Corali al pianoforte a Trieste

Cosa significa fare una veglia musicale?

Vegliare: restare vigili, in attesa, resistendo al sonno.

Resistendo alla chiusura al mondo e alla Parola di Dio, anche se vivere ci stanca.

Restare vigili e in attesa nella meditazione, quella condizione in cui il rumore di fondo di tutti i nostri pensieri viene accompagnato a spegnersi per lasciare che altro possa trovare spazio. Meditazione sulla Parola di Dio, perchè possa trovare spazio in noi.

La musica è sempre stata importante nel cristianesimo, e cosí in tutte le religioni del mondo. Sicuramente la musica può aiutare nella meditazione e nel coinvolgimento della preghiera.

Per Lutero e la tradizione luterana la musica ha un ruolo fondamentale.

Per rendere il culto piú piacevole? e quando mai la piacevolezza è stata una cosa da ricercare nell’ascolto della Parola e nella preghiera?

La musica aiuta a sentire empatia sentimentale. Ma la Parola di Dio ci chiede di essere sentimentali per farle spazio?

Il canto in realtà fa tante cose di cui non siamo consapevoli. Ci fa dire delle parole che sono messe insieme in versi, in poesia, per cercare nelle parole stesse un ritmo che ci corrisponda. Noi siamo ritmo: senza il ritmo del battito cardiaco non viviamo. Il respiro ha il suo ritmo che porta ossigeno e nutrimento al nostro sangue, che viene spinto in ogni ultimo recesso del nostro corpo dalla pulsazione ritmica del nostro cuore.

Dal fiato del nostro respiro, cosí connesso al nostro cuore, nasce la nostra voce, e nasce dalla pressione sulle corde vocali che si mettono in mezzo e come una valvola regolano l’uscita del fiato mettendosi a vibrare, producendo la nostra voce. La voce è vibrazione che nasce dal respiro e dal cuore. Cantare ci riconnette, inconsapevolmente, alla base fisica della nostra vita.

Unire dunque il canto, la vocalità alla Parola della Bibbia e delle preghiere, senza accorgercene, connette la nostra essenza vitale alla Parola e alla preghiera. Questa la spiegazione del celebre detto agostiniano ripreso da Lutero “chi canta prega due volte”, e Lutero era un monaco agostiniano.

L’essere umano fin da tempi preistorici ha cercato fuori di sè il ritmo del proprio cuore e del proprio respiro, inventando e suonando strumenti a percussione al cui suono lasciarsi andare nella danza, il ritmo che diventa movimento del corpo, e cercando la varietà delle modulazioni del suono della voce inventando strumenti musicali che sapessero imitarne le possibilità melodiche.

Il piacere profondo che ci arriva dalla musica tutta, non solo dal canto, è legato anche lui alla base vitale essenziale di cuore, respiro, vibrazione vocale.

La musica puó avere effetti emotivi su di noi, dal massimo coinvolgimento fino alle lacrime al rifiuto della noia, ma sono quasi una trappola superficiale rispetto alla profondità della musica, che ha seguito l’evoluzione del genere umano nelle varie culture strutturandosi in linguaggi complessi ed elaborati che non hanno certo come loro fine la semplice ricerca della piacevolezza o del sentimentalismo, ma la connessione all’essenza stessa della vita, la conoscenza di questa essenza, attraverso le strade della bellezza, di cui piacevolezza e sentimentalismo possono esere uno strumento, ma spesso sono piú un pericolo che un aiuto, perchè fanno credere che siano loro stesse il fine della musica.

Se la musica è conoscenza essenziale, cosa succede quando la musica riflette e si esprime a partire dalla Parola e dalla preghiera?

Proviamo un momento a pensare ad una cosa: nella Bibbia, il nome di Dio non si può pronunciare, e infatti nella Bibbia ebraica abbiamo una parola di quattro consonanti, privata della possibilità di vibrare che viene dalle vocali.

Se la teologia cerca di conoscere Dio e il suo nome attraverso la riflessione e la razionalità per poter meglio predicare la Parola, la musica percorre un’altra strada, e cerca le vibrazioni: le vocali sparite del nome di Dio.

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