Stasera vado a teatro a vedere Umberto Orsini che recita “Le memorie di Ivan Karamazov”, e visto che ho tempo mi metto sul mio balconcino al sole riprendendo in mano il mio vecchio volume de “I fratelli Karamazov”.
La prefazione dice cosí, e, cambiato il nome dell’eroe, andrebbe bene, benissimo per il mio eroe, Saverio, in “Waldemar”.
No, tranquilli, non sono cosí mitomane da accostarmi a…
Ma uno scrittore immenso sa trovare le parole giuste, non una di piú, non una di meno, per parlare anche, senza neanche poterlo immaginare, di lontanissimi e minuscoli discendenti dispersi nella diluizione delle generazioni a seguire.
Del resto, il fatto stesso che stasera vada a teatro a vedere Umberto Orsini a raccontarmi, dopo 50 anni, le stesse storie che raccontò a me e a milioni di italiani, insieme a Corrado Pani e tutti gli altri, entrando nel privato delle nostre case e delle nostre coscienze attraverso una scatola magica, ha a che fare con la stessa materia: per raccontare la storia inutile, forse, di un eroe che non ha nulla di notevole se non che si tratta di un tipo strano, un tempo solo non basta, c’è sempre almeno un’altra storia da narrare.


