Il sonno e il brutto. E il bello.

Un fine settimana intenso.
Sabato mattina finalmente mi sveglio dopo aver totalizzato 9 meravigliose ore di sonno, seppur in 3 fasi, cosa di cui sentivo il bisogno trascinandomi da un mese. Faccio un gran bell’allenamento in palestra, poi al ritorno studio e infine vado alla bella festa di un caro amico. Funestata però da due ore e mezza di “musica” orrenda berciata dal vivo dai cugini sfigati della Bandabardò, che mi ha obbligato, mentre il mio amico si divertiva come un matto saltando al ritmo ossessivo di 4/4 su due accordi e mezzo insieme alla maggioranza dei festanti, a passare la maggior parte del tempo in giardino, per fortuna non pioveva piú, a riflettere sul danno che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi troppo in musica. Mangiata poi felicemente la torta augurale, vado a casa a piedi, e infine prendo sonno intorno alle due. Alle sette e mezza suona la sveglia, vanificando immediatamente il sonno recuperato 20 ore prima, per andare a Pordenone per il Requiem per una Donna di Marianna Acito, occasione per la quale ho finalmente mosso la mia macchina per puro mio piacere, cosa che non accadeva per mancanza di tempo da fine gennaio, e che mi ha fatto partecipare alla prima assoluta di un’opera grande, bella, intensa, importante di una giovane compositrice di sicuro talento che conoscevo come talentuosa cantante mia studentessa di liederistica, ma che mi si è svelata come un’artista da cui aspettarsi davvero grandi cose, dopo quelle appena ascoltate. Ho ringraziato profondamente me stesso per il regalo immenso che mi sono fatto fin da ragazzo acculturandomi profondamente nella musica, e non solo, per gli strumenti che mi sono pazientemente e appassionatamente costruito per poter vivere le emozioni di una rivelazione artistica come quella di questo Requiem… Mentre guidavo assonnato sotto pioggia battente fino a Trieste, dove poi ho dovuto girare i soliti venti (in realtà fortunati: di solito ne servono molti di piú…) minuti per trovare parcheggio, arrivare a casa, prepararmi una pasta succulenta alle 3 del pomeriggio e stramazzare a dormire mezz’ora mentre “mezz’ora i piú” parla di cose interessanti che mi perdo mentre sale l’ansia per quel che devo studiare e per le lezioni da preparare, e che non ho la forza di fare, ma faccio fino all’inizio di Maratona-Mentana. Alle undici e mezza vado a letto, la sveglia di lunedí, stamattina, è per le sette e un quarto, ma lo zelo della mia insonnia mi sveglia alle cinque, e cosí mi leggo un po’ del mio abruzzese preferito insieme a Flaiano, Silone, visto che domani ho un incontro su di lui da Tarantola a Udine. Purtroppo dò una sgrollata al telefono: in Abruzzo ha rivinto Marsilio, quello che dice che l’Abruzzo ha tre mari. La giornata comincia male. Esco, faccio cento metri e mi accorgo di non aver preso chiavi e portafoglio. Il citofono a casa è rotto da due anni, chiamo Pino che per fortuna non è ancora uscito, recupero ciò che mi mancava, arrivo in stazione e prendo il treno. Su fb un amico si chiede se gli abruzzesi sono ignoranti o masochisti. Io rispondo: clientelari. E poi aggiungo: gli abruzzesi hanno un’antica tradizione a partire da Gaspari, ed è una regione-dependance del governo di turno. L’errore di fondo è stato pensare che l’Abruzzo potesse mai mettersi contro il governo nazionale: non succederá mai. Lo dico da abruzzese. Che se n’è andato.
E adesso, sul treno per Udine, ho sonno, so che non lo recupererò, sono amaramente felice della mia chiarezza di giudizio che mi fa sentire in sintonia con Silone e Flaiano, come autoconsolazione, sento l’ansia di quel che ancora devo preparare per domani, e c

per cui già so non di avere il tempo necessario, sogno il mio ritorno dopo gli esami mattutini a Trieste per i miei 45 minuti di palestra (di piú non reggo) dove entro stanco e da cui esco stanco, ma dove entro stressato e da cui esco piú sereno, e comincio la mia settimana di cose bellissime, di cultura musicale, e non solo, in studio e condivisione con tanti giovani vivi e talentuosi, di orette di autosalvataggio in palestra, e di bisogno cronico di una vera dormita, oltre che di maggiore autodifesa dalle brutture del mondo, dai cugini sfigati di Bandabardò ai tre mari d’Abruzzo.

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