pensi?
– Temo proprio di sì.
– Non è tanto la paura; un po’ sì, certo. Ma
avrei ancora più paura a fare l’obiettore di
coscienza.
– Anch’io.
– Che cosa hai detto quando ti hanno
chiamato per la leva?
– Non m’è capitato ancora. Ho passato l’età.
– Davvero? Non si direbbe… Io, se non torno
in Marina, sarò richiamato. Non mi sono iscritto
tra gli obiettori di coscienza, non ce l’ho fatta.
Adesso, se mi rifiuto di partire, mi mettono in
galera… Tu ci andresti, Stefano?
– Prima dovrei esser certissimo di aver
ragione; e anche in questo caso, farei di tutto per
svignarmela.– Forse, tu non la pensi esattamente come
me riguardo alla legge… è naturale del resto.
Non sei un criminale di professione.
– Che cosa stai dicendo?48
La scelta spirituale di Isherwood è per la
mistica hindu, quando scoppia la guerra e si è già
trasferito negli Stati Uniti d’America, dopo che il
suo
Heinz,
rientrato
in
Germania
nella
convinzione di poter ottenere un passaporto, si è
ritrovato arruolato per forza nell’esercito nazista.
Scoppiata la guerra, Isherwood si dichiara
obiettore di coscienza e lavora con i quaccheri
che
gestiscono
l’accoglienza
di
un’ampia
comunità di profughi ebrei tedeschi. La
spiritualità dei quaccheri è in fondo la più affine,
tra quelle cristiane, alla spiritualità hindu cui
Isherwood si è affratellato, anche se la scelta di
lavorare con loro come obiettore di coscienza è
avvenuta in modo casuale. Se esiste il caso.
Come sempre, i vari livelli di conflitto nelle
tematiche care a Isherwood sono sempre
collegati. La guerra come modo di vivere, cui la
contrapposizione non sta nello scegliere la parte
giusta in cui combattere, ma la pace. In ogni
ambito.
– Conosci le frasi che dite sempre, voialtri
eterosessuali, no? Vi cacceremo fuori dal
consesso civile! Vi manderemo in galera! Faremo
sì che non troverete lavoro! Ma, per favore, non
state a farci i suscettibili!
48MdS, p. 130-1.– Io volevo dire soltanto questo: non siate
aggressivi; è questo che vi mette contro la gente.
– Forse faremmo molto meglio a metterci la
gente contro; forse abbiamo troppo tatto! La
gente, nella maggior parte dei casi, ci ignora, e
noi li lasciamo fare, anzi li incoraggiamo ad
ignorarci. Così questo problema non viene
discusso mai, le leggi non cambiano mai. Qui, in
paese, c’è qualcuno che sa benissimo come
stanno le cose tra Charles e me, ma si rifiuta di
ammetterlo persino con se stesso: ragazzi così
simpatici, dicono; così integri. Si rifiutano di
immaginare che ragazzi simpatici come noi
potrebbero essere arrestati e messi sotto chiave
come invertiti; fa paura pensarci, temono di
turbare le loro tenere coscienze.49
Il pregiudizio di superiorità come base del
buon senso e della violenza interna alla società.
La vita delle persone però difficilmente si può
ridurre a schemi definiti, da una parte o
dall’altra.
Il conflitto genera conflitto.
– Lascia che ti dica una cosa, Bob: c’è stato
un giovane al quale ho voluto bene, una volta.
Voglio dire, in questo senso…
– Certo, perché no? – sogghignò Bob
ironicamente. – Un compagno di scuola, vero? E
dopo hai provato ribrezzo di te stesso. E adesso
lui ha moglie e dieci bambini.
– No. Non è successo a scuola.
49MdS, p. 132.– Be’, allora, è stato in qualche locale del
basso porto, a Port Said, e ti hanno pescato, ed è
stata una faccenda disgustosa…
– No: non è stato a Port Said, e non era
orribile, affatto. E non è accaduto neanche una
volta sola. Te l’ho detto, gli ho voluto bene, a
quel ragazzo. È una delle persone migliori che
abbia mai conosciuto in vita mia… la vuoi
smettere di trattarmi come se tenessi un
comizio?
– Va bene, va bene – disse Bob ridendo. – Hai
ragione, Stefano. Se fossero tutti come te, non
me la prenderei tanto.

– Parliamo sul serio, Bob: mi piacerebbe
tanto poterti aiutare in qualche modo. Voglio
dire, vorrei poterti dire cose costruttive.
– Nessuno te lo chiede. Mi basta parlare con
una persona sana di mente.50
Il semplice punto di equilibrio in cui
rapportarsi tra le persone diventa utopia amara,
sarcastica. George vive nel periodo della crisi di
Cuba e della paura del conflitto nucleare. Il sogno
americano che rischia di annientarsi nella paura
di sopravvivere.
George si concede una risata sardonica,
perché è ciò che Grant si aspetta da lui. Ma
questo umorismo macabro gli fa male al cuore.
In tutte le vecchie crisi, degli anni Venti, degli
anni Trenta, la guerra – ciascuna delle quali ha
lasciato tracce in George, come una malattia –,
quello che gelava il sangue era la paura
50MdS, p. 132-134.dell’annientamento. Ora ci portiamo dentro una
paura ben più terribile, la paura di sopravvivere.
Sopravvivere in un’età di macerie, in cui sarà del
tutto naturale per il signor Strunk sparare a
Grant, a sua moglie e ai suoi tre bambini, perché
siccome Grant non ha accantonato in dispensa
provviste sufficienti tutti hanno fame, quindi è
possibile che diventino pericolosi e non è tempo
di sentimentalismi.51
L’amicizia reale con Edward Morgan Forster
irrompe nella narrazione. Qui il confine tra
autobiografia e finzione è davvero caduto. Il tema
è troppo fortemente sentito.
Bene, la mia Inghilterra è invece E.M., l’eroe
antieroico con i suoi baffi radi color stoppa, i suoi
allegri occhi azzurri da bambino e la sua schiena
curva da vecchio. Invece di un ombrello chiuso o
di una camicia bruna, i suoi emblemi sono il
berretto di tweed, che gli va piccolo, e i
pacchetti, dalle forme più strane, ravvolti con
carta marrone, con cui trasporta le sue cose
dalla campagna in città e viceversa. Mentre gli
altri chiedono ai loro seguaci di essere pronti a
morire, lui ci consiglia di vivere come se fossimo
immortali. Ed è proprio quello che lui fa, anche
se è pieno d’ansia e di paura come noi e non
cerca assolutamente di nasconderlo. Lui, i suoi
libri, e quello che sostengono, sono le sole cose
che valga veramente la pena di salvare da Hitler;
e pensare che la maggior parte delle persone su
quest’isola ignora perfino la sua esistenza.52
51US, p. 70.
52RaI, p. 170.La fede, di qualunque tipo sia, mi mette
sempre a disagio. Preferisco i dubbi di E.M. 53
Isherwod introduce una parte saggistica, ben
più che una riflessione meditativa, attraverso la
lezione di George ai suoi studenti universitari, e
parla certamente di letteratura, ma non certo da
un punto di vista formale. I contenuti sono
difficili, attuali, pesanti, e affrontati in modo come
sempre ellittico, capace cioè di spostare il punto
di vista per ottenere uno sguardo critico più
libero.
E ora arriva la domanda che George si
aspettava. La pone, naturalmente, Myron Hirsch,
quel rompiscatole indefesso di un goyim.
«Professore, a pagina 79 il signor Propter dice
che la più stupida frase della Bibbia è mi hanno
odiato senza ragione. Si intende che i nazisti
avevano ragione a odiare gli ebrei? Huxley è
antisemita?»
George sospira, a lungo. «No» risponde
sommessamente.
E poi – dopo un silenzio carico d’attesa; la
classe è quasi senza fiato per l’impudenza di
Myron – ripete a voce alta e severa: «No…»
«Huxley non è antisemita. I nazisti non
avevano il diritto di odiare gli ebrei. Ma non per
questo il loro odio era senza ragione. Nessuno
mai odia senza ragione.
Senti, lasciamo stare gli ebrei, d’accordo?
Qualsiasi atteggiamento si assuma, è impossibile
53RaI, p. 192.discuterne in modo sereno. Probabilmente non
sarà possibile per i prossimi vent’anni. Quindi
esaminiamo il problema in rapporto a un’altra
minoranza, quella che vuoi, una piccola però,
una che non sia né organizzata né difesa da
un’apposita commissione.»54
Da una situazione particolare scottante ad
un’altra meno bollente, per capire il tema
simbolico di fondo: il contrasto tra maggioranza e
minoranza, e le condizioni di aggressività e
conflitto.
«Ad esempio, le persone con le lentiggini
non sono considerate una minoranza da quelle
senza lentiggini. Non sono una minoranza nel
senso in cui la intendiamo. Perché? Perché una
minoranza si considera tale solo quando
costituisce una minaccia, vera o presunta.
Qualcuno qui non è d’accordo? Se non lo siete,
domandatevi solo: cosa farebbe quella minoranza
se all’improvviso, dall’oggi al domani, diventasse
maggioranza? Capite che cosa intendo? Bene, se
non lo capite, pensateci su.
Perfetto. Qui i liberal – inclusi più o meno
tutti voi, credo – intervengono: le minoranze
sono persone come noi! Certo, però persone, non
angeli. Ovvio sono come noi: ecco qui l’isteria
liberal che conosciamo anche troppo bene, quella
che ti fa dire, non scherziamo, fra un nero e uno
svedese non c’è alcuna differenza». Perché,
perché George non ha osato dire «tra Estelle
Oxford e Buddy Sorensen?» Se avesse osato,
forse, ci sarebbe stata una risata oceanica, tutti
54US, p. 55-6.si sarebbero abbracciati, e il regno dei cieli
sarebbe cominciato proprio lì, nell’aula 278. Ma
forse no.55
La trattazione del tema si avvale della
capacità di narratore di Isherwood, ma si articola
in
senso
filosofico-psicologico
decisamente
stringente.
«Dunque, prendiamone atto, le minoranze
sono persone che probabilmente guardano,
agiscono e pensano diversamente da noi, e
hanno difetti che noi non abbiamo. Il loro modo
di vedere le cose e di agire può non piacerci, e
possiamo odiare le loro mancanze. Ed è meglio
ammetterlo, anziché impiastricciare i nostri
sentimenti con la melassa pseudoprogressista.
Se siamo sinceri con noi stessi abbiamo una
valvola di sicurezza, saremo meno inclini a
perseguitare il prossimo…

E non è tutto. Ogni minoranza, a suo modo,
è aggressiva. Provoca la maggioranza ad
attaccarla. La odia – a ragion veduta, d’accordo.
Ma odia anche le altre minoranze, perché le
minoranze, tra loro, sono competitive; ciascuna
afferma che le sue sofferenze sono peggiori, e i
torti che subisce i più infami. E più odiano, più
vengono perseguitate, più si incattiviscono!
Pensate che l’essere amati incattivisca? Non è
vero, e lo sapete. Quindi perché essere detestati
dovrebbe rabbonire? Quando vi perseguitano
odiate ciò che vi sta capitando, odiate chi lo fa
capitare; vivete in un mondo di odio. Su, non
55US, p. 56.riconoscereste l’amore in persona, se lo
incontraste! Sospettereste, pensereste che c’è
sotto qualcosa – un secondo fine, un trucco…» 56
Isherwood è in realtà uomo di fede molto
molto più di quanto non pensi.
Mi rendo conto che non avevo smesso di
sperare. Questa scoperta mi sembra umiliante e
mi allarma. Significa forse che io non posso
smettere di sperare in nessun caso? Parlano della
speranza come se fosse qualcosa di nobile. È mai
possibile essere così idioti da prolungare la
propria agonia senza ragione?
Ho fatto un’altra scoperta su me stesso, e
non m’importa se è umiliante o no. Sono
certissimo di questo: niente, niente, niente vale
la pena di fare una guerra.57
Heinz era finito nell’esercito nazista. La sola
idea, inconcepibile, di ritrovarsi come soldato ad
ammazzare Heinz, è stato l’argomento decisivo
per la scelta pacifista di Isherwood. Waldemar,
nella sua vicenda narrativa, si ritrova a
rappresentare
questa
situazione.
Il
suo
Christopher non ha fatto il soldato, lui sì. Ha
avuto
fortuna,
è
sopravvissuto.
La
sua
sopravvivenza lo ha portato a metter su famiglia.
Il padre di famiglia come simbolo di chi
sopravvive. La vita si è presa Waldemar, che si
barcamena. Christopher resta con i suoi dubbi,
non sa mentire a se stesso.
56US, p. 54-8.
57RaI, p. 193.«Caro Mr. Isherwood, lei sarà sicuramente
sorpreso di ricevere notizie da una persona che
avrà creduto morta. Dovetti arruolarmi in
Germania e fui preso prigioniero sul Reno. Mi
domando quale sarà la mia vita quando sarò
rilasciato. Saluti. Waldemar.»
(Solo in seguito compresi perché Waldemar
mi aveva scritto dandomi del lei. Era stato il
pensiero più affettuoso e sciocco che si potesse
immaginare. Aveva creduto che essendo un
nemico poteva compromettermi facendo vedere
che mi conosceva bene!).
Naturalmente gli risposi e da quella volta ci
scambiammo di tanto in tanto delle lettere.

Nelle sue lettere Waldemar mi esortava ad
andarli a trovare. Ma la sola idea mi terrorizzava.
Mi terrorizzava l’idea di vedere quelle rovine. Mi
terrorizzava l’idea di vedere Waldemar e di
sottostare, date le circostanze, ad un ricatto
sentimentale. Così gli scrissi adducendo scuse
vigliacche ed evasive e non gli dissi mai che per
ben due volte, nel 1947 e nel 1948, ero stato in
Inghilterra. Tuttavia sapevo che prima o poi sarei
dovuto andare in Germania ed avrei dovuto
affrontare tutto quello che temevo.58
Isherwood torna ad essere l’obiettivo di una
telecamera. Il mondo rinasce simile a se stesso.
Nessuno può chiamarsi fuori.
L’albergo formicolava di uomini d’affari dal
collo grasso che fumavano sigari enormi, di
58RaI, p. 323-4.donne truccatissime e cariche di gioielli, di
valletti d’albergo che guizzavano avanti e
indietro come pesci nervosi. Mi sembrò che tutti
mormorassero
tra
loro,
cercando
di
autosuggestionarsi: «Non è successo niente, non
è successo niente, qui non è mai successo
niente!» Si aveva la sensazione che fossero quasi
riusciti a creare un mondo senza passato.
Ma il loro mondo poteva esistere solo di
notte, sotto la luce elettrica. Alla luce del giorno
non convinceva più. Vi accorgevate del deserto di
macerie che vi circondava, la vera Berlino, la
città dove invece era successo di tutto. Migliaia
di persone vivevano nelle sue case e nei
frammenti di case, nelle baracche, nelle
capanne, in vere e proprie tane. Si aggiravano
frettolose in quel deserto, con la loro tipica
tenacia e la loro tipica mancanza di humour;
tirando avanti, sgombrando lentamente le
macerie, progettando parchi e piantando alberi.
Camminai attraverso la distesa di neve del
Tiergarten, una statua abbattuta qui, un
alberello appena piantato lì; la Brandenburger
Tor, con la bandiera rossa sventolante contro il
cielo azzurro invernale e sullo sfondo l’ossatura
di una stazione ferroviaria sventrata, come lo
scheletro di una balena. Nella luce del mattino,
tutto appariva nella sua brutale verità, come la
voce della Storia che vi dice di non illudervi, che
questo può accadere a qualsiasi città, a
chiunque, a voi.59
59RaI, p. 326.

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